Quella guerra si poteva evitare

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di Giuseppe Candido

Silvio Berlusconi – Wiki media

Una bella domanda per Blair, Berlusconi e Bush: “Come mai Blair decise di boicottare l’unica vera alternativa alla guerra al dittatore iracheno rappresentata dalla possibilità concreta che questi andasse in esilio?”

Blair - Flicker
Blair – Flicker

Una domanda che, però, è rimasta inevasa anche all’audizione di Tony Blair, lo scorso 29 gennaio alla commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq. Bugiardo e assassino urlano i familiari dei caduti britannici in Iraq e, secondo la Bbc, l’urlo scatta quando l’ex premier ha affermato di avere “responsabilità ma non rimorsi” per aver deciso di abbattere Saddam Hussein.

Ma la guerra in Iraq poteva essere evitata. Saddam Hussein era pronto ad andare in esilio, ma si preferì il conflitto. Prima dello scoppio della guerra, in una riunione tenutasi al ranch di Crawford del Presidente Bush, alla presenza di Aznar e con Blair e Berlusconi collegati telefonicamente, si discusse davvero della possibilità d’esilio (nel 2007 Zapatero tolse il segreto sugli appunti dell’allora Ambasciatore spagnolo negli USA e il documento fu pubblicato nel settembre dello stesso anno sia dal Pais che dal New York Times). A ricordarlo è Marco Pannella con un digiuno, iniziato lo scorso 20 gennaio e facente parte di un Satyagraha mondiale per la pace, e mediante una lettera pubblicata dal Guardian, noto quotidiano inglese, lo scorso 26 gennaio. “Da allora, però, nessuna inchiesta americana né europea ha affrontato la questione. 
La Lega araba era pronta a richiedere formalmente l’esilio a Saddam con una risoluzione da adottarsi al summit di Sharm-el-Shaik del 1 marzo 2003. Ma che l’irruzione di Gheddafi sulla scena con ingiurie contro la casa reale saudita impedì che la decisione venisse adottata. L’incidente, sebbene ampiamente documentato anche dalla stampa araba, non e’ mai stato approfondito dalle varie commissioni del Congresso USA né, lo scorso 29 gennaio, dalla commissione di Sir Chilcot”.
 Di questa vicenda, ad eccezione di un corsivo lo scorso 30 gennaio su il Manifesto, la stampa e la televisione italiana omettono completamente di occuparsene. Come se i caduti di Nassiria, i morti in Iraq, non ci riguardassero più, come se ai genitori dei militari italiani in missione in Iraq non possa interessare il conoscere che quella proposta radicale, di esiliare Saddam, poteva davvero essere adottata, anche col sostegno della lega araba, per evitare la guerra. La storia di questo secolo potrebbe essere diversa da quella che i media raccontano.

Elezioni senza democrazia

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di Giuseppe Candido

Ritratto di Giuseppe Mazzini, patriota italiano. Foto: Wiki

L’interesse della sussistenza dello stato – scriveva quasi cento cinquant’anni fa Giuseppe Mazzini – è comune: “Ivi i migliori per ingegno e virtù hanno dovere e diritto al raggiungimento dei pubblici negozi, e vengono eletti da tutti, rimanendo sindacabili, amovibili, responsabili”. Ma oggi di responsabilità la politica non ne vuole sentir parlare più e spesso cambia le proprie leggi a convenienza per rimanere inamovibili, per restare irresponsabili dell’operato svolto durante il mandato. La degenerazione della democrazia, la sua involuzione dei costituenti, oggi accelera in Italia. E’ dal 2006, da tre anni, che tutte le elezioni si tengono, in Italia, in condizioni di completa illegalità. Una regola semplice del diritto pubblico, che è anche una regola del Consiglio d’Europa, vorrebbe che non si cambino le leggi elettorali a meno di un anno prima del voto. La ragione è molto semplice, chiara anche ai più sprovveduti: così facendo, il diritto elettorale “del popolo sovrano” viene manipolato dal potere, dal governo e dai partiti, per fare in modo che, gli elettori, non abbiano, in realtà, la piena sovranità popolare esercitata col voto. Cosa avviene invece nell’Italia dei 150 anni? Già nel 2006, per le elezioni politiche, pochi mesi prima del voto, a campagna elettorale di fatto già in corso, venne cambiata la legge elettorale introducendo il proporzionale. Il così detto porcellum: vi ricordate? E ciò poiché a Silvio Berlusconi faceva comodo avere il sistema proporzionale che avrebbe consentito di limitare la sconfitta. Il resto è cronaca. La sconfitta fu limitata e il Governo Prodi andò a casa dopo appena due anni. Nel 2008 di nuovo elezioni col porcellum e la promessa, bipartisan anche questa, di cambiare subito dopo il voto, la legge elettorale che toglieva le preferenze ai cittadini e ci regalava un Parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti. Promessa non mantenuta ma, anzi, con l’aggravio ulteriore per le europee. Nel 2009, a Berlusconi e Veltroni, faceva ugualmente comodo innalzare l’asticella dell’accesso al Parlamento, introducendo lo sbarramento al 4 %, con la scusa della semplificazione politica, per tagliare fuori alcuni partiti dalla rappresentanza parlamentare. Anche in questo caso, le modifiche della legge elettorale vennero fatte a pochi giorni dal voto. In Calabria si fanno e si disfanno leggi elettorali, si inventano primarie, poi si cancellano con un continum di modifiche al testo e ai regolamenti della legge elettorale regionale. Durante queste elezioni regionali sta capitando la stessa cosa. A denunciarlo è Mario Staderini, giovane avvocato e segretario di Radicali Italiani: “Si voterà fra poco più di un mese e mezzo e ancora stanno cambiando, in molti consigli regionali, le leggi elettorali. Capita in Toscana, capita in Umbria, capita in Calabria, capita in Basilicata. Sta capitando un po’ ovunque. Da una parte si fanno l’esenzione, lor signori, per la raccolta firme ma, soprattutto, cambiano di nuovo le regole a pochi mesi dal voto quando già c’è gente che sta raccogliendo le firme”. Ma perché, si chiede Staderini, fanno questo? “Sicuramente per ridurre la rappresentanza nelle aule parlamentari italiane, europee e dei consigli regionali. Ma, soprattutto, per prendersi tutti quanti, in pochi, le cifre del finanziamento pubblico dei partiti”. Per capirlo è sufficiente andare a vedere quello che avviene coi rimborsi elettorali che, dopo il referendum del ’93, hanno sostituito il finanziamento pubblico dei partiti. Staderini sviscera dati precisi: “Prima del 2006, cinque partiti, quelli che poi hanno votato la legge elettorale con la modifica dello sbarramento, e cioè il Partito Democratico, il Popolo della Libertà, Lega, Italia dei Valori e l’UDC, hanno cambiato la legge elettorale”. Prima del 2006, questi stessi partiti percepivano circa il 70% del finanziamento pubblico. Dopo il 2009, dopo cioè aver fatto fuori i partiti minori, dopo queste leggi “blitz partitocratici”, quegli stessi cinque partiti arraffano il 95% del finanziamento pubblico dei partiti. Tutta la torta insomma. Dopo esserselo aumentato, ovviamente sempre con voto bipartisan. Con la legislatura del 2008, spiega ancora Staderini, “Sono diventati 503 i milioni di euro che si prenderanno i partiti. Di questi 503 milioni di euro, 470 milioni di euro andranno solo a quei cinque partiti”. E pensare che nel 1993, quando fu abolito il finanziamento col referendum, erano soltanto 47 i milioni di euro di finanziamento pubblico. Oggi 503. Una democrazia senza democrazia, un regime partitocratico chiuso, “bloccato”, ma sostenuto però coi soldi pubblici dei cittadini. E, la stessa cosa è accaduta con la televisione pubblica dove, le tribune politiche sono state abolite e, al loro posto, sono subentrate le “trasmissioni di approfondimento” più volte sanzionate dall’Autorità Garante delle Comunicazioni per la violazione dei diritti civili e politici dei cittadini. “Prima del 2006 quei cinque partiti gestivano “solo” il 65% circa degli spazi televisivi della tv di stato. Oggi, continua Staderini, gli stessi cinque partiti, si accaparrano il 95% degli spazi televisivi del servizio pubblico. Il risultato è che c’è un tentativo, in Italia, difronte all’assenza totale di democrazia e di stato di diritto, di cercare di fare la caccia, a raschiare il barile”.

La questione politica, cioè a dire l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, è tale che rende possibile l’antagonismo della causa del progresso: torniamo indietro, cari amici di Abolire, ci involviamo democraticamente, la politica viene pervasa da poteri criminali e, sempre di più, i cittadini si allontanano da una casta intenta solo a conservare la poltrona.

A questo link puoi vedere il video di Mario Staderini sul canale youtube di Radio Radicale

Sono radicale nell'animo

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Dopo che pubblicamente avevamo preso chiara posizione nel sostegno a Pippo Callipo come Presidente contro la partitocrazia dei veleni calabresi, sia personalmente sia come associazione di volontariato culturale “Non Mollare”, siamo oggi felici nell’apprendere che anche la lista Bonino Pannella e i Radicali sosterranno Pippo Callipo come presidente per la Calabria.

Giuseppe Candido

“Un crescendo della società civile” sostiene Pippo Callipo.

Nel programma: “Ambiente, no ponte sullo stretto, no nucleare, si ad infrastrutture. Lavoro, sanità ambiente, sicurezza … contro la malapolitica collegata alla ‘ndrangheta”.

“Una vera rivoluzione, pacifica, nonviolenta, ovviamente, per portare la Calabria nella normalità. La gente vuole aggiustata la sanità, vuole il mare pulito … bisogna avere il coraggio di fare le scelte. Qui da noi è mancato il coraggio, … si è guardato alla poltrona. Oggi sono sguinzagliati a fare preferenze”. E ancora: “Sanità nell’interesse del malato e non nell’interesse del primario, nell’interesse dell’amico o dell’amico dell’amico. In Calabria dobbiamo abolire il “compare”. Dobbiamo dare spazio alla meritocrazia, alla cultura.

Rendicontazione ai cittadini, come avviene nel privato, almeno semestrale dell’operato svolto rispetto al programma. Trasparenza dell’operato per spiegare ai cittadini come vengono amministrati i suoi soldi. Trasparenza, onestà, meritocrazia.

L’intervista a Pippo Callipo, imprenditore, candidato alla presidenza della regione Calabria sul programma elettorale e sull’accordo con i Radicali Italiani e la lista Bonino Pannella.

di Stefano Imbruglia (Radio Radicale)

questo contenuto è rilasciato da Radio Radicale con licenza Creative Commons: Attribuzione 2.5 2010 Creative Commons www.RadioRadicale.it

Istituito nel 1923 chiude l'ufficio postale di San Costantino di Briatico

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Intervista all’assessore comunale alla cultura, Agostino Vallone, sulla chiusura dell’Ufficio Postale di San Costantino di Briatico

di Franco Vallone

Assessore Agostino Vallone, dopo quanto chiude la Posta di San Costantino…

Dopo ben 87 anni cala il sipario, anzi la serranda, su un altro ufficio postale storico della provincia di Vibo Valentia. L’ufficio di San Costantino di Briatico è stato uno dei più longevi della provincia di Vibo Valentia se non dell’intera Calabria. Istituito infatti nel 1923 serviva una utenza che apparteneva non solo alla più popolosa frazione di Briatico, ma anche a Potenzoni, a Mandaradoni e, anche se per un periodo di tempo limitato, perfino al Comune di Zungri: è ancora vivo tra la popolazione il ricordo del “postale” che si fermava a San Costantino per scaricare i sacchi della posta. Purtroppo, oggi, sotto i colpi della scure della legge del profitto e della speculazione economica, Poste Italiane ha abbattuto l’ultimo baluardo nella frazione di San Costantino. I “rami secchi” sono stati recisi con prevaricazione del relativismo e capitalismo estremo sull’aspetto sociale.

Possibile che non esista altro modo per risolvere determinati problemi se non quello economico? E poi, come si può considerare “ramo secco” una intera popolazione di pensionati?

Un anziano ormai di per sé stesso si sente un peso per la società, una nullità, un ente inutile e non autosufficiente, con questa azione gli è stata negata l’ultima possibilità di sentirsi ancora vivo: andare da solo a riscuotere la sua pensione, un momento di grande orgoglio personale quasi di rivalsa nei confronti di una società sempre meno solidale e più egoista. Egli non lo potrà più fare, anzi dovrà subire una ulteriore umiliazione: delegare qualcun altro a ritirare a posto suo il frutto di una vita di lavoro. Tutto relativamente facile per chi ha un familiare o comunque una persona amica disposta a recarsi a cinque, otto o dodici chilometri di distanza per fare ore ed ore di fila per giungere al cospetto dell’unico operatore dell’ufficio centrale che non è stato potenziato.

La logica quindi è: il fine giustifica i mezzi. Non importa se si procurano disagi logistici, fisici o psicologici a chicchessia.

Da più parti si predica, a mio avviso ipocritamente, che gli anziani sono una risorsa per la società e i custodi del ricco patrimonio di quella cultura locale che stenta a decollare ed essere recuperata. Gli anziani sono coloro che tengono vive le nostre tradizioni e mentre alcuni si impegnano per realizzare centri di aggregazione sociale come delle vere scuole per la trasmissione di valori umani, sociali e culturali alle future generazioni, altri considerano gli anziani “rami secchi” da tagliare a tutti i costi. Si vive così in una continua snervante conflittualità che alla fine porta alla resa di essi e alla completa emarginazione e all’isolamento degli anziani stessi. La logica dei “rami secchi” non riguarda soltanto Poste Italiane, ma anche ferrovie, stazioni ferroviarie, corse di pullman, ospedali, ambulatori medici, guardie mediche, forni, paninoteche, addirittura oratori e chiese…

I riflessi sociali di questi tagli sono devastanti nei piccoli centri….

È bastata la chiusura dell’unica paninoteca esistente a San Costantino di Briatico per creare panico e disorientare la popolazione giovanile rimasta in paese. La sera, ma soprattutto il sabato sera, questi giovani non hanno più un punto di riferimento per cui si recano in automobile nelle cittadine vicine con tutti i pericoli che questo comporta e le ore insonne dei genitori. La presenza dell’ufficio postale in paese era paradossalmente un punto di riferimento, una importante stazione di ritrovo sociale dove ci si incontrava per socializzare, per confrontare le proprie idee con quelle degli altri, per ricevere o dare informazioni, dove si faceva a gara per “coccolare” “l’Ufficiale Postale” offrendogli tazzine di caffè, uova fresche, o i frutti della terra di una popolazione di cultura contadina. Grazie a Poste Italiane questo non sarà più possibile, anzi è probabile che si assista ad un fenomeno di emigrazione degli anziani verso centri più popolosi con conseguente desertificazione dei paesi come se non bastasse l’enorme jatus generazionale dovuto alla emigrazione degli studenti e delle popolazioni giovanili in cerca di lavoro.

Vuole rivolgere un appello da queste pagine?

Si, rivolgo un accorato appello a tutte le associazioni, a tutti i cittadini e a tutte quelle persone che sentono proprio questo problema: reagite, lottate e protestate civilmente con me contro Poste Italiane affinché sia ripristinato il servizio postale a San Costantino di Briatico; rivolgo un altrettanto accorato appello a Poste Italiane: ridateci il nostro ufficio postale, il nostro angolo di vita; i locali ci sono. Non lasciateci agonizzare lentamente: sarebbe meglio una deportazione di massa verso città del Nord o meglio verso le città fredde del Nord Europa anziché rimanere nell’ipocrisia; penso che non sia difficile trovare posto a meno di due milioni di persone, tanti sono gli abitanti della Calabria.


In prima linea

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di Giuseppe Candido

Giorgio Napolitano - Wiki

Bisogna che sia chiaro che la Calabria è in prima linea nella lotta contro la criminalità, è in prima linea per la sicurezza e per la libertà del nostro Paese, e tutti, lo Stato nazionale, le sue istituzioni le sue forze, dobbiamo tutti essere in prima linea con la Calabria”.

I fatti di Rosarno dove “non si è saputo prevenire”, l’integrazione e la ‘ndrangheta che dà dimostrazione di forza. Dopo quanto accaduto dall’inizio dell’anno Giorgio Napolitano è a Reggio Calabria ed ha incontrato tutte le istituzioni, un vertice coi Magistrati, l’incontro con il Presidente della Regione Agazio Loiero e con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. “La mafia in Calabria blocca lo sviluppo”.

Parole cariche del peso della verità quelle del Presidente che poi viene accolto presso il Liceo artistico statale “Mattia Preti” con la manifestazione “Legalità e Sviluppo” organizzata dalla consulta delle associazioni degli studenti calabresi con la presenza del ministro
dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Tutti impegnati a contrastare la criminalità organizzata e a diffondere la consapevolezza della necessità, quanto mai urgente, di combattere questa lotta.
Il Presidente ha ricordato l’alto magistrato Antonino Scopelliti, ucciso dalla mafia nel 1991, e si è rivolto alla Calabria e all’Italia tutta con queste parole: “Guai a pensare che ciò significhi che gli immigrati sono portatori di violenza e che i cittadini di Rosarno sono portatori di razzismo”. E ancora: “Stiamo molto attenti, respingiamo questi luoghi comuni, respingiamo tutti i pregiudizi che rischiano di accumularsi sulla Calabria, che è una regione difficile, una regione per tanti aspetti sfortunata, è anche una regione che deve dare di più, che deve mobilitarsi di più, una società che deve esprimere le sue energie e le sue capacità di reazione e di svolta di più di quanto abbia fatto finora”.

Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso ha
sottolineato che tutte le istituzioni debbono collaborare e che “la Calabria deve far sentire la sua voglia di riscatto per gli omicidi del Giudice Scopelliti e del vicepresidente del Consiglio regionale, Fortugno”. Nello stesso giorno, però, una santabarbara di munizioni ed esplosivi viene ritrovata parcheggiata vicino l’aeroporto di Reggio Calabria a riprova che la ‘ndrangheta non cade affatto a pezzi. Nella convinzione della necessità di un cambiamento che la Gelmini afferma che “E’ necessario far crescere, proprio dalla scuola, la cultura della legalità, combattendo anche un modo di pensare” . E forse è proprio questa la miseria d’abolire. Ma è anche vero che le istituzioni, scuola a parte, in Calabria sono, per dirla alla Mario Draghi, “pervase” dalle mafie, dalle ‘ndranghete. Le nuove ‘ndrine traggono i loro capitali principalmente dai traffici di droga che poi reinvestono nell’economia legale, nei “café del Paris” o nelle “Milano da bere”. Quei “durissimi colpi inferti alle ‘ndrine” che possono apparire operazioni come il sequestro di beni per 5 milioni di euro sono, in realtà, solo una goccia del mare dei capitali che la ‘ndrnagheta manovra, gestisce, rinveste. E’ vero che di una rivolta c’è bisogno, di una rivolta nonviolenta, ma di una rivolta culturale, sociale, politica e, soprattutto, morale. Ma, come dimostrano i dati forniti dalla stessa direzione distrettuale antimafia, la lotta che ci chiedono di combattere è una lotta impari perché, se anche si considerano i 6 miliardi di euro sequestrati alle mafie nell’ultimo anno, pure quest’importo astronomico rappresenta solamente un misero 10% degli oltre 60 miliardi di euro che la ‘ndrangheta porta a casa ogni anno come proprio “fatturato”. Il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone ha detto di recente la sua: “La ‘ndrangheta – afferma Pignatone – è riuscita a diventare una vera holding del mercato della droga grazie alle sue ramificazioni in ogni parte del mondo. (…) Il fenomeno si è sviluppato da una ventina d’anni (…) anche se ora risulta con tutta evidenza”. Aggredire i capitali mafiosi non può quindi significare limitarsi all’esazione di una tassa, oltretutto assai vantaggiosa. Ma allora, cosa si può fare? Cosa possono fare le istituzioni, la politica, la società civile per sconfiggere le ‘ndranghete?

Mike Gray, lo scorso aprile su “The Washington post”, analizzava il problema del traffico di sostanze stupefacenti: “Negli anni venti – scrive Gray – gli Stati Uniti hanno vietato il consumo di alcol. Il contrabbando è fiorito e la violenza è esplosa. Come oggi sulla droga”.

Che quel business di All Capone fosse il frutto di una sciagurata politica proibizionista oggi non sfugge più a nessuno. Quello che resta ancora da assimilare è però la seconda parte del messaggio: la stessa cosa accade con le droghe illegali che alimentano le mafie in tutto il mondo, dai cartelli colombiani e messicani alla ‘ndrangheta nostrana che aumenta, giorno dopo giorno, il suo potere economico pervadendo, col denaro riciclato, l’economia legale della Calabria, dell’Italia e d’Europa. Forse dovremmo guardare come sta cambiando la lotta al narcotraffico nei paesi che spesso invochiamo ad esempio. “Dopo 40 anni dall’offensiva di Nixon, Obama tira il freno e pensa alla marijuana libera.” Marco Bardazzi lo ha spiegato bene nel suo articolo “La fine della Guerra alla coca” comparso qualche giorno fa su “La Stampa”: “Il presidente fa studiare seriamente al proprio staff la fattibilità di un passo che avrebbe ripercussioni mondiali: legalizzare la marijuana”. “L’America di Barack Obama – spiega Bardazzi – è pronta a dichiarare impossibile da vincere il conflitto, a chiuderlo e a trasformare radicalmente la gestione della lotta agli stupefacenti. Dopo aver speso negli anni oltre mille miliardi di dollari di soldi pubblici in un conflitto che sembra sempre in stallo, gli Usa senza enfasi stanno ritirando gli agenti della Dea (Drug Enforcement Administration) dai fronti in Colombia e in Afghanistan. I fondi per la lotta al narcotraffico vengono deviati verso campagne di prevenzione. In Congresso sono partiti i lavori di una commissione che deve riscrivere completamente la strategia antidroga”. Oggi le carceri sono stracolme di migranti “clandestini” e di ragazzi trovati in possesso di poche decine di grammi di droga la cui detenzione non ha alcun fine di recupero e reinserimento sociale ma, anzi, è criminogena. Senza contare le risorse e gli uomini impiegati in tanti “micro” sequestri, tante “micro” operazioni, che non sconfiggono il problema: i consumi dilagano e la ‘ndrangheta ringrazia anche dovendo pagare una “tassa”.

Un gruppo di esperti britannici della fondazione Beckley ha valutato scientificamente gli effetti della cannabis. Ed ha concluso – come spiegava qualche mese fa la rivista inglese “New Scientist” – che, per limitare i danni ed eliminare i traffici illegali, la soluzione è legalizzarla. Anche se i rischi associati al consumo di marjuana sono accertati, gli esperti della Beckley sono convinti che sia molto meno pericolosa di sostanze legali come alcol e tabacco di cui, stante le giuste e ferree regole come il non mettersi alla guida ubriachi e non fumare nei locali pubblici, non ci sogneremmo certo di proibirne il consumo considerando come andò a finire con Al Capone. Legalizzare il mercato può invece contribuire a ridurre fortemente quel “fatturato” del malaffare che, come dice giustamente Napolitano, “blocca lo sviluppo della Calabria”.

L’attualità del socialismo liberale di Carlo Rosselli

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Attualità del socialismo liberale di Carlo Rosselli
Copertina de "L'attualità del socialismo liberale di Carlo Rosselli"

L’attualità del socialismo liberale di Carlo Rosselli”, Piero Lacaita Editore, 2006. (pag. 219) € 15,00

Autore: Luigi Rocca

PREFAZIONE di Antonio Landolfi

Gli antecedenti storici del “liberalsocialismo”, o “socialismo liberale” che dir si voglia (ai nostri tempi considerati pressoché sinonimi, anche se sul piano teorico sono state riscontrate divergenze tra le due espressioni) si fanno risalire all’incirca alla seconda metà dell’Ottocento, ed alla figura ed all’opera del pensatore inglese John Stuart Mill.

Fu infatti questi ad operare la più incisiva analisi critica del limite costituito dal liberalismo tradizionale, muovendosi però sempre da una posizione coerentemente liberale. Una posizione puramente conservatrice rischiava infatti, a suo giudizio, di annullare la coerenza con i suoi stessi presupposti.

Per Stuart Mill la sfera dei diritti di libertà realizzata grazie al pensiero ed all’azione politica liberale non poteva considerarsi completa e soddisfacente, se non si ampliava a quei diritti politici, elettorali, civili e sociali rispondenti alle esigenze di ceti e di realtà che non venivano rappresentate e realizzate dalla classe dirigente. Il liberalismo, per lui, non avrebbe dispiegato mai pienamente i suoi effetti se non accogliendo in sé queste istanze che una posizione conservatrice tendeva a negare, ed in parte consistente rappresentate dalle istanze socialiste che si andavano affermando: la richiesta di ampliamento del diritto di voto, il riconoscimento dei diritti di uguaglianza dei sessi, la libertà di associazione, un’equa distribuzione della ricchezza prodotta, ivi compresa la proposta di un’economia solidaristica, cooperativa e partecipativa aperta ai lavoratori, un’istruzione diffusa rivolta all’emancipazione delle classi più deboli.

A questo proposito, Stuart Mill non fece mancare il proprio impegno politico, con la creazione insieme a Giuseppe Garibaldi – socialista deluso dall’esperienza della Prima Internazionale di Marx – della Lega per la libertà, la pace e gli Stati uniti di Europa, che raccolse intellettuali e politici liberali e socialisti di ogni parte di Europa.

Con il trascorrere del tempo il pensiero liberalsocialista andò accompagnandosi alla verifica revisionista del marxismo, soprattutto nell’epoca a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Nella quale si può già marcare una differenza tra pensiero socialista liberale e pensiero liberalsocialista. Il primo è connotato dalla radice originaria socialista, o addirittura marxista, da cui si muove la revisione ideologica che conduce ad accogliere nell’ambito del pensiero originario le istanze profonde del liberalismo, amalgamandole con l’iniziale impianto concettuale di natura socialista. Per il secondo, sull’impianto originario liberale s’inseriscono istanze di carattere socialista. La differenza semantica marca cioè una diversità di percorso nell’elaborazione concettuale. Ma il risultato è pressoché identico.

Un ruolo decisivo per lo sviluppo del liberalsocialismo fu quello svolto dai fabiani, che per primi avvertivano il rischio di un collettivismo statalistico, e proponevano, per eliminarlo, che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione fosse gestita da cooperative di produttori agricoli, mentre i servizi dovevano andare in gestione ai municipi. I fabiani programmarono anche interessanti forme di democrazia industriale, che anticipavano quelle che in tempi successivi divennero i progetti di autogestione e di partecipazione dei lavoratori alla direzione ed alla proprietà delle imprese. Quel che però restava prioritario nel loro pensiero era la concezione che la responsabilità sociale delle istituzioni risultava indispensabile per riequilibrare le disuguaglianze sociali, e per realizzare un’equa distribuzione della ricchezza, con un sistema globale di sicurezza sociale.

La cultura Fabiana rappresentò in tal modo la premessa per la costituzione del sistema dello Stato sociale, come prodotto dell’incontro storico tra pensiero socialista riformista e la scuola del liberalismo sociale, mostrando soprattutto la compatibilità dell’economia di mercato con la scelta dell’utilitarismo marginalista propugnata da Jevons, e la progettazione di un sistema sociale avanzato ed organico, nel quale le istituzioni democratiche, dalle autorità pubbliche centrali a quelle periferiche, erano chiamate a svolgere un ruolo essenziale.

I fabiani contrapposero all’utopismo rivoluzionario marxista l’utopia di una rivoluzione “by Act of Parliament”.

L’esperienza fabiana creò quel clima di vigoroso revisionismo di cui si nutrì la vigorosa opera teorica e politica di Eduard Bernstein, il quale, nel corso del suo esilio in Gran Bretagna, aveva frequentato intimamente il vecchio Engels, che già si era orientato a riconoscere l’importanza delle istituzioni democratiche liberali, ed aveva avuto modo di frequentare i circoli fabiani ed approfondire il lavoro teorico che in essi veniva svolto. Bernstein, divenuto anche l’erede della proprietà letteraria di Marx ed Engels, sviluppò l’iniziativa revisionistica in senso socialista liberale, e si adoperò per diffonderla negli ambienti della socialdemocrazia tedesca, che era considerata a ragione la più autorevole tra le forze socialiste nel mondo. Già nel 1899 karl kautsky, riconosciuto come la guida teorica della Spd, aveva intuito che “nel socialismo democratico esistevano due indirizzi che si differenziavano per il metodo nella ricerca teorica, ma a volte anche nella tattica della pratica”. Due anni dopo, il praghese Tomas Masarik, che può essere annoverato a buon diritto tra gli antesignani del liberalsocialismo, e che sarà assassinato dai comunisti cechi nel 1947 quando era a capo della Repubblica Cecoslovacca, annunciata senza remore la crisi del marxismo.

Per Bernstein non apparve sufficiente la distinzione che ormai da più parti si avanzava nelle file del socialismo internazionale tra gradualismo riformistico e rivoluzionarismo utopistico e volontaristico. Egli vide anche il pericolo che tale distinzione alla lunga avrebbe nuociuto al socialismo riformistico, perché lo avrebbe relegato in una posizione sterile, meccanicistica ed iperrealistica, sostanzialmente trasformistica: priva di ogni spiritualità, ed incapace di astrazione. E questo avrebbe favorito quelle posizioni giacobine, rivoluzionaristiche, che assumevano impostazioni utopistiche ed addirittura messianiche, critiche di un riformismo “senz’anima”ed in grado di affascinare le masse, sia pure ingannandole.

Perciò Bernstein operò un salto di qualità di eccezionale importanza. Egli partì, certo, dalla presa di coscienza della crisi del marxismo, di cui dimostrò l’inadeguatezza dell’analisi economica e sociale. Ma andò ben oltre. Pose le premesse per superare la teoria della lotta di classe, come quella dell’inevitabilità della guerra, per auspicare l’evoluzione della socialdemocrazia da partito di classe a partito di popolo, e per assumere le posizioni ispirate all’etica kantiana della giustizia come “imperativo categorico dello spirito umano”, e dell’universalità della pace.

In tal modo Bernstein offriva alla socialdemocrazia l’occasione per recuperare quelle motivazioni spirituali ed utopistiche che la dogmatica del materialismo dialettico e del materialismo storico avevano finito per inaridire. Una posizione, la sua, che lo condusse ad assumere una posizione critica nei confronti della Spd, tanto sul piano della politica economica e sociale, in quanto rifiutava il concetto di “pace sociale”che a suo giudizio indeboliva il concetto di “giustizia sociale”ed appariva un’acquiescenza al bisogno di ordine dell’autoritarismo prussiano, quanto sul piano internazionale, perché in coerenza con l’etica kantiana egli assunse nel 1914 una posizione pacifista ad oltranza, che lo portò a votare contro la guerra in Parlamento. Il marxismo limitò per un decennio l’influenza del pensiero di Bernstein sul movimento socialista, che intanto subiva le scissioni e la lotta che contro di esso conducevano i leninisti che si erano raccolti nell’Internazionale comunista.

Alla fine degli anni Venti, la crisi economica internazionale rilanciava il tema della giustizia sociale e della necessità di interventi correttivi del capitalismo; l’espansione dell’area del totalitarismo dall’Italia alla Germania, oltre che all’Unione Sovietica, costringeva il movimento socialista a prendere consapevolezza della fondamentale esigenza di difesa della libertà e delle istituzioni democratiche; infine, l’approssimarsi degli eventi bellici, nella seconda metà degli anni Trenta, riportò in primo piano le ragioni del pacifismo, come opposizione alla guerra ed al totalitarismo, cancellando brutalmente le illusioni della Pace di Versailles.

Tutte queste condizioni offrirono un terreno per l’espansione dell’influenza del pensiero bernsteniano nei partiti dell’Internazionale operaia socialista, la cui maggioranza si orientò in senso favorevole al revisionismo bernsteniano, che offriva tra l’altro motivazioni più incisive da contrapporre alle accuse deliranti di “socialfascismo”e di tradimento, portate contro la socialdemocrazia dal Comintern.

Soprattutto il diffondersi nell’area socialista – specie nel Nord dell’Europa ed in Gran Bretagna – delle idee di Bernstein di tolleranza, di giustizia sociale, di difesa della libertà, di superamento del materialismo filosofico e storico del marxismo, rappresentò un’apertura sempre più ampia a quelle correnti di pensiero liberale non conservatore, che pur non provenendo dall’esperienza socialista, trovavano punti di contatto sempre più intensi con questa nuova fisionomia che la socialdemocrazia andava assumendo, grazie alla metabolizzazione delle idee di Bernstein.

In questo clima rinnovato, in molti paesi correnti e personalità liberali progressiste (come correnti cristiane ed anche cattoliche avanzate) si avvicinarono o confluirono nei partiti socialdemocratici, creando in esse una sintesi felice tra socialismo e liberalismo. Ed operarono insieme per la costruzione di quelle fondamenta dello Stato sociale, che andrà a compimento subito dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale. Emblematica resterà la figura di Lord Beveridge, come quella di Bertrand Russell, o anche dello stesso Karl Popper, che non fecero mai mistero della loro scelta politica, pur ovviamente non essendo uomini di partito, né intellettuali di “accompagnamento”, ma offrendo un contributo essenziale allo sviluppo delle idee liberali e socialiste. Oppure, negli Usa, degli intellettuali impegnati nel new deal, roosveltiano, che sostanzialmente rappresentò la versione statunitense della congiunzione tra socialismo e liberalismo.

La positività dell’intervento pubblico nell’economia per correggere gli effetti negativi degli eccessi di liberismo messi in evidenza nella crisi economica cominciata nel 1929, fu dimostrata dal new deal e dalle proposte dell’economia keynesiana, del tutto compatibile con l’economia di mercato. Si trattava, almeno per quel periodo, di proposte molto più positive rispetto alle politiche iperliberistiche che erano state praticate con effetti disastrosi. I sistemi di “economia mista”che andavano nascendo un po’dappertutto costituivano il punto d’incontro tra le due forme di politica economica, per lungo tempo considerate antitetiche.

In questo quadro emerge una componente nuova, che più propriamente si avvicina anche semanticamente al concetto di “liberalsocialismo”, in quanto è promossa da personalità che provengono dal mondo liberale e non da quello socialista, e che quindi non sono state partecipi di quel moto revisionistico interno alla cultura del socialismo, che aveva trovato il suo massimo epigono in Bernstein.

Tra queste personalità spicca quella di Carlo Rosselli, che nella sua opera, Socialismo liberale, traccia le linee di fondo di una scelta decisiva tra il socialismo materialistico e deterministico (in cui includeva forse ingiustamente lo stesso riformismo italiano) foriero di tentazioni statalistiche ed autoritarie, responsabile della crisi della democrazia in Italia ed in altre Nazioni europee, ed un socialismo impregnato di etica kantiana, aperto ad una visione anche spirituale della lotta politica e quindi escatologico, con finalità rivolte al perseguimento della giustizia in ogni campo della vita della comunità, e con la libertà ritenuta inscindibile dalla giustizia. Un socialismo che accetta il libero mercato come fattore di sviluppo, ma che vede nello strumento dell’intervento pubblico un fattore di crescita e di lotta alle disuguaglianze sociali (Rosselli era stato uno dei primi convinti sostenitori delle idee di Keynes) e sostenitore di un’organizzazione dello Stato fortemente fondato sulle autonomie locali (un’idea ereditata dal socialismo fabiano).

Carlo Rosselli diede vita al movimento di Giustizia e Libertà in piena autonomia rispetto al movimento socialista italiano ed internazionale, anche perché le sue idee furono accolte in modo a dir poco ingeneroso (soprattutto per incomprensione) da molti. Con il suo pensiero e con la sua azione, conclusasi con la spietata esecuzione insieme con il fratello Nello da parte dei “cagilarsds”francesi su mandato del governo fascista, Carlo Rosselli si staglia come uno dei grandi protagonisti della sinistra italiana ed europea del secolo ventesimo.

Con lui nasce quel “socialismo liberale”che può essere considerato come la “rivoluzione antieconomicistica”del socialismo, cioè una riscoperta delle sue radici culturali ed etiche appannate dal materialismo deterministico. Un’autentica “riforma protestante”liberatrice dal dogmatismo marxista, imperante sia nella tragica versione leninista e poi stalinista, sia dall’interpretazione della stessa socialdemocrazia tradizionale, che era ormai anch’essa tutta da rinnovare dopo la crisi della prima guerra mondiale.

Rosselli fu accusato di volontarismo per la sua duplice contrapposizione sia al tatticismo del “tanto peggio, tanto meglio”che portava i partiti del komintern ad una neutralità che era un sostanziale favoreggiamento del nazifascismo; ed allo stucchevole pacifismo nei confronti del pericolo hitleriano e mussoliniano dell’Internazionale Operaia e Socialista, che obbligava le democrazie al disarmo imbelle nei confronti della minaccia della guerra, concretizzatasi con il conflitto in Spagna. Macchiato o meno di volontarismo, l’intervento antifascista nella penisola iberica fu un successo della filosofia politica di Rosselli, anche se si concluse con una sconfitta repubblicana. E l’autore di “Socialismo liberale”smentì sul piano della lotta ad oltranza per la libertà la vulgata secondo la quale il tipo di azione per la giustizia e per la libertà da lui propugnato fosse una progressiva capitolazione agli interessi della borghesia capitalistica e reazionaria. Come sostenevano i rivoluzionari ed estremisti, od anche qualche riformista. La stoffa di cui erano fatti i Rosselli era dello stesso tessuto ideale di quella di Giacomo Matteotti, o un Piero Gobetti. Con il loro sacrificio mostrarono che non si può essere autentici socialisti se l’impegno per la giustizia sociale non si accompagna ad un’intransigente difesa della libertà, anche con l’uso, quando inevitabile, delle armi, e con lo sprezzo della morte. Ed è da loro dunque che proviene l’insegnamento per cui non si può essere socialisti se non si è liberali, e non si può essere liberali se non si è anche socialisti.

E’ sia sul piano teorico e pratico insieme che Rosselli pone con forza il tema della sintesi del socialismo e del liberalismo: una sintesi che si rintraccia con evidenza nell’esperienza del Risorgimento, nel corso del quale le correnti democratiche, laiche, liberali e socialiste si ricongiunsero nell’obiettivo comune dell’unità nazionale, così come agli inizi del secolo ventunesimo si ricongiungono nell’unità europea come traguardo federalista. Perché il socialismo altro non è che il compimento alto della rivoluzione liberale.

Tutto il cammino compiuto da Rosselli nella sua elaborazione intellettuale procedette di pari passo con le sue esperienze di lotta politica ed umane. Un cammino che è il tracciato stesso di quel ricongiungimento, già avviato nel secolo diciannovesimo tra i valori del liberalismo classico ed i principi che ispiravano la propaganda e l’azione del movimento socialista: vale a dire quello che già s’iniziava a denominare come liberalsocialismo.

Luigi Rocca coglie perfettamente tutte le ragioni dell’ingresso sulla scena della sinistra italiana ed europea di questa radicale novità rappresentata da un movimento destinato a mutare la fisionomia del socialismo ed insieme ad offrire un futuro ad un liberalismo ormai anchilosato dalle sue sopravvivenze conservatrici, quando non addirittura reazionarie.

Dall’opera di Rocca risulta evidente che il socialismo liberale ha radici antiche e che Rosselli, e Calogero, seppero fondere una visione modernizzatrice che proiettano, oggi più che mai, questo movimento verso il futuro. E ciò lungo un arco temporale che va dall’Ottocento all’era della globalizzazione.

Se agli inizi il pensiero liberalsocialista potè apparire antagonistico nei confronti dello stesso pensiero socialdemocratico, oltre che ovviamente nei confronti di quello del socialismo massimalistico e del comunismo (cui lo assimilava esclusivamente un analogo piglio volontaristico) col passare del tempo e con il volgere degli eventi tali differenze andarono attenuandosi, ed oggigiorno appaiono pressoché cancellate.

Un avvicinamento fu dovuto – a ben guardare – già al tempo del primo conflitto mondiale. Lo spirito dell’interventismo democratico che animò Rosselli si avvicinava non soltanto alla tradizione mazziniana e soprattutto garibaldina ben presente nelle origini del socialismo italiano, ma presentò punti di indubbia convergenza con le posizioni assunte dalle socialdemocrazie europee che vincolate come erano ai processi di nazionalizzazione delle masse, finirono per emarginare le pulsioni pacifistiche e le proposte rivoluzionarie non soltanto bolsceviche, ma anche quelle emerse nelle conferenze di Zimmerwald e di Kienthal.

Due fondamentali affinità emersero tra liberalsocialismo e socialismo riformista nei decenni successivi, che diradarono le diffidenze che si registrano alla rilettura dei giudizi critici espressi su il “Socialismo Liberale”all’atto della sua pubblicazione non soltanto da Togliatti (il che era ovvio) anche di riformisti come Saragat.

Queste affinità che divennero decisive riguardavano in primo luogo l’adesione ai valori dello Stato liberale ed alla dimensione universale della democrazia da parte delle socialdemocrazie prima e durante il secondo conflitto mondiale, quando si dimostrò evidente l’imprescindibilità di tali valori nella lotta contro il totalitarismo nazifascista. Essi trovarono successivamente la loro sacralizzazione nel congresso di Francoforte del 1951, in cui si ricostituì l’Internazionale Socialista, nel quale si riaffermarono i principi antitotalitari ed il legame indissolubile tra democrazia e socialismo anche contro il totalitarismo comunista e l’espansionismo imperiale sovietico.

Il secondo grande punto di riferimento è stato (e si è consolidato) il percorso di impegno economico e sociale rappresentato dall’insorgere dello Stato Sociale e del sistema dell’economia mista, ben presente sia nell’opera rosselliana – fortemente ispirata dal pensiero keynesiano – e dalle esperienze dei paesi scandinavi, e che si espansero nell’opera di ricostruzione dell’Europa, a partire dal “piano Beveridge”che segnò la confluenza tra socialismo riformista e liberalismo progressista nella comune risposta sia all’ideologia collettivista della statizzazione dell’economia, sia al liberismo sfrenato ed irresponsabile delle classi dirigenti conservatrici.

Su questi due pilastri si è formato, infatti, quel modello di cultura socialista, che accoglie in sé, in una grande sinergia storica sia il riformismo socialista, sia la corrente liberalsocialista.

Si può dire che oramai socialismo democratico, riformismo socialista, socialismo liberale e liberalsocialismo siano tra di loro sinonimi. Rappresentano in forme verbali diverse sostanzialmente la medesima cosa: la realtà attuale del movimento socialista nella sua vasta gamma, differenziato secondo le varie caratterizzazioni nazionali e continentali. Un movimento vastissimo, su scala globale, allo stesso tempo rappresentativo delle singole società in cui sono sorti, si sono sviluppati i vari partiti che compongono l’Internazionale socialista.

In tal modo, nel loro complesso essi hanno compiuto un passo storico in direzione del passaggio da una rivoluzione liberale, da cui hanno ereditato i valori di libertà per completarli in una rivoluzione sociale che ha di mira l’affermazione dei diritti umani, dell’uguaglianza e dell’emancipazione dei Poli e delle classi più deboli.

Il socialismo, nella fase attuale, è dunque il compimento di un processo di trasformazione liberale della società, che presenta sempre di più segni tangibili di tale trasformazione, sia pure in forme diverse e contraddittorie, pacifiche o altamente drammatiche.

Una trasformazione significativa è quella che riscontriamo nella struttura economica e sociale, specie delle aree storicamente più evolute del mondo. In esse si registra infatti una crescente socializzazione delle risorse, nel senso che dapperttutto la quantità delle risorse che vengono trasferite alla collettività è crescente.

Il riformismo praticato dalle forze socialiste, che appariva minimalistico ed inconsistente a rivoluzionari ed intransigenti, ha alla lunga dato luogo ad un cambiamento epocale. Qualcuno, come Karl Popper, l’aveva definito “riformismo a spizzico”, oppure “riformismo d’accompagnamento”. Che era stato contrapposto ad un “riformismo di struttura”non meglio identificato.

Invece questi “programmi minimi”ma corrispondenti ad esigenze reali della società e dei cittadini hanno finito nel loro complesso per cambiare alle radici i rapporti di vita reale in senso fortemente solidaristico. Hanno socializzato la previdenza; la sanità, i trasporti; l’istruzione. Hanno spostato quote imponenti di risorse dagli individui che le producevano alle istituzioni pubbliche, dal governo centrale agli enti locali chiamati a gestirle.

All’inizio del 900’il volume dei trasferimenti era in media il 4%. Keynes pronosticava nel 1924 che sarebbero saliti al 20%, non di più. Alla fine del secolo essi si aggirano tra il 40 ed il 50%, cioè quasi metà della ricchezza prodotta dai singoli viene affidata alle istituzioni pubbliche per provvedere ai bisogni della comunità. E nonostante ciò i bilanci pubblici sono costantemente in rosso: una trasformazione così radicale è stata determinata dall’azione riformistica, trasformando il volto della società attuale.

L’ineluttabilità di un riformismo socialista liberale transnazionale conferma la piena identificazione che si è realizzata tra l’origine liberale e quella socialdemocratica delle correnti storiche che sono in essa convenute.

L’opera di Luigi Rocca ne offre un’ulteriore prova. A conclusione della sua lettura, potremmo affermare che il dilemma inestricabile che molti in passato hanno voluto rinvenire nel concetto di liberalsocialismo deve considerarsi largamente superato. E che l’ “ircocervo”di cui parlò Benedetto Croce in polemica con Calogero per significare il carattere meticcio del liberalsocialismo è pura fantasia.

Semmai, si dovrebbe parlare dell’incrocio felicemente riuscito tra due purosangue che ha dato vita ad un autentico cavallo di razza.

4 riflessioni sui fatti di Rosarno: il documento sottoscritto da docenti universitari e politici

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La vignetta di Staino del 10 gennaio 2010
La vignetta di Staino del 10 gennaio 2010 - Su gentile concessione dell'autore COPYRIGHT © SERGIO STAINO PRODUZIONE SNC

La ricostruzione cronachistica dei fatti di Rosarno è oggi nota a tutti. Da questo episodio scaturiscono almeno quattro riflessioni:

1)Esistono in Calabria condizioni di sfruttamento della mano d’opera bracciantile extracomunitaria incompatibili con la permanenza dentro i confini dello stato di diritto. Ad essere fuori da questa cornice non sono però, come crede qualcuno, soltanto i protagonisti della vicenda in atto, cioè le vittime dello sfruttamento e i loro carnefici, ma l’intera porzione di territorio nazionale che trasforma in denaro per gli occidentali lo sfruttamento degli immigrati extracomunitari. Mai come in questo momento diviene chiaro il legame tra la rottura del “diritto” e la crisi dei “diritti”.

2)Il ripristino della “legalità” non consiste nell’allontanamento degli immigrati africani o nella loro espulsione, ma nella critica politica e sociale della pratica del loro sfruttamento e nella conseguente abolizione dello stesso attraverso gli strumenti della legalità repubblicana. La condizione originaria di ogni conflitto e di ogni illegalità è nella riduzione in schiavitù di esseri umani nella Calabria del XXI secolo, non nella loro ribellione.

3)Le responsabilità della situazione determinatasi riposano sugli apparati dello stato preposti alla tutela della legalità, sugli apparati di governo degli enti locali. L’impegno di alcuni sindaci, come quelli di Badolato, Riace e Caulonia, proprio sui temi dell’accoglienza, ha mostrato che le amministrazioni locali possono intervenire su queste pratiche e generare forme di imprenditoria etica e solidale, non imperniate sulla massimizzazione del profitto.

4)Nello svolgimento del conflitto odierno, come anche nella pratica dello sfruttamento della manodopera africana, appare chiaro un ruolo di coordinamento da parte della criminalità organizzata, messa sotto accusa, circa un anno fa, proprio dalla comunità africana di Rosarno. In quella circostanza, tuttavia, la protesta degli immigrati raccolse la solidarietà di gran parte della cittadinanza.

Non è peregrino, ma sicuramente degno di nota, che a molti in questi giorni sia venuto in mente il precedente dell’olocausto e dei lager nazisti (Adriano Sofri sulla Repubblica e Barbara Spinelli sulla Stampa citano entrambi Primo Levi). La condizione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui si regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo occidentale è la scatola grande che contiene la piccola scatola di Rosarno, dei suoi immigrati e della vergognosa caccia all’uomo di colore. La questione del lavoro e della sua dignità torna ad essere una questione vitale per la tutela della democrazia di tutto il mondo occidentale e del nostro paese.

Raffaele Perrelli (Un. Calabria), Vito Teti (Un. Calabria), Francesco Garritano (Un. Calabria), Fulvio Librandi (Un. Calabria), Mario Alcaro (Un. Calabria), Amelia Paparazzo (Un. Calabria), Giuseppe Pierino (già Dep. P.C.I.), Peppino Lavorato (ex Sindaco di Rosarno), Silvio Gambino (Un. Calabria), Guerino D’Ignazio (Un. Calabria), L.M. Lombardi Satriani (Un. Roma), Domenico Rizzuti (C.G.I.L.), Tonino Perna (Un. Messina), Guido Liguori (Un. Calabria), Franco Altimari (Un. Calabria), Giuseppe Roma (Un. Calabria), Piero Bevilacqua (Un. Roma)

Noi sottoscriviamo pure,

La redazione di Abolire la miseria della Calabria

Illustrissimo Signor Presidente Napolitano: “LA CALABRIA RISCHIA DI DIVENTARE LA SOMALIA DELL’OCCIDENTE”

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LETTERA APERTA DELL’INDUSTRIALE PIPPO CALLIPO, CANDIDATO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE, AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO: “LA CALABRIA RISCHIA DI DIVENTARE LA SOMALIA DELL’OCCIDENTE”

Illustrissimo Signor Presidente Napolitano,

il movimento politico dell'imprenditore Pippo Callipo

dopo i terribili fatti di Rosarno, che anzitutto chiedono il rispetto per l’umanità delle persone, intervenga Lei per la Calabria abbandonata. La Sua decisione di venire in Calabria in qualche modo è rincuorante. La reazione di alcuni Ministri, l’inesistenza della Regione persino sul fronte dell’assistenza socio-sanitaria, l’impotenza del volontariato e di tutte le benemerite “agenzie” in favore degli immigrati, dopo il fuoco e le fiamme di Rosarno nella Piana di Gioia Tauro, ci dicono che vi è una sottovalutazione drammatica del “caso” Calabria. Rosarno non è che un punto critico di un quadro regionale che oggi è già fuori dalle regole democratiche. Chi Le scrive non è una “Cassandra” ma un imprenditore che vive ed opera in Calabria. Non soltanto Rosarno è un problema grave, ma la Calabria intera è una polveriera sociale. Se le Istituzioni nazionali, compresi i vertici dei partiti, non interverranno per tempo, la Calabria ha il destino segnato: sarà un’area senza sviluppo, senza regole, con un’infima qualità della vita, con ampie sacche del territorio inquinate e con una delle mafie più pericolose; e la Calabria è Italia, Europa.

L’Occidente, egregio Presidente, sta lasciando che la Calabria diventi la sua Somalia. Ecco il punto su cui, sommessamente, La invito a riflettere. Non si diventa la Somalia solo per i rifiuti tossici lì scaricati in cambio di armi. Si diventa come la Somalia per l’estrema povertà di larghe fasce della popolazione; per l’erosione di affidabilità di un sistema istituzionale ed economico in cui la politica, chiusa nel Palazzo, è separata dalla società civile; per l’assenza di regole e per l’alto tasso di corruzione, nonché per la presenza di una criminalità invasiva e ostativa a qualsiasi forma di sviluppo. Ecco a cosa l’Italia sta andando incontro. Altro che festeggiamenti per il 150mo anniversario dell’Unità. A Lei, che rappresenta autorevolmente il Paese, rivolgo un appello ad intervenire, per evitare che la solitudine della Calabria si tramuti in rancore sociale e dopo la protesta violenta di Rosarno, le cui condizioni erano a tutti note da anni, possano accadere episodi di ribellione più gravi o che la Calabria si consegni mani e piedi alla ‘Ndrangheta. La bomba al portone della Procura Generale di Reggio Calabria, l’esplosione violenta della guerriglia di Rosarno, la crisi dello scalo di Gioia Tauro il più importante porto del Mediterraneo: queste sono soltanto alcune delle criticità sulle quali l’attenzione del Governo dovrebbe essere straordinaria e non, com’è al momento, effimera e interamente indirizzata a fabbricare slogan come il Ponte sullo Stretto e la Banca del Sud. La democrazia in Calabria è sospesa e di fatto sono sospesi alcuni dei piuimportanti diritti costituzionali dei cittadini: il lavoro, la libertà, la sicurezza, la salute. Dinanzi agli indicatori economici che la pongono agli ultimi posti di ogni classifica, al divario crescente di sviluppo rispetto al Paese e alle stesse regioni del Sud, alla fuga dei cervelli e dei giovani, il silenzio delle Istituzioni è inquietante. Dinanzi a tutto ciò non c’è alcuna mano tesa dello Stato alla Calabria migliore che chiede un aiuto e un sostegno che chiede di poter stringere un “patto” per uscire dal tunnel e guardare con speranza alla vita. Da Roma, anzi, si guarda agli inciuci della politica politicante calabrese con indifferenza o condivisione, si assiste all’esclusione dei giovani, delle donne e dei talenti dalla politica senza operare alcuna correzione nei metodi di selezione prevalenti, che esigono servilismo, dedizione ai voleri dei cacicchi, nessun senso critico ma obbedienza e ossequio. Egregio Presidente, questa è diventata la mia regione! Eppure le risorse dello Stato e dell’Unione europea non sono mancate, anzi sono state e sono massicce ma finiscono nelle tasche di “prenditori” che non il rischio d’impresa hanno in animo, bensì le ruberie e le truffe di ogni colore. A questo punto, c’è da domandarsi: cosa aspetta ancora l’Italia? Cos’altro deve accadere, in Calabria, perché l’Italia intervenga risolutamente per tranciare il connubio fra la malapolitica e il malaffare? La parte migliore del Paese che ha compreso, dovrebbe dare un appoggio alla parte migliore che vive nell’inferno calabrese per aiutarla a venire fuori, ad avere magari più coraggio, più fiducia. Ma se questo non dovesse accadere, sono del parere che ci aspettano giorni peggiori. In queste condizioni difficilmente, in Calabria, il cittadino crederà che l’unica via da percorrere sia quella del rispetto delle leggi.

Pippo Callipo, Imprenditore.

13 gen. 2010

Clandestini nella terra promessa

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di Giuseppe Candido

Migranti italiani sbarcano in America

Quando si lascia la propria terra in cerca di un futuro migliore di quello che l’Africa o altre parti del mondo ti prospettano non lo si fa per diventare criminali o violenti rivoltosi. Si emigra, si lascia la propria patria spinti dalla miseria e, soprattutto noi calabresi dovremmo ricordacelo bene, visto che migranti lo siamo stati pure noi. La Calabria ha cominciato “bene” il nuovo anno: prima l’ordigno esplosivo alla procura di Reggio Calabria. Poi, dopo la befana, al posto del carbone i migranti di Rosarno in rivolta. Quei migranti che normalmente coltivano i nostri campi e fanno quei lavori che noi calabresi non vogliamo più fare, si sono scatenati dopo essere stati presi a colpi di carabina con fucili ad aria compressa. Feriti, auto distrutte, cassonetti spaccati e rovesciati sull’asfalto, alcune abitazioni danneggiate. Il bilancio di una sorta di guerriglia urbana accesa per la violenta protesta di alcune centinaia di extracomunitari, lavoratori dell’agricoltura, accampati in condizioni disumane in una ex fabbrica e in un’altra struttura fatiscente. Le immagini di Enzo Iacona lo avevano già raccontato e, risale al maggio dello scorso anno, la notizia dell’arresto di alcuni “imprenditori” di Rosarno con l’accusa di aver ridotto alcuni immigrati, sia regolari sia irregolari, in condizioni di schiavitù. In passato, nel dicembre del 2008, due giovani spararono da un’auto dei colpi di arma da fuoco contro due ragazzi africani di ritorno dai campi. Che sia scoppiata la protesta, la rivolta violenta, non ci devrebbe dunque meravigliare: è il destino dei subalterni sfruttati, lo è stato in passato con i briganti che nel decennio dell’occupazione francese, si rivoltarono contro lo sfruttamento della Calabria e dei calabresi, succede oggi con i “briganti” dell’Africa che, pagati pochi spiccioli per lavori duri e ridotti a vivere in favelas ammassati come sardine, ricevono colpi di carabina in vece del pane per il quale hanno lasciato la loro terra. Dicono che sono “clandestini”, “irregolari” perché privi del permesso di soggiorno. Ma irregolari lo saremmo anche noi se, lo Stato che ti dovrebbe concedere o negare il permesso di soggiorno in soli venti giorni non rispetta la sua stessa legge e te lo da dopo mesi, quando magari è già scaduto. Per il rinnovo annuale si aspetta sino a 8-15 mesi, nonostante il Testo unico sull’immigrazione preveda, all’articolo 5, che “il permesso di soggiorno è rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla domanda”. Termini ordinatori e non perentori. Infatti, sono oltre 500 mila, in Italia, le persone in attesa del permesso di soggiorno e quando arriva, è questo il vero paradosso, è già scaduto. Nonostante le nuove procedure elettroniche in alcune città come Roma l’arretrato è abnorme e le questure non riescono smaltirlo. E successo a Gaouossou Ouattarà, migrante regolare di origini Senegalesi residente da anni in Italia e militante dei Radicali italiani che, sotto la guida gandhiana del partito di Pannella e Bonino, dallo scorso 13 dicembre ha intrapreso, assieme ad altri 300 migranti, uno sciopero della fame, un’azione di lotta nonviolenta, per “dare corpo all’iniziativa” volta a chiedere legalità, per chiedere allo Stato il rispetto della sua stessa legge sull’immigrazione. E così scopriamo che è l’Italia, lo Stato italiano, l’irregolare di turno che non considera perentori i termini di legge e costringe gli immigrati che hanno un lavoro, che hanno già un permesso di soggiorno che deve solo essere rinnovato, a restare illegali, clandestini per forza nella terra promessa. Però questa “notizia”, la notizia di uno Stato irregolare nel rispettare la sua stessa legge, non fa affatto notizia. La notizia diventano le violenze di Rosarno. Ed è l’illegalità a farla da padrona: l’illegalità dello Stato che non rispetta le sue stesse leggi e l’illegalità della ‘ndrangheta che ha sfruttato e sfrutta i migranti, si mescolano, si confondono. Non sempre, però, l’esempio della lotta nonviolenta che, quando adottato, permette di raggiungere i fini senza però pregiudicarli coi mezzi che si usano, viene seguito. Così, armati di spranghe, bastoni e rabbia per essere stati presi con le carabine, i migranti africani di Rosarno hanno invaso le strade mettendo “a ferro e fuoco” il piccolo centro calabrese già tristemente noto per le infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle istituzioni locali e per la presenza, sul territorio, delle cosche Pesce e Bellocchio. In risposta sassaiole, fucilate per scacciare i “’niguri”. Ma a Rosarno, si sappia, nulla si muove se le “famiglie prevalenti” non lo vogliano e per cui, oggi, la procura sta indagando sul ruolo svolto proprio dalla ‘ndrangheta che potrebbe aver voluto “cavalcare” la rivolta per fini ancora da chiarire. I calabresi sono, per natura antropologica, tendenti all’accoglienza ma la ‘ndrangheta della legge sull’accoglienza votata all’unanimità dal Consiglio regionale calabrese se ne infischia. Risultato: due migranti gambizzati, due colpiti con delle spranghe, feriti da entrambe le parti. Uno degli extracomunitari versa in condizioni critiche. Oltre 700 sono stati trasferiti da Rosarno nei CPT di Bari e di Crotone, a Sant’anna, per evitare che fossero ancora oggetto di aggressioni. Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, ha fatto un accorato appello finché cessi subito la violenza denunciando esplicitamente le “gravi condizioni di lavoro” cui sono costretti gli immigrati. “La situazione in Calabria preoccupa e affligge tutti – ha detto l’alto prelato – soprattutto per le gravi condizioni di lavoro a cui sono sottoposti i migrati, che pure rendono un servizio prezioso all’agricoltura e all’attività locale”. Maroni dice che la condizione d’illegalità e di non rispetto della legge dell’immigrazione sia la vera causa del problema. Spesso si sente affermare che la mafia esiste come organizzazione anche in altri paesi e si tende ad associare qualsiasi comportamento violento, illegale, al concetto di mafia, di criminalità organizzata. Per cui “il clandestino” che si organizza in lotta violenta è un criminale organizzato, quasi al pari della ‘ndrangheta. Così facendo, però, si corre il rischio di sbiadirne, ancora una volta e in maniera sistematica, il proble
ma per cui se tutto può essere mafia, se ogni comportamento violento, di sopraffazione, può considerarsi antropologicamente mafioso, allora nulla è mafia.
Questo degrado invece, potrebbe proprio essere il frutto amaro dello strapotere della ‘ndrangheta presente sul territorio calabrese ed è, per dirla alla Mario Draghi, “pervasivo delle pubbliche amministrazioni”. Uno strapotere contro il quale, i governi che da cinquant’anni si sono succeduti, non hanno fatto mai abbastanza per estirparlo. Uno strapotere che viene, di fatto, accettato da noi calabresi. Gli africani, invece, si sono ribellati alla ‘ndrangheta e, probabilmente, è proprio questa la loro vera colpa: quella di aver collaborato con i carabinieri, portando all’arresto dei loro sfruttatori che li avevano ridotti in schiavitù, rompendo quel muro di omertà che noi calabresi troppo spesso accettiamo nel silenzio.

Il capodanno radicale … nel carcere di Padova

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Guarada la scheda sul sito di Radio Radicale

Marco Pannella, Michele Bertoluzzi e Rita Bernardini in carcere a Padova

Al Carcere*

Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s’innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch’altri l’appella antro di Polifemo,
palazzo altri d’Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l’Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
ch’è rocca sacra a tirannia segreta.
E’ Chiaro

*Poesia Filosofica di Tommaso Campanella