Persa autorevolezza la politica mostra i muscoli

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 6.aprile.2011

Stretto tra l’emergenza profughi per quello che Berlusconi stesso ha definito uno tsunami umano e la lega che chiede che gli immigrati vengano portati subito “fuera di ball”, il Parlamento italiano è andato in guazzabuglio. La nostra democrazia parlamentare non è mai stata così fragile come lo è oggi. L’altro giorno alla Camera tra i “vaffa” più o meno trattenuti, i “conigli” sottolineati e le urla “fascista di merda”, gli italiani hanno assistito ad uno spettacolo davvero indecoroso. Il “fanculometro”, così come Annalena Benini lo definisce sul Foglio, del ministro La Russa verso il presidente della Camera è davvero la tragicomica parodia di una realtà che si mischia con la finzione, con l’esagerazione; è il mostrare i denti e i muscoli di una politica che ha perso l’autorevolezza di governare il Paese.

La riforma epocale (e urgente) di una giustizia che oltre ad essere caratterizzata da tempi elefantiaci che l’Europa sanziona e che ha prodotto (e ancora produce) migliaia di casi “Enzo Tortora”, si è trasformata nell’ennesima leggina ad personam: il processo (leggi prescrizione) breve. Una legge che, qualora fosse approvata, non soltanto salverebbe Berlusconi da una condanna certa in primo grado ma, cosa ancora più grave, farebbe aumentare il numero, già elevatissimo, di prescrizioni allargando quella che è, di fatto, un’amnistia di classe e di regime. Senza però aumentare di una virgola la velocità dei processi e lasciandone inalterato il carico. I Magistrati dovranno continuare a svolgere anche quei processi che si sa andranno prescritti. Niente di epocale dunque, soltanto una vistosa e plateale perdita del senso del decoro. È lotta continua tra “gli estremi (e già falliti) rimedi per sottrarre il Cav. alla gogna delle procure” e gli “estremismi antiberlusconiani di piazza e di Parlamento” che molto bene Giuliano Ferrara pubblica sul Foglio. Una radicalizzazione del confronto politico in cui non si sa davvero che scegliere e tra cui, speriamo, non essere costretti a dover scegliere. Anche perché, a guardarli attentamente, è vero che entrambe le gambe del regime, come scrive Staderini, sono giustizialiste. “Per esigenze di potere collegate al giudiziario” una. “Per esigenze di repressione necessarie a coprire l’incapacità di affrontare le grandi questioni del nostro tempo” l’altra. Entrambe sorreggono il medesimo corpo della democrazia malata, sempre più corrotta, dalla partitocrazia. Come dar torto, poi, a Ritanna Armeni che scrive che fosse lei in Parlamento non voterebbe “una legge proposta da chi ha un suo personale interesse a volerla”. Ma il problema del PD e dell’opposizione in genere non è minimamente paragonabile a quello di una grande squadra come il Barcellona che gioca male perché difronte ad una “squadra scarsa che gioca scorretto”. Il problema è di più ampio respiro. È l’intera classe dirigente che, dopo sessant’anni di partitocrazia e asfissiata dall’assenza di ricambio, ha perduto la sua autorevolezza e, come scrive Michele Ainis, tenta disperatamente di “recuperarla gonfiando i bicipiti”. Le nazioni muoiono di impercettibili scortesie, diceva Giraudoux ricorda Aines ma, è bene ricordare anche che, come sosteneva Montesquieu, “Lo Stato perirà nel momento in cui il potere legislativo sarà più corrotto dell’esecutivo”.

Per cui accade di tutto. Mentre le carceri, nell’assenza di Stato di diritto, straripano di immigrati clandestini e mentre le procure si ritrovano con registri indagati che sembrano elenchi telefonici, il Ministro della Difesa (in guerra con la Libia) manda tranquillamente a quel paese il Presidente della Camera. Ma è “il mancato ricambio delle classi dirigenti” individuato da Michele Ainis la causa principale della “deriva pericolosa” delle Istituzioni parlamentari cui stiamo assistendo? Il Professor Massimo Salvadori insiste anche lui a parlare di un “sistema politico bloccato” nel suo saggio (Ed. Laterza) intitolato “Democrazia senza democrazia”. Ma probabilmente, per definire il vero male della nostra democrazia parlamentare, è più corretto parlare di una vera e propria “Peste italiana”, come fa a chiare lettere il volume di Radicali Italiani non ancora definitivamente edito e dedicato a futura memoria (se la memoria avrà futuro). “Dal primo gennaio 1948, nel momento stesso della sua entrata in vigore, inizia immediatamente il processo di snaturamento e svuotamento della Costituzione; da qui i partiti” – si legge nell’introduzione del volume – “cominciano a impadronirsi del sistema politico e a cancellare lo Stato di diritto; da qui parte la negazione dei fondamentali diritti civili e politici dei cittadini italiani”. Nel volume, viene citato, tra l’altro, il discorso del Presidente del Consiglio dimissionario Giuliano Amato del 22 aprile 1993: “Quella che noi chiamiamo la degenerazione progressivamente intervenuta nei partiti italiani, quel loro lasciare vuota la società, quel loro divenire poco alla volta erogatori di risorse disponibili attraverso l’esercizio del potere pubblico, questa degenerazione” – affermava allora il dottor. Sottile – “è stata il ritorno o la progressiva amplificazione di una tendenza forte della storia italiana e che nella storia italiana era nata negli anni Venti e Trenta, con l’organizzazione di ‘quel’ partito”. “È dato di fatto che il regime fondato su partiti che acquisiscono consenso di massa attraverso l’uso della istituzione pubblica è un regime che nasce in Italia con il fascismo e che ora viene meno. E non a caso. Nello stesso momento viene meno quel regime economico fondato sull’impresa pubblica che era nato negli anni Trenta. Ed è un regime economico e un regime di partiti che attraversa per certi aspetti pure un cambiamento importante, pure fondamentalissimo, come quello del passaggio tra quel regime e la Repubblica e che viene meno ora”. Dovremmo rileggerle quelle parole perché assai attuali. Anche ora, mentre i tanti nessuno vivono credendo nell’Unità e nelle Istituzioni con la (i) maiuscola, anche oggi quella conquista di democrazia repubblicana fondata e fondamento di uno Stato di diritto ci sembra lontana. E per farci l’idea della gravità del momento dovremmo ricontare, ad uno ad uno, tutti i referendum in cui i cittadini erano riusciti ad esprimersi abrogando delle leggi ma che, con qualche leggina ad hoc, sono stati traditi dal Parlamento. Dal finanziamento pubblico dei partiti a quello della riforma elettorale in senso maggioritario passando per quello sulla responsabilità civile dei magistrati. Per non parlare del nucleare. E dovremmo anche analizzare la storia di una Repubblica fondata sul regime dei partiti e delle loro oligarchie, che hanno stravolto la democrazia. Solo con queste premesse potremmo davvero interrogarci su come risolvere quella che è giusto definire, forse, la più grande ed irrisolta questione sociale del nostro Paese e ridare senso alle istituzioni parlamentari scegliendo magari, come Costituzione richiederebbe, i migliori “nessuno” piuttosto che i soliti noti, a sedere negli scranni parlamentari.

 

Scorie nucleari: una bomba per le future generazioni

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 01 aprile 2011

Mentre a Fukushima il disastro nucleare annunciato si è ormai conclama salendo nella classifica al grado 7, il più alto della scala, attribuito in passato al disastro nella centrale ucraina di Chernobyl, e mentre Angela Merkel inverte la rotta a 180 gradi annunciando l’uscita della Germania dal nucleare che punterà tutto su rinnovabili (eolico e fotovoltaico), qui in Italia, nel paese dei Dante e dei Leonardo, nel Paese dove il sole spacca in due i sassi, il Governo italiano, dopo l’accordo italo francese sull’acquisto di centrali atomiche e il mega pacchetto anti crisi che avevano confermato il “ritorno alla grande” dell’Italia al nucleare, oggi sentiamo di una generica “moratoria” per un anno per fare una “pausa di riflessione”.

A calcio diremmo che così si fa melina per perdere tempo, sbollentando gli animi e magari invitando gli elettori a disertare il referendum che il prossimo 12 di giugno ci chiederà se vogliamo o meno confermare la dissennata scelta del governo di un “ritorno al nucleare”. Ricordiamolo ancora una volta, il nostro è un territorio, a differenza di quello della Francia e della Germania, assai pericoloso dal punto di vista sismico e che, già nel recente passato, abbiamo visto verificarsi eventi catastrofici, tsunami di Reggio Calabria compreso nel 1908. E non dimentichiamo che, rischio sismico a parte, il vero problema del nucleare (e anche il suo vero costo noscosto) di cui spesso però ci si dimentica è quello delle scorie, la monnezza nucleare che non si sa dove mettere. La spediamo sulla luna? Nell’Italia dei veleni industriali finiti sotto le questure e le scuole, delle navi a perdere e delle infinite e prorogate emergenze rifiuti, proprio le scorie di quel carburante nucleare diventerebbero, per centinaia o forse anche migliaia di anni, la vera e tragica bomba ecologica per le future generazioni. E anche la guerra con la Libia e tutta la situazione d’instabilità nel mondo arabo, ci dovrebbe indurre a riflettere su quale tipo d’energia dovremo puntare per il futuro del nostro Paese convincendoci del fatto che, se lo fa la Merkel in Germania dove il sole scarseggia pure, un’Italia cento per cento rinnovabile è pure possibile. Fotovoltaico ed eolico ma non solo: geotermico a bassa entalpia per il riscaldamento domestico sino alle biomasse di compost prodotto con un ciclo integrato dei rifiuti. Per questo, senza contare su moratorie inedite ed anche per evitare di ammazzare del tutto lo strumento referendario che i padri costituenti ci avevano regalato, è giusto che, il 12 e il 13 giugno prossimi, ognuno di noi si rechi a votare per impedire di far scegliere ad altri il nostro domani e, soprattuto, quello dei nostri figli.

 

C’é un problema d’informazione

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Anatomia del delitto della democrazia reale

di Giuseppe Candido

Non c’è dubbio che alla base di una vera democrazia ci sia, durante il processo elettorale, il libero formarsi dell’opinione pubblica secondo un plurale e altrettanto libero sistema dell’informazione.

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 28.93.2011

Dagli anni ’70 ad oggi per questo motivo sono state emanate diverse leggi in materia di informazione, di comunicazione politica e “pluralismo” nel sistema radiotelevisivo italiano: dalla Legge 103 del 14 aprile 1975, passando per la “Legge Mammì” del 1990 e la “legge Gasparri” del 2004, fino al Testo Unico della radiotelevisione del 2005, tutti i regolamenti sono stati mirati a disciplinare il sistema radiotelevisivo su principi di obiettività, completezza, imparzialità e parità che avrebbero dovuto garantire il rispetto del requisito della verità, fondamento del diritto di cronaca.

Imposta nei programmi di comunicazione politica indipendentemente dal periodo in cui vengono trasmessi, la “par condicio” detta le regole per l’informazione durante i periodi elettorali disponendo, testualmente, la “parità di condizioni nell’esposizione di opinioni e posizioni politiche, nelle tribune politiche, nei dibattiti, nelle tavole rotonde, nella presentazione in contraddittorio di programmi politici, nei confronti, nelle interviste e in ogni altra trasmissione nella quale assuma carattere rilevante l’esposizione di opinioni e valutazioni politiche”. Ma al tempo stesso specifica che la norma “non si applica alla diffusione di notizie nei programmi di informazione”. Insomma, parità d’informazione sì, ma con la possibilità di poterla violare sistematicamente nei così detti format di approfondimento come le trasmissioni “Annozero”, “Ballarò”, “Porta a porta” ecc.

Il tutto condito dal fatto che sono completamente sparite le tribune politiche in cui, un tempo, i leader delle varie forze politiche, si confrontavano.

PORTA A PORTA
I dati di ascolto della trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa

Nato il 20 febbraio del 1981 da un’idea di Marco Pannella per dimostrare l’utilità e la necessità di un sistema di monitoraggio televisivo, il Centro d’Ascolto dell’informazione radiotelevisiva presenterà a giorni un rapporto, curato dal direttore del centro Gianni Betto, il cui titolo è chiarissimo: “Anatomia del delitto neo-goebbelsiano della democrazia reale”. Sottotitolo: “Dal minuto all’ascolto… verso gli ascoltatori”.

Bisognerebbe ricordare ai cittadini d’oggi, come giustamente fa Gianni Betto, che nel 1968 e nel 1972 il Partito radicale denunciò l’illegalità delle elezioni politiche, non presentò propri candidati ed invitò gli elettori a votare scheda bianca.

In pochi anni, ricorda ancora Betto, si ottennero una serie di riforme storiche, molte delle quali ancora in vigore: “l’accesso alle tribune politiche dei partiti non rappresentati in Parlamento; la garanzia dell’equal time per tutti i competitori elettorali; il sorteggio dell’ordine di intervento; l’accesso alle tribune dei rappresentanti dei Comitati promotori dei referendum (ottenuto in occasione del referendum sul divorzio dopo 78 giorni di digiuno di Marco Pannella)”.

“Sempre grazie a uno sciopero della fame e poi della sete di Marco Pannella, alle elezioni politiche del 1976 viene riconosciuto per la prima volta il principio della “riparazione” per soggetti politici cui è stato illegittimamente impedito l’accesso. È da quel momento che Rai e Commissione parlamentare di vigilanza avviano l’opera di smantellamento progressivo delle tribune ponendole in fasce orarie di scarso ascolto, riducendone il tempo complessivo e adottando format che le rendono prive di interesse. Contemporaneamente, dinanzi all’importanza assunta dalle consultazioni referendarie, gli spazi di accesso sono contratti, negando la peculiarità del Comitato promotore e diluendone la presenza con l’ammissione paritaria di decine di altri soggetti, tra partiti e comitati, ivi inclusi gli astensionisti”.

dati ascolto Ballarò
I dati di ascolto della trasmissione "Ballarò"

Come stanno oggi le cose, invece, è sotto gli occhi di tutti ma forse, guardando il delitto in tv, non ci si rende conto del movente e del mandante. Per capire quali siano le reali responsabilità del sistema radiotelevisivo italiano nel delitto, continuato e perpetuato, di uccisione della democrazia è necessario leggere i dati snocciolati, in maniera sistematica, nel rapporto del Cd’A. Tanto per fare qualche esempio, nel mense di novembre 2010, nei tempi dedicati all’informazione politica dai TG Rai nel loro complesso (6 ore, 19 minuti e 3 secondi con 2.673 milioni d’ascolti), ben il 40,85% totale del tempo (566 milioni d’ascolti pari al 21,2% degli ascolti) è stato dedicato al Popolo delle Libertà, il 19,58% del tempo (548 milioni d’ascolti pari al 20,5% degli ascolti) è stato dedicato al Partito Democratico. Seguono poi Futuro e Libertà (11,91% del tempo, 355 milioni d’ascolti pari 13,3% degli ascolti), l’Unione di Centro (8,31% del tempo e 319 milioni d’ascolti pari al 11,9% degli ascolti), la Lega Nord (7,01% del tempo e 330 milioni d’ascolti pari al 12,3% degli ascolti). Al sesto posto c’é l’IdV di Antonio Di Pietro col 49,98% del tempo e l’8,2 % degli ascolti (233 milioni). Seguono poi, dopo la voce “Altro” non meglio specificata, SEL (0,47% del tempo e 54 milioni d’ascolti pari al 2 % del totale), Alleanza per l’Italia di Rutelli che con 17 milioni ha raggiunto lo 0,6% del totale degli ascolti, Federazione della Sinistra (che con 2 minuti e 47 secondi ha raggiunto 28 milioni d’ascolti pari al 1,0 % del totale), Radicali Italiani-Lista Bonino con lo 0,51% di tempo (1 minuto e 55 secondi d’informazione) sono riusciti a raggiungere 35 milioni d’ascolti (1,3%), il Movimento per l’Autonomia di Lombardo con lo 0,31% del tempo e con 19 milioni d’ascolti (0,7%), mentre la Destra di Storace è riuscita a parlare solo a 21 milioni d’ascoltatori con lo 0,27 % del tempo dedicatogli. Ancora più giù, nella classifica della mancata informazione politica paritaria Democrazia Cristiana con 16 milioni d’ascolti e UDEUR-Popolari e Federazione dei Verdi chiudono con 3 milioni d’ascolto ciascuno. Questo per quanto riguarda le formazioni politiche nei TG della Rai che, quale concessionaria per il servizio pubblico radiotelevisivo, avrebbe per legge il compito di garantire il pluralismo dell’informazione politica.

dati d'ascolto Annozero
I dati di ascolto della trasmissione Annozero di Michele Santoro

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i dati di ascolto di "In mezz'ora"
I dati degli ascolti della trasmissione "In mezz'ora" di Lucia Annunziata

 

 

“Le nuove forze che potrebbero turbare o concorrere a modificare gli equilibri della vita politica italiana” – scrive a ragione il giornalista nell’introduzione del volume – “sono così escluse dal dibattito pubblico e negate alla conoscenza dei cittadini”.

Se viene meno il diritto dei cittadini a conoscere per deliberare, se l’enaudiano motto non trova applicazione, allora la democrazia è davvero cosa lontana.

Se poi si legge la classifica dei leader politici cui è stato dato spazio ci si rende meglio conto della completa e sistematica cancellazione di alcune formazioni politiche: le prime cinque posizioni sono occupate, manco a dirlo, rispettivamente da Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. Seguono Cicchitto, Maroni, Bocchino, Gasparri, Della Vedova e il Ministro Maria Stella Gelmini. La lista prosegue. Al 16° posto c’è Vendola, al 18° il Ministro Alfano seguito da Schifani, Veltroni, Letta Enrico, Maurizio Lupi e Tremonti. D’Alema è al 25° posto, 27° per Piero Fassino mentre chiude la classifica Gianni Letta. Ma nei primi trenta posti nessun radicale è presente. Pur ricoprendo, Emma Bonino, il ruolo di vice presidente del Senato e pur essendo i temi Radicali, riforma della giustizia in primis, prioritari nell’agenda del Paese. E le cose non vanno meglio se si osservano i tempi delle presenze politiche nelle trasmissioni Rai di approfondimento giornalistico come Annozero, Ballarò e Porta a Porta. In quest’ultima trasmissione, solo per fare un esempio, dal 29 marzo 2010 al 17 gennaio 2011, in 64 puntate, al PdL sono state garantite ben 82 presenze (126,3 milioni d’ascolti), 49 al PD (79,4 milioni d’ascolti), 29 presenze alla Lega Nord (46,3 milioni d’ascolti) e 22 a Futuro e Libertà per l’Italia (32,2 milioni d’ascolti). Segue l’IdV con 14 presenze e 24,6 milioni d’ascolti, l’UDC con 12 presenze e 18,7 milioni d’ascolti. Chiudono tristemente la classifica Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola con 5 presenze (8,2 milioni d’ascolti), 4 presenze per l’API di Rutelli (8 milioni d’ascolti) e il PSI (1 presenza e 1,6 milioni di ascolti). Nessuna presenza invece per i Radicali e per la Federazione dei Verdi che, evidentemente, non sono graditi al salotto del pungiglione nazionale. Ma se la cosa si fermasse a Vespa e ai TG forse non si potrebbe parlare, come invece emerge, di vero e proprio genocidio di una forza politica, nel particolare dei Radicali che, pur essendo presente nel Paese da oltre mezzo secolo con continuità e con grandi battaglie civili, dal nucleare alla giustizia passando per l’eutanasia, che sono di grandissima attualità. Purtroppo zero sono anche le presenze dei Radicali nelle 28 puntate di Ballarò dal 30 marzo 2010 al 18 gennaio 2011 e nelle 23 puntate di Annozero dal 1 aprile 2010 a quella del 20 gennaio 2011.

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Leggi l’intero rapporto del Centro d’Ascolto radiotelevisivo

Una rosa rossa per l’inferno dei dimenticati

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su il Domani della Calabria del 25.03.2011

 

Mentre in Libia scoppia la guerra della comunità internazionale contro il dittatore sanguinario, e in Giappone aumenta il rischio nucleare assieme al bilancio delle vittime del terremoto e dello tsunami, c’è una notizia, tutta italiana, che rischia tragicamente di passare in secondo piano. Nell’Italia impegnata dalle celebrazioni per i suoi centocinquanta anni d’Unità, nell’Italia dove si discute sì, di una necessaria riforma della giustizia ma dove la situazione carceraria è, in generale, divenuta anticostituzionale per il sovraffollamento e le inumane condizioni di detenzione, la misura vera dell’assenza pressoché totale di uno Stato di diritto ce la dà la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori sanitari che ha verificato, con un’ispezione a sorpresa, e denunciato le inaccettabili condizioni di vita negli ospedali giudiziari psichiatrici. “Rinchiusi senza nessun motivo per esserlo”. Condizioni inumane e disumane: molto peggio del “puzzo di piscio e segatura” che racconta Simone Cristicchi in Ti regalerò una rosa.

È una denuncia durissima quella che arriva dalla commissione parlamentare d’Inchiesta sugli errori sanitari presieduta dal Senatore Ignazio Marino del Pd che scuote le coscienze. Nella scorsa settimana la commissione ha visitato gli ospedali psichiatrici di Aversa e di Barcellona Pozzo di Gotta (Sicilia) trovandosi difronte ad una realtà sconvolgente che ha superato ogni immaginazione. Sono le immagini di un video shock che, durante la conferenza stampa tenuta lo scorso 16 marzo, raccontano le indegnità subite diversamente inenarrabili. Una vicenda che, come italiani, ci dovrebbe fare letteralmente vergognare. Una “procedura inusuale” per il Senato della Repubblica e per una commissione d’inchiesta, quella della presentazione mediante un video, ma ch’è stata appositamente utilizzata proprio “per far sentire sulla pelle di tutti le emozioni e le sofferenze degli internati che la commissione ha incontrato nel suo viaggio negli ospedali psichiatrici giudiziari”. Se anche la legge Basaglia nel 1978 modificò la normativa dei manicomi, queste degli ospedali psichiatrici giudiziari sono strutture invece, rimaste inalterate dal 1930 (Codice Rocco) e dove ci si entra per due motivi: o perché si ha una condanna, o perché si viene tecnicamente prosciolti perché incapaci d’intendere e di volere e, avendo pure una malattia psichiatrica, si viene affidati a queste strutture per essere guariti, curati con lo scopo di venire poi restituiti alla vita normale. Invece le immagini shock raccontano di persone affidate in cura allo Stato e legate nude su letti senza materassi e con dei buchi nel pavimento dove far cadere gli escrementi. In tutto ciò c’è l’istituto della proroga a complicare le cose. Perché può allora capitare che si abbia scontato la propria pena ma che, non avendo nessuno cui affidarti, la proroga della cura si trasforma in una sorta di ergastolo bianco. E anziché per essere curati si rimane in questi istituti per essere isolati dal resto della vita, dalla società. Lo Stato li ha dimenticati, li ha lasciati lì, abbandonati di proroga in proroga, senza un fine pena e, paradossalmente, senza neanche un medico psichiatra ad occuparsi di loro. E siccome lo Stato siamo noi, siamo noi che li abbiamo dimenticati. Abbiamo preferito, senza né una “rosa rossa per dipingere ogni cosa” né “una rosa bianca per dimenticare ogni piccolo dolore”, cancellarli dalla società rilegandoli in veri e propri lager. Se di gente chiusa per quarant’anni dentro i manicomi perché “credeva di parlare col demonio” ci racconta la canzone, di un malato psichiatrico rinchiuso da 25 anni perché 25 anni fa ha compiuto una rapina con la mano in tasca simulando di avere una pistola, ci parla la tragica realtà. Una realtà fatta da trecentocinquanta tra detenuti e internati. Venti minuti al mese con uno psichiatra e dieci internati per cella in strutture che dell’ospedale hanno ben poco. “Non possiamo tollerare, nel nostro Paese, che delle persone vengano trattate in questo modo”, ha spiegato il Senatore Ignazio Marino, “Vogliamo arrivare ad un superamento definitivo di questi istituti. E soprattutto in questo momento la commissione è impegnata nel cercare di portare a casa, di restituire alle aziende sanitarie locali per la cura, 376 persone che sono chiuse in questi luoghi, molte da decenni, senza avere nessuna pericolosità sociale”. Una ferita gravissima non solo al senso umano e cristiano ma anche alla nostra stessa Carta fondamentale, la Costituzione, che prevede espressamente che sia illegittimo rinchiudere una persona, privarla della libertà, senza che ve ne sia una motivazione di legge. Senza contale le condizioni oggettivamente disumane in cui queste persone sono mantenute. “Su questo c’è bisogno” – ha spiegato Marino nella conferenza stampa dello scorso 16 marzo – “di coinvolgere tutti, dai giornalisti alla gente, perché negli scorsi mesi di 376 persone si è risusciti a sistemarne solo 65”. Il Senatore Michele Saccomano del PdL, membro anche lui della Commissione d’Inchiesta sugli errori sanitari, ha usato parole chiarissime sulla motivazione della conferenza stampa: “C’è bisogno della percezione popolare. Siamo venuti a gridare in pubblico ciò che vogliamo che tutti percepiscano come un fatto importante. Non è una questione burocratica. Stiamo parlando di qualcosa di cui dobbiamo vergognarci. E vorremmo che a vergognarsi non sia solo qualcuno ma che tutti ci vergognassimo perché abbiamo, in Italia, situazioni di questo tipo”. L’obiettivo è quello di ottenere, con la collaborazione di governo e regioni, il superamento di questi ospedali giudiziari psichiatrici, vere e proprie carceri nelle carceri, a favore di un’affidamento di queste persone a strutture riabilitative che, nel rispetto della dignità della persona umana, si occupino di queste persone. Nel 2008 un decreto del Presidente del Consiglio segnava il passaggio di queste strutture dalla Sanità penitenziaria alla Sanità del servizio sanitario nazionale ma, al 2011, rimangono ancora da individuare i bacini di utenza di Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria. E anche questa segnalazione è per chi non sa parlare per difendersi, e pur senza avere una calligrafia da prima elementare, è per chiedere alle istituzioni, Regioni e Aziende sanitarie in primis, di farsi carico di queste persone per riportarci, tutti, a livelli di più umana civiltà.

 

Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 18 marzo 2011

A Tokyo la radioattività fa paura, 20 milioni di abitanti sono al centro dell’incubo nucleare. Mentre continuano le scosse di assestamento di quello ch’è stato un evento sismico tra i più disastrosi e quando è ancora aperta la profonda cicatrice lasciata dalla grande onda, le esplosioni nei reattori nucleari si susseguono. Il Giappone e il rischio di una catastrofe nucleare hanno riaperto il dibattito sullo sfruttamento di tale fonte d’energia non soltanto in Italia dove, tra l’altro, si voterà a breve (e di nuovo) un referendum. La discussione s’è riaperta negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa. In un editoriale del New York Times pubblicato col titolo “Le calamità multiple del Giappone” si spiega come, dopo i morti e gli sfollati per il terremoto e lo tsunami, le centinaia di migliaia di senza tetto, ora la paura è di un’altra catastrofe, quella nucleare, con l’ipotesi di conseguente contaminazione radioattiva. “La tragedia in corso in Giappone”, si precisa nell’editoriale, “deve spingere gli americani a rivedere i loro piani per gestire i disastri naturali e i potenziali incidenti nucleari. Abbiamo già visto quanto povere – prosegue l’editoriale – sono le nostre difese con l’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans e quanto la follia industriale abbia arrecato in termini di danni con la perdita di petrolio nel golfo del Messico dello scorso anno. È triste, scrive ancora il N.Y.T., che queste calamità possano danneggiare in questo modo il Giappone, un paese tecnologicamente avanzato e che mette grande enfasi alla riduzione dei danni provocati dai disastri”. Anche i muri protettivi in mare si sono rilevati inadatti per proteggere dallo tsunami che ha trascinato via i sistemi di sicurezza che dovevano proteggere dal surriscaldamento e dalla fusione i reattori nucleari. “È troppo presto per comprendere la magnitudo di ciò che è accaduto ma per ora questi giorni di crisi in Giappone corrispondono al peggior incidente nucleare da Chernobyl nel 1986”. Le notizie allarmanti che raccontano un Giappone che rischia la fusione dei reattori colpiti con conseguenze sconosciute, catastrofiche probabilmente, si incrociano con le celebrazioni del 150° dell’Italia unita. Negli Stati Uniti è fondamentale riaprire il dibattito sugli standard di sicurezza mentre il paese, dopo decenni di stagnazione, sta per ampliare il proprio programma nucleare; 30 centrali in America sono come quelle oggi in crisi in Giappone e molte si trovano su faglie geologicamente attive e, poiché vicine alla costa, anche a rischio tsunami. Ma il dibattito sul nucleare si riapre anche al di qua dell’oceano. In Germania, ad esempio, il premier Angela Merkel ha decretato una moratoria sulla durata delle attività delle centrali atomiche e anche la Svizzera annuncia la sospensione delle procedure relative alle domande di autorizzazione per le nuove centrali nucleari. Persino in Francia la questione energetica è di nuovo al centro del dibattito nella “sinistra”, tra gli ecologisti e i socialisti, anche se il Presidente Nicolas Sarkozy, per la verità, ha escluso l’ipotesi d’uscita dal nucleare del suo Paese. Quindi non è sciacallaggio mediatico chiedersi se, al nostro Paese, che aveva abolito la scelta del nucleare con un referendum, convenga davvero il così detto “ritorno” al nucleare. Mentre tutto il mondo s’interroga sulla sicurezza delle centrali nucleari che hanno già in casa, mentre persino il ministro dell’Ambiente francese Nathalie Kosciusko-Morizet afferma con chiarezza che la situazione in Giappone “è molto grave” e che “il rischio di uno scenario da catastrofe non può essere scartato”, nel nostro Paese il governo tira dritto e in settimana, dopo la pausa celebrativa dei 150 anni, la Commissione Industria del Senato dovrebbe cominciare l’esame dell’atto relativo alla disciplina della localizzazione degli impianti nucleari in Italia. Senza farci condizionare dal “momento emozionale” e senza fare “sciacallaggio” vorremmo però far notare due aspetti di questa vicenda che, speriamo, facciano riflettere. Il primo è che il sisma registrato in Giappone la scorsa settimana è stato un evento di magnitudo di gran lunga superiore a quella massima risentita in passato in quell’area e che, avendo avuto l’epicentro nell’oceano a poca distanza dalla costa, ha provocato un’onda anomala enorme che si è subito abbattuta sulle località costiere dove, travolgendo villaggi e mettendo in crisi i reattori nucleari. Dunque non soltanto sappiamo oggi che i terremoti possono avere un’intensità superiore a quella del passato, quella che cioè viene definita come massima intensità risentita ed è utilizzata per il dimensionamento delle strutture, ma dovremmo chiederci pure se, anche nel nostro territorio, siano possibili degli tsunami che mettano in crisi eventuali centrali o depositi di scorie radioattive. Ad esempio, nel 1908 a Reggio e Messina, dopo che il grande terremoto aveva provocato lutti e distruzione fu l’onda dello tsunami a causare l’apocalisse vera. E se non si vuol riflettere per prudenza lo si faccia almeno per interesse. Siamo sicuri che l’uranio convenga davvero? Siamo sicuri, cioè, che l’atomo sia la strada giusta per risolvere la nostra dipendenza dal petrolio e dalle crisi magrebine piuttosto che moscovite? Un fondamentale principio d’economia energetica afferma che “la migliore energia è quella a più basso costo, purché si aggiungano ad essa anche tutti i costi indiretti”. Costi indiretti, che spesso definiti externalities. Dopo aver ascoltato le parole di Umberto Veronesi che ci rassicura dicendoci che lui vivrebbe vicino una centrale o un deposito di scorie nucleari, prima di rimetterci a costruire nuovi impianti che entreranno in funzione, se andrà tutto bene, tra una ventina d’anni e che, tra l’altro, troppo nuovi e sicuri non lo sono, sarebbe opportuno rileggere le parole del Prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, che d’ideologico non hanno nulla: “Tra il 2000 ad oggi i prezzi dell’ossido di uranio sono cresciuti dai 7 dollari/libra a 130 e cioè circa di un fattore 20”. La preoccupazione cresce ulteriormente – sostiene Rubia – “se si tiene conto che circa un terzo dell’uranio utilizzato proviene oggi da stock militari esistenti e in via di esaurimento. La situazione dell’uranio, ricorda quindi terribilmente quella del petrolio”. Insomma, si rischia che dalla padella del petrolio si passi alla brace dell’uranio. In quell’intervento Rubbia aggiunge che: “Non si può evitare il confronto con le nuove energie rinnovabili da diffondere su larga scala, come il solare a concentrazione ad alata temperatura”, il così detto CSP, di cui quasi mai si parla. Impianti che, al contrario delle grandi centrali nucleari, sarebbero “realizzabili in tempi brevi, tra 16 e 24 mesi per impianti di grandi dimensioni, con costi che, pur essendo oggi ancora più elevati, sono nel processo di rapida riduzione che li porterà a valori del tutto compatibili con i costi dei fossili in meno di un decennio. Il costo dell’elettricità per un impianto CSP è perfettamente prevedibile. Il prezzo dell’uranio tra trent’anni, a metà strada dei tempi di vita di un reattore, è assolutamente imprevedibile”. Ma la cosa che davvero non può permettersi l’Italia è un ritorno al nucleare alla cieca, senza che un vero dibattito venga aperto nel paese e senza una vera informazione dei cittadini. Ma su questo e su altri temi, il servizio pubblico radiotelevisivo dov’è?

 

Buon compleanno Italia!

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Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommen- surabili. Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.

Giuseppe Garibaldi


 

Buona lettura

A 150 anni dell’Italia unita, Abolire la miseria della Calabria dopo il numero precedente dedica ancora il suo primo numero del 2011 alla storia del nostro Paese e al ruolo del Mezzogiorno nella costituzione dello stato unitario. Ancora una volta in copia omaggio gratuita con una tiratura di 10.000 copie grazie al contributo della Provincia di Catanzaro che sentitamente ringraziamo.

BUONA LETTURA

Anche per la Calabria serve una legge elettorale uninominale

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di Giuseppe Candido

Articolo pubblicato su “il Domani della Calabria” del …/febbraio/2001

Di modificare la legge elettorale se ne parla da agosto ma ancora non si giunge a farlo e le elezioni sembrano sempre più vicine. Leggendo i giornali, la possibilità che i Radicali entrino nella maggioranza viene ventilata da più parti. Non sempre però le notizie prospettano ai lettori il senso di ciò che Pannella sostiene realmente. Se Silvio Berlusconi si dimettesse oggi come da più parti gli richiedono per il suo rinvio a giudizio il risultato che si otterrebbe, spiega il leader dei Radicali, “sarebbe quello di andare a votare con l’attuale legge elettorale”, il così detto porcellum, “voluto nel 2005 dalla Lega”, ma “sostenuto da Veltroni e dal PD nel 2008” e che ci regalerà un’altro “parlamento di nominati” “fedele” non già agli elettori ma al segretario del partito di turno che, di volta il volta, prometterà al deputato la certa rielezione.

Paradossalmente, le liste bloccate piacciono anche alla partitocrazia calabrese che, mentre si discute di come abolirle a livello di Camera e Senato, vorrebbe introdurle per eleggere il parlamentino nostrano.

In una democrazia avanzata, o che tale si ritenga, la legge che regola il rapporto tra eletto ed elettore non è certo una cosa secondaria. Dovrebbe consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti sulla base del merito, della competenza, della loro storia. Come avvenne nel 2006 e poi ancora nel 2008, se Berlusconi si dimettesse e si andasse a votare con questa legge elettorale avremmo di nuovo un Parlamento di nominati, avremmo sempre nuovi “Responsabili” e nuovi “Futuristi” pronti a fondare nuovi partiti, pronti ad essere fedeli a un nuovo leader ma mai coerenti verso il proprio elettorato. L’assenza di vincolo di mandato del Parlamentare, concepita per garantire piena autonomia di giudizio al Deputato, si trasformerebbe nuovamente in libertà opportunistica di allearsi, di volta in volta, non già con chi si condivide un progetto politico ma con chi offre di più o con chi meglio assicura, per la prossima volta, la tua rielezione. Le liste bloccate convengono ai partiti, soprattutto a quelli più grossi come PD e PDL, perché consentono ai loro segretari e ai loro dirigenti di eseguire vere e proprie nomine di parlamentari con il rischio che, tra le pieghe delle liste, si nascondino personaggi che con la buona politica hanno davvero poco da spartire. Ma soprattutto le liste bloccate ci regalano istituzioni bloccate, un sistema politico partitocratico in cui le gerarchie dei soliti noti si sostituiscono alle scelte democratiche e non permettono il rinnovo della classe dirigente. E pensare che, paradossalmente, il sistema elettorale con liste bloccate lo si vorrebbe estendere anche per le regionali in Calabria con lo scopo, dichiarato dal Presidente Scopelliti, di evitare il fenomeno del “voto di scambio” e le infiltrazioni di personaggi vicini alle ‘ndrine. Siamo sicuri che possa essere questa la soluzione? Siamo sicuri che, anche per la Calabria, non ci siano vere alternative che sostituiscano quel mercimonio delle preferenze che scatena visite dai mafiosi per accattivarsene il sostegno? Bisogna ricordarlo ancora: nel ’93 i cittadini avevano scelto. Con un referendum gli italiani si espressero chiaramente a favore del sistema elettorale maggioritario. Ma poi quel voto referendario – è utile ricordarlo ancora – fu tradito dalla partitocrazia che approvò il famigerato “mattarellum”, la legge che prevedeva non solo un quarto del parlamento eletto ancora con sistema proporzionale ma che, mantenendo la supremazia partitocratica nelle liste proporzionali consentiva di fatto di scegliere e quindi “nominare”, in ciascun collegio, il “rappresentante” dei partiti e non già degli elettori. Forse si potrebbe pensare su una riforma elettorale che, anche per le regionali, consenta ai cittadini di scegliere ma, al contempo eviti il mercimonio delle preferenze. Il sistema elettorale che consentirebbe tutto questo si chiama uninominale maggioritario. Pensiamolo applicato alla Calabria per l’elezione del parlamentino regionale. I sessanta consiglieri regionali sarebbero eletti con sistema maggioritario a turno unico (chi prende più voti sale) in altrettanti collegi in cui verrebbe suddiviso il territorio. Per garantire le minoranze, il sistema dovrebbe prevedere l’elezione dei migliori secondi eletti nei vari collegi. Il risultato sarebbe quello di avvicinare l’eletto all’elettore e contenere il potere delle ‘ndrine che non avrebbero, per i singoli collegi, la forza numerica per garantire l’elezione di nessuno a loro vicino. Nei singoli collegi dove ci si conosce tutti e dove si conosce la vita e la storia personale di ciascuna persona, il piazzamento di candidati vicini ai poteri criminali organizzati, come oggi invece avviene, sarebbe praticamente impossibile.

Questo sistema andrebbe benissimo anche per l’elezione della Camera e del Senato. L’adozione di un sistema elettorale fondato sul principio dei collegi uninominali, cioè sulla regola, ritenuta fondamento democratico nei Paesi di antica democrazia, che ogni collegio elettorale avrà un solo rappresentante in Parlamento. Con questo sistema la votazione avverrebbe non già tra liste concorrenti ma tra candidati singoli. L’eletto è colui che, semplicemente, nel collegio ha raccolto il maggior numero di consensi. Ogni comunità ricadente nel collegio ha quindi un rappresentante parlamentare unico la cui selezione avverrebbe con un sistema che valorizza il rapporto tra eletto ed elettore, riducendo il peso di intermediazione dei partiti. Il collegio uninominale nel sancire, infatti, la proclamazione diretta del candidato, sul quale sia confluito il maggior numero dei voti validamente espressi nell’ambito di una circoscrizione, consente a tutti gli iscritti nelle liste delle sezioni della medesima a considerarlo, nel bene e nel male, precipuamente come il loro rappresentante e non solo del contrassegno sotto il quale sia stata espressa la candidatura. L’eletto farebbe gli interessi degli elettori di tutto il collegio in cui è stato eletto e dove dovrà ritornare per chiederne nuovamente il mandato. Le clientele non funzionerebbero per avere il maggior numero di voti e non funzionerebbe neanche chiedere il sostegno a gruppi criminali dai quali, invece, si cercherebbe di stare ben lontani. Insomma coi collegi uninominali avremmo anche una Calabria oltreché un’Italia caratterizzate da una democrazia più avanzata di tipo anglosassone.

Per Stefano Cucchi spiragli di verità

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di Giuseppe Candido

Dopo le perizie medico-legali della procura che iniziarono a delineare i primi lembi di verità su ciò che avvenne davvero al povero Cucchi oggi c’è la notizia di una prima condanna con rito abbreviato e 12 rinvii a giudizio per altrettante persone coinvolte a vario titolo in quella triste vicenda.

Qualcuno, in un primo momento, arrivò ad affermare che Stefano era “morto perché era un tossico dipendente malato”. Quasi questo fosse perciò tollerabile anziché ancor di più insopportabile. Ma quei segni che Cucchi riportava evidenti sul suo corpo abusato, e che hanno potuto far rabbrividire perché fecero il giro del mondo, non lasciavano davvero dubbi. Oggi sappiamo che Stefano Cucchi, secondo il pubblico ministero, fu picchiato e non, invece, curato come avrebbe dovuto esserlo proprio perché “malato” che fu “affidato in detenzione” nelle mani dello Stato. Almeno secondo quanto scritto nella nostra Carta costituzionale che la pena non può mai consistere in trattamenti disumani e violenze.

Ma la legge fu violata, stracciata come carta becera la nostra Costituzione. E per questo che saranno processate 12 persone, tra agenti di polizia penitenziaria, medici e infermieri. Intanto un funzionario del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è stato già condannato a due anni con giudizio abbreviato. E proprio su questo argomento, il giornalista Gianfranco Palazzolo ha intervistato per i microfoni di Radio Radicale, l’Onorevole Rita Bernardini che, della vicenda Cucchi si è occupata sin da subito per chiedere che si facessero verità e giustizia. “Io ritengo che questa vicenda”, afferma la deputata radicale eletta nel PD, “sia andata avanti e stia trovando degli spiragli di verità e di giustizia proprio per il coraggio, che ha avuto la famiglia di Stefano, di uscire subito allo scoperto mostrando quelle foto che inequivocabilmente dimostrano che Stefano Cucchi è stato ammazzato. Non giriamoci intorno: il ragazzo è stato più volte picchiato”. E ancora: “Lo squarcio di verità che c’è stato sulla vicenda Cucchi, se non terminerà l’attenzione dei mass-media in generale e quindi anche dell’opinione pubblica, credo che potrà portare solamente a far emergere la verità”.

Qualche lembo di verità comincia quindi ad intravedersi ma la cosa grave è che le accuse siano quelle relative alle mancate cure e non già quello di omicidio preterintenzionale o colposo. Per cui rimangono ancora valide le richieste della famiglia: “Vogliamo sapere perché” – chiedeva Giovanni Cucchi durante una conferenza stampa – “alla richiesta precisa di Stefano, la sera dell’arresto non è stato chiamato dai militari, il suo avvocato di fiducia; vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni; vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando; vogliamo sapere, dalle strutture carcerarie, perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici; vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Richieste che rimangono legittimamente ancora attuali e che è giusto, perciò, ricordare e riproporre all’attenzione.

Non dimenticare le Shoah ancora in corso

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 30.01.2011

Nella parola Shoah, verbo biblico che significa “catastrofe, disastro”, è insito che quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale per opera dei nazisti non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che, invece, potrebbe richiamare il termine “olocausto”, di sovente usato, e che richiama un’idea di “sacrificio d’espiazione”. La Shoah piuttosto fu vero genocidio, un’azione criminale di una politica criminogena finalizzata, attraverso un complesso e “preordinato insieme di azioni”, alla cancellazione di un gruppo etnico-nazionale, razziale e religioso.

Il termine venne ufficialmente usato per lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti, per la prima volta nel 1938 nel corso d’una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. Oltre sei milioni di ebrei, giovani, vecchi, neonati e adulti, furono trucidati dalla violenza nazista. S’iniziò con la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; proseguì con la loro espulsione dai territori della Germania sino alla creazione di veri e propri “ghetti” circondati da filo spinato, muri e guardie armate. Poi i massacri delle Einsatzgruppen (squadre incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia). Infine vi fu la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. Ausmerzen, significa sopprimere. Anche l’eugenetica, tra gli anno ’39 e ’45 durante le guerra mondiale, fu applicata attivamente dai nazisti. A ricordarlo, per il giorno della “memoria” , è Marco Paolini con lo speciale del 26 gennaio. La memoria è giustizia è il titolo dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli che, anticipando tutti il 24 gennaio, si dedica alle “virtù del ricordo”. Per ritrovare la nostra “incerta identità italiana” coglie l’occasione del ricordo “per parlare un po’ di noi stessi” e “discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare”. Il direttore del Corriere della Sera nota, anche per il 27 gennaio giorno della Memoria, il rischio “pericoloso” di essere retorici di cadere nella “ritualità dei ricordi”. “Sapere perché non accada più, cittadini consapevoli dei valori universali”, conoscere per deliberare aggiungeremmo pure. Ed anche Ferdinando Sessi e Carlo Saletti con il loro Visitare Auschwitz (Marsilio ed.), ricorda il giornalista, ci mettono in guardia nei confronti di quello che definisce “frettoloso turismo della memoria”. Allora, per evitare ipertrofia della memoria e l’accumulo di lontani ricordi di genocidi per onorare quelle vittime ed insegnare ai giovani ciò che oggi non dovremmo mai ripetere forse è utile accorgersi delle continue violazioni della costituzione e delle leggi internazionali che l’Italia continua a fare mantenendo attivi quei nuclei di “Shoah” che sono ormai diventate le nostre patrie galere e quella che la leader radicale Emma Bonino chiama “La legittimazione normativa delle discriminazioni e del razzismo in Italia”. “Il razzismo” – tuona la Bonino che di diritti e di Stato di Diritto se ne intende – in Italia non è più un’“emergenza”, nel senso che è quotidiano e diffuso da tempo in tutte le aree del paese. Non contribuisce certo” – aggiunge – “a frenare questa deriva, quel processo di legittimazione culturale, politica e sociale del razzismo di cui gli attori pubblici, in particolare le istituzioni, sono i principali protagonisti”. “Il nostro Paese” – si legge in un dossier della memoria sulle accuse all’Italia – “non è nuovo a censure in materia di rispetto dei diritti umani e del principio di non discriminazione, in particolare con riferimento a Rom, Sinti e Camminanti e ai diritti dei migranti”. Un humus utile alla proliferazione di atti e violenze razziste.

Nel novembre del 2007 con una risoluzione adottata il Parlamento europeo ricorda, di fronte alle minacce italiane di espulsione di cittadini rumeni, che “la libertà di circolazione è inviolabile e che le legislazioni nazionali devono rispettare la legislazione comunitaria”.
Il 20 maggio 2008 il Parlamento europeo richiede alla Commissione chiarimenti sulla situazione dei Rom in Italia. Il Commissario Vladirmir Spidla è prudente, ma richiama “gli Stati membri” al dovere di respingere qualsiasi stigmatizzazione dei Rom, affermando che “non dovremmo chiudere gli occhi” di fronte alla discriminazione e all’esclusione subite dai Rom e che la lotta contro i crimini deve essere condotta rispettando i principi dello Stato di diritto. 
Il 10 luglio 2008 il Parlamento europeo, che ha invitato una sua delegazione in Italia, adotta una nuova risoluzione in cui “esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta dell’impronte digitali dei rom” e afferma che “questi atti costituiscono una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare della direttiva 2000/43/CE. 
Tra il 20 e il 26 luglio 2008 è l’Odihr (Ufficio per le Istituzione democratiche e i Diritti umani) dell’Osce, che aveva espresso già la sua preoccupazione a condurre una visita in Italia, ha sanzionato che i provvedimenti sono “sproporzionati, ingiustificati, sotto divieti profili illegittimi e stimolano l’insorgere di xenofobia e razzismo”. Per finire poi alla legge per la regolarizzazione non già di chi lavora onestamente ma soltanto di chi esercita il mestiere di colf o badante. Se sei muratore o raccogli le arance di Rosarno t’arrangi. Se vai in galera magari solo perché migrante e trasformato in clandestino è pure facile che ci si ammazzi per cercare un’uscita da una condizione disumana. È proprio in quell’“indifferenza etica” dove “crescono i pregiudizi”, e (…) “nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione”, che c’è il seme per nuove violenze. Vanno bene i film, i libri e tutto ciò che, facendo conoscere, ci aiuti a ricordare ma, per evitare la retorica del ricordo e la noia della saggistica, ed avere memoria lo stesso di ciò che ha significa Shoah, per vedere in faccia le catastrofi che non dovrebbero mai più ripetersi, talvolta basta dare un’occhiata al marocchino della porta accanto oppure osservare il ghetto penitenziario più vicino a noi.

Marco Pannella: “Berlusconi è vittima del sistema”

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Cicciolina? Non poteva far male alla partitocrazia già centro di corruzione di tutta la legalità.

Berlusconi? È già crollato! Ha perso l’interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui, a questo punto, è anche vittima

di Giuseppe Candido

Pubblicata su “Il Domani della Calabria” del 24 gennaio 2011, P.8 e 9

19 gennaio 2011. Pannella, istrione “irregolare” della politica italiana, il 20 gennaio è a Londra per chiedere la verità sulla guerra in Iraq. Lo contattiamo mentre prepara i bagagli, non ha tempo, ma ci dà retta lo stesso. Il signor Hood fa i bagagli ma ha sempre con se il suo canestro pieno di parole. Intervistarlo non è per niente semplice e le risposte divengono spesso fiumi in piena colmi di storia e lezioni di democrazia costituzionale. Con riferimento esplicito agli scandali del premier, in diretta da Radio Radicale nel suo editoriale di qualche giorno fa, Pannella faceva un’osservazione semplicissima e di carattere generale: “Non saremmo forse noi Radicali, si domandava Pannella, i “responsabili” di avere candidato, secondo il diritto interno del Partito Radicale, la Cicciolina?”.

Marco, lo scandalo non erano quindi i Radicali che candidavano Cicciolina, lo scandalo vero era qualcos’altro?

<< Si, certo. Ma direi però che quell’osservazione la si poteva fare pertinentemente, e la facemmo, anche in quel momento. Perché, in quel momento dicemmo che, il fatto “Cicciolina”, con l’esposizione pubblica di una responsabilità patente che potevamo avere, in realtà non rappresentava nulla di pericoloso in termini di costume. Anzi, noi dicevamo che, se non si ha la fissazione sessuomane del giudicare le cose per governare è meglio. Già allora il ceto dirigente partitocratico costituiva un centro di corruzione di tutta la legalità. Da quella costituzionale, a quella istituzionale sino a quella anche di costume.>>

Certo, quindi – citiamo il tuo editoriale – “da trent’anni trattati in modo fascista dall’antifascismo di regime?”

<< Si, Io voglio dire che l’antifascismo ideologico e retorico ha coperto ben presto una continuità patente con il regime fascista. Era già patente, sin dagli anni ’50, il tradimento della Costituzione: il referendum (non concesso per vent’anni ndr), le Regioni (Istituite solo nel 1970 ndr), e il come veniva concepito il bipartitismo, più vicino a quello americano, e che invece si realizzò con lo scioglimento contemporaneo di Camera e Senato che, invece, erano previste sfalsate continuamente a che il bipartitismo servisse anche ad un controllo diverso della vita istituzionale e democratica.>>

La vostra, quindi, è una denuncia alla partitocrazia, anche al Partito Democratico quale difensore della Costituzione? Pierluigi Bersani, dicevi anche questo in quell’editoriale, in realtà non sta difendendo la democrazia oggi?

<< Si, ma devo dire che in questo c’è un dato. È che se non si rivede, come noi abbiamo fatto con la “Peste italiana” (il documento denuncia contro il sessantennio della partitocrazia ndr), la verità storica, costituzionale e istituzionale del nostro Paese, se non la si vede, allora si può raccontare la storia che la nostra Costituzione sia la più bella del mondo. Nel senso che, la Costituzione, in tutta la sua valenza costitutiva, strutturalmente costitutiva di altro rispetto regime dal quale si usciva, ha avuto la parte che si è salvata quella strettamente e meramente ordinatoria, facendo della sua perentorietà qualcosa d’inesistente sul piano strutturale …>>

Marco, saltiamo – come si dice – di palo in frasca: il lavoro, la vicenda del referendum a Mirafiori, la Fiat e Marchionne. Sergio Marchionne come Ernesto Rossi, contro i “padroni del vapore”?

No, no. Diciamo però che Marchionne provoca e, in qualche misura ha costretto, oggettivamente costretto, a mettere, in punto finale, in crisi proprio quelle situazioni che anche negli anni del 1910 e del ’20, si stavano formando di unità industrialiste, come denunciava Salvemini, delle grandi famiglie industriali e del ceto, non della classe, ma sottolineo del ceto operaio, creando un’alleanza storica e strutturale ch’è durata sino ad adesso. E che in realtà trova in Marchionne, con la sua visione non nazional nazionalista perché non ce l’ha, colui che mette fine a questa situazione nei tempi in cui la Confindustria stessa che ha rappresentato e rappresenta la parte più vecchia di quel che Salvemini e gli altri (di Non Mollare ndr) denunciavano. Il mercato, come mercato chiuso, autarchico in termini di potere corporativo per cui noi invece di avere, come noi Radicali abbiamo sempre denunciato, ammortizzatori sociali, cassa integrazione universali, erano invece, sino a pochi anni fa, riservati al ceto operaio. Ripeto, ceto “Operaio” in senso proprio però, ma limitati al “ceto” operaio delle grandi industrie divenute, com’è noto, mere realtà di copertura della multi nazionalità del potere finanziario in titolari ufficiali delle industrie grate italiane importanti. È che importa l’esperienza, l’esigenza, la conoscenza della realtà del mercato, che è un mercato appunto, assolutamente, transanazionale per non dire internazionale e, quindi, dà necessità alla Camusso di denunciare la gravità del comportamento di Marchionne che mette in crisi la Confindustria>>

La Camusso che difende la Confindustria? Le corporazioni si reggono da sole?

<< In realtà questo dimostra che la confindustria è chiaramente inadeguata, come tempi, a rappresentare l’imprenditoria italiana senza averne, assolutamente, nessun titolo. Nel modo più assoluto, dinnanzi al fatto che l’immensa maggioranza dell’imprenditoria italiana, anche quella forte, non è tutta lì. Marchionne non è un ideologo, o un uomo rivoluzionario per le “teorie”, bensì per la “esperienza” che l’ha formato e quindi per un modo di vedere i problemi dei rapporti fra i poteri, il mercato, libertà ed altro, ma soprattutto di vedere i problemi della organizzazione industriale, del lavoro, in modo assolutamente diverso da quella che era stata ossificata in Italia…>>

Dire che tutto è chiaro con Pannella non è mai semplice. “Ormai Berlusconi crollerà”. E crollerà, forse, – dici sempre in quell’editoriale che non troppi giornali hanno colto in pieno – facendo delle “follie”. Cosa intendi dire?

<<È già crollato! (Berlusconi, ndr). Sul piano manifestamente personale e individuale è da anni che ha perso ogni entusiasmo, ogni forza creativa e di governo. E a questo ha corrisposto, con un venir meno da parte sua quella iniziale speranza, del ’94, del 95 e dei primi tre mesi del ’96 (quando i Radicali appoggiarono Berlusconi ndr), e da quel momento, visto che l’opposizione non gli ha mai proposto nessun grande scontro ideale ma neanche nessun grande scontro politico, a questo punto lui stesso ha perso interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui ha visto crescere e moltiplicarsi il suo potere, economico anche, soprattutto, nei primi due-tre anni di governo del centrosinistra che, invece di varare le riforme necessarie contro la famosa rinuncia delle incompatibilità finanziarie e societarie, hanno governato in modo tale che, lo ripeto, Berlusconi quando è uscito dai ribaltoni della Lega, dell’Udc e da Scalfaro, praticamente aveva la sua forza, la sua posizione, i suoi connotati finanziari, erano quelli di alcuni anni prima. Dopo due anni e mezzo di maggioranza di governo del centrosinistra, in una situazione in cui sappiamo tutti che importanza hanno le banche in Italia, lì ha fatto questo salto di forza, di forza unica senza confronto con nessun altra forza capitalistica italiana. Lui quindi, a questo punto, è anche vittima del fatto che non solo non gli è stato necessario, come in democrazia avrebbe dovuto essere, ma nemmeno possibile di avere confronti, drammatici, reali di crescita democratica con la opposizione. E quindi è, di fatto, ulteriormente riuscito a connotarsi come una delle componenti del regime partitocratico. Questo, naturalmente, si è ripercosso anche nella qualità della sua vita personale. E come, d’altra parte, è accaduto, per esempio, a Formigoni il quale, in vece di – come si dice nel linguaggio popolare – “andare a puttane”, lui siccome è casto in effetti è un ottimo rappresentante di quello che non fa sessualmente peccati ma fa quelli simoniaci della partitocrazia italiana. E cioè non ha nessun rispetto di qualsiasi comandamento che non sia quello corporale e sono truffatori, rubano con CL ch’è divenuta un’organizzazione di potere, un regime. Tant’è vero che oggi (19 gennaio ndr) a Milano, il magistrato democratico Brutti Liberati, contemporaneamente per mesi fa lavorare fisicamente molti magistrati e molti alti funzionari della sicurezza dello Stato, per incastrare Berlusconi e contemporaneamente, questo è importante, invece stabilisce in modo patente e scandaloso l’impunità per quest’altra componente di vero regime.>>

Ti riferisci, ovviamente, alla vicenda delle firme false in Lombardia?

<<Certo>>

Senti Marco, voi Radicali il 20 gennaio a Londra per amore della verità sulla guerra in Iraq. Ma questa cosa della guerra che si poteva evitare con l’esilio è una vicenda che riguarda pure il nostro Paese? C’entra anche con la politica italiana?

<<Certo. Eccome, c’entra in modo clamoroso.>>

Perché tu accusi Berlusconi di tradimento?

<<Si, ma la verità è ch’è tutto ciò è necessario per la storia contemporanea del mondo. Questa cosa ormai è chiara: si è basata la guerra, è iniziata, innanzitutto col tradimento rispetto ai propri paesi, alle proprie costituzioni dei due traditori Bush e Blair. Loro hanno fatto scoppiare la guerra perché stava scoppiando la pace con l’esilio, accettato ormai per convenienza ma quindi anche per saggezza, da Saddam. E loro per questo (Bush e Blair ndr) terrorizzati dal fatto di avere, per sei mesi, trasferito lì 200.000 uomini, e il non usarli era inimmaginabile. E quindi, il complesso militare industriale che incideva con la gestione Bush della realtà non solo americana ma mondiale …>>

D’accordo Marco. Ma Berlusconi perché addirittura nell’angolo dei traditori della Patria assieme a Bush e Blair?

<<Per Berlusconi è chiaro che pure lui ha fatto parte di questo. Ed ha una responsabilità, anche lui, di concorso in tradimento, di menzogna ed altro. Perché poi l’Italia era l’unico Paese che, su iniziativa dei Radicali, addirittura aveva scelto la strada della pace e dell’esilio. L’aveva scelta il Parlamento italiano con il governo di Berlusconi di allora che aveva scelto, anch’egli, di dare ascolto a questa cosa.>>

Marco Pannella dopo venti minuti si congeda gentilmente chiedendoci addirittura scusa per non poter continuare a chiacchierare con noi perché ormai circondato da cinque compagni che, nel frattempo, l’hanno accerchiato e gli chiedono di poterlo salutare mentre lui continua al telefono con noi. Un’ultimissima battuta: sul fronte italiano i Radicali da dove ripartono?

<<Dalle carceri, ovviamente, divenute autentici nuclei di Shoah. Ciao ma adesso devo proprio andare.>>

Lo ringraziamo per la disponibilità e gli facciamo i nostri auguri per un buon 2011 di verità e giustizia.