La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

Da Aspasia a domani: lo spazio politico delle donne

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di Anna Rotundo *

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 3 dicembre 2010

Tucidide nelle sue Storie riferisce il discorso che Pericle rivolse agli ateniesi nel 461, un anno dopo l’inizio della guerra con Sparta, per commemorare i caduti in guerra, discorso in cui la polis viene presentata come il paradigma della democrazia.

Noi abbiamo una forma di governo… chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì di una cerchia più vasta”.

La democrazia, dunque, è amministrata per il “bene” di una “cerchia più vasta”.

Chi, però, amministra questa democrazia e dunque sceglie il “bene” per i molti? Risposta: i cittadini maschi. Atene come qualcuno ha scritto è infatti “un club per soli uomini”. Una Atene profondamente misogina, in cui le donne non potevano fare politica, né votare.

E Aspasia, donna colta, filosofa e maestra di Socrate, vissuta in questa Grecia del V secolo a. C., si scontrò con questo forte condizionamento dal pensiero maschile, secondo cui la corporeità femminile doveva giocarsi in un rapporto ineluttabilmente alternativo e conflittuale rispetto alla dimensione intellettiva. L’opposizione di Aspasia alle logiche patriarcali le costò in termini di reputazione, sia ai suoi tempi, sia oggi, visto che i libri di storia la ignorano. Il che mostra il grande lavoro critico ancora da svolgere negli studi classici su questi temi. Perché in quella Atene comunemente riconosciuta culla della democrazia, l’esilio del sesso femminile dalla sfera pubblica, l’esclusione delle donne dalla vita politica, la privazione dei loro diritti patrimoniali e legali, l’affievolimento della loro voce, di fatto smentiva qualsiasi ipotesi di democrazia partecipata. E la non rinuncia da parte di Aspasia all’esercizio del potere intellettuale e quindi politico ricorda, come asserirà molto più tardi Luce Irigaray, che la democrazia comicia fra due, cioè fra uomo e donna. Ribadisce cioè come nel rapporto uomo-donna vada ricercata la modalità d’accesso ad un nuovo concetto di democrazia, rispettoso innanzitutto delle differenze, a partire da quelle fondamentali di genere. Aspasia fu punto di riferimento ineludibile fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. proprio in virtù del fatto che non accettò di vivere reclusa come le donne del suo tempo, ma, cosa assolutamente inammissibile alle donne greche, frequentava e promuoveva riunioni dove si discuteva di politica e retorica, e fu, oltre che intellettuale acuta e vivace, sapiente e capace mentore delle strategie politiche e culturali dispiegate da Pericle, di cui seppe con intelligente estro indirizzare le scelte. E se Platone nel Menesseno fa recitare a Socrate un discorso retorico che dice composto da Aspasia, e Menesseno si mostra stupefatto che un discorso così elaborato sia stato prodotto da una donna, Socrate ribatte che potrebbe riferirgli molti altri discorsi politici di Aspasia e non esita a ricordarla come sua maestra. Il nome di Aspasia tocca dunque alcuni punti nevralgici della riflessione sulle donne e l’antichità. E se la figura aspasiana ci appare già travagliata proprio dal pensiero della differenza, e dopo di lei qualche altra figura femminile si affaccerà a strattoni su una scena politica esclusivamente appannaggio degli uomini, solo tra ottocento e novecento prenderà forza un vero movimento politico, preceduto dalle rivendicazioni delle cittadine francesi durante la Rivoluzione del 1789, per il superamento degli ostacoli e delle limitazioni che hanno impedito alle donne di “abitare il mondo” contribuendo al bene comune. Tappa miliare è, nella prima metà del novecento, la conquista del diritto di voto delle donne europee, e, altrettanto importante, è l’affermazione del loro diritto al lavoro e l’accesso alle professioni. Il femminile, storicamente condannato al silenzio nella sfera pubblica, nella vita sociale e politica, è portatore di una differenza di sesso, storie personali ed esperienze, che arricchisce la comprensione del mondo, e che non si può semplicemente omologare al maschile. Hannah Arendt, grande pensatrice del ‘900, elabora in questo senso la categoria tutta femminile della nascita, che è simile all’inizio dell’agire perché ogni azione, come ogni nascita, inizia qualcosa di nuovo: originalissimo pensiero, in quel panorama filosofico maschile del Novecento, segnato dalla meditazione sulla morte. L’interrogativo che assorbe pienamente la riflessione della filosofa è: “Che cos’è diventata la vita umana?”. La risposta è da ricercare nell’unicità dell’esistenza che le persone devono realizzare per passare da mero “zoon”, fatto biologico, a “bios”, vita spesa nell’azione e nella narrazione. “Bios” è la capacità politica di prendere l’iniziativa per fare di un “qualcosa” un “chi”. Un dovere eticamente ineludibile per le nuove generazioni, visto che l’’agire politico è diventato per noi comando e obbedienza, rappresentanza e sovranità; ad eccezione dei momenti iniziali delle rivoluzioni moderne e delle esperienze consiliari, non vi è nel mondo moderno alcuno spazio per l’agire in relazione con altri, sulla scena della pluralità. Una pluralità che comicia a due, con l’affermazione piena, ancora purtroppo incompiuta, dei diritti delle donne, anche all’interno di istituzioni definite rappresentative, ma in realtà mai veramente rappresentative delle donne.

Infatti, nonostante i progressi realizzati negli ultimi anni per quanto riguarda la partecipazione della donna alla vita sociale, le donne restano ancora oggi ampiamente escluse dalla politica e continuarono a subire discriminazioni per quanto riguarda le elezioni, come dimostrano i dati a disposizione, dai quali si evince, tra l’altro, come le donne parlamentari siano più inclini degli uomini ad attuare cambiamenti a favore dei bambini, delle donne e delle famiglie. Studi sociologici dimostrano che nei paesi in cui le donne gestiscono il potere politico (in testa, i paesi nord-europei e l’Italia al fanalino di coda!), c’è più crescita economica, più sviluppo sociale, più occupazione femminile, e le donne hanno più figli. Il coinvolgimento delle donne in politica può contribuire allo sviluppo di legislazioni più attente alla condizione femminile, dei bambini e delle famiglie, a partire da temi quali la violenza, lo sfruttamento, la privazione della libertà, le molestie, ma anche il ruolo sociale e pubblico delle donne.

* Anna Rotundo è responsabile dell’ Osservatorio per le Pari Opportunità del Movimento Cristiano Lavoratori di Catanzaro.

In Calabria come a Napoli?

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” il 25 novembre 2010

Durante la trasmissione di Fazio Vieni via con me del 22 novembre scorso, Roberto Saviano con capacità di narrazione quasi manzoniana, racconta il dramma di una città, Napoli, e di una Regione, la sua Campania, in cui l’emergenza rifiuti dura da quasi tre lustri e che oggi si ritrova tragicamente seppellita da una “montagna di rifiuti”.

Più alta del Monte Bianco, più alta del K2 e dell’Everest, con 15.600 metri di altezza, spiega Saviano, la montagna dei rifiuti gestiti in Italia dalle eco-mafie svetta su tutti i più alti rilievi orografici del globo. Ovviamente, Roberto Saviano tiene in primo piano del suo discorso l’emergenza napoletana e campana che, sotto gli occhi di tutti da più mesi, viene oggi sanzionata pure dalla Direzione generale ambiente dell’Unione europea che con la sua rappresentante certifica che “Dal 2008 nulla è cambiato”. I rifiuti di Napoli, dice Pia Bucella, “sono sempre per strada”. E se non si provvederà subito si rischia di perdere molti fondi europei. Un’emergenza che dura da 15 anni. Saviano parla di una Regione, la sua, con una raccolta differenziata che non decolla e che porta in discarica l’85 % dei rifiuti prodotti senza differenziarli. Produzione dei rifiuti che non diminuisce, anzi aumenta al ritmo di circa 3000 tonnellate al girono solo a Napoli. Poi si sofferma sugli inceneritori insufficienti, delle eco balle che di eco hanno solo il nome e della criminalità organizzata, che in quella regione si chiama camorra ma che da noi si chiama ‘ndrangheta, che legata con la malapolitica gestisce il traffico dei rifiuti, sia quelli “legali” indifferenziati sia quelli pericolosi resi legali “con giro di bolla”, discaricati poi un po’ ovunque sul territorio. Solo in Campania? O la montagna di rifiuti di cui parla Saviano è in realtà disseminata anche in regioni limitrofe con criminalità quantomeno altrettanto organizzate? Tutto quello che Saviano nella sua narrazione ci descrive dei rifiuti è tragicamente vero, appartenente al sentito popolare e per questo, forse, le sue parole fanno anche paura.

Anche in Calabria la situazione dei rifiuti non sta messa molto bene e anche qui la “montagna dei rifiuti” cresce giorno per giorno. E anche qui da noi la situazione di emergenza e il relativo commissariamento durano da quasi 15 anni senza produrre i risultati attesi. Dopo lo schiaffone dell’Unione dato a Napoli, in Calabria col sequestro confermato della discarica di Pianopoli i rifiuti di Lamezia, come ci spiega da questo giornale Matteo Belvedere, saranno portati (provvisoriamente) a Rossano grazie a quella che viene definita dall’Assessore regionale all’ambiente Pugliano, soltanto “una soluzione tampone” necessaria a “sopperire all’emergenza nell’emergenza”. Basta continuare a leggere i titolo dei quotidiani calabresi per rendersi conto che anche qui qualcosa non va: “Rifiuti, la situazione è sull’orlo dell’emergenza” è forse il più eufemistico considerando che l’emergenza in Calabria dura pure da quasi quindici anni.

A certificare il fallimento nel governo del problema rifiuti, se ce ne fosse bisogno, è Legambiente, l’associazione che da anni si occupa del problema rifiuti in Italia con dossier e rapporti annuali e che afferma testualmente che “C’è stato il fallimento generale del commissariamento dei rifiuti in tutte le regioni del meridione”. Lapidario ma efficace. E non si può certo dimenticare che nel gennaio del 2007 si dimise da commissario per l’emergenza rifiuti in Calabria il Prefetto Ruggiero con una relazione di denunce e accuse che finì sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo di Gian Antonio Stella. “41 dipendenti fantasma, parcelle ad avvocati amici, bilancio su foglietti” il catenaccio; “Calabria, ambiente e il gioco di 864 milioni” è invece il titolo dell’articolo. “Credevano di giocare coi soldi finti del Monopoli, al Commissariato per l’Emergenza Ambientale in Calabria”. I bilanci erano redatti su “foglietti”: entrate e uscite. Di «un bilancio vero e proprio» nessuna traccia. Stella spiega che la “casta” calabrese scialacquava così i soldi europei: “Senza una documentazione giustificativa. Senza un controllo della Ragioneria. Hanno speso così, in otto anni, 864 milioni di euro”. C’è ancora un senso, si chiede Stella, nel radiografare una situazione amministrativa di confine tra la sciatteria e la criminalità? Saviano ci prova e ci riesce perché la radiografia che fa è reale e le responsabilità che emergono non possono che fare bene. E non dimentichiamo nemmeno che anche in Calabria le discariche si stanno riempiendo più velocemente di quanto non ci si attendeva e che anche qui la ‘ndrangheta è al lavoro.

Su questo aspetto, anche Saviano, un passaggio nel suo discorso è costretto a farlo e lo fa ricordando come proprio la ‘ndrangheta sia responsabile dell’interramento delle scorie tossiche dell’ex Pertusola Sud di Crotone, arsenico e metalli pesanti compresi, finite – secondo quanto emerso nell’inchiesta “black mountains” – in sottofondi stradali, per costruirci scuole e persino il piazzale della Questura. E non scordiamo nemmeno quella che qualcuno ha definito “la più grande discarica abusiva d’Europa” che sembra sia essere diventato – secondo quanto sta purtroppo emergendo dalle indagini della Procura di Paola – il Fiume Oliva e la sua valle. Li con i carotaggi sono state individuate “buche sotterranee grandi quanto un campo di calcio e profonde oltre 10 metri”. Vasche che sono state utilizzate per nascondere veleni d’ogni genere, riempite con fanghi industriali ed idrocarburi. E si parla anche della presenza di residui di altiforni, rifiuti cioè provenienti d’attività industriali. Siamo serviti anche noi da pattumiera per i rifiuti la cui produzione dava vantaggi economici alle aziende del Nord e che adesso, sarà il Sud, saremo noi meridionali, che pagheremo i costi ambientali.

La Calabria purtroppo, se non si interverrà per tempo, non è troppo lontana da un’emergenza che rischia di divenire tragedia come in Campania. La montagna cresce anche qui. Per questo sarebbe importante prevenire, obbligare gli enti locali alla raccolta differenziata, promuovere iniziative culturali per spiegare la necessità e il “come” fare una “buona” raccolta differenziata. E magari, anziché prevedere la costruzione di un altro “termovalorizzatore” che è soltanto un trasformatore di rifiuti solidi in altri rifiuti sotto forma di gas e di solidi incombusti fortemente pericolosi, costruire piccoli impianti di trattamento meccanico biologico diffusi sul territori e che, in altre realtà come la Germania, rappresentano l’avanguardia del ciclo integrato dei rifiuti.

I costi della mancata prevenzione del rischio sismico e idrogeologico

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 23 novembre 2010

Che l’Italia, con regioni come la Calabria in testa, sia un paese ad alto rischio idrogeologico e sismico è ormai sotto gli occhi di tutti. Quello che invece spesso non è chiaro è quanto ci costa il non governo e il malgoverno dei territorio. Il rapporto sullo stato del territorio italiano 2010 curato dal Centro Studi del Consiglio nazionale dei Geologi e titolato “Terra e sviluppo”, tra rifiuti, problema energetico e consumo di suolo nel nostro bel Paese affronta proprio il tema dei costi. Nello studio curato dal Gruppo ricerche Cresme coordinato da Paola Riggio e diretto da Lorenzo Bellicini, si cerca di definire proprio quanto il dissesto idrogeologico e i terremoti abbiano inciso sui costi nel nostro paese, il tutto in una chiave storica. Con i dati raccolti è stato fatto “il punto sui costi complessivi dei fenomeni idrogeologici e sismici a partire dal 1944 al 2009, sulla spesa effettiva per interventi per l’assetto idrogeologico e la difesa del suolo tra il 1996 e il 2008 e sul mercato dei bandi di gara per lavori per il dissesto idrogeologico e i terremoti tra il 2002 e il 2009”.

Il quadro dei costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti a partire dal 1944 al 2009 fa paura. Nell’esaminarli si è tenuto conto – come si legge nel dossier – “delle spese per l’emergenza e il pronto soccorso necessari per far fronte all’evento calamitoso, da attuare nel breve termine e con particolare riferimento ai disagi delle popolazioni interessate, per la ricostruzione post-evento delle opere infrastrutturali e del patrimonio edilizio danneggiato o distrutto, nonché i contributi finalizzati alla ripresa delle attività economiche interrotte e per lo sviluppo del territorio e in alcuni casi gli oneri connessi alle agevolazioni di carattere fiscale e contributivo”.

Le cifre del rischio sismico e idrogeologico in Italia snocciolate nel rapporto tengono conto dei dati del lavoro pubblicato da Vincenzo Catenacci nel 1992 e che prende in considerazione gli eventi avvenuti tra il 1944 e il 1990. “Centocinquanta due eventi calamitosi tra terremoti tettonici, fenomeni idrogeologici, ovvero dissesti idrogeologici e frane, il bradisismo flegreo, l’inquinamento acquifero e le eruzioni vulcaniche, per i quali sono stati stanziati nel complesso oltre 142 mila miliardi di lire a prezzi 1990 che attualizzati a valori 2009, sulla base degli indici ISTAT di rivalutazione monetaria, ammontano a circa 127 miliardi di euro”. Ovviamente, c’è scritto nello studio, “la principale voce di spesa riguarda i terremoti: oltre 95 miliardi di euro di risorse stanziate tra il 1944 e il 1990, pari al 75% delle risorse destinate a tutti gli eventi calamitosi censiti”. La seconda voce di spesa in ordine d’importanza è quella dei fenomeni idrogeologici, che con quasi 30 miliardi rappresentano circa un quarto delle risorse stanziate nell’intero periodo considerato.

Questi dati sono stati integrati con quelli a disposizione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Direzione Generale per la Tutela del Territorio e delle Risorse Idriche, per i costi del dissesto idrogeologico tra il 1951 e il 2009 assieme ai dati del Dipartimento della Protezione Civile e del Servizio Studi della Camera dei Deputati per i costi degli eventi sismici succedutisi dal 1968 al 2009.

Negli ultimi quarant’anni si sono verificati numerosi eventi di dissesto idrogeologico che hanno avuto effetti catastrofici. Tra i principali quello di Firenze nel 1966, a Genova nel 1970, ad Ancona nel 1982, in Val di Fiemme nel 1985, in Valtellina nel 1987, in Piemonte 1994, in Versilia nel 1996, a Sarno e Quindici nel 1998, a Soverato e nel Nord-Ovest dell’Italia nel 2000, in Valbruna nel 2003, a Varenna e a Nocera Inferiore nel 2005, a Cassano delle Murge nel 2005, ad Ischia e a Vibo Valentia nel 2006, a Messina nel 2009. Quelli del 2010 in Calabria, in Veneto e in Campania sono sotto gli occhi di tutti. E, secondo lo studio, “questa crescente incidenza degli eventi catastrofici corrisponde ad un progressivo aumento del rischio idrogeologico legato all’aumento del territorio antropizzato e all’espansione del tessuto urbano spesso in aree instabili che ha interessato il territorio nazionale a partire dal dopoguerra”.

Nel complesso, lo studio “ha portato a stimare i costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti, a prezzi 2009, tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213”. La differenza – si legge testualmente – “è da attribuire al costo dei terremoti che, a seconda delle fonti informative, varia da un minimo di 124 miliardi di euro a un massimo di 161”.

Dall’inizio del secolo, sempre per quanto riportato nello studio dei Geologi, il dissesto idrogeologico da solo ha provocato nel nostro bel Paese “circa 12.600 tra morti, dispersi o feriti ed il numero di sfollati supera i 700 mila. Gli eventi con danni gravi sono stati oltre 4.000, dei quali 1.600 hanno prodotto vittime”. E come ci accorgiamo un po’ tutti a braccio, “Dall’analisi dei dati storici emerge che la stagione che presenta una maggiore incidenza degli eventi disastrosi è l’autunno, quando aumentano le precipitazioni”.

Ma c’è di più: “Dall’analisi dei dati emerge che tra il 1985 e il 2001 si sono verificati circa 15.000 eventi, di cui 13.500 frane e 1.500 piene, con un picco significativo registrato nella seconda metà degli anni Novanta. Alcuni di questi hanno avuto ripercussioni sulla popolazione, provocando vittime o danneggiando i centri abitati”. Un’apocalisse alla quale si aggiunge quella dei terremoti.

Un capitolo del dossier viene infatti dedicato agli eventi sismici che hanno colpito il nostro Paese. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni della Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”.

Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Ma la notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile. Quello che infatti stupisce nel dossier è che “Il rapporto tra danni l’energia rilasciata nel corso degli eventi è elevato rispetto ad altri Paesi. Ad esempio, il terremoto del 1997 in Umbria e nelle Marche ha prodotto un quadro di danneggiamento confrontabile con quello della California del 1989, malgrado fosse caratterizzato da un’energia circa 30 volte inferiore. Ciò è dovuto principalmente all’elevata densità abitativa e alla notevole fragilità del nostro patrimonio edilizio”. Insomma, quello che fa aumentare il rischio sismico del nostro territorio è proprio la vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano che, costruito nella maggior parte durante il boom edilizio degli anni ’50 e ’60 precedentemente l’entrata in vigore della normativa del ’74 per le costruzioni in zone sismiche, risulta inadeguato a resistere alle scosse. E anche i fabbricati di più recente costruzione, come testimoniano i crolli di strutture come l’Ospedale de l’Aquila, non sempre sono stati costruiti rispettando i criteri antisismici più severi.

Davanti a tutte queste cifre spese per l’emergenza e la ricostruzione che incutono timore viene da chiedersi se investire su la prevenzione non sarebbe stato decisamente più conveniente.

Siamo tutti liberali?

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 16 novembre 20110

Sinistra e Libertà, il Popolo della Libertà, Futuro e Libertà. Poi ci sono anche le fondazioni come Libertiamo e i giornali come Liberamente e Liberal. L’attualità delle riflessioni sul concetto di liberalismo ci mostrano – come scrive la rivista Critica Liberale – “Un fervore intellettuale neppure immaginabile sino a qualche tempo addietro. Oggi, tutti (o quasi) si dicono liberali e come tali tutti (o quasi) si mostrano solleciti per le sorti della libertà”. Poiché c’è però davvero il rischio che, nel “siamo tutti liberali”, proprio un concetto cardine della democrazia come quello di liberalismo rimanga indefinito sembra opportuno ricordare qualche definizione per ridurre la possibilità di equivoci.

Carlo Rosselli, ne Socialismo liberale, molto di più di un’utopia ci suggerisce l’idea di Libertà come supremo fine scrivendo che “Il liberalismo può definirsi come quella teoria politica che, partendo dal presupposto della libertà dello spirito umano, dichiara la libertà supremo fine, supremo mezzo, suprema regola della umana convivenza”. E spiega: “Non si nasce, ma si diventa liberi. E ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza della propria autonomia e costantemente esercitando le proprie libertà”.

Ma se per Rosselli la libertà è un fine per Piero Gobetti, giornalista, politico antifascista e promotore della rivista culturale Energie Nuove, la libertà diventa anche metodo. “Il metodo del liberalismo, lo si consideri nella sua sostanza economica o etica o costituzionale, consiste nel riconoscimento della necessità della lotta politica per la vita della società moderna. L’importanza di un’opposizione per l’opera del governo, la tutela delle minoranze, lo studio dei congegni più raffinati per le elezioni e per l’amministrazione pubblica, le conquiste costituzionali, frutto di rivoluzioni secolari sono il patrimonio comune della maturità politica e devono intendersi come problemi di costume politico propri dei liberali, come dei loro eredi o avversari che non siano ingenuamente teneri per gli anacronismi o per le esercitazioni oratorie di filosofia politica”. Già nel 1923 sulla rivista La Rivoluzione liberale, Gobetti sottolineava un particolare discriminante: “Se concediamo ai conservatori di chiamarsi liberali non sapremmo più che cosa obbiettare ai nuovissimi tiranni che parlano, per demoniache tentazioni di dialettici fantasmi, della libertà vera come libertà contenuta nei limiti della legge (mentre nel caso specifico ci accontenteremo di ricordare maliziosamente al Gentile che raramente i filosofi seppero sottrarsi al fascino dell’autorità per le stesse ragioni per cui le donnicciuole più espansive venerano il bastone)”. E ancora: “Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s’inspira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione, intende l’equilibrio degli ordinamenti politici in funzione delle autonomie economiche, accetta la costituzione solo come una garanzia da ricreare e da rinnovare. Lo Stato è l’equilibrio in cui ogni giorno si compongono questi liberi contrasti: il compito della classe politica consiste nel tradurre le esigenze e gli istinti in armonie storiche e giuridiche. Lo Stato non è se non è la lotta”. L’animo liberale ha in se dunque il germe stesso della laicità e dalla libertà di religione costruisce nella sua quotidiana lotta una religione della libertà.

“La dottrina dello Stato liberale” – ci dice ancora Norberto Bobbio nel volume Dalla libertà dei moderni comparata a quella dei posteri, ora pubblicato da Einaudi – “si presenta al suo sorgere come la difesa dello Stato limitato contro lo Stato assoluto. Per Stato assoluto si intende lo Stato in cui il sovrano è legibus solutus e il cui potere è quindi senza limiti, arbitrario. Lo Stato limitato è per contro lo Stato in cui il supremo potere è limitato sia dalla legge divina e naturale (i c.d. diritti naturali inalienabili e inviolabili), sia dalle leggi civili attraverso la costituzione pattuita (fondamento contrattualistico del potere). ” Per maggiore chiarezza Bobbio distingue “due forme di limitazione del potere: una limitazione materiale, che consiste nel sottrarre agli imperativi positivi e negativi del sovrano una sfera di comportamenti che sono riconosciuti per natura liberi (la c.d. sfera di liceità); e una limitazione formale che consiste nel porre tutti gli organi di potere statale al di sotto delle leggi generali dello Stato medesimo”. Non può perciò definirsi liberale colui che spera soltanto lontanamente di evadere queste limitazioni. Perché, aggiunge Bobbio, “La prima limitazione è fondata sul principio della garanzia dei diritti individuali da parte dei poteri pubblici: la seconda sul controllo dei pubblici poteri da parte degli individui. Garanzia di diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale”.

C’è da chiedersi, volendo rispettare queste definizioni, quanti possano davvero dirsi, nei fatti, liberali.

Risorgimento

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di Pier Paolo Segneri

Il Risorgimento italiano, l’insurrezione dei napoletani, le cinque giornate di Milano, la spedizione dei Mille, l’incontro di Teano, la Breccia di Porta Pia sono soltanto avvenimenti del passato o, se letti senza retorica, possono in qualche modo rappresentare una memoria viva nel presente e protesa verso il futuro? E’ questa la domanda che dovremmo farci. Foscolo, Garibaldi, Mazzini, Cavour, Manzoni e Cattaneo sono tutti nomi che abbiamo consegnato alla Storia. O forse è più vero il contrario: sono alcuni dei nomi che la Storia ci ha consegnato “a futura memoria”? C’è un importante episodio del Risorgimento italiano che lega la mia città, Frosinone, con la Calabria. Il frusinate Nicola Ricciotti, infatti, nel tentativo di realizzare un’insurrezione che liberasse la Calabria dall’oppressione del potere straniero, fallì tragicamente nell’impresa e venne fucilato il 25 luglio 1844 dall’esercito borbonico. E questo accadde proprio in Calabria, nel Vallone di Rovito, vicino Cosenza, dove il mio concittadino e martire per la libertà trovò la morte insieme ai fratelli Bandiera. Ma chi era Nicola Ricciotti? Basti solo dire che Garibaldi diede al suo quarto figlio il nome di Ricciotti, proprio in onore del patriota frusinate verso cui nutriva una grandissima stima. Il generale stesso ammise di aver voluto chiamare così suo figlio per eternare la memoria di quel patriota e, quindi, «per averlo sempre con me». Intanto, sta per volgere al termine il 2010 e si avvicina sempre di più l’anniversario dei 150 anni dall’Unità d’Italia.

Come possiamo onorarlo?

Ecco, si potrebbe farlo dicendo, intanto, che il Risorgimento italiano fu liberale. Molti, infatti, pensano a quel momento storico e alle idee liberali come a qualcosa di inattuale, di vecchio, di polveroso. Come se si trattasse di un passato ormai defunto e da consegnare agli studiosi o ai ricercatori. Non è così. Anzi, è vero il contrario. Il pensiero e l’azione liberale sono una filosofia in movimento, sono un metodo, una ricerca continua. Le idee liberali non possono invecchiare perché non sono ideologiche, non sono dogmatiche, non sono fisse e immutabili nel tempo, ma si basano su alcuni principi, su poche regole e si muovono rispetto ai tempi, si aggiornano, aprono altri spazi piuttosto che chiudersi in vecchie logiche.

Riscoprire il pensiero liberale non significa, dunque, fare un salto nel passato; non si tratta di tornare indietro nel tempo; non vuol dire precipitare in un rigurgito ottocentesco. Niente di tutto questo. Eppure, malgrado tale premessa, l’appuntamento del 2011 pare essere divenuto l’occasione per affossare il futuro di quella memoria. Forse qualcuno spera, addirittura, di liberarsene definitivamente. Il modo migliore per onorare quel periodo storico e quei giovani rivoluzionari di allora è quello di ricomporre tra loro le forze eredi del Risorgimento. Un’altra domanda, perciò, si aggiunge e diventa necessaria: il pensiero politico della Destra storica, che governò gli eventi e portò all’Unità d’Italia, è tutto e soltanto un retaggio da museo oppure ha ancora una sua forza vitale nell’oggi? Marco Minghetti, Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi, Stefano Jacini, Quintino Sella, Emilio Visconti Venosta e l’intero gruppo della cosiddetta “destra storica” appartengono ad un passato ormai vecchio da lasciare ai libri di scuola e alle commemorazioni di Stato, oppure esiste ancora una forza di pensiero e di azione che rende quella esperienza attuale e, quindi, in grado di muoversi con spirito di continuità nel presente e per l’avvenire?

Ecco, il primo strumento per arginare l’avanzata del Nulla non sta in un partito personalistico, ma in un movimento che sappia essere un intellettuale collettivo, cioè un insieme nella diversità, invece che il solito intellettuale organico, unito nell’omologazione di massa.

Il Governo è già caduto

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di Giuseppe Candido

Tra mozioni di sfiducia al Governo cui si rincorrono apposite contro-mozioni di fiducia e di sostegno, lo scorso 9 novembre alla Camera il Governo è già andato inesorabilmente battuto e non su una cosa da poco. Il Governo italiano è stato sconfitto in aula proprio sui rapporti tra l’Italia e il governo libico sull’emendamento presentato dal deputato radicale Matteo Mecacci che ha chiesto il rispetto dei diritti umani dei rifugiati provenienti dall’Africa. Tra questi c’è chi è stato arrestato sulla rotta per Lampedusa, chi è stato respinto nel Canale di Sicilia e c’è chi è caduto direttamente nelle retate della polizia a Tripoli. Si tratta di vere e proprie deportazioni avvenute negli ultimi due anni di politica dei “respingimenti” adottata dall’Italia e che non erano affatto previste da quel trattato di amicizia con la Libia, votato anche dal centro sinistra, e dove si prevedevano soltanto dei “pattugliamenti congiunti” tra autorità libiche e autorità italiane nel rispetto però del diritto e delle convenzioni internazionali. E l’equipaggio dell’Ariete mitragliato a Settembre dalle motonavi italo-libiche ne sa qualcosa.

L’emendamento che ha mandato sotto il Governo chiedeva alla Libia la ratifica della convenzione dell’ONU per i diritti dei rifugiati e la riapertura, a Tripoli, dell’UNHCR, l’ufficio ONU per i rifugiati, è passato alla Camera con il voto favorevole anche dei finiani e ciò nonostante il Governo avesse posto chiaramente il suo parere contrario.

La risposta della Libia non si è fatta attendere: la richiesta dell’ONU di ratificare la Convenzione ONU sui rifugiati non sarà presa in considerazione. Una chiara conferma delle buone ragioni che hanno portato, martedì scorso, la maggioranza del Parlamento ad approvare l’emendamento “Mecacci” che ha impegnato il Governo a lavorare affinché la richiesta fatta dai paesi membri del Consiglio sui diritti umani dell’ONU (tra i quali molti Europei) venga soddisfatta. A queste condizioni i respingimenti non possono continuare perché si tratterebbe chiaramente di deportazioni in un paese che non rispettando i diritti umani fondamentali d’amico non ha proprio nulla.

La crisi del Governo è già in essere e il suo calendario serrato. Dopo il ritiro dei ministri di Futuro e Libertà venerdì la Camera voterà la legge di stabilità e, per il 22 novembre, è previsto il voto sulle mozioni di sfiducia e di fiducia. Dopodiché, il 14 dicembre, sarà la volta della Consulta che sarà chiamata ad esprimersi sulla costituzionalità della legge sul legittimo impedimento che tiene Berlusconi ancora fuori dai tribunali.

E quel voto dei finiani determinante per l’approvazione di quell’emendamento e che rispetto alla legge Bossi Fini rappresenta per il presidente della Camera un vero e proprio cambio di rotta a centottanta gradi, deve far riflettere anche sul fatto che, almeno per gli occhi di Tripoli e per la stampa estera, il Governo italiano è già di fatto caduto ed è già iniziata la ricerca d’un governo di unità e di salute pubblica nazionale.

Quando il libero mercato incrementa la miseria

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 9.11.2010

Siamo in un Paese bloccato in cui – ai fini del successo – conta di più la ricchezza dei propri genitori che non il livello d’istruzione o il merito. Sono queste, in sostanza, le conclusioni che si possono trarre dall’intervento, o forse sarebbe meglio chiamarla “lezione”, del Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi tenuto il 5 novembre scorso ad Ancona alla facoltà di economia intitolata al grande economista Giorgio Fuà.

L’Italia – ha affermato Draghi – è a un bivio fra la stagnazione e la crescita e deve saper uscire dalla spirale del calo della produttività che ha colpito tutto il paese, anche il Nord, nell’ultimo decennio non appagandosi della ricchezza conquistata negli scorsi anni.

A darne per prima grande risalto sulla stampa nazionale è Chiara Paolin, giornalista de il Fatto quotidiano, che riporta nel suo articolo titolato “Italia povera come nel ‘600” alcuni passaggi di quell’intervento sul tema “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” in cui Draghi, interrogandosi sulle cause del deludente andamento della produttività dell’Italia afferma, senza peli sulla lingua, che “La stagnazione di questo valore nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio”. Dal Mezzogiorno al Nord d’Italia Draghi parla di un Paese per il quale “Dobbiamo ancora valutare gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva” aggiungendo che “E’ possibile che lo choc della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività” ma anche che “è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi” o peggio ancora “un percorso più negativo”.

Già quarant’anni prima che esplodessero gli scandali di Tangentopoli un grande intellettuale denunciava, con pagine roventi e documentate, gli illeciti di imprese e partiti che oggi rivediamo emergere in “cricche” degli appalti che “lavorano” in assenza di concorrenza o in condizioni di concorrenza “controllata”. Nel volume Capitalismo inquinato Ernesto Rossi (1897-1967), quarant’anni prima degli scandali del ’92, documentava come, in questo Paese, “I grandi industriali hanno la coscienza troppo sporca” perché “Capiscono anche loro che non possono continuare ad accumulare miliardi, senza dare alcun servizio utile alla collettività, riscuotendo dei balzelli ai passaggi obbligati e non pagando le imposte che servono a mantenere l’ordine di cui profittano”.

Secondo Mario Draghi, oggi, si potrebbe precipitare in “situazioni vissute in epoche lontane, nel ‘600 o agli inizi del ‘900, quando una pur consolidata ricchezza di base non riuscì ad arrestare la recessione ad una civiltà squilibrata verso le forme più rurali ed arretrate”. E in questo scenario “a rischiare di più sono i giovani”. Oggi come allora sono proprio i giovani di questo Paese a rischiare di più. La disoccupazione a livelli che non si registravano da anni, quasi 4 milioni di lavoratori precari pari al 16% del totale della forza lavoro e il lavoro irregolare che secondo i dati istat raggiunge il 12% su media nazionale ma che, in regioni come la Calabria, sfiora il 20% del totale della forza lavoro. E, spiega Draghi, “Senza la speranza di una sia pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si hanno effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. Ma non è un inno retorico ai giovani. Da economista qual’è, Draghi sottolinea proprio come il precariato finirà per scardinare il sistema capitalistico italiano, cioè la nostra vita economica.

Draghi descrive insomma un paese non solo economicamente ma anche socialmente “bloccato” dalle troppe rendite di posizione: “Nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello d’istruzione”. Si hanno cioè più chance se si è figli di un’industriale o un parlamentare e si nasce in Lombardia o in Veneto piuttosto che in regioni come la Calabria o la Campania. È questa la fotografia dell’Italia scattata a 150 anni dalla sua storia unitaria. “E questo accade in Italia” – continua impietosamente Draghi nel suo discorso – “con incidenza che non ha pari in Europa”. Il lavoro e la fine della precariato come emergenze e come possibilità di riscatto sociale, morale e politico del nostro Paese. Forse sarebbe possibile se si guardassero quegli studi e quelle proposte troppo spesso in passato considerate “marginali” se non “utopiche”, ma che oggi sarebbero utili davvero per abolire la miseria. Mentre si premiano imprenditori come Marchionne, dovremmo ricordare che, ancora oggi, come scriveva Rossi nel ’46, “Le dimostrazioni che molti economisti hanno creduto di dare che il regime individualistico, consentendo la maggiore approssimazione possibile allo schema teorico della libera concorrenza, tende automaticamente ad attuare in ogni momento un massimo di utilità collettiva, non reggono alla critica, rivelandosi, nel migliore dei casi, delle semplici tautologie; la libera concorrenza può dare degli effetti socialmente benefici o malefici, a seconda degli argini dell’ordinamento giuridico entro i quali viene contenuta”. Se le regole del libero mercato non esistono o vengono sistematicamente violate, derogate, se gli imprenditori sono lasciati liberi di agire nel loro esclusivo interesse individualistico anche quando essi non contribuiscono alla collettività in cui operano con il giusto pagamento delle tasse, se si lascia che non si paghino i contributi ai lavoratori perché li si lascia lavorare in nero, se anzi si premiano i comportamenti evasivi con i condoni fiscali, allora il libero mercato è destinato ad incrementare la miseria e quel divario tra la tracotanza di coloro che vivono di rendite e la gente comune, sempre più miserabili, destinati a non riuscir a sopravvivere neanche del loro lavoro.

Investire in sicurezza del territorio

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 4 novembre 2010

L’emergenza frane torna ogni anno tragicamente d’attualità per i morti, le disgrazie e le ferite che provoca. A Massa tre vittime in poche ore: una mamma di soli 39 anni e il figlio sono stati travolti e uccisi dal fango che si è abbattuto sulla loro casa. Poche ore dopo un camionista è rimasto travolto sotto i detriti. Mentre scriviamo il maltempo si è spostato al sud e in Calabria piove a dirotto. Piove a dirotto e le fiumare crescono, s’ingrossano spaventosamente solo come quelle calabresi sono in grado di fare per la loro irta pendenza, i terreni argillosi e le coltri detritiche ricoprenti il territorio calabrese si saturano velocemente appesantendosi e rovinando in frane. Non si vuole fare catastrofismo ma è necessario prenderne atto: piogge intense e concentrate ormai non sono più una straordinarietà ma una tipologia “normale” di eventi meteorici caratteristici di una regione e che, sistematicamente, causano frane e alluvioni. Uno “sfasciume pendulo sul mare” definiva Giustino Fortunato l’Appennino. E se su tante cose l’Italia a 150 anni dalla sua unità è ancora divisa, sul problema del dissesto idrogeologico è unita da una continuità geomorfologica e di numeri. Numeri che fanno impressione quasi come la pioggia battente che ingrossa le fiumare. Quasi 470.000 le frane censite in Italia, per un totale di circa 20.000 chilometri quadrati. Un indice di franosità che raggiunge l’8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Un Paese dove più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. Percentuale che in Calabria sale al 100%. Un numero così elevato di fenomeni franosi che è legato principalmente all’assetto morfologico del nostro paese, per circa il 75% costituito da territorio montano – collinare e alle caratteristiche meccaniche delle rocce affioranti. Un problema che avrebbe meritato prevenzione e che invece è stato incrementato nei decenni da costruzioni abusive e regole urbanistiche violate e non rispettate talvolta dalle stesse pubbliche amministrazioni che avrebbero il compito di “governare” i fenomeni del territorio. Il ruolo svolto dall’uomo che si è insediato ovunque anche dove era poco consigliabile, sulle frane e lungo i corsi d’acqua, è complice con quello di una politica che non si è pre-occupata dei problemi.

La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce un’altro dato interessante (e preoccupante) derivante dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali.

Sono ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali.

Negli ultimi 50 anni le vittime per solo per frane ammontano a 2.552, più di 4 vittime al mese. È a questo tragico elenco che si aggiungono, giorno dopo giorni, nuove vittime dell’incuria del territorio. Un intero paesino è come se fosse stato cancellato dall’Italia. Una strage o, se preferiamo, un serial killer.

Dal dissesto idrogeologico alla gestione emergenziale e criminogena del ciclo dei rifiuti l’Italia è il Paese che paga un prezzo altissimo in termini di vite umane per la non applicazione delle leggi. C’è da chiedersi se nel caos dello Stato che non è più di diritto, la gestione emergenziale di un problema atavico e persistente non convenga e, soprattutto, a chi convenga. Appalti, lavori, progettazioni date in deroga alle leggi vigenti sui lavori pubblici. E se è vero che il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonterebbe a circa 4 miliardi di euro, quanto cioè sono i soldi per costruire il Ponte sullo stretto, perché non si indicano quali sono davvero le priorità di questo Paese compiendo una scelta di responsabilità per tutte le vittime del dissesto idrogeologico? Perché non si assume un geologo in ogni comune che presenta rischi idrogeologici e o sismici? Non sarebbe questo forse un modo d’investire in sicurezza producendo nuova e vera green economy?