Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

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di Giuseppe Candido

Illustrazione di Dorianao
Illustrazione di Dorianao pubblicata da Il Fatto Quotidiano mercoledì 12 gennaio 2011

Patrimoni ancora “segreti” e politici calabresi sempre “compatibili” con più cariche elettive.

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Nicola Adamo (ex PD) e Peppe Bova (ex PD) potranno tranquillamente candidarsi pure come sindaci, a Cosenza e Reggio Calabria rispettivamente, senza doversi dimettere, ovviamente, dalla carica di Consiglieri regionali. Non soltanto loro, ovviamente.

La Casta calabrese torna a far notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali. In prima pagina de il Fatto quotidiano il richiamo non permette equivoci: “La Calabria cancella la legge contro chi cumula gli incarichi”. Ancora più chiaro è il titolo dell’articolo di Enrico Fierro: “In Calabria si può fare di tutto”. Dopo essere stati sbeffeggiati dalla penna di Sergio Rizzo che aveva “scoperto” che per 28 anni i patrimoni e gli interessi finanziari dei politici calabresi sono rimasti segreti e inconoscibili dai cittadini contrariamente a quanto previsto già dal 1982 dalla normativa nazionale, oggi a far di nuovo notizia è la vergognosa norma approvata dal Consiglio regionale, a ridosso tra Natale e Capodanno e che, in deroga a quanto previsto dalla legge 154 del 1981 e dal d.lgs. N°267 del 2000, ha previsto che le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale nonché quelle di Sindaco e Assessore comunale dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono compatibili con la carica di Consigliere regionale.

La vignetta di Doriano che illustra l’articolo è emblematica: il politico calabrese, a differenza dei suoi omologhi di altre regioni, è rappresentato “gigante” e con un deretano spaventosamente grande, capace di occupare contemporaneamente almeno tre poltrone. Esilarante se non fosse che stiamo parlando della deroga ad una norma concepita per evitare che si possa ingrossare ed ingigantire il sistema già pachiderma delle clientele nostrane.

A presentare, durante la discussione della finanziaria regionale, la norma “vergogna” sono stati i Consiglieri regionali Nicola Adamo e Peppe Bova, entrambi “ex” del Pd, ma è subito piaciuta, come fa notare il giornalista, anche al PdL che si è guardato bene dal respingerla pur avendo a disposizione un’ampia maggioranza. Tutti compatibili, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo (Udc), già sindaco dell’importante comune di Cassano Jonico, potrà ora dormire sonni tranquilli conservando la doppia poltrona. “Vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico rispondendo alle critiche.

Come se questo tipo di scelte non fosse giudicato dagli elettori. Come se tutto fosse normale, come si trattasse di un tema eticamente sensibile, il Governatore Scopelliti ha lasciato ai suoi “libertà di coscienza”. Come se questo tipo di deroghe che la “Casta” fa a se stessa non contribuisca ad incrementare il sentimento di antipolitica che c’è nella gente comune che tutte le mattine si alza alle sei per andare a lavorare.

Ma forse è vero: in Calabria si può fare di tutto. E mentre aspettiamo ancora, e da 28 anni, di poter conoscere i dati patrimoniali e gli interessi finanziari di politici e amministratori calabresi che, a partire da quelli di comuni con più di 50.000 abitanti, dovrebbero già essere pubblici e disponibili a tutti i cittadini, scopriamo che gli stessi politici potranno essere in più posti contemporaneamente, cumulando cariche e prebende, indennità e rimborsi oltreché, ovviamente, il potere di “controllo ferreo del voto”. Ubiquità? Forse.

Qualche gruppo politico ora annuncia di voler raccogliere le firme per un referendum, ma sapendo come vanno a finire questi ultimi forse c’è poco da sperare …

La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 22 gennaio 2011

Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le vittime degli scontri cominciati il 17 dicembre 2010 sono ormai oltre cento. Dopo un mese di dure proteste della popolazione, 14 gennaio, il presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita. Tre giorni dopo, il primo ministro Mohammed Ghannouchi ha annunciato un governo di unità nazionale, a cui partecipano anche esponenti dell’opposizione. Il 18 gennaio quattro ministri (di cui tre del potente sindacato Ugtt) si sono ritirati dal governo, mentre nel paese sono scoppiate nuove proteste. Ma la rivolta tunisina non è stata una sorpresa per nessuno, se non per una élite che pensa di aver trovato la “formula magica” per mantenere il potere per sempre rimandando i “cambiamenti in cui i tunisini speravano fin dalla caduta del presidente Habib Bourguiba nel 1987”. “Questa formula”, scrive Burhan Ghalyoun sul quotidiano tunisino Al Shuruq, (applicata da molti regimi arabi) “deriva dal modello cinese e combina due elementi: l’allontanamento della politica dalla sfera pubblica vietando ogni forma di attivismo e il totale controllo dell’economia, sia accaparrandosi gli investimenti stranieri sia accumulando ricchezze con ogni mezzo”. Di una Tunisia che “brucia” parla Sami Naïr, filosofo franco-algerino, sul quotidiano spagnolo El País. Le proteste popolari, nel frattempo, si diffondono in tutta la regione. Ma in realtà c’è il rischio che sia, a breve, l’intero mondo arabo ad andare a fuoco. Perché, se in Tunisia siamo alla rivolta, in molti paesi arabi la situazione è simile e rischia di diventare esplosiva. In Algeria come nella vicina Tunisia, fanno notare i media televisivi britannici, molti ragazzi sono scesi in piazza per manifestare contro gli aumenti del prezzo del cibo. Lì è ancora in vigore lo stato di emergenza proclamato nel 1992 e nella capitale sono vietate le manifestazioni. Ed anche nell’Egitto di Mubarak le analogie con la Tunisia sono parecchie: condizioni economiche miserevoli della popolazione e poca libertà d’espressione caratterizzano il governo in carica ormai da oltre trent’anni. Poi c’è la “polveriera giordana” dove, lo scorso 15 gennaio, è stato il “giorno della rabbia”. Migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze di tutto il paese per protestare contro l’escalation della disoccupazione e dei prezzi dei beni di prima necessità. E pure in Marocco, come in Tunisia, il paese sta affrontando una crisi e una “corruzione dilagante”. La reputazione del Marocco, sottolinea la BBC, è stata ulteriormente danneggiata dalle rivelazioni di Wikileaks sugli “affari della famiglia reale” e sull’avidità di personaggi vicini al re Mohammed VI. I dispacci dall’ambasciata statunitense a Tunisi citavano problemi simili anche nella cerchia di Ben Ali. Ma in Marocco, come in Egitto e in Algeria, la libertà di stampa è assai limitata e le autorità riescono a contenere le proteste. Insomma, lo spettro dei cambiamenti politici che si prospettano per la Tunisia preoccupa i leader di tutta la regione. Persino nella Libia del colonnello Gheddafi si teme l’effetto domino. Non c’è nessuno meglio di Zine per governare la Tunisia, che ora vive nella paura” è la reazione, a ferro caldo, del leader libico al rovesciamento del presidente tunisino e riflettono, è evidente, il suo nervosismo per un possibile dilagare delle proteste. Il colonnello guida infatti il paese da oltre quarant’anni col pugno di ferro: tutte le proteste vengono duramente represse, ma “negli ultimi giorni ci sono state molte manifestazioni anche ad Al Bayda”. Internet e la circolazione delle informazioni sono ancora limitate. Dopo le rivolte tunisine ed algerine i capi di stato arabi si sono affettati a calmierare i prezzi dei prodotti di base per prevenire nuove manifestazioni. Una ricetta, scrive il quotidiano algerino El Watan, che “sembra aver dato buoni risultati”. “Ma quanto durerà? Lo scontento della popolazione non sparisce”. Le “cause strutturali” che l’hanno provocato non si potranno risolvere col semplice controllo dei prezzi. C’è senz’altro bisogno che i governi di quei paesi si adoperino in politiche lungimiranti ma, senz’altro, c’è bisogno che l’Europa guardi a sud del Mediterraneo allargando il suo orizzonte economico, oltreché culturale, anche a quei paesi che sono nostri stretti vicini. Se l’Europa e l’occidente in genere hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’est, ora stanno facendo l’esatto contrario con i paesi arabi. L’occidente deve assumersi le sue responsabilità. Non soltanto sosteniamo molte delle loro dittature con “amicizia”, ma permettiamo pure il saccheggio delle ricchezze di questi popoli consentendo ai loro dittatori di aprire comodi conti bancari dove depositare quel che hanno rubato ai loro popoli ed autorizzandoli a comprare, nei nostri paesi, immobili e azioni di grandi aziende europee.

Ruby? Forse non basta cambiare canale

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di Giuseppe Candido

“Berlusconi indagato in un caso di prostituzione” titolava l’Herald Tribune; “Le visite private di Ruby, cubista minorenne” sottotitolo. “L’Italia di Berlusconi sotto processo per prostituzione” è invece il titolo del network americano Fox News. E comunque, prostituzione minorile o no, non c’è dubbio che “Le ragazze di diciassette anni dovrebbero andare a scuola e non a cena da vecchi signori”. Perché è vero: il nostro modello di società ha ormai ridotto all’essere velina, piuttosto che al diventare famosa al grande fratello, il modello ed il ruolo delle donne nel nostro Paese.

“L’Italia non è un paese per donne”. È questo titolo con cui Barbie Nadeau, editorialista di Newsweek, famoso settimanale degli Stati Uniti, recensisce il nostro Paese.

“Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese. Due uomini di mezz’età – ironizza la giornalista nell’incipit del suo editoriale – sono in piedi sotto un riflettore. Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga. Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la prende in mano e se la strofina sulla guancia. “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza. “Grazie, bambola”. Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto. È impossibile – insiste la giornalista – sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo”. Come dagli torto? E se non bastasse, se non fosse già sufficiente, scrive: “Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi per le vetrine. I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato. E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante”. E forse è proprio questo il punto, un modello culturale e mediatico che impedisce alle donne il riscatto, ma anche una scarsa voglia di riscatto. Come dire: tutto sommato il grande fratello ci piace. Forse però, dietro tutto questo, scrive ancora la giornalista, “c’è un piano ben preciso. Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato televisivo italiano. Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento. Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile negare la sua influenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane. Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative. Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta. Di fatto ha soffocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini”.

Il volto dell’Italia berlusconiana che si delinea nel Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economic forum, “è drammatico”. L’Italia è decisamente indietro: all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97 ° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice. Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classifica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam. Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.

Lo studio, che tiene conto di parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento. Ma, “Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante pornografia soft come condimento dell’attualità”. (…) “Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici”. (…) La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica, intervistata dalla giornalista: “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

Non adeguatamente rappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne nostrane “hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno”. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.

Ma ce n’é anche sul ruolo della politica: Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega alla giornalista Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano. “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.

Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento. Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto. L’anno scorso, ricorda la giornalista nel suo articolo, “per scusarsi di non essere riuscito a ridurre gli stupri”, ha affermato: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.

Poco più di un anno fa, oltre centomila donne italiane hanno firmato l’appello “Quell’uomo ci offende, fermiamolo”. Il premier ha liquidato la notizia con una risata. E quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento del marito, la reazione dei media sotto controllo è stata istantanea: “velina ingrata”. E per capire quanto si è spinto questo perverso modello basti pensare che, in un processo che vede ex preside imputato per tentata violenza e molestie ad un’insegnante compiute dall’alto della sua posizione, nella memoria difensiva lo stesso imputato scrive, candidamente, che “Proporsi è lecito”.

Si sono fatti davvero grossi passi avanti? Da Aspasia, punto di riferimento fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. che, non accettando di vivere reclusa come le donne del suo tempo, promuoveva riunioni per discutere di politica e retorica, sino ad arrivare alle veline d’oggi con cui, il ruolo non solo politico delle donne è tornato in serio pericolo. La cosa che fa di più specie, però, è l’assenza d’indignazione chiara da parte delle gerarchie vaticane, sempre pronte a lanciare strali contro le unioni di fatto ma tolleranti coi comportamenti “discutibili” del premier.

“La repubblica, come necessità storica sorgerà – scriveva Mazzini – sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.

L’uscita di scena di Berlusconi, quando sarà, potrebbe certo spezzare l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne ma da sola non costituirà il vero elemento di cambiamento. Ma per vedere qualche passo avanti, noi italiani, uomini e donne, dovremo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. E per farlo, ci dicono dall’America, “non basterà cambiare canale”.

Nel 150° dell’Italia Unita … il nuovo numero di ALM per un buon 2011

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Care amiche e cari amici di Abolire la miseria della Calabria,

a nome della redazione auguro a tutti voi, nel 150° dell’Italia Unita, un felice 2011 ricco di cultura e culturalmente ricco. E lo faccio con il nuovo numero. Ancora una volta in “copia omaggio” grazie anche al contributo della Provincia di Catanzaro offerto all’associazione di volontariato culturale Non Mollare e da noi interamente dedicato all’Unità d’Italia ed al ruolo che per essa ebbe il Mezzogiorno d’Italia e la Calabria in particolare. A breve pubblicheremo anche l’inserto speciale. Intanto buona lettura a tutti con “otto pagine di cultura” ed AUGURI!

Uno speciale ringraziamento al Presidente Napolitano che dà ascolto ai giovani e che, lo scorso 8 giugno 2010 con nota ufficiale del Segretario Generale Pasquale Cascella (Prot. SGPR del 11/06/2010 n°0062663 P), nel renderci nota la possibilità di utilizzare il testo dell’Intervento del Presidente tenuto all’Accademia Nazionale dei Lincei, ci ha ufficialmente <<Rappresentato i sensi della considerazione del Presidente Giorgio Napolitano per l’iniziativa di dedicare un numero del periodico “Abolire la miseria della Calabria” al tema del Mezzogiorno nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia>>. Ovviamente siamo orgogliosi di tutto ciò e, nello stesso tempo, increduli e lusingati di questo riconoscimento. Grazie davvero Presidente Napolitano, garante della nostra costituzione, e un augurio per un buon 2011 con meno suicidi nelle carceri.

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Le mani bianche degli studenti

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di Giuseppe Candido

Dopo il pasticcio combinato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro durante la seduta pomeridiana del 21 dicembre in Senato che aveva dato per “approvati” quattro emendamenti presentati dall’opposizione, oggi è stata invece la giornata del voto finale alla riforma dell’Università del ministro Gelmini. Gli studenti assassini? Le mani bianche e il rifiuto categorico della violenza sono quello che resta, questa volta, delle manifestazioni. A Roma e nelle altre città d’Italia gli studenti sfilano pacificamente. Solo a Milano e a Palermo qualche facinoroso sfida le barricate e crea qualche tafferuglio venendo però subito isolato dagli studenti che hanno invece dato prova di essere un movimento “sano” che legittimamente esprime il proprio dissenso e che spera di potersi confrontare con la Politica e col Presidente Napolitano. Magari si potesse assistere a scene del genere anche in Parlamento dove troppo spesso si perviene alla rissa. “Università, unità” gridano e fanno chiasso per le strade con tamburi e fracassi. Chiassosi si, ma nonviolenti coi libri di cartone, i fiori per i celerini, le mani dipinte di bianco.

“Università pu-bbli-ca” scandiscono. E danno una lezione di civiltà e democrazia non soltanto a chi guardava, soffiando incautamente sul fuoco, alla violenza della piazza per gonfiare il petto della sicurezza, armare la polizia e ordinare la carica.

‘Ndrangheta e Politica alle ultime elezioni regionali. Arrestato Zappalà (Pdl) ed altri candidati che sostenevano Scopelliti

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di Giuseppe Candido

“La mia missione è di essere sempre e solo al servizio del cittadino”. È quanto si legge entrando nel blog dell’ex sindaco di Bagnara Calabra nonché Consigliere regionale eletto nelle fila del Pdl calabrese ed oggi arrestato per documentate collusioni con la cosca dei Pelle. Candidato a sostegno del Presidente Scopelliti, come Zappalà stesso scrive nel suo blog: “affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della libertà, della solidarietà, del progresso e… della POLITICA DEL FARE”.

E pensare che, nel mese di giugno, il sindaco Zappalà si era recato perfino in Prefettura per consegnare simbolicamente la fascia tricolore al prefetto di Reggio Calabria D’Onofrio. Come si legge nel suo blog: “Un gesto clamoroso e al tempo stesso altamente simbolico, che il primo cittadino ha voluto compiere per segnalare una situazione che a Bagnara si è fatta davvero drammatica: quella della mancanza di un controllo efficace del territorio da parte delle forze dell’ordine”.

Oggi la notizia è che Zappalà viene arrestato assieme ad altre 11 persone, tra cui altri quattro candidati alle ultime regionali, nell’ambito di un’indagine sui rapporti politica e ‘ndrangheta in Calabria. Intercettazioni ambientali e telefoniche che inchiodano.

Di seguito le agenzie della notizia (copia e incolla) che mostrano come lo strapotere delle cosche gravi sulle scelte e sulle decisioni del Consiglio Regionale calabrese.

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ROMA, 21 DICEMBRE:

(ANSA) – Un consigliere regionale, del Pdl, ed altre 11 persone sono state arrestate dai carabinieri in Calabria; l’ipotesi di accusa e’ il condizionamento da parte della ‘ndrangheta sulle elezioni regionali del 29 e 30 marzo scorsi. Con il consigliere Santi Zappalà sono stati arrestati altri quattro candidati in liste del centro destra: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. Sono tutti sospettati di avere ottenuto il sostegno della cosca Pelle in cambio della promessa di favori.

(APCOM) – Il consigliere regionale Pdl Santi Zappalà, arrestato dai carabinieri nel corso dell’operazione “Reale 3”, è stato incastrato dalle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Pelle, capo indiscusso dell’omonima famiglia egemone nel territorio di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Zappalà, sulla base di quanto si evince dalle intercettazioni, andò a trovare il boss il 27 febbraio scorso e si sarebbe messo a disposizione per eventuali favori da far ottenere ai detenuti rinchiusi nei vari penitenziari italiani. Zappalà è tra le 12 persone arrestate in Calabria nell’inchiesta che ha scoperto un giro d’affari tra politica e cosche legate alla ‘ndrangheta. Al centro dell’indagine gli incontri tra il boss Pelle e alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ‘ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici e altri favori. Santi Zappalà è attuale sindaco di Bagnara Calabra. Oltre a lui i carabinieri hanno notificato anche altre quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti politici calabresi, tutti del centrodestra, candidati al consiglio regionale nell’ultima tornata dello scorso marzo. Si tratta di: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. L’accusa per tutti e di avere ottenuto il sostegno elettorale della cosca Pelle. L’appoggio, secondo gli accordi presi, avrebbe dovuto essere ricambiato facendo ottenere alla cosca favori di vario genere tra cui appalti, finanziamenti e trasferimenti di detenuti. L’indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale.

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Chi vince in Calabria lo fa col sostegno delle ‘ndrine. Forse è questa la semplice chiave di lettura che si deve dare per commento dell’operazione “Reale”. Si, “Reale”! Perché reale è che, in Calabria, i Consigli regionali che si susseguono debbano essere sistematicamente “infiltrati” dalle cosche che, grazie anche al sistema elettorale vigente, riescono quasi sempre a far prevalere, all’interno delle liste, i “loro” candidati.

Quando l’On.le Angela Napoli, dalla commissione parlamentare antimafia, denunciava in solitudine che in queste ultime elezioni regionale le liste erano piene di candidati “sconvenienti” che non rispettavano neanche lontanamente il “codice etico” che la politica si era data e quando pure l’ex ministro degli interni Pisanu certifica le infiltrazioni con le sue dichiarazioni relative ad un personale politico “non degno di rappresentare nessuno”, c’è da domandarsi se forse non avessero ragione. Non serve neanche – come abbiamo fatto – che lo denuncino i Radicali a gran voce durante tutta la campagna regionale. E non bisogna credere che siano mosche bianche.

Col sistema elettorale attuale è così semplice far convergere i voti che le ‘ndrine hanno i loro eletti in maggioranza e nell’opposizione. È certo però che, nella scelta, le “famiglie” calabresi più attente sanno ben scegliere e contribuiscono a determinare chi governerà nel lustro successivo la Calabria.

Come difendersi? Il Presidente Scopelliti, se davvero volesse combattere queste infiltrazioni, avrebbe da fare immediatamente due provvedimenti: il primo relativo alla trasparenza e che preveda la tempestiva pubblicazione anche su internet di tutto ciò che già da anni doveva essere pubblico (gli interessi finanziari dei Consiglieri, degli Assessori e dei presidenti dei vari enti regionali la cui nomina è di competenza del Consiglio Regionale); una vera anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Il secondo provvedimento dovrebbe essere quello di cambiare l’attuale sistema di elezione del Consiglio Regionale e procedere all’elezione di ciascun consigliere in altrettanti piccoli collegi elettorali uguali in numero a quelli dai consiglieri eletti. Tale modifica avrebbe due vantaggi: avvicinare l’eletto all’elettore ed evitare che le preferenze delle ‘ndrine si coalizzino in un intera provincia così da garantire al “prescelto” l’elezione sicura.

Ovviamente a tutto ciò andrebbero affiancati, da un lato, l’obbligo di primarie nei 60 collegi e, dall’altro, una più attenta selezione della classe dirigente.

Isolare i violenti forse non basta

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 21 dicembre 2010

Ha ragione Emanuele Fiano – responsabile giustizia del Pd – nel dire che bisogna manifestare isolando i violenti. La teoria dei provocatori “infiltrati” non regge all’evidenza dei fatti. Ma forse non basta isolare i violenti e dire alla violenza semplicemente un “no”. Forse bisognerebbe che al rifiuto della violenza si unisse anche l’amore della verità e una proposta politica di “pratica concreta” della nonviolenza, quella forma di lotta di gandhiana memoria che nei partiti italiani non alberga molto.

La fiducia al governo ottenuta da Berlusconi alla Camera per tre voti assai discussi assieme alle manifestazioni inizialmente pacifiche ma poi sfociate in episodi di violenza, sono state le questioni più evidenti nella cronaca di giornali e televisioni e nei commenti dei politici. E pure la stampa straniera ha detto la sua: L’Economist, uno dei settimanali britannici più diffusi, nell’ultimo numero uscito venerdì 17 nelle edicole europee, titola: “Aggrapparsi”. “Berlusconi sopravvive. Il premier italiano tira avanti dopo il voto ma potrebbero esserci comunque elezioni anticipate nel nuovo anno”. “Il 14 dicembre ha avuto diversi volti in Italia”, scrive ancora il settimanale della City.

“Silvio Berlusconi ha mantenuto in vita il suo governo conservatore vincendo di poco il voto di fiducia alla Camera. Poi ci sono stati brutti episodi di violenza a Roma e proteste di studenti in diverse altre città. Quanto questi eventi siano legati tra loro sarà oggetto di dibattito acceso – scrive ancora l’Economist probabilmente non avendo visto la puntata di Annozero – attorno alle tavole natalizie”. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono tragicamente sommate, nella giornata di martedì, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno.

“Una cosa è chiara: il 14 dicembre – glissa l’Economist – non è stato un gran giorno per la democrazia parlamentare italiana”. E forse, aggiungeremmo noi, non è stato un bel giorno neppure per la “democrazia partecipativa” del manifestare liberamente in piazza il proprio sacro santo dissenso contro il governo e contro i suoi provvedimenti. Delle manifestazioni rimangono infatti solo gli echi delle violenze e non invece quello delle ragioni.

E se da un lato c’è chi minimizza il problema chiedendo “d’isolare i violenti” o tirando in ballo improbabili falangi di Black Bloc e “infiltrati”, d’altro canto il governo soffia sul fuoco e propone il pugno di ferro. Il sottosegretario agli Interni Mantovano ha infatti dichiarato di essere “favorevole all’estensione del Daspo”, una misura introdotta per limitare la violenza negli stadi, “anche alle manifestazioni politiche”. Senza neanche il bisogno di cambiare l’acronimo perché la “s” starebbe a “studentesche” e il “po” per politiche. Tutto normale? Mica tanto. “Un provvedimento da stato di polizia” tuona il segretario di Radicali italiani, Mario Staderini. E in effetti il provvedimento, il cui acronimo è il divieto d’accesso alle manifestazioni sportive, sulla base di una semplice denuncia, può vietare al soggetto ritenuto “pericoloso” di accedere in luoghi “caldi” in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive. È emesso dal questore, sulla base di una denuncia all’autorità giudiziaria, e la durata può andare da uno fino a cinque anni. Ed è proprio il fatto che il Daspo possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia, magari emessa a furor di popolo sulle spinte di qualche “politico indignato” dei provvedimenti della magistratura e non già dopo una condanna penale, ha comportato molte proteste di inconstituzionalità non solo da parte degli ultras. E anche se la Corte Costituzionale nella sentenza n. 512 del 2002, inquadra la misura tra quelle di “prevenzione”, che possono quindi “essere inflitte anche in attesa del processo ed essere poi revocate in caso di assoluzione”, la lunghezza biblica della Giustizia italiana fa sì che la persona sottoposta al Daspo sconti per intero la “misura” che si trasforma quindi, alla faccia del garantismo, in vera e propria pena preventiva, senza che il processo che ad essa ha dato origine venga celebrato. Insomma, non solo gli ultras ma anche costituzionalisti e giuristi ritengono assai limitative queste misure. Di fatto, alcune libertà fondamentali come quella di circolazione prevista dall’art. 16 della Costituzione, oltreché quella di manifestare, vengono limitate. Stato di Polizia? Forse no, ma neanche più uno vero “Stato del diritto”.

Tra le due posizioni estreme però non trova sufficiente spazio la proposta “nonviolenta” che invece pur emerge embrionale nel movimento. Alcuni studenti, per dire un no chiaro ma pacifico alla riforma universitaria che contestano, hanno iniziato timidamente uno sciopero della fame ma, a parte un breve passaggio al tg3, nessuna trasmissione c.d. “di approfondimento” ha davvero approfondito su di loro. Nessuna visibilità delle ragioni di chi protesta attuando pratiche nonviolente. Visibilità che invece sistematicamente si garantisce a chi alza una pala per colpire un agente o a chi, mentre manifesta, con un casco, inveisce su un altro manifestante mandandolo in ospedale con prognosi riservata. “Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scriveva Capitini oltre 40 anni fa e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi del ’77 – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. Nel 67, quando fu scritto, non ebbe un grande successo Le tecniche della nonviolenza. “Questo richiamo al primato della pratica diretta comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, – scriveva ancora Capitini – la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace ”. Il fine giustifica i mezzi? Nient’affatto: mai. Il mezzo che si pratica pregiudica sempre il fine. “Fare qualche cosa”, quindi, “se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti” senza però compromettere il fine con l’uso della violenza.

Ma, ahi noi, la nonviolenza, scritta alla maniera di Aldo Capitini e spesso praticata alla maniera di Marco Pannella e dei Radicali, non fa mai audience. Neanche quando a praticarla sono proprio quegli stessi studenti che di più potrebbero esserne l’esempio per i loro coetanei.

Contro i cretini violenti gli studenti utilizzino l’arma della nonviolenza

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di Giuseppe Candido

Non c’è dubbio che la fiducia al governo ottenuta da Berlusconi per i tre voti assai “discussi” alla camera e quella delle manifestazioni poi sfociate in atti, per fortuna isolati, di violenza, sono state le notizie che hanno di più tenuto banco nella cronaca e nei commenti dei maggiori giornali in questi giorni. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono sommate, nella giornata di martedì scorso, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno. Manifestazioni che, se pur pienamente legittime e per alcuni versi senz’altro condivisibili, hanno però un solo modo di passare dalla parte del torto. Quello di usare la violenza o, ancora più grave, quello di non isolare adeguatamente le frange del movimento che, non per una scuola migliore o per la ricostruzione dell’Aquila, protestano contro tutto e contro tutti. Non si tratta di black bloc né di “infiltrati” ma di ragazzi e ragazze che in qualche modo appartengono ai movimenti. Il corteo dei manifestanti pacifico per una sua grande parte ha rischiato però di essere strumentalizzato sia da coloro che tentano di far passare tutti per un’orda di insensati violenti, sia di chi invece, prendendo lucciole per lanterne, si inventa “infiltrati” come ai tempi di Giorgiana Masi e della “strategia della tensione”. Con soli tre voti di fiducia e un terzo polo “Nazionale” che annuncia opposizione per Berlusconi non sarà facile governare ma riuscirà comunque a concludere l’iter al Senato di quella riforma dell’università tanto contestata dagli studenti per i tagli al diritto allo studio. Studenti che saranno nuovamente in piazza mercoledì prossimo quando al Senato si voterà l’approvazione – scontata – della riforma. C’è il rischio che si aumentino le tensioni nel Paese? Gli studenti dovrebbero rinunciare a manifestare? No, ovviamente. Ma dichiarasi distanti dai violenti non basta, affermare che non tutti i manifestanti sono violenti e cercano lo scontro non può essere considerato sufficiente. La violenza usa le proprie armi e le proprie tecniche: dichiarazioni postume servono a poco. Per opporsi concretamente ai violenti i manifestanti contro ogni governo – in democrazia – dovrebbero usare un’arma altrettanto strutturata con proprie tecniche: è necessaria la nonviolenza, quella gandhiana, quella scritta senza spazio e senza trattino come usava fare Aldo Capitini (Perugia 1899-1968) in Le tecniche della nonviolenza (Milano, Libreria Feltrinelli, 1967). L’arma della nonviolenza che, come per la violenza, per essere utilizzata richiede grande coraggio può evitare però di compromettere irrimediabilmente il fine che si vuole raggiungere passando irrimediabilmente dalla parte del torto qualsiasi ragione si abbia.

“Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scrive Capitini oltre 40 anni or sono e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. In un breve colloquio in India con la scrittrice Bondurant nel 1946, Gandhi disse che “il Satyagraha non è un soggetto di ricerca – voi dovete farne esperienza, usarlo, vivere in esso”.

“Questo richiamo al primato della pratica diretta – scrive ancora Capitini – comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso l a vecchia legge di effetto tanto instabile “Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace. Non si insisterà mai abbastanza, specialmente in presenza di mentalità superficialmente legalistiche, farisaiche, intimamente indifferenti, che la nonviolenza è affidata al continuo impegno pratico, alla creatività, al fare qualche cosa, se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti. La nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto in quanto accoglie e perfeziona sempre i suoi modi, ed è sperimentale perché saggia le circostanze determinate di una situazione. E siccome la nonviolenza nella sua espressione positiva è apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo, di ogni essere, e nella sua espressione negativa è proposito di non distruggere gli esseri, di non offenderli, non torturarli né sopprimerli, è chiaro che un metodo così ispirato dia il massimo rilievo ai mezzi”.

Forse, come scriveva qualcuno, può essere interessante l’idea di concedere – in televisione – degli appositi spazi in cui gli studenti possano portare le voci della protesta. Senz’altro manca nei giovani una “pratica della nonviolenza”. Forse se ne parla, comincia a diffondersi la “cultura” della nonviolenza ma di praticarla ancora non se ne parla tanto. Leggerlo quel libro che all’epoca, quando uscì non ebbe grande successo, potrebbe servire e l’idea di riproporlo editorialmente da Edizioni dell’asino – Piccola biblioteca morale è senz’altro condivisibile. Un bel regalo per il Natale perché, soprattutto in un momento in cui le manifestazioni di sindacati e studenti rischiano di essere “infiltrate”, non dalla polizia ma da qualche cretino violento disposto a tutto, preparare adeguatamente la pace quando si vuole raggiungere un fine giusto è un dovere morale per chi pretende diritti.

Perché Pannella non voterebbe la fiducia

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di Giuseppe Candido

In questo momento in cui la politica è tutta presa dalla caccia al deputato, in questo momento “piuttosto difficile” in cui si parla di tradimenti del partito cerchiamo di spiegare perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Nel Cerchio IX dell’inferno la seconda zona è l’Antenora. Il luogo non luogo dell’immaginario dantesco ove son dannati i “Traditori della Patria” e prende il nome da Antenore, colui che, col suo consiglio, meditò il tradimento della Patria. Ed è nell’Antenora che Dante e Virgilio incontrano il Conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri. “Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i’ son tal vicino”.

Sopra questa frase, nell’angolo dei bugiardi del sito di Marco Pannella ci sono i due nomi dei potenti del mondo: Tony Blair, Georg Bush assieme a quello di Silvio Berlusconi. È in quest’angolo di politica transnazionale che sta scritto il perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Dal 2 ottobre al 22 novembre Marco Pannella ha condotto 52 giorni di sciopero della fame oltre che per le carceri italiane, per chiedere “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta o almeno una indagine ufficiale sul comportamento del nostro Paese nella vicenda precedente alla guerra in Iraq”. «Il nostro – ha ricordato il leader Radicale – è stato l’unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al Governo, che lo aveva ufficialmente accettato, di perseguire l’obiettivo dell’Iraq libero come unica alternativa alla guerra, cioè l’obiettivo dell’esilio da proporre e far accettare a Saddam Hussein».

Pannella si ostina a chiedere che venga fatta verità e ipotizza scenari gravi come il tradimento della patria. Oggi anche Wikileaks, il sito di Julian Assange che tanto fa discutere, rende noto un dispaccio in cui si evidenzia che alla Iraq Inquiry, la commissione d’inchiesta britannica sulla guerra in Iraq, fu detto di proteggere gli interessi degli Usa. “La Gran Bretagna promise che l’inchiesta guidata da Sir Chilcot sulla guerra in Iraq avrebbe protetto i “vostri interessi” (degli Stati Uniti) durante l’indagine sulle cause della guerra”. L’Iraq Inquiry dovrebbe presentare le sue conclusioni entro la fine di quest’anno. Nell’attesa di quello che emergerà e per capire di cosa stiamo realmente parlando, per capire perché il leader dei Radicali, Marco Pannella inserisce nell’“angolo dei bugiardi” del suo sito i leader mondiali Blair, Bush e assieme anche a Silvio Berlusconi, è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla cronologia dei fatti.

Fatti accaduti otto anni fa, che riguardano l’esplosione del conflitto in Iraq, dettagliatamente evidenziati nel sito pannelliano e che ci riportano indietro di otto anni al 2002 quando – segnala Pannella – il 23 luglio “Dal memorandum del consigliere di Blair, David Manning, emerge che Bush comincia a pianificare la guerra usando come giustificazione il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa”. Poi, il 16 novembre 2002 parte “Il piano di Saddam: esilio per 3,5 miliardi di dollari”, e il 19 gennaio 2003 Marco Pannella lancia l’appello “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Un susseguirsi di eventi. Il leader lottatore della nonviolenza si rivolge alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite in primo luogo, “Perché – testualmente – facciano proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein cancellerebbe, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena”.

Nello stesso giorno la Libia si dice disponibile ad ospitare Saddam. Il 20 gennaio anche The Times titola: “Gli Stati Uniti approvano il piano per l’esilio di Saddam” ma il 29 gennaio Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rivela: «Questa proposta è progressivamente apparsa come irrealizzabile». Il 30 gennaio Bush di nuovo menziona favorevolmente l’esilio ma il 31 gennaio, secondo un memorandum ufficioso britannico, Bush ha già fissato la data in cui scatenare la guerra: il 10 marzo. Il 4 febbraio Berlusconi dichiara: «O apriamo agli ispettori o esilio e immunità » e il 19 febbraio la Camera dei Deputati del Parlamento italiano vota la proposta “Iraq Libero!”. Una mozione che impegnava ufficialmente il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni».

Silvio Berlusconi – da Presidente del Consiglio – dichiarò alla Camera dei Deputati: «Stiamo operando ed abbiamo operato per questa soluzione; non soltanto per questa soluzione, ma anche per cercare il modo di poter offrire, a chi dovesse accettare la via dell’esilio, opportune garanzie, con l’autorevolezza di enti internazionali che le possano poi mantenere. Abbiamo operato per certi sistemi di
disvelamento delle armi e degli arsenali, che ancora non sono stati evidenziati; abbiamo operato, e stiamo operando, per convincere il dittatore a dare garanzie precise alla comunità internazionale: per esempio, dando spazio all’opposizione entro un periodo di tre mesi, garantendo libere elezioni entro un periodo determinato, garantendo i diritti civili ed i diritti umani. Tutto questo lo stiamo facendo in un ambito di riservatezza – che è d’obbligo – non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis». Per Pannella però è proprio quell’impegno ufficiale che fu tradito. Due giorni prima del discorso alla Camera, Berlusconi riceve una lettera dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush che venne pubblicata dal Corriere della Sera:

“Caro Silvio

mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che Tu e il Tuo Governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo. Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l’operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo. Lo spiegamento della fanteria leggera degli Alpini in Afghanistan e i, vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso Paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo.

Apprezzo profondamente tutto ciò che Tu e l’Italia avete fatto. A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo. Apprezzo la disponibilità dell’Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l’illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione.

La leadership, come sai bene, consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo, il mondo si trova dinnanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra anni di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo. Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici.

Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno. Il contributo dell’Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come Ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell’Italia e per il Tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico. Cordialmente“.

Ma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni dopo il 31.5.2005 col titolo «La guerra in Iraq non la volevo» si evincerebbe il contrario. Il catenaccio dell’articolo è ancora più chiaro: Berlusconi: «Ho tentato di convincere Bush. Con Gheddafi cercate altre vie per evitare l’attacco militare»

ROMA – L’alleato di ferro di George W. Bush riteneva che la guerra «preventiva» si poteva e si doveva evitare. A quasi due anni dai primi bombardamenti su Bagdad si scopre ora che Silvio Berlusconi ci ha provato in ogni modo a convincere il presidente americano che non sarebbe stato giusto scatenare l’offensiva militare in Iraq. A dirlo è proprio il premier in una intervista esclusiva a La7: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole di cui si ha notizia nelle ore in cui si allungano ombre sul governo italiano per il caso del Cia-Gate e il giorno prima della visita ufficiale a Washington del presidente del Consiglio.

Nell’intervista che sarà trasmessa integralmente lunedì prossimo Berlusconi entra nei dettagli di quella è una clamorosa e inattesa rivelazione. «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare». «Io ritenevo – prosegue Berlusconi – che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». Nell’intervista Berlusconi si è espresso anche sulla politica internazionale e sui suoi rapporti con gli altri premier: «Tony Blair – aveva sottolineato – non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella politica di Tony Blair e in quella di Silvio Berlusconi che sia in contrasto». «Dissento – affermò Berlusconi – anche nella classificazione di Vladimir Putin come un comunista nel senso ortodosso del termine. È difficile passare da una dittatura durata settanta anni ad una piena democrazia, perché esistono delle situazioni che non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica».

Ma stiamo ai fatti: dal 19 febbraio e dalla mozione alla Camera si arriva al 22 febbraio 2003 quando Bush – in base al testo della conversazione intercettata e poi pubblicata da El Pais nel 2007 – in conversazione con Aznar, avrebbe affermato: «Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, il presidente George Bush incontra nel suo ranch di Crawford, in Texas, l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e lo informa che è giunto il momento di attaccare l’Iraq. Il capitolo in questione si apre col vertice della Lega araba “sabotato da Gheddafi” quando l’1 marzo il colonnello manda a monte il Summit arabo.

Nella famosa conversazione tra Aznar e Bush pubblicata da El Pais si legge:

Bush: «Gli Egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare». Aznar: «È vero che esistono possibilità che Saddam Hussein vada in esilio?». Bush: «Sì, esiste questa possibilità. C’è anche la possibilità che venga assassinato». Aznar: «Esilio con qualche garanzia?». Bush: «Nessuna garanzia. È un ladro, un terrorista, un criminale di guerra. A confronto di Saddam, Milosevic sarebbe una Madre Teresa. Quando entreremo, scopriremo molti altri crimini e lo porteremo di fronte alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. Saddam Hussein crede già di averla scampata. Crede che Francia e Germania abbiano fermato il processo alle sue responsabilità. Crede anche che le manifestazioni della settimana scorsa (sabato 15 febbraio, ndr) lo proteggano. E crede che io sia molto indebolito. Ma la gente che gli sta intorno sa che le cose stanno in un altro modo. Sanno che il suo futuro è in esilio o in una cassa da morto». Aznar: «In realtà, il successo maggiore sarebbe vincere la partita senza sparare un solo colpo ed entrando a Baghdad». Bush: «Per me sarebbe la soluzione perfetta. Io non voglio la guerra. Lo so che cosa sono le guerre. Conosco la distruzione e la morte che si portano dietro. Io sono quello che deve consolare le madri e le vedove dei morti. È naturale che per noi questa sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, ci farebbe risparmiare 50 miliardi di dollari». Questa i termini della discussione. Poi si seppe la verità. Gli Emirati Arabi a Marzo del 2003 avevano pronto un documento proposto ed accettato da Saddam. È il New York Times il 2 novembre del 2005 a titolare: “Marzo 2003 – Gli Emirati Arabi avevano raggiunto l’accordo con Saddam. Dopo 4 visite a Bagdad. Il 12 marzo quell’Appello era stato sottoscritto da 37 nomi illustri, compresi cinque ex ministri, per chiedere l’esilio di Saddam e un’amministrazione ONU ad interim in Iraq. Il 17 e il 18 marzo del 2003 avviene un’importante “rivolta” a Westminster contro Tony Blair: dal suo governo si dimettono ben quattro ministri laburisti. Il 18 marzo si va avanti inesorabilmente: la Casa Bianca dichiara che le truppe americane e i loro alleati «entreranno in Iraq in ogni caso», con la forza o in modo pacifico. Il 19 marzo lo Stato del Bahrain ufficializza la proposta di esilio per Saddam ma il 20 marzo, com’è ormai tragicamente alla storia, i bombardamenti iniziarono su Baghdad. Con le conseguenze tragiche e nefaste che sappiamo. Una guerra che si poteva evitare? Un impegno – quello di sostenere la via dell’esilio di Saddam – tradito? Peggio: secondo Pannella “Bush e Blair, contro la sicura pace possibile, scelsero la guerra in Iraq impedendo l’esilio a Saddam”. Un’accusa gravissima. Una verità che – sostiene Pannella – ancora si tenta di confondere con l’omicidio, per condanna a morte, dell’ultimo testimone: Tareq Aziz. Per Pannella, Silvio Berlusconi fu complice di quella scelta e tradì l’impegno preso davanti al Parlamento italiano a sostenere l’esilio. Come potrebbe oggi votare – per amore della verità – la fiducia a colui che pone nell’angolo dei bugiardi?

Chi ha paura di Wikileaks?

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di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto – parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!