Primi risultati delle Amministrative a Catanzaro e Crotone

Share

I dati di seguito si riferiscono a sole 7 sezioni su 90 da scrutinare ma a Catanzaro non lasciano dubbi: un tripudio per Michele Traversa.

Traversa: 63,24%; Scalzo: 31,77%; Argirò: 3,76%; Ciambrone: 0,41%; Celia: 0,38%; Fioresta: 0,27%; Aroma: 0,13%Aggiornamenti continui per i due comuni si possono avere ai due link sul sito del ministero dell’Interno per Catanzaro e per Crotone. In alternativa sotto il link allo speciale curato da sky.it

Dati definitivi

 

 

 

 

 

 

[promoslider id=”home” time_delay=”5″ display_nav=”thumb” pause_on_hover=”pause”]

Carceri illegali e referendum senza informazione

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 7 maggio 2011

Sono oltre quindici giorni che Marco Pannella è in sciopero della fame. Per l’ennesima volta il leader massimo dei Radicali italiani ha deciso d’utilizzare l’arma della nonviolenza gandhiana. In digiuno per tentare, come lo stesso Pannella afferma, “di riportare l’Italia nell’alveo della legalità costituzionale”. Il primo maggio, durante l’ultima conversazione domenicale, il mister Hood della politica italiana ha scoperchiato il suo “canestro pieno di parole” è ha spiegato le motivazioni del suo sciopero della fame cui si sono aggiunti, a sostegno per qualche giorno, anche alcuni detenuti del carcere di San Vittore a Milano.

Gli obiettivi dello sciopero sono chiarissimi e sarebbero comprensibilissimi se fosse data a Pannella la possibilità di spiegarlo agli italiani; da un lato, proporre di risolvere immediatamente, con un’amnistia, la situazione d’illegalità costituzionale in cui si trovano oggi le carceri italiane; dall’altro canto, Pannella col suo sciopero della fame vorrebbe riportare nella legalità la situazione dell’informazione televisiva italiana “rea” di aver cancellato la campagna referendaria.

Sulle carceri le parole di Pannella per radio sono chiarissime: “è una realtà che è assolutamente fuori dal diritto internazionale e dalla legalità internazionale”. “L’ho ripetuto anche al Presidente: cosa si può fare qui se si è Presidente della Repubblica? C’è da dare una sola risposta”. Pannella parla dell’incontro avuto col Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano specificando che “Non era un obiettivo (dello sciopero della fame), era un auspicio, ed è stato esaudito”. “Ho esordito”, spiega Pannella, “parlando un attimo dei referendum e poi ricordando l’indulto e il Natale che avevamo passato insieme – con lui, Cossiga e altri – e il Presidente subito ha fatto un’osservazione: “E l’amnistia…”. “Ma un cittadino che è ministro della Giustizia, e un cittadino che è Presidente della Repubblica, che può fare quando in modo strutturale, crescente, c’è quello che ribadisco e senza obiezioni da parte di molti, ovvero una consistente realtà strutturale di Shoah nelle carceri nel nostro Paese?”.

“Noi, in nome del popolo italiano – perché si giudica in nome del popolo italiano – abbiamo qualcosa che invece ha indotto – ma in condizioni assolutamente diverse – una delle massime autorità tedesche a dire che quando non ci sono posti in carcere, il detenuto comincia a espiare la pena soltanto quando, dopo aver fatto una lista d’attesa e mano a mano che escono i detenuti per fine pena, a quel punto entra in carcere”. “All’estero si fa questo, qui no”.

Nel giorno della beatificazione, parlando di carceri e di amnistia Pannella non può non ricordare gli incontri con Papa Giovanni Paolo II. “È stato ricordato che quando questo pontefice era in agonia (nel 2005, ndr), io ero in sciopero della sete perché si dicesse al Papa di un suo grande dolore”. “Era venuto al Parlamento italiano invitato dalla partitocrazia e ha chiesto clemenza. E dietro quello c’era una tradizione che è passata addirittura in un detto popolare: a ogni morte di Papa c’era un’amnistia; c’erano anche ragioni di governo terreno, altrimenti si ingolfava il meccanismo della giustizia e delle carceri. Comunque, chiedevo che gli si dicesse: ‘Guarda, ti si dà ragione. Il Parlamento ti ha ascoltato e voterà una misura’. Ho veramente supplicato affinché gli fosse data questa consolazione e questo premio, per poter esalare l’ultimo respiro da parte di lui che – pur non essendo Welby – disse: ‘Lasciatemi andare alla casa del Padre’. Non ce l’ho fatta, perché” – spiega Pannella – “la ragione per cui compievamo questo obiettivo era troppo comprensibile da tutti quanti, e dunque tutta l’Italia ha dovuto ignorare questo ragionamento”.

C’è poi la seconda motivazione dello sciopero della fame: l’informazione mancata e il boicottaggio della democrazia e del motto “conoscere per deliberare” operato sistematicamente dalla Rai sui referendum. “Dopo 40 anni non c’è più il sospetto, ma la certezza che” – sostiene Pannella – “sempre più ci si è resi conto che fa bene al potere che i Radicali non vadano in televisione, che la gente non possa conoscere quello che proponiamo”.

La presenza dei Radicali – spiega ancora Pannella – potrebbe invece far si che “sentimenti e risentimenti popolari si convertissero in convinzioni. Altrimenti non c’è democrazia, ma solo scoramento e nausee che si creano”. E in relazione all’operato di questo governo Berlusconi sui referendum insiste sul fatto che, piuttosto che di una “cosa inaudita” mai vista prima, si potrebbe parlare invece di “una consuetudine per cui le istituzioni non consentono i referendum”. Un vero e proprio “tradimento della Costituzione italiana e dell’istituto referendario”: 5 casi di scioglimento delle Camere per evitare le consultazioni popolari. Senza contare che, “Da quando è stata approvata la Costituzione, già dall’inizio del 1949, si era stabilito che della Costituzione del Paese facessero parte quattro diritti democratici di voto per i cittadini: Camera, Senato, Regioni e referendum abrogativo. Per una intera generazione, dai 22 ai 24 anni, gli Italiani non hanno avuto nemmeno un referendum. Lo hanno avuto soltanto quando, approvata la legge Fortuna-Baslini (nel 1970, ndr), a questo punto il problema era: come facevano dei Presidenti del Consiglio e della Repubblica, allora tutti democristiani, a controfirmare questa legge? Allora venne fuori un’idea: si firma, quella legge venne regolarmente promulgata e poi si dette in cambio al Vaticano il diritto di esercitare il referendum”. “Si arriva nel 1972 e dev’esserci il referendum. Ma la legge che hanno approvato nel frattempo sul referendum prevede una possibilità: se in quell’anno c’erano elezioni politiche generali, non poteva esserci anche il referendum. E a questo punto cosa fanno? Cominciano con una storia che è diventata una tradizione molto solida in Italia: fanno una crisi di governo così questo referendum non si fa, perché cominciavano ad avere qualche dubbio che la vox populi-vox dei fosse automaticamente anche vox vaticani. E quindi si trova questo sistema: da quel momento è accaduto 5 volte per 5 legislature”. A partire da “quella del 1972, con il referendum sul divorzio che si è fatto nel 1974”. Insomma, per Pannella le priorità di una amnistia, anche per Berlusconi potrebbe salvarci da una crisi di governo altrimenti utile proprio per evitare quei referendum. E, ricorda Pannella, “se oggi si andasse alle elezioni anticipate, queste sarebbero assolutamente antidemocratiche, visto il contesto italiano dell’informazione”.

 

Sabotare i referendum? Berlusconi non fa nulla di nuovo

Share

di Giuseppe Candido

Il voto il 12 e il 13 giugno è per tentare di salvare quel briciolo che resta della nostra democrazia

L’articolo 75 della Costituzione sancisce dal 1948 il diritto dei cittadini ad esprimersi sui quesiti referendari. Ma la scheda referendaria, prevista dalla costituzione sin dal primo momento, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo poi concederla nel ’70 ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 39 della legge rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”.

Ma la partitocrazia ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Berlusconi, infondo, non ha inventato nulla di nuovo: “si è dimostrato un ottimo allievo dei suoi predecessori che erano abilissimi a cancellare i referendum con un escamotage legislativo” ha dichiarato Emma Bonino che di referendum ne ha visti cancellati parecchi. L’aborto, il nucleare, la depenalizzazione del consumo di droghe leggere, il finanziamento pubblico dei partiti, la responsabilità civile dei magistrati. Nel 1972, per impedire che “il paese si spaccasse in due” per la legge sul divorzio, vennero sciolte anticipatamente le Camere dal Presidente Leone. Nel 1976, per abrogare l’aborto furono sciolte le Camere e il referendum venne poi superato dall’approvazione della legge 194 del ’78. Il referendum che chiedeva l’abolizione degli ospedali psichiatrici fu anch’esso “superato” con l’escamotage della legge Basaglia che però lasciò tali e quali gli ospedali psichiatrici giudiziari che, dopo lo scoop della commissione d’inchiesta sugli errori sanitari, oggi sappiamo in quali condizioni si trovano. “Superati” con legge di riforma anche i due referendum del ’78 e del ’80 rispettivamente sulla Commissione inquirente dei ministri e l’abolizione dei tribunali militari. I referendum sono stati da sempre sistematicamente aggirati, evitati, elusi dai partiti con norme di “superamento”. E quando non si riuscì ade evitare il referendum con scioglimento delle camere o leggine ad hoc, fu la volontà degli elettori a venire disattesa, spesso letteralmente tradita, dai partiti che, almeno in questo, si sono sempre dimostrati uniti. Dopo il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati di cui oggi si torna tanto a parlare, la volontà degli elettori che chiedevano che i magistrati pagassero per i loro errori come tutti gli altri professionisti, venne aggirata trasferendo allo Stato la responsabilità dei giudici. Ragion per cui, se un cittadino viene ingiustamente detenuto dallo Stato per colpa di un errore di un magistrato si è “ripagati”, con le nostre stesse tasse, sempre dallo Stato, cioè da noi. Cornuti e mazziati. E sulla legge elettorale che i cittadini nel ’93 avrebbero voluto maggioritaria? Anche allora, la volontà chiarissimamente espressa dagli elettori venne disattesa introducendo il famoso “Mattarellum”, la legge elettorale che continuava ad eleggere una parte del parlamento con il sistema proporzionale continuando a garantire alla partitocrazia il potere di accaparrarsi i rimborsi elettorali e stabilire i candidati nei collegi più importanti. Non parliamo dell’abolizione del ministero dell’Agricoltura che venne aggirata mediante l’istituzione dell’acronimo ministero per le politiche agricole. Paradossi italiani. Ne parla da Santoro di finanziamento pubblico abolito con referendum nel ’93 e reintrodotto senza un minimo di pudore col sistema dei rimborsi elettorali ma Beppe Grillo, il giullare della politica italiana, pur di fare dei tutta l’erba un fascio si scorda di nominare i Radicali quale unico partito che aveva raccolto le firme e aveva promosso quel referendum.

Escamotage legislativo anche per il referendum del ’95 sulla privatizzazione della Rai, mai attuata effettivamente ed ancora sotto il palese controllo dei partiti, e quello sulle trattenute sindacali, di fatto sistematicamente ignorato nei contratti collettivi nazionali. Poi la strategia sui referendum cambiò. Sabotarne la volontà diventava sempre meno conveniente per cui la via più facile fu quella di farne fallire il quorum mediante l’azzeramento del dibattito in televisione e gli inviti ad andare a mare che tanto “ghe pensi mi”. Fu così che avvenne per il referendum sulla Legge 40 per la fecondazione assistita per il quale, con lo scopo premeditato di evitare che la gente andasse a votare, il servizio pubblico televisivo, quello che dovrebbe garantirci l’informazione abbondò: propose illegittimamente non due ma addirittura tre posizioni: quella dei Si ai vari quesiti, quella dei No e quella dei “non andate a votare” che alla fine vinse. I clericali poterno, in quel caso, sommarsi agli astensionisti fisiologici e dichiarare chiusa la partita su fecondazione assistita e dar inizio ai viaggi all’estero per molte coppie italiane. Per anni si è cercato di ammazzare i referendum, quello strumento di democrazia diretta e partecipata che i padri costituenti avevano garantito al popolo per renderlo pienamente sovrano. La strage di democrazia dei referendum è in corso ormai da anni. Oggi in televisione il dibattito sui temi referendari è stato completamente cancellato e si vorrebbe far passare il messaggio che, tanto, non vale la pena andare a votare. Proprio per questo, esercitare oggi il voto ai referendum serve non solo a difenderci dal nucleare e dire che la legge è uguale per tutti ma, soprattuto, raggiungere il quorum il 12 e 13 giugno servirebbe a salvare quel briciolo che resta della nostra democrazia.

Biotestamento, il Pd cosa fa?

Share

di Maria Antonietta Farina Coscioni*

Pubblicato su “Europa” il 26 aprile 2011

Un giorno è la sottosegretaria Eugenia Roccella che “vive” la questione come una missione. Il giorno dopo è il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, che sembra interessarsi solo di questo (sommessamente ricordo: nel 2010, secondo i dati Inail ancora provvisori, si sono registrati 780mila infortuni sul lavoro, 950 morti “bianche”; dall’inizio dell’anno oltre 100 morti, più di uno al giorno, domeniche e feste comprese. Alle numerose interrogazioni presentate, nessuna risposta). Quando i primi due non intervengono, allora è la volta di Gaetano Quagliariello o di Maurizio Gasparri: il leitmotiv è sempre lo stesso: la legge sul biotestamento va urgentemente approvata così come è formulata nel ddl Calabro; e guai a obiettare, a dissentire.

Dice la sottosegretaria che «è all’eutanasia che si vuole arrivare, e il progetto politico è quello di arrivarci tramite le sentenze», che si vorrebbe arrivare sostanzialmente a derubricare il reato di omicidio del consenziente inserendo un elemento di caritatevolezza e rovesciando il criterio della solidarietà tra gli uomini.

Ora sarebbe facile obiettare che qualsiasi membro del governo e della maggioranza siano i meno indicati a parlare di carità, misericordia e solidarietà: i malati di Sia e di altre gravi malattie sono letteralmente abbandonati a loro stessi, non c’è alcuna solidarietà o appoggio alle famiglie, non si riesce neppure ad aggiornare i Lea e il nomenclatore tariffario. La maggioranza vuole imporre al paese una legge retrograda e incivile sul fine vita che non ha pari e riscontro con le legislazioni di altri paesi; e si arriva all’impudenza di mettere sul banco degli accusati chi a questa legge si oppone, obietta che è un testo anticostituzionale fatalmente destinato a fare la stessa fine della legge 40; e tra gli argomenti che vengono agitati dalla maggioranza per difendere quello che è indifendibile si arriva all’impudenza di affermare che si vorrebbe introdurre l’eutanasia attraverso le sentenze dei giudici. Simili affermazioni si giust ificano e si spiegano solo con la scarsità di argomenti. Ai sedicenti difensori della vita (e che più propriamente sono sostenitori e alfieri della sofferenza sempre e comunque, anche quando è inutile) rispondo che si vuole quello che già è garantito per esempio in Germania, dove esistono le cosiddette “Disposizioni del paziente “cristiano” elaborate dalla Conferenza episcopale tedesca, dal Consiglio della chiesa evangelica tedesca e dalla Comunità delle chiese cristiane in Germania già dal 1999. Queste disposizioni prevedono per il testatore cristiano di richiedere «quando ogni terapia prolungherebbe soltanto il processo del mio morire» il non inizio o l’interruzione di trattamenti salvavita «come la nutrizione artificiale, la respirazione assistita, la dialisi o l’impiego per esempio di antibiotici».

Oggi le disposizioni sono state aggiornate dopo l’approvazione delle Dat e includono la tutela degli interessi legittimi del paziente diventato “incapace”. Ebbene, il ddl Calabro’ non solo non rispetta la volontà – espressa dal cittadino – ma va in direzione esattamente opposta: la volontà della persona non è tenuta in alcun conto, e si prevede che alimentazione e idratazione non possono essere oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento. Non solo: il comma 5 dell’articolo 3 prevede che «l’alimentazione e idratazione nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono-essere mantenute fino al termine della vita». È proprio questo l’elemento che permette il prolungamento indefinito del coma anche contro la volontà di una persona che non può rifiutare!

Per difendere una posizione indifendibile, si fa ricorso ad affermazioni che nulla hanno di scientifico e anzi ne sono la negazione. Anche uno studente di medicina alle prime armi, infatti, sa che alimentazione e idratazione artificiale sono atti medici veri e propri che richiedono un’elevatissima competenza. Ci vuole una incredibile dose di malafede e faccia tosta per far credere che si tratti di qualcosa come una bottiglia di acqua minerale che si nega o si concede. Posizionare una cannula nutrizionale nello stomaco è un atto diffìcile, fare una gastrostomia endoscopia percutanea (peg) è un atto diffìcile, che solo chirurghi, medici anestesisti e rianimatori addestrati sono in grado di compiere. Allo stesso modo inserire un sondino nasogastrico e superare correttamente il tratto gola-esofago-stomaco è altrettanto difficile e anche pericoloso: richiede lo stesso un grado di specializzazione particolare: la sonda può introdursi in t rachea anziché nell’esofago con conseguenze disastrose. Inoltre, nel successivo trattamento nutrizionale, la definizione degli elettroliti, delle proteine, dei glu-cidi, somministrati come composto chimico non può che essere seguito da medici nutrizionisti. Questo per dire che, a proposito di alimentazione forzata, se una persona, in perfetta lucidità di pensiero, non desidera più alimentarsi, questa sua volontà va rispettata, come sostiene il codice di deontologia medica. Per questo sostengo che questa legge è contro il testamento biologico e, quindi, inutile. Chi compilerà le direttive anticipate se sa già che non verranno rispettate? Nessuno. Meglio allora nessuna legge. Ogni legge deve soddisfare le aspettative dei cittadini o tutelare i loro diritti. Il ddl

Calabro, al contrario, non soddisfa alcuna aspettativa, in particolare non tutela il diritto del rifiuto alle cure, una delle maggiori conquiste civili e democratiche. I principi del consenso informato dei trattamenti e dell’autodeterminazione sono i capisaldi di una concezione liberale di uno stato, che questa maggioranza di fatto si accinge a calpestare. Sono d’accordo con quanto scrisse Giorgio Cosmacini dell’università Vita-salute di Milano: «Se è antiumano porre limitazioni alla persona del malato, limitarne la personalità è anticostituzionale e-antidemocratico. Una legge limitativa, restrittiva, che conculca la-validità di un testamento liberamente sottoscritto da persona dotata di piena capacità in vista di una futura incapacità, oltre a contraddire molti valori, ignora il dibattito scientifico, disattende l’appello degli addetti alle cure, non ascolta le sofferenze dei familiari, sposa una incultura che ha la presunzione di possedere il monopolio dei principi etici e religiosi».

Al senato il Pd ha sostenuto che il ddl Calabro è anticostituzionale. Potrà non sostenerlo alla camera? E vorrà lottare contro questo ddl e far valere le sue ragioni almeno quanto ha fatto stilla “prescrizione breve”? Spero di sì. Noi deputati radicali lotteremo per quanto ci sarà possibile.

* Deputata Radicale eletta nel PD

Cercano di sabotare i referendum

Share

di Giuseppe Candido

25 anni esatti dal disastro di Chernobyl in Ucraina. Il più grave incidente nucleare, l’unico di livello 7, insieme a quello dello scorso 11 marzo a Fukushima dove però, più che l’errore umano, è stato il violento terremoto e, ancor peggio, il conseguente tsunami ad aver causato il disastro.

A Chernobyl furono violate invece tutte le regole di sicurezza e di buon senso e, paradossalmente, tutto ciò avvenne proprio durante un test di sicurezza: un brusco e incontrollato aumento di potenza del reattore causò l’aumento di temperatura dell’acqua di raffreddamento e la sua conseguente scissione in idrogeno e ossigeno. L’aumento di pressione fece il resto, il contatto con l’idrogeno e la grafite incandescente causarono l’esplosione con conseguente emissione di una nube di materiali radioattivi su vaste aree intorno alla centrale. 336.000 persone furono evacuate per sempre e reinsediate altrove. Le nubi radioattive raggiunsero l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia arrivando, con livelli di contaminazione via via minori, anche in Francia e in Italia. Le vittime accertate, riconosciute dalle organizzazioni internazionali come direttamente collegate a tumori contratti per l’incidente, sarebbero 65 e 4.000 invece le presunte ma Greenpeace parla di 6 milioni di vittime in tutto il mondo. Il ricordo di quel disastro, cifre a parte, non può non richiamarsi con l’attualità. Tre anni più tardi, anche in considerazione di quel disastro, gli italiani avevano denuclearizzato il paese rinunciando al nucleare con un referendum nel 1989.

Adesso, dopo averlo reintrodotto “alla grande”, il governo pur di evitare che si voti il referendum cerca di metterci una toppa con l’annunciata moratoria per un anno. Un provvedimento che, in realtà, semplicemente posticipa la scelta ad un “successivo momento” condizionandola a quelle che si definiscono genericamente “le verifiche fatte dall’Unione europea”. Non sarà, per caso, che si vuole evitare il referendum? Anche perché, sull’acqua, d’improvviso c’è la proposta del sottosegretario allo Sviluppo Economico che, mediante l’istituzione di un autority, vorrebbe evitare pure quel referendum. Insomma, tutto sa di boicottaggio finalizzato a che non si votino quei referendum. L’articolo 75 della Costituzione sancisce il diritto dei cittadini ad esprimersi, informati, sui quesiti referendari. E pure l’articolo 39 della legge n° 352 del 1970 parla chiaro: solo “Se prima della data dello svolgimento del referendum, la legge, o l’atto avente forza di legge, o le singole disposizioni di essi cui il referendum si riferisce, siano stati abrogati, l’Ufficio centrale per il referendum dichiara che le operazioni relative non hanno più corso”. La legge prevede che le operazioni di voto non si tengano più solo in caso di “abrogazione”. E ciò è ancora più evidente se si tiene conto della pronuncia della Consulta del 1978 che, addirittura, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo rispetto all’art. 75, comma 1, della Costituzione “limitatamente alla parte in cui non prevede che se l’abrogazione degli atti o delle singole disposizioni cui si riferisce il referendum venga accompagnata da altra disciplina della stessa materia, senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti, il referendum si effettui sulle nuove disposizioni legislative”. Del tutto evidente, nel caso del nucleare, che un semplice rinvio non può impedire che il referendum si voti. E lo stesso vale per i due quesiti sull’acqua volti ad abrogare alcuni aspetti del decreto Ronchi e su cui si vorrebbe intervenire con un decreto a 50 giorni dal voto a campagna in corso. Un decreto che dovrebbe poi essere sottoposto al voto parlamentare. È evidente che, neanche in questo caso, ai sensi della legge e della sua interpretazione fornita dalla Consulta, il voto referendario può essere annullato. Probabilmente, anzi sicuramente, il fatto che non ci siano ragioni valide per evitare i referendum su acqua e nucleare è noto anche a Palazzo Chigi. Per cui, se non si possono evitare i referendum, il vero obbiettivo sarà quello di farne fallire il quorum. E ciò lo si fa attraverso due diverse strategie: da un lato si evita che la gente venga informata mediante l’assenza totale di dibattito nelle televisioni del servizio pubblico televisivo. Dall’altro canto si fanno continui proclami ed annunci in merito alla moratoria del nucleare e l’istituzione di un’autorità di garanzia per l’acqua, in modo da far passare tra la gente il messaggio che, tutto sommato, le questioni referendarie non sono così importanti visto che il governo, appunto, ci ha già pensato lui, ragion per cui si può tranquillamente andare a mare. D’altronde la partitocrazia, sia di destra sia di sinistra, ha sempre digerito malissimo i referendum vivendoli sempre come il più grande pericolo per se stessa ed ha sempre operato, a volte anche contro costituzione, per ridurne l’efficacia ed eliminare le scelte compiute dagli italiani. Bisogna ricordare che la scheda referendaria, prevista dalla costituzione, fu negata ai cittadini per oltre vent’anni salvo concederla ai clericali che volevano abrogare la legge sul divorzio. Poi, dinnanzi alla possibilità aperta nel paese dai referendum radicali (aborto, nucleare, depenalizzazione droghe leggere, finanziamento pubblico dei partiti, responsabilità civile dei magistrati ecc.) furono più volte sciolte le camere pur di evitare il voto referendario o fecero leggine per sovvertire le scelte degli italiani. Valga ad esempio quanto fatto dai partiti sul finanziamento pubblico abolito per referendum e reintrodotto, neanche dopo un anno, mediante il sistema dissennato e truffaldino dei rimborsi elettorali non legati alle spese effettivamente documentate ma concessi in base ai consensi riportati. Bisogna quindi andarci a votare e cercare, nel silenzio colpevole e doloso del servizio pubblico televisivo, di far raggiungere il quorum. Andare a mare non conviene anche perché, se ci pensano loro, di sicuro fanno danno.

Perché non possiamo sostituire il 25 aprile con un’altra data

Share

di Giuseppe Candido

Con il lunedì dell’Angelo che quest’anno cade proprio il 25 d’aprile la festa della liberazione è passata in secondo piano restando miserevolmente relegata all’editoriale di Giampaolo Pansa su Libero nella giornata della Santa Pasqua. Un editoriale che, forse provocatoriamente, sosteneva che sarebbe meglio festeggiare la ricorrenza il 18 di aprile anziché il 25 per ricordare la vittoria, in seno all’assemblea Costituente, dei Democristiani di De Gaspari. Un po’ superficiale come analisi e sicuramente trascurata la ricostruzione storica. La Resistenza italiana, chiamata anche Resistenza partigiana o “Secondo Risorgimento”, fu l’insieme dei movimenti politici e militari che dopo l’8 settembre 1943 si opposero al nazifascismo nell’ambito della guerra di liberazione italiana. La lotta di liberazione da un invasore straniero, l’insurrezione popolare e la guerra civile tra antifascisti e fascisti, o il tentativo di rivoluzione da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti?

Il movimento della Resistenza – storicamente inquadrabile nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all’occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito, insieme, i primi governi del dopoguerra.

Piero Calamandrei, nei suoi scritti, paragona le origini delle Resistenza all’improvviso sbocciare delle primavera: “Quasi un miracolo da paragonarsi ai miracoli della natura che fanno spuntare i fiori e le gemme in un giorno dato”. È forse l’immagine più bella che ne viene data ma, in verità, quella “primavera” italiana, destinata a durare 20 mesi, fu preparata nel “lungo inverno del fascismo”. La Resistenza maturò nelle tenebre della cospirazione, nell’isolamento dell’esilio, nell’odore di muffa delle carceri e dei luoghi di confino, e richiese il sacrificio di numerosi patrioti. Non si può comprendere il significato della Resistenza nei venti mesi durante occupazione tedesca senza guardare alla “resistenza lunga” che vi fu nei venti anni del regime fascista. Basta leggere un qualunque testo scolastico (non tra i più recenti dove la parola Resistenza tende ad essere cancellata) per intuire che non è possibile comprendere il significato della Resistenza nei venti mesi dell’occupazione tedesca senza rifarsi alla “resistenza lunga” durata 20 anni nel regime fascista. Senza questo legame col ventennio la Resistenza italiana un mero episodio militare, importante ovviamente, ma certamente secondario rispetto al dispiegamento di forze che condussero alla fine del nazismo. Se la si legge così, se si leggono i soli venti mesi di Resistenza “breve”, quel movimento politico che portò alla liberazione resta schiacciato ad un semplice contraccolpo, interno alla vita della Penisola, di quel rovesciamento di fronte che portò l’Italia dall’alleanza con Hitler alla co-belligeranza con gli alleati. La Resistenza diventa un momento drammatico di lacerazione e guerra civile, dominato dalla violenza e dalla crudeltà. In quest’ottica i GAP, i gruppi di azione patriottica che liberarono Pertini e Saragat, diventano per Pansa dei “terroristi di città”.

La Resistenza italiana
La Resistenza italiana di Renato Guttuso

Se ci si limita superficialmente a quest’analisi si fa presto a sostenere che è inutile festeggiarla, che è inutile ricordare quell’atto di liberazione e si conviene sulla possibilità di spostare la data al 18 aprile per ricordare, come propone Pansa, la vittoria nel ’48 di Alcide De Gasperi sui comunisti.

Solo se invece si guarda al suo legame con la ventennale opposizione al regime fascista, la Resistenza assume il suo pieno significato storico: momento culminante di sviluppo e di affermazione di una nuova coscienza civile e politica che troverà nella Costituzione repubblicana la sua espressione giuridica.

Solo in quest’ottica la Resistenza diviene, assieme all’antifascismo, il presupposto essenziale della Repubblica italiana che, in questa matrice, trova il suo connotato storico più marcato.

Per capirlo bisognerebbe rileggere attentamente, e Pansa dovrebbe farlo per primo, il volume “La Resistenza italiana, dall’opposizione al fascismo alla lotta popolare” edito, in occasione dei trent’anni della liberazione, da Mondadori nel 1975 per cura del Ministero della (allora) Pubblica Istruzione. “La Resistenza, vista sotto questa luce, non quale episodio isolato ma nel suo rapporto da un lato con l’antifascismo che l’ha preparata e dall’altro con la Repubblica che da essa è nata, acquista tutta la sua rilevanza nella del nostro Paese: per un verso essa si ricollega alla tradizione risorgimentale perché si ispira a quegli stessi valori d’indipendenza nazionale e di libertà che hanno guidato la nostra formazione unitaria; ma per altro verso supera la tradizione risorgimentale e la integra nella misura in cui rappresenta un momento di più profonda partecipazione popolare, di inserimento delle classi operaie e contadine nella vita di uno Stato nato essenzialmente dall’iniziativa di ceti sociali più elevati”.

Una lotta tra “minoranze”? Gli italiani non parteciparono né coi fascisti né coi partigiani come sostiene Pansa? Forse è vero. Però bisognerebbe ricordare pure che non soltanto la Resistenza, ma tutta la storia dell’Italia unita, dai moti del 1848 sino alla Costituente repubblicana, è stata percorsa dall’esigenza di una maggiore partecipazione dei ceti popolari alla vita dello Stato. “Il progressivo allargamento del suffragio elettorale, l’espandersi delle organizzazioni operaie e contadine, lo sviluppo del sindacalismo, la progressiva affermazione dei grandi partiti popolari sono i segni di questo processo di crescita della società italiana”. Un’esigenza di maggiore partecipazione popolare alla vita dello stato che, probabilmente, grazie anche al mancato ruolo svolto proprio da partiti secondo quanto previsto dall’articolo 49 della nostra Costituzione, ancora esiste. Lo Stato liberale mazziniano, anche attraversando contrasti e conflitti drammatici, aveva dato spazio a questa “crescita civile” della società italiana. Un processo che però s’interrompe coll’affermazione del fascismo che nega ogni diritto di libertà ai cittadini e piega al servizio del Partito dominante il potere dello Stato.

Pietro Scoppola, storico, docente e politico, considerato uno dei principali esponenti italiani del cattolicesimo democratico che dal ’74 al ’78 fu capo redattore della rivista Il Mulino, nel contributo al volume citato scrisse che “il 25 di Aprile del 1945 il primo e più immediato obiettivo della Resistenza è raggiunto: tutto il Paese è libero dai tedeschi, il fascismo è sconfitto. Ma la strada che resta ancora da percorrere è lunga e piena di ostacoli …”.

“Al 25 aprile” – dichiarava in un’intervista Giorgio Amendola – “non siamo arrivati da trionfatori, ma con l’acqua alla gola. Quello che mi irrita, invece, è la rappresentazione schematica della Resistenza che avrebbe potuto fare e disfare a suo piacimento, e non fece per pavidità della direzione politica”.

L’Assemblea Costituente, che in massima parte era composta proprio dagli esponenti di quei partiti (comunisti, socialisti, azionisti, anarchici e democratici) che avevano dato vita ai Comitati di Liberazione Nazionale, fondò la Costituzione repubblicana sulla sintesi tra le diverse tradizioni politiche e l’spirò ai princìpi della democrazia e dell’antifascismo. La scelta di celebrare la fine di quel periodo funesto il 25 di aprile fu scelto dal CLNAI “con la data dell’appello per l’insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano”. È vero, la Resistenza italiana fu il primo atto del “periodo costituzionale transitorio”. La seconda parte terminerà invece il 1º gennaio 1948, giorno dell’applicazione della nuova Costituzione Italiana. Davvero vorremmo cambiare per questo la data della celebrazione del 25 aprile del ’45 e sostituirla con quella del 18 aprile del ’48? Proprio nel clima politico in cui oggi viviamo, il richiamo alla Resistenza e all’antifascismo si fa meravigliosamente denso di significati.

Anche oggi, il richiamo alla Resistenza che sta nella data del 25 aprile non può essere considerato il modo di “tornare, in un momento di evasione, ad une evento lontano ed estraneo ormai dal nostro mondo e alla nostra realtà”. Anche oggi, che da quella data di anni ne sono passati più di cinquanta, ricordare il 25 aprile ha il significato di “ritrovare, attraverso una critica riflessione sul passato, motivi e criteri di orientamento nel cammino che stiamo percorrendo e per le scelte che sono ancora nelle nostre mani”.

L’ideologia dell’indipendenza nazionale e la fine di Schengen

Share

di Giuseppe Candido

Sottoscritto il 14 giugno 1985 fra il Belgio, la Francia, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi l’accordo di Schengen intendeva eliminare progressivamente i controlli alle frontiere comuni e introdurre un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità o di paesi terzi.
Successivamente, la convenzione di Schengen firmata il 19 giugno 1990 dagli stessi cinque Stati membri e successivamente entrata in vigore nel 1995, completò quell’accordo definendo “le condizioni di applicazione e le garanzie inerenti all’attuazione della libera circolazione”.
Obiettivi dichiarati della convenzione adottata poi da tutti i paesi membri erano l’abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne, il “rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, la collaborazione delle forze di polizia e la possibilità, per esse, di intervenire in alcuni casi anche oltre i propri confini. Inoltre la convenzione prevedeva il coordinamento degli stati dell’Unione nella lotta alla criminalità organizzata di rilevanza internazionale come ad esempio mafia, traffico d’armi, droga e immigrazione clandestina.
Era il sogno degli Stati Uniti d’Europa che avrebbe dovuto concretizzarsi con un esercito degli Stati Uniti d’Europa, un Ministro degli Esteri europeo in un’Europa federale e federalista.
“L’ideologia dell’indipendenza nazionale” si legge nel Manifesto di Ventotene, “è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori. Essa portava però in sé” i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Le cose però cambiano, i contesti divergono e l’Europa non è quella che i suoi più alti Padri costituenti avrebbero voluto. Gli Stati nazionali continuano a soffocare la Patria europea. Dopo aver fatto sparire la Bandiera blu con le stelle e dopo aver abolito l’Inno alla gioia come inno europeo oggi assistiamo alla morte della libertà di circolazione. A che punto sia oggi quel trattato, dopo la crisi Italia-Francia per la gestione degli immigrati, è sotto gli occhi di tutti. Non parliamo poi i quel sogno europeo. L’Onda dei migranti apre una crisi nell’Unione europea, è il titolo con cui apre in prima pagina nei giorni scorsi El Pais.
La valanga di migranti provocata dalle rivolte arabe ha aperto una nuova spaccatura nell’Unione europea. L’Italia ha accusato la Francia, sottolinea il noto quotidiano spagnolo, di violare i principi base dell’Unione dopo che le autorità francesi hanno bloccato il passaggio dei treni provenienti da Genova per impedire l’ingresso di tunisini. E che “Parigi blocca i migranti tunisini alla frontiera italiana” se ne accorge lo stesso Le Monde che però si spinge ben oltre nell’analisi.
“Ad una settimana dal vertice Franco-Italiano del 26 Aprile, i due Paesi hanno aggiunto un nuovo soggetto di discordia a quelli che già li oppongono, bloccando la circolazione dei treni tra Ventimiglia e la Costa Azzurra. Domenica, si legge ancora sul quotidiano d’oltre Alpe, Parigi ha provocato la reazione indignata del Governo italiano che ha denunciato questa misura come illegittima.” In causa, ovviamente, è la decisione presa dall’Italia di accordare un permesso di soggiorno provvisorio per circa 20.000 tunisini arrivati a Lampedusa dopo la caduta del regime di Ben Ali. Per il Governo Italiano, spiega Le Monde, questi permessi temporanei, in base agli accordi Schengen, devono permettere agli immigrati, che per la maggior parte vogliono andare in Francia, la loro libera circolazione. Per Parigi, invece, gli immigrati devono giustificare una residenza in Francia, un titolo di trasporto (cioè un biglietto) e delle risorse economiche per l’auto sostentamento.
Domenica scorsa, un centinaio di tunisini muniti di un permesso di soggiorno provvisorio, accompagnati da 250-300 militanti francesi ed italiani, avevano preso posto su quello che Le Monde definisce il “treno della libertà”. Da Genova verso la Francia, con l’obiettivo di “sfidare i blocchi dei governi e garantire il libero accesso al territorio europeo e ricordare che “nessun essere umano è illegale”. Parigi ha però deciso di bloccare il convoglio alla frontiera di Ventimiglia, ufficialmente, “in ragione dei rischi per l’ordine pubblico”. Unica causa per cui l’accordo di Schengen poteva essere sospeso temporaneamente.
Forse, in un momento come quello che oggi l’Italia sta vivendo, parlare di regressione del processo d’integrazione europea e di morte dell’Unione intesa come unione di popoli e non solo unione commerciale, può sembrare inutile, quasi velleitario. Eppure il tramonto di quel sogno, il declino di un’idea d’Europa unita non solo da un’unica moneta e dall’abolizione dei dazi sulle merci, ma anche dalla condivisione di territori, di culture e di tradizioni, proprio nel momento in cui i nazionalismi, dal Belgio alla Finlandia passando per i Paesi Bassi, si affermano e si rinforzano, dovrebbe costituire una preoccupazione seria per classi dirigenti del nostro Paese.

La porcata è fatta

Share

di Giuseppe Candido

Vauro

Mentre lo scriviamo è ancora in discussione ma il processo breve (leggisi prescrizione perché è l’unica cosa abbreviata) è ormai cosa fatta. Anziché diminuire le prescrizioni come l’Europa ci chiede da anni e che già di suo viaggiavano, e a causa della colpevole lentezza della giustizia italiana, a ritmo di 150.000 all’anno, la maggioranza approva la legge che invece dimezzerà i termini di prescrizione per tutti gli imputati, anche di reati gravi, purché non ancora condannati. Il numero dell’ingiustizia come minimo raddoppierà. Anche gli incensurati accusati di reati gravi come la concussione potranno sperare di farla facilmente franca e non essere condannati neanche in primo grado. Sarà solo B. a beneficiare di tutto ciò? No di certo. Ad essere baciati dalla prescrizione breve saranno in parecchi. Tutti gli imputati di concussione che per esserlo, da pubblici ufficiali, dovevano per forza essere incensurati, godranno dello stesso trattamento e le parti civili, quelle parti cioè offese dai reati, vedranno vanificarsi il loro diritto ad essere risarciti del danno subito. Pensiamo, ad esempio, ad un pubblico ufficiale che nell’offrire cariche pubbliche o incarichi istituzionali in cambio di denaro o prestazioni sessuali, se incensurato, godrà lo stesso della prescrizione breve. Non era meglio, allora, fare direttamente un’amnistia? Almeno non avrebbe riguardato soltanto i “colletti bianchi” ma anche i poveri cristi che in prigione ci vanno davvero. Ma tant’è. Evviva l’Italia.

Calabria: amministrative senza trasparenza

Share

I dati dei patrimoni degli eletti, in Calabria, continueranno a restare top secret

di Giuseppe Candido

 

A circa un anno dalle regionali del 2010 che proclamarono Giuseppe Scopelliti governatore della Regione, in Calabria si torna alle urne per le elezioni amministrative. La scadenza, com’è noto, riguarda importanti città: il capoluogo della regione, Catanzaro, la popolosa Cosenza, Crotone e Reggio Calabria, dove si voterà anche per eleggere il nuovo presidente della Provincia. Le elezioni riguarderanno, inoltre, altri 97 comuni.

Un articolo sulla legge regionale approvata a settembre del 2010

Ma di trasparenza, ancora, non se ne parla nemmeno. Dopo che per 28 anni, i patrimoni e gli interessi finanziari degli eletti al Consiglio Regionale calabrese (oltreché i finanziatori e le spese delle relative campagne elettorali) non sono mai stati resi pubblici, e dopo che la vicenda aveva conquistato le pagine dei quotidiani nazionali grazie alla firma di Sergio Rizzo, nel mese di settembre 2010 è stata adottata la legge regionale che, finalmente, dispone la presentazione e la pubblicazione. Purtroppo però, quella legge non obbliga né i presidenti di provincia, né i sindaci dei comuni Capoluogo o con popolazione superiore a 50.000 abitanti come già prevede la legge nazionale, a fare lo stesso.

Prendiamo ad esempio il comune di Catanzaro dove a maggio si voterà per eleggere il sindaco. Stante la legge nazionale preveda la presentazione e la pubblicazione dei dati patrimoniali da oltre 28 anni anche per i Sindaci e gli assessori comunali, poiché però la leggina regionale approvata in fretta e furia a fine estate dispone la pubblicazione per i consiglieri regionali ma, ahi noi (tranquilli loro), non prevede nulla né per i sindaci degli importanti comuni né per i presidenti di provincia, la partitocrazia locale può stare tranquilla. I loro dati patrimoniali che, se resi pubblici, potrebbero smascherare anticipatamente interessi finanziari occulti, quei dati che potrebbero dimostrare se un politico che si candida di nuovo, nei cinque anni di mandato precedente, ha (o meno) incrementato i suoi redditi e i suoi interessi finanziari, tutti quei dati, in Calabria, continueranno a restare top secret. E la trasparenza rimane un’utopia di qualche radicale. E ciò nonostante la legge nazionale dica chiaramente, dal 1982, che tutti i cittadini hanno il diritto di conoscerli. Non tutti i mali vengono per nuocere però. Paradossalmente, grazie ad un’altra leggina “vergogna”, tutta calabrese, che consente ai nostri consiglieri regionali (e solo ai nostri) di candidarsi come sindaci e come presidenti di province, abolendo il divieto di cumulo di cariche, potremmo almeno conoscere i redditi di quei consiglieri regionali che si candidano già pronti a ricoprire la doppia poltrona.

 

L’Aquila sia da monito: adeguare il patrimonio edilizio al rischio sismico

Share

di Giuseppe Candido

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, un sisma di Magnitudo 5.8 della scala Richter devastò l’Aquila, Onna, Paganica e altri piccoli centri della Provincia aquilana. Il terremoto distruggeva l’Aquila e il suo tessuto economico e sociale. Ancora una volta, la mancata prevenzione, l’edilizia fuori norma, l’elusione di controlli e procedure hanno trasformato un evento naturale nella catastrofe che si è offerta agli occhi degli italiani. A due anni da quel terremoto, e guardando i tempi con cui i giapponesi ricostruiscono le strade, qualche domanda sulla ricostruzione è normale. Berlusconi e Bertolaso sventolarono subito le bandiere della celerità. Ma nonostante i proclami e le passerelle televisive, la ricostruzione è proceduta a rilento ed oggi, 37mila aquilani sono ancora sfollati. Ma oltre alle polemiche sulla ricostruzione è chiaro che, se non cambieremo modo di affrontare il problema, ogni terremoto rischia di diventare una catastrofe in termini di vite umane. Il Giappone dovrebbe offrirci spunti di riflessione non soltanto sul nucleare ma anche sul fatto che, per difendersi dai terremoti, l’unica strada è quella di costruire con tecnologie antisismiche adeguate. Nonostante sia stato uno dei terremoti più forti che i sismografi abbiano mai registrato, quello del Giappone ha causato, se si escludono quelli dello tsunami e della conseguente catastrofe nucleare, relativamente pochi danni. Un terremoto di quella stessa intensità che colpisse l’Italia raderebbe al suolo tutto. Non è mai il terremoto che ti uccide ma la casa che ti crolla in testa. Il rischio sismico è sempre il prodotto dell’evento calamitoso che può verificarsi in una data zona e la vulnerabilità sismica degli edifici che in quella zona sono presenti. È chiaro che anche un forte sisma che avvenga in un’area dove i palazzi e le strutture sono ben costruite, avrà un basso rischio di fare vittime. Li, a Tokyo, l’11 marzo i grattacieli hanno oscillato vertiginosamente ma sono rimasti in piedi, in Calabria invece sarebbero state rase al suolo non soltanto le private abitazioni ma anche ospedali, scuole, prefetture ed altri edifici pubblici. Non dimentichiamo che fu la stessa protezione civile che già nel 1999, quand’era guidata dal dott. Franco Barberi, ad eseguire il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di alcune regioni tra cui l’Abruzzo e la Calabria.

Protezione Civile - CNR GNDT - Edifici pubblici nella Regione Calabria

 

A l’Aquila, due anni fa, sono venuti giù proprio quegli edifici pubblici che erano stati censiti come ad elevata vulnerabilità sismica. In Calabria, il 65% del patrimonio edilizio pubblico è classificato, in quel censimento, come ad elevata o molto elevata vulnerabilità sismica. Negli ultimi cento anni la Calabria ha tremato molte volte: nel 1905 a Reggio Calabria un terremoto di magnitudo del 7,9 grado Richter seguito, nel 1908 dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 7,2 grado Richter. Cosa aspettiamo, nella nostra Regione, per fare qualcosa? Che una prossima scossa devasti tutto? Prevenire è meglio che ricostruire. Perché, allora, non investire nell’adeguamento antisismico delle strutture pubbliche che ne avrebbero bisogno?

Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

E’ inutile sottolineare che il colore rosso nella mappa indica i luoghi (tra cui Reggio Calabria) dove più alta è stata l’intensità massima risentita