Un ponte e una banca per battere la crisi?

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il ponte e la banca?
il ponte e la banca?

di Giuseppe Candido – pubblicato su “Il Domani della Calabria” il 26 ottobre 2009 p.9

Il Sud e la Calabria tornano oggi al centro del dibattito della politica economica del governo sia per il progetto di legge, presentato lo scorso 15 ottobre in Consiglio dei Ministri che prevede l’istituzione della Banca del Sud, sia con l’annuncio della riapertura dei cantieri per i lavori del ponte sullo stretto.

Per la prima, la Banca del Sud, c’è qualcuno che già paventa il rischio che diventi, come avvenne per la bona vecchia Cassa per il Mezzogiorno, un ulteriore sperpero denaro pubblico senza risolvere i problemi. Per il ponte si parla invece di un vero e proprio bluff del governo poiché mancherebbero i soldi per farlo e il progetto esecutivo. Senza parlare del fatto che, come sostengono molti ecologisti, sarebbe meglio spendere i pochi soldi che si hanno per il risanamento idrogeologico ed ambientale del territorio piuttosto che in “opere faraoniche”. Sono temi, entrambi, che non hanno mai abbandonato il dibattito all’interno della maggioranza e che oggi ritornano di attualità. E’ senz’altro evidente a tutti, nell’ambito della crisi economica, il fatto che il mezzogiorno abbia ancora il problema di una mancata crescita economica stante il fatto che sia il posto dove maggiormente si sono spesi soldi pubblici nei vari programmi di aiuti. Il Sud è rimato il luogo di grandi spese e del fallimento della spesa pubblica. Si pensi soltanto ai finanziamenti a pioggia distribuiti con la legge 488 e al F.a.s., il fondo europeo per le aree sottosviluppate, che è servito ad alimentare clientele senza raggiungere gli obiettivi per i quali erano stati destinati: la crescita economica e sociale. Il prodotto interno lordo pro capite della nostra regione è rimasto prossimo alla metà di quello delle regioni più ricche e la disoccupazione rischia di divenire un cancrena destinata a durare ben più a lungo della stessa crisi economica nazionale ed internazionale. Se sul ponte sullo stretto, per il quale è stato previsto lo stanziamento di 3,6 miliardi di euro in sei anni puntando al ripristino dell’appalto già vinto dall’Impregilo, il governo convince poco per le motivazioni ecologiste sopra esposte e per l’assenza del capitale privato e del progetto esecutivo, la questione della banca del Sud sembra riportare invece l’attenzione sulla questione meridionale come questione di rilievo nazionale cercando d’intervenire sul sistema creditizio del mezzogiorno mettendo a fuoco, però, i limiti delle azioni dei finanziamenti a pioggia adottati in passato. In pratica, l’idea della Banca del Sud sembrerebbe quella di porsi come sistema di finanziamento sano e alternativo di quello dei finanziamenti a pioggia che tutti noi sappiamo come, troppo frequentemente, sono stati mal spesi. Un intervento che dovrebbe orientare la pubblica amministrazione ad una più rigorosa valutazione del merito di credito e di finanziamento alle imprese. Oggi, lo dicono i dati e lo dicono i sempre più frequenti appelli degli imprenditori calabresi, il sistema creditizio nel mezzogiorno è quello maggiormente oneroso e, se non vi fossero i finanziamenti a pioggia, molte piccole e medie imprese calabresi sarebbero rimaste nelle mani della sola usura. Tassi di disoccupazione doppi rispetto alla media nazionale, un’elevata incidenza del valore aggiunto della Pubblica Amministrazione sul totale dell’economia, tassi d’interesse del credito alle imprese superiori al 9% in tutte e cinque la provincie a fronte di quelle del centro nord come Milano, Bolzano, Reggio Emilia, dove il costo del denaro è poco superiore al 6%. Meno di un anno fa, nell’ottobre scorso, in un articolo su “il Sole 24 ore”, Cosimo De Tommaso, imprenditore calzaturiero di Rende titolare di una azienda che vanta 50 dipendenti e 3 milioni e mezzo di euro di fatturato annuo di cui il 50% proveniente dall’export, lanciò un grido di allarme sul rapporto tra la piccola impresa nel mezzogiorno e il sistema creditizio bancario purtroppo rimasto inascoltato: “In un momento critico per l’economia come quello attuale – scriveva Cosimo De Tommaso nella sua testimonianza al quotidiano della confindustria – il sistema finanziario sta mettendo in atto una serie di “accorgimenti tecnici” che impediscono, in particolare modo alla piccola azienda, di poter operare agevolmente nel sistema creditizio”. E ancora: “L’accesso al credito è ormai di fatto bloccato e gli sconfini temporanei di brevissima durata (sempre consentiti) sono tassativamente proibiti”. Certamente la Banca del Sud potrebbe colmare un problema che si è andato accentuando a partire dagli anni ’90: la morsa creditizia che sta letteralmente strozzando il sistema imprenditoriale calabrese sano, quello che non ha capitali illeciti da riciclare. Il progetto della Banca del Sud sarebbe da condividere se si muovesse, come si annuncia nel testo presentato, su questi due filoni: valutazione più rigorosa del merito di credito per uscire dalla logica dei finanziamenti a pioggia di cui non si valutano i risultati e lo spostamento dei centri decisionali del credito bancario verso il sud con l’istituzione di una specifica banca a capitale pubblico. Quindi bene l’idea se non si pensa alla costituzione di una nuova CasMez, l’ex cassa per il mezzogiorno, ma ad una banca che consenta una facilitazione di accesso al credito agevolato delle imprese, come è giusto che sia in un’area ancora fortemente economicamente sottosviluppata. Il mercato creditizio calabrese ha bisogno dell’intervento dello Stato. Quello che però ci sembra rappresentare il vero problema è che, se da un lato, l’introduzione di capitale pubblico appare come forza del nuovo istituto, dall’altro c’è il rischio che proprio la permanenza del capitale pubblico oltre il limite, previsto di cinque anni, trasformi la nascitura banca in un’altra operazione “prendi i soldi e scappa” .

Il Brigantaggio politico e i politici briganti

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di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Briganti
Briganti

Rileggendo la storia molto spesso ci si trova davanti a fatti, circostanze e situazioni che ricordano in maniera sorprendente quelli che oggi viviamo. Gli avvenimenti del 1799 e del 1806 che trovarono la loro conclusione nel 1815, aprirono un nuovo periodo nella storia della Calabria: il decennio francese e le persecuzioni del brigantaggio politico e sociale.

Presso la biblioteca comunale di Palmi sono conservate le carte della famiglia “Ajossa” tra le quali v’è un manifesto riguardante il periodo dell’occupazione francese nella Calabria Ultra e con il quale venivano pubblicate le taglie fissate sul capo di ben 859 briganti. Nome, Cognome e paese natale. Una lunga lista di ricercati che raffigura la mappa della ribellione nel territorio dove i calabresi si scannavano tra loro per sostenere, a seconda della posizione, i Francesi o i Borboni.

I fatti che caratterizzarono il trapasso dall’ancien regime allo stato moderno, evidenziano l’estrema violenza e virulenza dell’opposizione popolare al nuovo regime, che non effimera ma costante e valida, venne denominata per la prima volta dai francesi “brigantaggio”. Un nuovo regime dove la trilogia “legalite, liberté, fraternité” venne sostituita dagli alberi della libertà dai quali – come testimonia P. L. Cuirier – “s’impiccava facilmente e spesso”. La situazione in Calabria è particolare per le condizioni economico-sociali, per la vicinanza con la Sicilia, per il latifondo feudale e lo strapotere baronale. Questi fattori risultarono tutti decisivi per lo scaturire e il prolificarsi del brigantaggio. È noto anche ai non addetti ai lavori che, per primo il governo dei napoleonidi, abbia tentato di eliminare in Calabria il retaggio di un periodo medievale allora ancora vivo e presente, mettendo la nostra regione a contatto con le esperienze del mondo moderno. Ma per far questo in modo ineccepibile, bisognava se non risolvere, almeno tentare di risolvere i molteplici problemi esistenti, tra i quali il brigantaggio occupava una posizione primaria e considerevole. Gli sforzi furono notevoli, ma servirono a poco, poiché il periodo dell’occupazione fu troppo breve affinché i risultati si consolidassero e divenissero definitivi.

Della dominazione francese in Calabria, al rientro dei Borboni, restò soltanto un ricordo offuscato delle grandi riforme socio-istituzionali, e quello invece vivo e presente, delle violenze e delle prevaricazioni del periodo dell’occupazione e della feroce “repressione Manhes”.

In questo alternarsi di domini e avvicendarsi d’imprese guerresche, molto soffrirono e niente ottennero le masse contadine che furono sfruttate da tutti i protagonisti della lotta.

La Statistica murattiana” certifica lo stato di arretratezza socio economica, di degrado umano e civile, di primitività igienico sanitaria e di squallore ambientale.

I fattori primari del malcontento, la miseria e la fame di terra, perdurarono nonostante le riforme francesi, e propagandosi nel tempo pesarono sui calabresi finanche nel periodo post-unitario.

Intanto due sole remunerazioni per chi, preso dalla sete di giustizia e dall’insofferenza alle reiterate prepotenze, si ribellava: lo stigma di “brigate” e il conseguente annientamento da parte del potere istituzionalizzato.

L’entrata dei francesi in Calabria apportò grosse novità nel campo istituzionale che alimentarono le ostilità tra i vari partiti: mentre le classi degli aristocratici della borghesia e del piccolo artigianato si divisero tra patrioti e borbonici, le classi più misere, contadini, pastori, montanari etc. manifestarono una certa nostalgia per il regime borbonico; furono schieramenti non prettamente politici, fondati piuttosto sugli interessi, le ambizioni e le vendette personali. C’è chi sostiene che il brigante stesse con gli uni o con gli altri, altri sostengono invece che non stesse con i francesi né con i Borboni. Villari, nelle sue lettere sull’Italia Meridionale ed altri molti discorrendo del brigantaggio, vorrebbero trovarne le cause nella miseria, e nelle cattive condizioni del contadino. Ma sono smentiti dai fatti. Per Nicola Misasi (Cosenza 1850 – Roma 1923) nei suoi “Racconti Calabresi” edito nell’ottobre 2006 da Rubettino, il brigante fu allora “un prodotto spontaneo della vita calabrese”, … “di una natura forte e rigogliosa, la quale, diretta al bene, potrebbe essere capace di grandi delitti… Le donne incitavano i mariti, i fidanzati, i fratelli alla vendetta contro i francesi, gli sdolcinati maschi francesi”. Altro che repubblicani venuti a liberarci dalla schiavitù. Altro che “liberi, uguali e fratelli” dinnanzi alla legge come proclamato da loro. Secondo Misasi, e su questo concordiamo con lui, “Non è dunque la miseria soltanto che fa il brigante”. Se fosse vero il fatto che fu la miseria la causa principale del brigantaggio perché allora, si chiede Misasi, “la più parte dei briganti furono contadini agiati? Perché alcuni paesi ricchissimi, nei quali la proprietà è ben divisa, ove il contadino è retribuito più equamente che in altri siti, danno un buon contingente di briganti, ed altri paesi miserrimi, lungo un secolo, non ne contano neppure uno?”. Per comprendere meglio il fenomeno occorre soffermarci sul brigantaggio politico che “ci fu rimproverato del 1799, come un’onta, cui non bastò a lavare il sangue di mille e mille prodi calabresi, versato in cento battaglie e sui patiboli per la libertà d’Italia. … Ma io ho fede – continua Misasi – che quell’onta diverrà gloria per noi quando, diradate le nebbie, si studierà la storia delle nostre contrade col proposito di non arrestarsi alla superficie, ma di ficcar gli occhi in fondo per rintracciare il vero. Finora noi stessi ci gridammo barbari, lasciate che dica noi stessi ci gridammo popolo d’impotenti, rinnegando le nostre tradizioni, le nostre glorie, fummo paurosi di affermarci per quel che siamo e tendemmo supplicanti le braccia ad altri popoli per implorare da essi un raggio di luce e di civiltà. Colpa nostra se quei popoli ci trattarono da bambini e coi presero a scuola, non risparmiandoci le tiratine d’orecchio e le sculacciate, non leggendo o leggendo male la nostra storia; … Umili e sommessi aspettammo, e forse anche aspettiamo, di là il verbo rigeneratore, di là l’imbeccata del pensiero. Mutammo gli usi, i costumi, il linguaggio, financo il gusto, accettando nella nostra vita, nelle nostre case, nella nostra mensa tutto ciò che ci veniva dal di fuori …Tanta vigliacca condiscendenza ci fé credere, ed a ragione, popolo d’impotenti e di bambini”. Per tali motivi, prosegue Misasi, “il brigantaggio politico torna a gloria delle mie Calabrie”. Furono soprattutto i contadini a pagare le spese sia dell’eversione della feudalità sia l’accentramento delle terre nelle mani dei “galantuomini”. Essi furono ridotti alla condizione di semplici braccianti, “sottoposti alla soggezione di questi padroni che non solo non hanno mai fatto nulla per alleviare la miseria ed eliminare l’ignoranza, ma al contrario hanno fatto di tutto per tenerli schiavi ed asserviti”. Ed ancora oggi forse è così. Sicuramente non possiamo confondere il brigantaggio e il brigantaggio politico con l’attualità dei politici e dei “capimassa” briganti che avvelenano le nostre terre, le nostre acque e i nostri mari. Quello che la storia ci consente di leggere è che il brigantaggio fu un fenomeno spontaneo, naturale, un moto di ribellione alimentato dalla miseria ma diretto contro il “nuovo” come pure spontanea è quell’indignazione e quella voglia di ribellione contro il regime dei partiti che oggi, frequentemente, attraversa la società civile.

Pena capitale: nel carcere di Castrovillari due suicidi in un mese

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di Giuseppe Candido – Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 19 ottobre 2009.

Prima di parlare di morti e di suicidi nelle carceri dovremmo ricordarci le parole dell’illuminista Cesare Beccaria che nel saggio “Dei delitti e delle pene” scriveva: “Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui, continua Beccaria, che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Non è dunque la pena di morte un diritto … ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere”.

L’associazione “Nessuno Tocchi Caino” sin dal 1994 si è battuta per l’abolizione delle esecuzioni capitali e affinché venisse votata, all’ONU, la moratoria universale della pena di morte. Il 18 dicembre del 2007 quella moratoria fu finalmente conquistata. Secondo l’ultimo rapporto di Nessuno Tocchi Caino presentato quest’estate, nel 2009 i paesi abolizionisti sono 96 cui si sommano 8 abolizionisti per crimini ordinari e 42 abolizionisti di fatto mentre 46 sono i paesi dove è ancora in vigore. Durante il 2008, però, sono state almeno 5.727 le esecuzioni di cui almeno 5000 in Cina.

La questione della pena di morte era, per i media e per le associazioni che si occupavano dei diritti umani, soltanto quella degli Stati Uniti. L’incivile pena dello Stato occidentale democratico ma assassino. Mentre oggi sappiamo che non è così, che il problema è diffuso soprattutto negli Stati totalitari. L’associazione Nessuno Tocchi Caino, coi suoi costanti rapporti annuali sulle esecuzioni nel mondo, ha messo in luce l’altra faccia della pena di morte: quella degli stati non democratici intoccabili o innominabili. La Cina e l’Iran in primis e alcuni paesi asiatici dove avvengono il 99% delle esecuzioni.

Ma parlare di pena di morte, in Italia dove è già stata abolita, potrebbe sembrare inutile o, quantomeno, limitato all’interesse internazionale ma di scarsa rilevanza per noi che viviamo nel bel Paese. Eppure in Italia c’è una pena di morte. Ed è la pena, così disumana e insopportabile, che trasforma l’insopportabile detenzione in condizioni disumane nel suicidio di liberazione.

La notizia di due morti nel carcere di Castrovillari non fa notizia. E’ stata confermata alla parlamentare Rita Bernardini dal Direttore, dottor Fedele Rizzo: “negli ultimi venti giorni, nel carcere di Castrovillari, sono morti due giovani. Si sono tolti la vita entrambi impiccandosi. Il primo era un un ragazzo cileno di 19 anni, il secondo un calabrese di Morano Calabro di 39 anni”.

Il primo suicidio non trapelato sulla stampa per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà  rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre ma anche sulle complicità di quasi tutti mezzi di informazione che evidentemente considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.

Ad agosto, in quell’istituto penitenziario, erano presenti 258 detenuti su una capienza regolamentare di 128 posti. Un sovraffollamento destinato ad aumentare con l’introduzione del reato d’immigrazione clandestina e che, nel mese di Giugno, nel processo Sulejmanovic contro Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato sanzionando l’Italia a risarcire, col pagamento di mille euro, il detenuto bosniaco rinchiuso nel carcere di Rebibbia in condizioni incivili.

Se vuoi conoscere davvero un Paese, affermava Voltaire, visitane le prigioni. Lo spazio minimo dovrebbe essere, per legge, non inferiore a 7 metri quadri per detenuto e invece, in Italia, in alcuni penitenziari, si ha invece “il registro dei materassi” per dormire a turno sui pavimenti. I detenuti nelle carceri italiane sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono ottomila in meno rispetto alla pianta organica. Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un “registro dei materassi” per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento. E quindi il suicidio diventa strumento di liberazione da una pena palesemente afflittiva e non rieducativa.

Come si legge nel rapporto dei Radicali Italiani che quest’estate si sono recati in visita sindacale-ispettiva, “nelle carceri italiane dal 1° gennaio al 31 dicembre 2008 sono morti “almeno” 121 detenuti, dei quali “almeno” 48 per suicidio”. Tre i detenuti morti suicidi nelle carceri in Calabria. Altri tre suicidi, sempre in Calabria, nei primi sei mesi del 2009. Ottantacinque gli atti di autolesionismo. Oggi aggiungiamo, alla triste conta, i due morti suicidi, col cappio al collo, nel carcere di Castrovillari.

Dal 1990 ad oggi si sono tolti la vita 957 detenuti e prevedibilmente nel 2009 verrà raggiunta la quota di 1.000 suicidi in carcere, nell’arco di 20 anni.

Nel saggio Dei delitti e delle peneCesare Beccaria affermava che non è «l’intenzione», bensì «l’estensione» della pena, oltre che la certezza della sua esecuzione, ad esercitare un ruolo preventivo dei reati. Per Beccaria “il fine delle pene non deve essere afflittivo o vendicativo ma rieducativo”. Il risultato dei suoi ragionamenti è che, perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi. Quando la pena è eseguita al di fuori delle condizioni di legalità, in maniera afflittiva o vendicativa, essa diventa violenza, non raggiunge il fine costituzionale del reinserimento sociale e della rieducazione, ed è criminogena nel senso che genera insicurezza e criminalità recidiva.

Giuseppe Candido


Libertà d’informazione e informazione lottizzata

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Dopo la manifestazione che si era tenuta a Roma sulla libertà di informazione ed organizzata da varie testate di giornali, si è svolto al Parlamento europeo il dibattito, voluto dall’Italia dei Valori, sulla libertà di stampa. Secondo i manifestanti e secondo i promotori del dibattito parlamentare che chiedevano l’emanazione di una specifica direttiva europea, in Italia non ci sarebbe libera informazione e la causa del male sarebbe ovviamente Berlusconi e le concentrazioni editoriali della sua famiglia cui si sommano, ora che governa ed è di maggioranza, i posti derivanti dalla lottizzazioni tra i partiti delle reti pubbliche. Stante le loro storiche battaglie per l’informazione sino a quella più recente sul caso della commissione parlamentare di vigilanza del servizio pubblico televisivo, i Radicali non hanno aderito alla manifestazione polemizzando con gli organizzatori poiché considerati corresponsabili della grave situazione in cui versa l’informazione italiana. E a Strasburgo non si sono potuti fare neanche sentire in quanto, dopo trent’anni, non sono presenti tra gli scranni del Parlamento europeo anche, o forse proprio, a causa della loro esclusione dall’informazione politica durante l’ultima campagna elettorale. Esclusione cui ha dovuto porre rimedio – dopo gli ennesimi digiuni di Pannella – il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Conoscere per deliberare era il motto di Luigi Enaudi che Radio Radicale, sin dagli anni 70, ha adottato in relazione al fatto che, da tempo, il partito di Pannela ritiene l’Italia un Paese in cui non viene garantito tale diritto ai cittadini. Per i manifestanti dell’ultimo momento il problema, il vero male che affligge l’informazione italiana, è Berlusconi e non già la degenerazione del ruolo dei partiti che, in sessant’anni, hanno provveduto a lottizzare l’informazione pubblica televisiva e a controllare, mediante finanziamenti pubblici, i giornali e l’editoria di partito. Un’informazione lottizzata anziché libera e indipendente dalla politica. Un sistema che ha garantito la “sistematica e impunita violazione delle regole dell’informazione politica”. Si pensi solo al caso della commissione di vigilanza Rai e alla illegittima sospensione, alla negazione ancora in corso, del diritto di accesso agli spazi televisivi delle associazioni e dei partiti durante i periodi fuori dalle campagne elettorali. Già nel 1958 il Partito Repubblicano e il Paritito Radicale, presenti alle elezioni politiche con liste comuni, dovettero ricorrere al Presidente della Repubblica per denunciare la loro totale esclusione dall’informazione elettorale. In Italia, da sempre e sistematicamente, si è creduto di poter garantire il diritto all’informazione mediante la spartizione delle poltrone dei direttori dei TG e in generale della Rai. Oggi ci rendiamo conto che in Italia non c’è un’informazione realmente libera ed indipendente dal governo e dai partiti. 

Ne “La peste italiana”, documento elaborato – a futura memoria – dai Radicali italiani, si nota come nel 1976, soltanto “grazie ad uno sciopero della fame e poi della sete di Marco Pannella, viene riconosciuto il principio della “riparazione” per i soggetti politici cui è stato illegittimamente impedito l’accesso agli spazi d’informazione. “Da quel momento, la Rai e la commissione di parlamentare di vigilanza – si legge nel documento – pongono in essere un’opera di smantellamento delle tribune, spostandole in fasce orarie di scarso ascolto, riducendone il tempo complessivo e adottando format che sterilizzano le tribune rendendole prive d’interesse”. Poi la par condicio e gli anni seguenti che “sono segnati dalla costante violazione della legge n°28 del 2000, in primo luogo attraverso regolamenti d’attuazione volti a limitare l’accesso alla televisione dei soggetti politici alternativi alle due coalizioni Polo e Ulivo. Dal 2000 ad oggi non v’è competizione elettorale o referendaria senza che l’autorità garante accerti egualmente gravi violazioni della par condicio da parte dei programmi Rai e Mediaset”. 

Di tale situazione, per anni denunciata da Pannella con scioperi della fame e della sete, se ne sono accorti molto bene Rifondazione, Socialisti e altri partiti minori cancellati dall’informazione politica durante l’ultima campagna delle politiche del 2008 in quanto esterni ai due poli. Ma allora di cosa stiamo parlando? 

Adesso ce ne accorgiamo che in Italia manca una vera informazione pubblica che formi l’opinione dei cittadini nell’ottica di far conoscere per deliberare? Berlusconi ha esagerato nelle esternazione ma, siamo sicuri che sia soltanto lui la causa dei mali dell’informazione pubblica così politicizzata? E soprattutto, dove erano quelli che oggi manifestano così veementemente in piazza per la libertà d’informazione, quando il problema era pure di tutta evidenza e però si stava al governo?


Il lodo bocciato, toghe rosse e la strage di legalità

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Tutti i cittadini sono eguali difronte la legge. Il lodo Alfano che evitava i processi al Presidente del consiglio, è stato bollato di incostituzionalità dalla Corte Costituzionale. Ed ora, Berlusconi è costretto ad affrontare i processi penali che lo vedono coinvolto: la vicenda dell’avvocato Mills e la vicenda Mediaset relativa alla frode nell’acquisizione di diritti televisivi. Dopo la sentenza civile di condanna nella vicenda lodo Mondadori nella quale, non da poco, si riafferma l’avvenuta corruzione in atti giudiziari, ora è la volta della Corte Costituzionale. Toghe rosse si dirà. Tuttavia, pur non essendo esperti costituzionalisti, si capisce che secondo la Consulta il lodo Alfano viola due articoli specifici della nostra Carta fondamentale: gli articoli 3 e 138. Una bocciatura nel merito, perché l’articolo 3 stabilisce il principio di eguaglianza dei cittadini difronte la legge e che sarebbe palesemente modificato dal lodo, e nel metodo perché, l’art. 138 fissa un iter ben specifico per apportare modifiche di tale portata: una legge approvata con doppio passaggio alle Camere e una votazione con maggioranza qualificata dei due terzi di entrambe le assemblee e che, qualora mancasse, richiederebbe anche un referendum confermativo. Ma se tutto ciò, col senno del poi, sembra così scontato, perché il lodo Alfano è rimasto legge dello stato – bloccando i procedimenti in corso – per ben 15 mesi? Ma la velocità e superficialità mediatica della politica non consente riflessioni così profonde. Per molti esponenti del centro destra, se dovesse cadere il governo attuale ci sarebbe soltanto il voto e nessun governo istituzionale sarebbe possibile. “Il Governo va avanti” ha dichiarato a caldo Berlusconi: i giudici della Consulta sono politicizzati, “comunisti in maggioranza”. Ancora toghe rosse insomma. Tutto qui. E pure lo scontro politico s’infiamma e i toni si accendono. “Mi sento preso in giro da Napolitano” ha rilanciato il premier nei confronti del Presidente della Repubblica che aveva risposto alla battuta di Berlusconi: “tutti sapete da che parte sta il Presidente” con un secco: “Io sto dalla parte della Costituzione”. “Verso Napolitano – ha dichiarato il vice presidente del CSM, Nicola Mancino – la rozzezza questa volta non ha avuto limite”. E Fini ha rincarato la dose: “Berlusconi cambi registro. Insindacabile il suo diritto a governare ma rispetti il Quirinale e la Consulta”. Uno scontro forte causato dalle dichiarazioni a caldo del Premier ma che non stupisce più di tanto, almeno chi scrive, perché sembra soltanto l’acuirsi di una escalation, una storia di distruzione dello stato di diritto e della democrazia. Decenni di un processo logorante e degenerativo dei partiti e che ha investito tutti gli organi istituzionali. Da un lato i partiti sono riusciti a sostituire la sovranità popolare con quella partitocratica di nomina degli eletti, dall’altro anche la figura del Presidente della Repubblica si è trasformato, da organo di garanzia della Costituzione, in un organo di mediazione tra i partiti e tra partiti ed istituzioni (si pensi solo al fatto che qualcuno avrebbe preteso che Napolitano facesse la “moral suasion” sulla Consulta) con potere nuovo, extra costituzionale, di esternazione. Sono diventati, per dirla alla Giuliano Amato, “erogatori di risorse disponibili attraverso l’esercizio del potere pubblico”. E la stessa Corte costituzionale, nei decenni, è risulta sempre più condizionata dai partiti che, col controllo dei posti nelle istituzioni, indirettamente ne effettuavano la nomina. La peste italiana, il documento redatto dai Radicali italiani per denunciare il “sessantennio partitocratico di metamorfosi del Male”, si legge chiaramente di una Corte costituzionale “Condizionata dai partiti nella composizione e nella giurisprudenza come dimostralo le decisioni contraddittorie prese in materia di ammissibilità dei referendum, nelle quali essa ampiamente travalica i compiti ad essa attribuiti dall’articolo 75 della Costituzione”. Senza parlare dell’illegittimità del suo operato in assenza di plenum per cui Pannella ha, reiteratamente, digiunato, fatto scioperi della sete fino all’estrema manifestazione di bere le proprie urine pur di veder ripristinata la legittimità della Corte “incostituzionale” per l’assenza del plenum appunto. “La suprema cupola della mafiosità partitocratica” la definisce spesso Pannella per indicarne l’elevata e incostituzionale dipendenza dai partiti. Pertanto non riesco a stupirmi se Berlusconi, a caldo, abbia potuto permettersi in quest’Italia di oggi, quelle affermazioni palesando lo scontro tra cariche istituzionali. Noi italiani andiamo pure avanti, lavoriamo, cerchiamo di conoscere, di farci una opinione di questa strage di legalità, per poter deliberare e scegliere meglio i nostri eletti, se un giorno ne riconquisteremo il diritto. Ricordiamo però che, come avviene per le alluvioni, per le frane e per i terremoti, il mancato rispetto delle regole, la strage di legalità, diviene sempre, se non si interviene, strage di popoli.


Territorio fragile, abusivismo e responsabilità politiche

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Morti, sepolti dal fango, dispersi tra i detriti di un territorio fragile: frane, alluvioni, terremoti cui si somma l’incuria umana e di una classe dirigente che, ai vari livelli, non è stata in grado di governare l’utilizzo del territorio. A Giampilieri piove e morti e dispersi si contano nella cronaca. La Sicilia, Messina, paga oggi il prezzo dell’intervento umano – dissennato e distorto – sull’ambiente e sul territorio. Come è accaduto in passato in Calabria, a Sarno e Quindici nel salernitano e, in generale, nel mezzogiorno d’Italia dove alluvioni e frane assieme ai terremoti hanno provocato danni e morti. L’allarmante situazione idrogeologica, dalla Sicilia alla Campania passando per la Calabria e Basilicata, è sotto gli occhi di tutti per la tragedia che ha colpito Messina. Meno di un anno fa sulle cronache era la frana sull’autostrada Salerno Reggio Calabria. Prima ancora un susseguirsi di eventi: l’alluvione e il disastro del Camping Le Giare sul torrente Beltrame a Soverato, le frane di Cavallerizzo e Cerzeto, l’alluvione dell’Esaro di Crotone e chi più ne ha più ne metta. Il Presidente Giorgio Napolitano ha parlato di “Situazione di diffuso dissesto idrogeologico, in gran parte causato dall’abusivismo edilizio, nel messinese e in tante altre parti d’Italia”. E ancora più chiaramente ha detto: “O c’è un piano serio che investe, piuttosto che in opere faraoniche, per garantire la sicurezza in queste zone del Paese, o si potranno avere altre sciagure”.

Quando, a ridosso della disastrosa colata di fango che travolse, nel 1998, i paesi di Sarno e Quindici nel salernitano, fu emanato il decreto leg.vo n°180, poi trasformato in legge, che imponeva di pianificare il rischio ed obbligava tutte le Regioni che ancora non avevano redatto i Piani di Bacino a redigere, pena il commissariamento, almeno i piani stralcio per l’assetto idrogeologico (PAI), fui veramente contento. Perché pensai che, con tale strumento conoscitivo, le Regioni e quindi anche la Calabria avrebbero potuto concorrere al risanamento del dissesto idrogeologico di cui oggi parla Napolitano, ma che ai geologi è noto da tempo. Sfasciume pendulo sul mare lo chiamava Giustino Fortunato. Pensavo che, una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe proceduto subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare vittime, e si è continuato a costruire in maniera dissennata, sia per la scarsa adeguatezza degli edifici al reale rischio sismico, sia in base ad un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche di un territorio fragile. In Calabria più di settemila frane rilevate su montagne e colline, rischio alluvione su centinaia di ettari di pianure e fasce litoranee assieme ai chilometri di costa a rischio erosione la dicono tutta sulla necessità ed urgenza di un cambiamento radicale sulle modalità di gestione del territorio. Non c’è periodo dell’anno che la Calabria non sia costretta da un’emergenza: alluvioni, frane ma anche rifiuti, navi di veleni, abusivismo. Un flusso di emergenze, idrogeologiche e ambientali, il cui intreccio costituisce la questione vera dell’arretratezza e del mancato sviluppo del mezzogiorno e della Calabria. Soltanto per casualità quell’evento meteorico che si è abbattuto a Messina non ha colpito anche la Calabria. Qualche giorno prima si era sfiorata la tragedia con l’esondazione dei fiumi Crocchio in Provincia di Catanzaro e dell’Esaro a Crotone. La politica di questo è responsabile: avrebbe dovuto, ai vari livelli, governare il territorio evitando di consentire la costruzione (e quindi anche le sanatorie di costruzioni abusive) in zone a rischio idrogeologico. E invece si è continuato a costruire case in luoghi dove primo o poi sarebbe tornato il fiume o il terreno sarebbe continuato a scendere. Di interventi di monitoraggio e di riduzione dei rischi attraverso stabilizzazione dei versanti e costruzioni di arginature per la messa in sicurezza neanche a parlarne. Ci vogliono troppi soldi dicono, ma intanto paghiamo miliardi di euro in risanamento dei disastri. Per anni si è gestito il territorio, soprattutto in Calabria e nel mezzogiorno, per fini clientelari. Un dissesto idrogeologico che, a dirla alla Pannella, deve ritenersi causato – o quantomeno compartecipato – dal “disastro ideologico” di una classe politica, quella calabrese, volta a fare il favore a questo e a quello, piuttosto che fare un favore alla collettività. Chi amministrerà, in futuro,  la gestione del territorio nella nostra Regione non potrà più permettersi di non tenere in dovuta considerazione i rischi geologici (sismico, idrogeologico e ambientali) nella programmazione dello sviluppo. In queste condizioni in cui si trovano Sicilia e Calabria come si fa a pensare di voler fare opere come il ponte sullo stretto, faraoniche appunto, quando invece mancano i soldi per la messa in sicurezza e il risanamento del territorio, per non parlare della vulnerabilità sismica degli edifici anche pubblici?

Imprese e politica. Intervista di Radio Radicale a Pippo Callipo

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Licenza Creative Commons29 settembre 2009 – 16:07 – Di Stefano Imbruglia

Radio Radicale: Intervista di Stefano Imbruglia a Pippo Callipo

Questo contenuto è stato rilasciato su gentile concessione di Radio Radicale

Licenza: Creative Commons Attribution 2.5 Italy

Radio Radicale. Impresa e politica

Intervista a Filippo Callipo, amministratore della Callipo Group, sulla sua candidatura alla presidenza della regione Calabria; 


 

Per la difesa della scuola nazionale

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Un avvio d’anno scolastico altrettanto “scoppiettante”. In sit in davanti al provveditorato di Cosenza erano oltre 450 i precari che quest’anno, nella sola provincia cosentina, non hanno visto rinnovato il loro incarico a tempo determinato. Ma a rischio c’è anche l’esistenza stessa di molte scuole di piccoli comuni che sono state accorpate. E mentre le scuole si preparano a riaprire i battenti, l’assessore regionale all’istruzione, Domenico Cersosimo, ha lanciato l’allarme per le scuole e i precari della scuola calabrese che i tagli conseguenti la riforma Gelmini mettono a rischio.

Gli otto miliardi di euro tagliati al comparto scuola comporteranno, in Italia nel triennio 2010 – 2012, la perdita di 131.000 posti di lavoro dei quali 55.000 docenti e il resto personale tecnico amministrativo. In Calabria dove attualmente sono 94.000 gli studenti delle scuole primarie e 115.000 quelli delle scuole secondarie, fra otto anni ci saranno 20.000 studenti in meno. “Si calcola, ha spiegato Cersosimo ai microfoni di Orazio Cipriano, che circa 3.500 persone abbandoneranno la scuola italiana, i c.d. precari,  molti professori e molto personale ata (tecnico amministrativo), questo è una delle conseguenze più disastrose che poteva succedere per noi (calabresi ndr). Perché non solo si colpiscono lavoratori ma si colpisce un nervo vitale di una società che è la scuola”. E ancora: “Una stagione abbastanza calda. Dobbiamo spingere tutti affinché il governo (centrale ndr) abbia un ripensamento. Chiudere scuole, aumentare moltissimo gli alunni per classe è un modo per legarci come futuro. E noi abbiamo bisogno di futuro vero, sostanziale. E quindi chiederemo tutti insieme al governo un ripensamento su questo. D’altronde noi, continua Cersosimo, non staremo con le mani in mano: abbiamo preparato un grande progetto per le scuole calabresi che si chiama “più scuola” e dove, attraverso progetti di formazione didattica e di miglioramento … tenteremo di poterli utilizzare da questo bacino…”. Poi l’altra domanda del cronista interrompe Cersosimo: Un ruolo estremamente attivo, quello della Regione, in questo campo? E Cersosimo specifica: “Molto attivo. E’ da molti anni che facciamo una politica scolastica molto densa, con molti finanziamenti pubblici. Lo scorso hanno, prosegue Cersosimo, abbiamo investito nella scuola 100 milioni di euro. Quest’anno ne impiegheremo circa 130”.

Tutto qui? Il problema della scuola Calabrese è solo quello relativo ai precari e della mano pubblica regionale tesa a salvarli dal disastro Gelmini con qualche corso di formazione e una politica “molto densa”? Non credo, c’è di più. Ci sono le disfunzioni che vanno corrette, ci vuole una riforma che premi qualità e merito. Non si può pretendere di lasciare tutto così com’è. Ma, se riforma deve essere, è necessario che ci sia un progetto.

Per capire che la scuola pubblica sia un fondamento – baluardo democratico – delle nostre istituzioni repubblicane che oggi merita la nostra difesa è utile forse rileggere le pagine della nostra storia. Nel discorso pronunciato – nel febbraio del ’50 – al III Congresso dell’associazione a difesa della scuola nazionale, Piero Calamandrei chiede agli intervenuti: “siete sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7?” . “Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà…”

Sebbene vi fossero, allora come oggi, anche i problemi legati alla difesa di una scuola laica nazionale, l’emergenza vera era, ed è ancor oggi, quella di tipo democratico. Altro che dialetto nelle classi e recupero delle tradizioni. I tagli del ministro Gelmini ormai in vigore di legge vanno nella direzione di smantellare la scuola nazionale, pubblica, così come intesa dalla nostra Carta costituzionale.

Il tanto discusso maestro unico tuttologo che trova però eminenti sostenitori ed altrettanto importanti oppositori dovrà pure parlare dialetto?. Spariscono pluralità dell’insegnamento e le compresenze  che sono state le uniche in grado di garantire la reale individualizzazione degli apprendimenti e il recupero dei bambini in ritardo ma non in condizione di handicap grave da richiedere un insegnante di sostegno. Però si risparmiano 450 stipendi in un anno solo nella provincia di Cosenza.

Generalmente, quando si parla di organi costituzionali, viene facile pensare al Parlamento, alla Camera dei deputati, al Senato, al presidente della Repubblica, alla Magistratura. Ma fra questi organi vi è anche la Scuola, che tra l’altro è un organo vitale della democrazia, per come noi concepiamo questo termine. Nel suo discorso Calamandrei afferma che “se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue”.

Il midollo delle istituzioni appunto, al quale oggi si da un duro attacco non riformando con un progetto ma con la forbice dei tagli in finanziaria.

E’ strano però che a fare tutto ciò sia proprio un governo Berlusconi che, quando aveva governato dal 2001 al 2006, con la sua riforma della scuola aveva avuto, come principio ispiratore della riforma Moratti, “la Scuola si misura” di Claparéde eminente pedagogista della scuola svizzera. Ora no, si è deciso che c’è la crisi e c’è il maestro unico per stringere la cinghia.


La trappola afgana e la tomba degli imperi

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Dopo le elezioni dello scorso 20 agosto in Afghanistan prosegue il conteggio dei voti con Karzai che viene dato favorito con il 68% dei consensi anche se il dato definitivo lo darà la commissione elettorale nel mese di settembre. Lo scorso 14 luglio un militare italiano era rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti in un attentato in Afghanistan. A circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri era stata attaccata con un ordigno posizionato lungo la strada. Oggi fanno notizia ancora gli attacchi alle truppe italiane in missione “di pace” in Afghanistan: “Doppio attacco ai parà”. Nella notte del 23 agosto un ordigno è esploso sotto un veicolo “Lince” del 187 reggimento della Folgore; più tardi, una pattuglia mista di soldati italiani ed afgani è stata attaccata con lanciarazzi sulla strada 517, un’importante e strategica via di comunicazione. La tecnica sempre la stessa: bombe ai margini delle strade su cui transitano i blindati. Sono circa 2.800 i ragazzi italiani impegnati nella missione afgana che Umberto Bossi, aveva dichiarato da “buon padre di famiglia”, “riporterebbe tutti a casa”. “E’ lecito immaginarsi – aveva dichiarato prima delle elezioni del 20 agosto il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano – una escalation di tensione anche in vista di questo appuntamento (elettorale ndr) che rappresenta un passo determinante per la stabilità del Paese”. E puntualmente si è verificato. Quello che è avvenuto a Farah è l’ennesima riprova della fase estremamente pericolosa. Ma, elezioni del 20 agosto a parte, che cosa sta avvenendo oggi in Afghanistan – dopo il recente cambio di rotta del neoeletto presidente Obama – che possa giustificare l’aumento di attentati? Nella nuova fase “Obama” in Afghanistan non si parla più di uccidere i taliban ma di “proteggere i civili”. Il noto periodico inglese, The Economist, lo ha spiegato  in uno speciale dal titolo “Nella trappola dell’Afghanistan”. “La Nato ha sferrato due imponenti operazioni militari nella provincia di Helmand. (…) In sette ore più di quattromila marine e 650 soldati afgani hanno raggiunto l’obiettivo”. L’operazione Khanjar (letteralmente: colpo di spada) iniziata lo scorso luglio, scrive l’Economist, “è stata la più imponente azione militare dei marine dopo quella lanciata nel 2004 per riconquistare la città irachena di Falluja. (…) Ma a differenza di quei sanguinosi combattimenti urbani, in Afghanistan i militari statunitensi colpiscono nel vuoto”. E ancora: “L’alto numero delle vittime civili e la debolezza del governo di Kabul fanno si che la popolazione civile appoggi taliban e insorgenti”. Gli “insurgent”, cioè civili stanchi di vedersi bombardare matrimoni o funerali, che insorgono. E mentre il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, ha dichiarato che “presto i suoi uomini potrebbero attaccare Marja”, roccaforte controllata da taliban e narcotrafficanti, dal canto loro i taliban, scrive ancora l’Economist, hanno annunciato la loro operazione militare: Faladijal (rete di ferro), basata su imboscate con bombe innescate ai bordi delle strade. Come quello che ha coinvolto il blindato italiano. Una direttiva emanata all’inizio dell’operazione “colpo di spada” definisce la conquista del sostegno della popolazione afgana “la priorità assoluta” per l’amministrazione Obama. “Dobbiamo evitare – aveva detto McChrystal – di cadere nel tranello delle vittorie tattiche seguite da sconfitte strategiche, cioè di quelle vittorie che ci fanno perdere l’appoggio della popolazione perché provocano vittime civili”. Lo stesso generale McChrystal  che oggi si dice pronto a chiedere ad Obama 45 mila soldati in più. Ed è forse proprio questa la corretta chiave di lettura per spiegare l’incremento di attacchi contro le truppe Nato tra cui ci sono anche i nostri militari italiani. “I raid americani in Afghanistan uccidono civili perfino tra gli invitati alle feste di nozze” ha scritto Tom Engelhard, giornalista e storico americano, sul suo blog “Tomdispatch”. All’alba di un giorno dell’agosto di un anno fa a Garloch, nella provincia orientale di Laghman, gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid aereo di sei ore. La notizia venne diffusa poco e solo grazie ad un articolo del giornalista free lands, Anand Gobal che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali su questo aspetto della guerra: “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze uccidendo 16 persone”. Nella guerra in Afghanistan, che dura ormai da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni o dei funerali forse è moderato rispetto al totale. Ma in realtà, scrive ancora  Tom Engelhard, “nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un Paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani”. E ancora: “Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il Paese sia la tomba degli imperi ”. L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli stessi jihadisti che oggi combattono gli americani e le truppe Nato. “Un soldato sovietico – scrisse Christian Caryl nella recensione di un libro sulla guerra sovietica-afgana – ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze”. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati russi come oggi sta accadendo per gli americani e gli italiani in quella che sta diventando, sempre di più se non si aggiusterà la mira, una vera e propria trappola.

Giuseppe Candido


Obama, il Darfur e il genocidio nel deserto

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 18.07.2009

Dopo il G8 dell’Aquila, il passaggio in Africa di Barack Obama è stato salutato come un momento storico. Un discorso, quello tenuto ad Accra nella capitale dello stato del Ghana, di cui gli africani sentivano il bisogno anche se non sono stati affrontati temi cruciali come il genocidio che si sta perpetuando in Darfur o come l’esodo dei profughi somali che in questi giorni allarma l’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Come faceva notare Drew Hunshaw su tocqueville.it, il suo unico passaggio alle violenze in Darfur è stato quello di affermare che “quando c’è un genocidio, questo non è semplicemente un problema americano”. Un passaggio troppo scarno che non chiarisce la posizione americana sull’emergenza in Darfur e sull’esistenza o meno di un genocidio in corso. Ci si poteva aspettare di più da un presidente americano le cui origini risalgono proprio dal continente nero. Era lecito sperare in qualche parola in più soprattutto se si considerano gli scarni aiuti economici stanziati dagli otto grandi durante il vertice dell’Aquila che, come faceva notare Gian Antonio Stella, sono veramente una miseria: “cinque euro e 18 centesimi all’anno per ciascun africano; 43 centesimi al mese” che, se annunciati con la cifra di 20 miliardi in tre anni, sembrano invece una grande cosa. Poco per il clima, pochi gli aiuti economici e poche anche le parole sui genocidi e sui massacri africani in corso. Qualche mese fa, il Darfur è tornato al centro dell’attenzione dei media internazionali quando la Corte Penale Internazionale ha emesso il mandato di arresto nei confronti del suo presidente Omar al Bashir. Ma l’emergenza umanitaria non si è risolta e non si risolverà senza andare alle radici del conflitto: la desertificazione e la perdita di terre fertili che spinge etnie diverse alla prevaricazione continua. La regione occidentale del Sudan ha già visto seppellire dalle 200 mila alle 400 mila vittime, 39 villaggi cancellati, distrutti. E’ il genocidio nel deserto del nuovo millennio. Stefano Cera, rappresentante dell’associazione “Italians for Darfur” ha spiegato, in una recente intervista rilasciata al Cecilia Tosi per la rivista Left, che il problema è che “si parla di emergenza umanitaria ma non del conflitto e dei modi per risolverlo.” Ma dei modi per risolvere il conflitto in Darfur non vi è indicazione nel discorso “storico” di Obama. “Questa è una guerra – ha spiegato ancora Cera – che non si può liquidare come scontro di civiltà. (…) Non ci sono, infatti, differenze religiose né di colore della pelle tra i gruppi che si combattono. C’è invece la lotta per la conquista di terre fertili, esacerbata dalle strumentalizzazioni politico ideologiche e da un problema globale come il surriscaldamento del clima, che ha portato desertificazione e siccità”. La crisi in Darfur è iniziata negli anni Ottanta, quando divenne il luogo di transito dei ribelli del Chad che lottavano contro il loro governo con il sostegno della Libia. La loro presenza – spiega ancora la Tosi su Left – congiuntamente alla progressiva diminuzione delle terre fertili coltivabili ha portato nei pastori nomadi di etnia araba “il senso di appartenenza ad una comunità più ampia, distinta da quella degli africani di etnia fur, tradizionalmente coltivatori stanziali. (…) Negli anni successivi l’arabismo si è diffuso e le ondate di siccità hanno inaridito acri di terra fertile. Così, le armi lasciate dai ribelli chadiani sono finite nelle mani di altri ribelli noti come Janjaweed, le milizie del deserto”. Da allora è iniziato uno sterminio dell’etnia fur che ancora continua: un genocidio che ha per causa primaria la desertificazione. Un genocidio per le terre fertili e per il quale non sono certo sufficienti i 5 euro e 18 centesimi all’anno stanziati dai grandi del G8 per ogni africano. “Guerriglieri e massacratori – ha dichiarato Stefano Cera – che combattono una guerra per procura del governo sudanese, anche se Bashir ha sempre negato di aver orchestrato le loro azioni”. E così, un’intera popolazione è costretta da anni a fuggire dalle proprie case e a costruire una “nazione parallela fatta di campi profughi disseminati su tutto il territorio del Darfur e al di là del confine occidentale, in Chad e nella Repubblica Centroafricana”. “Due milioni di persone – ha dichiarato Sulliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia – che sopravvive lungo il confine”. E dopo la decisione della Corte Penale Internazionale di spiccare il mandato di arresto nei suoi confronti, il Presidente Bashir se l’è presa con le Organizzazioni Non Governative cacciandone 13 che rappresentavano, da sole, il 40% degli aiuti umanitari presenti in Darfur e la situazione non è certo migliorata. Ecco perché dal presidente americano ci si aspettava qualche parola in più sui dittatori africani e sui massacri in corso in quel continente. Perché quella del Darfur non è l’unica emergenza umanitaria del continente nero: in Somalia, ha dichiarato in una nota dello scorso 26 giugno l’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, 26.000 civili in fuga da Mogadiscio in soli 24 giorni. Una “forte preoccupazione” quella espressa dall’UNHCR, “per la spirale di violenza e per l’aggravarsi della crisi in Somalia che sta mettendo in fuga la popolazione. Gli scontri in corso tra le forze governative e i gruppi di opposizione (…) stanno mietendo una lunga scia di vittime, distruzione e nuovi esodi”. Lo scorso 19 aprile i rifugiati del Darfur in Italia si sono ritrovati, in una manifestazione sotto al Colosseo, per chiedere pace e giustizia per la loro terra. Pace e giustizia senza le quali non è possibile arrestare il genocidio in corso e che avrebbero dovuto trovare un posto di maggiore rilievo nello storico discorso di Barck agli africani e ai suoi dittatori.