La Calabria che balla? Serve abolire la vulnerabilità degli edifici

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Tra le tante passerelle che si vedono in periodo pre elettorale, finalmente qualcosa di serio. Un seminario informativo organizzato dall’amministrazione comunale di Botricello, fortemente voluto dall’assessore alla cultura e all’ambiente, Salvatore Procopio e dal sindaco Giovanni Camastra.

Come possiamo difenderci da un terremoto e come si possono prevenire i danni e i morti che possono essere provocati da un sisma?

Calabria che balla
Calabria che balla, martedì 15 aprile 2014 ore 17,30

E’ a tali domande che si tenterà di fornire risposte e dare informazioni ai cittadini invitati tutti.

Al dibattito convegno che si terrà domani, martedì 15 aprile presso la casa comunale di via Nazionale dalle ore 17.30, parteciperanno Eugenio Gallo, sindaco di Martirano Lombardo, Michele Folino Gallo, dottorato internazionale in sismicità della Calabria, Ottaviano Ferrieri, perito Cineas valutazione del rischio e Rosario Pignanelli, dell’associazione di protezione civile “Amici di Gaia”.

Non potendo personalmente partecipare all’interessante forum informativo poiché impegnato coi colloqui con i genitori degli alunni prima delle vacanze di Pasqua, come docente dell’Istituto Comprensivo di Botricello e come geologo ecologista, mi sono permesso di inviare all’assessore Salvatore Procopio un mio personale contributo che riporto di seguito.

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Abolire la vulnerabilità sismica degli edifici

Contributo al seminario informativo “Calabria terra che balla” organizzato dall’amministrazione comunale di Botricello (CZ)

di Giuseppe Candido1

É da ritenersi assai lodevole e degna di nota l’iniziativa dell’Amministrazione comunale di Botricello che ha voluto proporre ai cittadini un seminario informativo sul rischio sismico dal titolo davvero esplicito: “La Calabria che balla”. Avendone ricevuto l’invito per il tramite dell’Istituto comprensivo di Botricello dove insegno, sono rammaricato di non potervi partecipare personalmente a causa di impegni di lavoro già da tempo programmati.

Sia come docente di scienze della scuola secondaria di I grado dell’Istituto comprensivo di Botricello, impegnato su questi temi con le nuove generazioni, sia come geologo e sia personalmente, ringrazio vivamente il sindaco Givanni Camastra e l’amministrazione tutta perché ha inteso promuovere questa importante iniziativa incentrata sul “come” poter prevenire, non già i terremoti, ma i danni e i morti che un sisma può avere e che, come la scienza e la storia ci dicono, non è da ritenersi improbabile a queste latitudini.

Mi permetto, quindi, di offrire qualche spunto di riflessione con questo mio contributo.

Come abbiamo visto, il 5 aprile, a 5 anni esatti (qualche ora di differenza) di distanza dal terremoto a L’Aquila, una scossa di magnitudo 5.0 con ipocentro a largo delle coste di Crotone, ha ricordato – se ce ne fosse bisogno – che la Calabria è al centro della convergenza tra la micro placca ionica e la micro placca adriatica. In particolare, secondo l’Istituto Naz. di Geofisica e Vulcanologia, una la sismicità profonda di questo tipo è attribuibile, in quest’area, al fenomeno di subduzione della litosfera ionica che comincia a flettersi sotto dell’Arco Calabro2.

Benché queste conoscenze siano disponibili a chiunque sui siti scientifici istituzionali, su come difenderci da questo rischio, sulla necessità cioè di predisporre un piano di adeguamento antisismico delle strutture pubbliche, un vero dibattito non c’è.

Che la Calabria sia un territorio ad elevata sismicità come, e anche di più, dell’Abruzzo, è storicamente noto. Allora perché non adeguare le strutture?

A partire dall’anno 1.000 si sono avuti, in Calabria, diversi terremoti distruttivi3: nel 1.188 il terribile terremoto4 nella valle del Crati, provocò gravissimi danni a Cosenza, dove crollò la cattedrale, a Bisignano, San Lucido e Luzzi; nel 1638, il 27 marzo vi fu un altro violento terremoto5 che colpì particolarmente la zona di Nicastro, dove i morti furono diverse migliaia. Il 9 giugno, dello stesso anno, un nuovo terremoto provocò danni anche nel crotonese. Poi, il 5 novembre del 1659, un altro forte terremoto6 interessò pure la Calabria centrale, nell’area compresa fra i Golfi di Sant’Eufemia e Squillace; le vittime furono più di 2000. Poco più di un secolo dopo, nel 1.783, tra febbraio e marzo, un violento sciame sismico7 interessò la Calabria meridionale e il messinese, provocando la completa distruzione di moltissime località e danni gravissimi in molte altre; moltissime repliche si ebbero poi nei mesi e negli anni successivi.

I morti, in quell’occasione, furono più di 30.000.

L’8 marzo del 1.832, il terremoto8 provocò gravi danni ad una cinquantina di località, prevalentemente nel crotonese; più di 200 le vittime. Quattro anni più tardi, il 25 aprile del 1.836, un altro terremoto9 colpì il versante ionico della Calabria settentrionale, provocando danni gravissimi a Crosia e Rossano, in provincia di Cosenza: le vittime furono oltre 200.

Nel 1.854, il 12 di febbraio, ancora un terremoto10 nel cosentino provocò effetti distruttivi nell’alta valle del fiume Crati e danni gravi si ebbero anche a Cosenza. Le vittime, in totale, furono circa 500.

Nel 1.870, il giorno 4 del mese di ottobre si verificò un terremoto11 nell’area cosentina, fra le alte valli del Savuto e del Crati, con oltre 100 vittime. Sempre nel 1.870, il terremoto colpì la Calabria centrale e fu avvertito in tutta l’Italia meridionale e nella Sicilia orientale: anche in quel caso, i danni furono gravissimi e più di 500 le vittime.

Poi, nel 1905, l’8 di settembre, il grave terremoto che colpì numerosi paesini nell’area di Vibo Valentia e Nicastro facendo risentire i suoi effetti anche nelle provincia di Cosenza e in quella di Reggio Calabria12.

Nel 1908, il 28 dicembre, l’apocalisse: un violento terremoto e uno tsunami colpirono Reggio e Messina. La Calabria, terra ballerina, quell’anno venne completamente distrutta.

In una regione come la nostra, con una così elevata frequenza di terremoti e conseguente pericolosità sismica, sapendo che – come la scienza ufficiale ci dice – l’unico modo di difendersi dal terremoto è quello di costruire edifici in grado di resistere alle scosse, è evidente quanto sarebbe importante fare seria prevenzione basata sulla conoscenza della vulnerabilità sismica delle strutture che, come il caso dell’Ospedale aquilano c’ha dimostrato tragicamente, non sempre sono costruite in maniera adeguata. Il prof. Franco Barberi, allora capo del dipartimento della Protezione Civile, già nel 1999 notava come,

Per programmare gli interventi di prevenzione occorre tenere conto del fatto che non ci troviamo di fronte a un territorio vergine nel quale cominciare a costruire con una politica antisismica, ma che si tratta invece di un territorio nel quale si è costruito per secoli con tecniche che non offrono apprezzabile sicurezza nei riguardi dei terremoti. Vi è dunque in Italia, come del resto in moti altri paesi, un debito arretrato di investimenti anti-sismici che si è accumulato nel tempo e che comporta fra l’altro una macroscopia sperequazione fra cittadini che vivono in case nuove e vecchie. Questi problemi, con le stesse parole, furono comunicati al Presidente della Repubblica, al Governo e al Senato, dal Progetto Finalizzato Geodinamica del CNR, più di dieci anni fa, all’indomani del terremoto dell’Irpinia.13

Dopo le notizie relative all’esistenza di un “Censimento della vulnerabilità degli edifici pubblici strategici in Abruzzo” e altre regioni, realizzato nel 1999, che aveva segnalato, come altamente vulnerabili, – affatto idonei a resistere ad un terremoto – proprio gli edifici abruzzesi che vennero giù il 6 aprile 2009, ci siamo domandati quale fosse la situazione degli edifici in Calabria.

Dopo qualche ricerca (all’invero assai breve perché sapevamo bebe cosa ricercare) ci siamo imbattuti nel sito del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT) titolare del Progetto, assieme alla Protezione Civile, per la rilevazione della vulnerabilità del patrimonio edilizio a rischio sismico e finalizzato al censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria.

Uno studio per la valutazione del grado di vulnerabilità degli edifici pubblici di 1.510 comuni delle sette regioni che oggi torna di cocente attualità per il fatto che, in Abruzzo, sembra averci tragicamente azzeccato.

Il 6 aprile del 2009, a L’Aquila, sono venuti giù, proprio quegli edifici pubblici che erano stati segnalati come ad alta vulnerabilità.

La risposta che abbiamo trovato è stata sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione, nella regione Calabria, ben 2.397 (pari al 60,3 %) erano stati classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità e, cioè, non in grado di resistere alle scosse. Dei 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese e censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la difesa dai terremoti, 492 (il 62,7 %) erano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non andava meglio per gli edifici pubblici civili (sedi di comuni, province, regione, prefetture etc): dei 1.773 censiti dallo studio, 517 sono classificati con grado di vulnerabilità medio alta e 325 sono invece quelli ad alta vulnerabilità. Anche in Calabria, se si verificasse un terremoto di quella severità in superficie, si verificherebbe il crollo di numerosi edifici pubblici, perché non in grado di resistere alle scosse.

Già dal 1999, quindi, il Dipartimento della Protezione Civile in collaborazione con il GNDT e con l’ausilio dei lavoratori socialmente utili, aveva pubblicato quel “Censimento di vulnerabilità degli edifici pubblici, strategici e speciali delle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia”.

Gestire l’emergenza, essere in grado di intervenire tempestivamente coi soccorsi è importante, certo. Però, lo abbiamo visto in passato: gestire bene l’emergenza, da sola non serve ad evitare morti, feriti e sfollati se la casa in cui viviamo ci crolla in testa. Visto che la situazione calabrese della vulnerabilità sismica degli edifici non è certo migliore di quella abruzzese, ci chiediamo cosa si sia fatto, dal ’99 ad oggi, ai fini della prevenzione e della mitigazione del rischio, mediante adeguamenti antisismici e/o ricostruzioni. Purtroppo ben poco da allora è cambiato. Troppe le scuole ancora non sismicamente adeguate e la colpa non certo può ricadere sulle locali amministrazioni che spesso non dispongono di finanze adeguate.

Sarebbe necessario, invece, fare prevenzione, programmando interventi che tengano conto che non siamo in presenza di un territorio “vergine” nel quale cominciare a costruire ex novo con una politica antisismica seria. Quello che abbiamo davanti, è un territorio stuprato, vilipeso dall’abusivismo edilizio dove, spesso, non sono a norma neanche gli edifici pubblici, nemmeno quelli strategici come Ospedali e Prefetture.

Cosa fare per uscirne? Come scriveva, già nel 1993, il professor Vincenzo Petrini, del CNR-GNDT, nella presentazione al volume “Rischio sismico di edifici pubblici14”:

La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile. L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica, (…) programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, possono avere, nella situazione attuale, positivi effetti collaterali in termini di sviluppi non drogati dell’occupazione.15

Sagge parole, quelle di Petrini, attuali quantomai anche dopo vent’anni, che mettono in evidenza le priorità per la Calabria, per il mezzogiorno e, forse, per l’intero Paese. Bisogna abolire la vulnerabilità sismica dei nostri edifici, adeguandoli a resistere alle scosse o rottamandoli, quando invece si tratta di vera e propria “spazzatura edilizia”.

Poi, volendo essere davvero esaurienti, un discorso a parte lo meriterebbe la questione della “micro-zonazione sismica locale”; lo stesso terremoto, infatti, in alcune aree può dare fenomeni di amplificazione locale di cui bisognerebbe tener conto in fase di progettazione ma che, spesso, vengono trascurati.

E c’è il problema del patrimonio edilizio abusivo che, in Italia e in regioni del sud come la Calabria, rappresenta una questione ancora irrisolta, intimamente collegata alla tutela del territorio, poiché, come ricordano i geologi italiani, “queste pratiche si diffondono e si radicano laddove c’è un minor controllo dell’uso del suolo”; un fenomeno, quello dell’abusivismo edilizio, che non è sempre legato a “bisogni sociali” – per l’accesso al “bene casa” – ma anche e soprattutto a “strategie di profitto come dimostrano le tante seconde case e interi villaggi turistici abusivamente realizzati e, in alcuni casi, condonati”.

Occorre ricordare – fino alla nausea – che non è mai il terremoto che uccide ma la casa, la scuola, la chiesa o l’edificio in cui ti trovi che crolla in testa. La vera causa di morti e sfollati è proprio la vulnerabilità sismica degli edifici, perlopiù costruiti durante il boom edilizio degli anni sessanta, settanta e ottanta che, frequentemente, non hanno un’adeguata struttura antisismica.

Oltretutto bisogna anche tenere a mente che la voce di spesa maggiore per le catastrofi naturali del nostro Paese è proprio quella dei terremoti: oltre 95 miliardi di euro le risorse stanziate tra il 1944 e il 1990, “pari al 75% delle risorse destinate a tutti gli eventi calamitosi censiti” da uno studio del Consiglio Nazionale dei Geologi.

Nel 2012, il rischio sismico del Paese, con il terremoto nella Pianura Padana emiliana, è tornato alla ribalta dei media che, come al solito, se ne occupano solo “a babbo morto”, quando il disastro c’è stato.

La prima scossa, con una magnitudo locale di 5.9 della scala Richter, avvenne alle ore 4.03 del 20 maggio 2012. Poi, “il 28 maggio, due nuove importanti scosse scuotono ancora i territori della provincia di Modena (…) sommando distruzione a distruzione, lutto a lutto, paura a paura16”.

Anche in quel caso, per i geologi,

Il terremoto emiliano si è caratterizzato per alcune specificità, tutte geologiche: gli effetti di sito ed i diffusi fenomeni di liquefazione delle sabbie. È stato per certi versi un terremoto inaspettato ma non inatteso considerando la successione di terremoti storici che hanno interessato la zona del ferrarese a partire dal 1500. Gli studi per la ricerca di idrocarburi nella Pianura Padana a partire dagli anni ’60 e ’70 avevano messo in evidenza le strutture sepolte al margine orientale della catena (le cosiddette pieghe ferraresi) piegate e fagliate che risalivano a poche centinaia di metri dalla superficie. L’aggiornamento delle carte di rischio per quest’area sono datate 2003 per cui queste aree vengono (oggi, ndr) classificate sismiche. Affinché la norma trovi pratica attuazione occorre però aspettare gli anni 2008-2009 (quando si è proceduto alla riclassificazione sismica del territorio nazionale in seguito agli eventi di San Giuliano di Puglia, ndr). Nel frattempo le strutture in elevazione (case di civile abitazione, capannoni industriali) sono stati progettati come ricadenti in area non sismica. Gli effetti, soprattutto per i capannoni industriali sono stati disastrosi. Mancando dei vincoli adeguati ai pilastri molte coperture sono letteralmente collassate17”.

Alle semplici osservazioni e indagini geologiche di base si preferiscono modelli numerici. Non per il fine della mera tutela di una categoria, una casta, i geologi italiani denunciano un fatto grave:

In Emilia-Romagna, come in altre regioni, si sta procedendo in molti comuni … agli studi di microzonazione sismica. Tali studi si prefiggono di evidenziare le aree in cui gli effetti del terremoto si faranno risentire maggiormente (una volta si usavano gli abachi di Medvedev che almeno legavano le amplificazioni direttamente alle caratteristiche idrologiche e litologiche del terreno). Oggi si fa ampio uso dei metodi geofisici che a volte mal si conciliano con la geologia di base. Sembra si sia sviluppata più la tendenza ad avere numeri (non si sa quanto attendibili) a scapito di serie indagini geologiche (geo strutturali, stratigrafiche, geomorfologiche, idrogeologiche) che evidenziano, in prima istanza, almeno dal punto di vista qualitativo le aree che possono dare amplificazione. Non nascondiamoci dietro un dito. Il problema non è quello di determinare con la massima precisione i fattori di amplificazione sismica quanto quello di operare l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio esistente (in primis l’enorme patrimonio storico artistico del nostro Paese).

Non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza delle abitazioni costruite post guerra sono state realizzate in assenza di alcuna normativa sismica. Anziché procedere indiscriminatamente con nuove edificazioni e distruzione di nuovo suolo è tempo di invertire la tendenza: ridurre drasticamente le nuove costruzioni e recuperare il costruito (dal punto di vista sismico, strutturale, del libretto del fabbricato, etc.). Il percorso è lungo e costoso ma le politiche territoriali si fanno dai nonni per i nipoti. Altre scorciatoie non esistono.18

Sulla base di questi numeri e di queste semplici riflessioni, per chi scrive appare evidente che l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio, quello pubblico in primo luogo, o la sua totale rottamazione quando completamente fatiscente, rappresentano non una spesa, ma una voce di notevole risparmio e, alla lunga, un vero e proprio investimento. Senza contare le vite umane che, ovviamente, non hanno prezzo.

Vi ringrazio per l’attenzione.

Firmato

Giuseppe Candido

Note al testo _____________________________________________

1 Giuseppe Candido è docente di scienze matematiche presso l’Istituto Comprensivo di Botricello, geologo libero professionista, giornalista pubblicista, direttore editoriale di Abolire la Miseria della Calabria e autore, tra l’altro, del volume in pubblicazione La peste ecologica e il caso Calabria dal quale è estrapolato il presente testo.

2 Chiarabba et al., 2005 – “Analizzando il catalogo strumentale degli ultimi 30 anni è possibile rilevare in quest’area un certo numero di eventi a profondità subcrostale. Questa sismicità profonda è attribuibile al fenomeno di subduzione di litosfera ionica che in quest’area inizia a piegarsi al di sotto dell’Arco Calabro. – Terremoto nel Mar Ionio, M 5.0, 5 aprile 2014: approfondimento, Blog INGV Terremoti (url: ingvterremoti.wordpress.com)

3 D. Postpischl (a cura di), 10 domande sul terremoto, GNDT, 1994

4 D. Postpischl, a cura di, Sisma con intensità stimata del IX – X grado della scala Mercalli, 10 domande … Op.cit. 125

5 Intensità stimata del XI grado della scala Mercalli, ne: D. Postpischl, a cura di Op.cit. p.125

6 IX-X grado della scala Mercalli, ibidem.

7  Sciame sismico le cui intensità max XI grado della scala Mercalli, Ibidem

8  Sisma con intensità stimata del X grado della scala Mercalli, Ibidem

9  X grado della scala Mercalli, Ibidem

10 X grado della scala Mercalli, Ibidem

11 X grado della scala Mercalli, Ibidem

12 Sisma con intensità molto forte stimata del X-XI grado della scala Mercalli, D. Postpischl, a cura di, 10 domande … Op. cit. p.126

13 Franco Barberi, La difesa dai terremoti in Italia, ne: “Il rischio sismico”, Le scienze quaderni, n.59, aprile 1991.

14 Petrini V., Il Rischio sismico di edifici pubblici, Parte I, Aspetti metodologici, 1993

15 Petrini V., Op. cit., p.9

16 CNG, Ibidem

17 CNG, 2011 – Emilia Romagna: un territorio ricco e fragile, ne: I primi 50 anni …, Parte II, op. cit. p.161-162

18 CNG, Op. cit., p.162

Candido (#Radicali): Bene il Consiglio di Lamezia Terme che approva registro testamento biologico. Esilaranti le dichiarazioni circolate sulla stampa

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“Con soddisfazione di chi questa battaglia di libertà ha cominciato a sostenerla, in Calabria, dal 2006 sin dalla vicenda “nazionale”, di Piergiorgio Welby, apprendo dalla stampa che il Consesso Civico lametino guidato dal Sindaco Speranza, ha inteso adottare all’unanimità il registro dei testamenti biologici”. E’ quanto si legge in una nota di Giuseppe Candido, militante del Partito Radicale nonché direttore editoriale di ALM che, in Calabria, da anni porta avanti la battaglia sui registri dei testamenti biologici assieme all’associazione di cui Mina Welby è coo-presidente onoraria.
“Trovo davvero esilaranti”, afferma senza mezzi termini Giuseppe Candido, “alcune dichiarazioni circolate sulla stampa del coordinatore regionale dell’associazione “Alleanza Cattolica Calabria”, Dr. Elia Sgromo, secondo il quale tale sacro santa decisione del Consiglio di Lamezia Terme, tra l’altro non la prima in Italia e nemmeno per la Calabria essendo stato istituito persino nel piccolo comune di Botricello, sarebbe stata presa “senza alcuna necessità e urgenza sociale” e che i registri dei testamenti biologici rappresenterebbero, addirittura, una sorta di “cedimenti ad una mentalità radicale, libertaria e ideologica”. Per Sgromo, – prosegue Candido nella sua nota – un registro che consente di annotare ai cittadini le proprie volontà di fine vita, servirebbe solo a pubblicizzare una prospettiva anti-vita.

Contrariamente a quanto dice il dott. Sgromo, però, esiste un forte fondamento costituzionale che ci da’ il diritto di rifiutare i trattamenti sanitari per malattie inguaribili, unicamente finalizzati al proseguimento del mantenimento in vita”. L’articolo 32 della nostra costituzione, che il dott. Elia, forse appositamente, dimentica nel suo ragionamento per dire che non c’è niente che giustifichi il registro, c’è eccome, ed è in esso che è contenuto quel principio inviolabile che ha visto far garantire dalla magistratura il diritto di porre fine alle sofferenze e alle cure inutili di Piegiorgio Welby che ha potuto farsi staccare il suo ventilatore che lo teneva invita artificiale venendo contemporaneamente sedato da un medico che, per quel gesto, però, proprio perché una legge non c’è, dovette subire un processo uscendone completamente scagionato da tutte le accuse.
Lo stesso principio costituzionale che Elia forse finge di dimenticare, ha consentito al sig. Beppino Englaro, dopo anni, anni e quattro gradi di giudizio, di poter vedere rispettate le volontà della figlia Eluana in coma vegetativo permanete. Volontà che, non essendo state registrate da nessun notaio né da nessun altra “registro”, furono difficili da dimostrare. Se vi fosse stato un registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento, i casi possibili potevano essere due: Eluana poteva aver fatto registrare il proprio testamento biologico oppure no.
Ecco a che servono i registri dei testamenti biologici. Ad evitare che a scegliere sia qualcun altro.

Da laici credenti cui ci sentiamo appartenere, ci sentiamo vicini ad una chiesa cattolica dell’accoglienza e della misericordia che questo Papa Francesco sta dimostrando poter essere rappresentata anche dai suoi massimi vertici; ci sentiamo vicini ad una chiesa vicina alle persone, agli umili, vicina ai bisognosi di misericordia, ma siamo assai distanti ad una chiesa degli integralismi, che vuol imporre l’attesa di un miracolo anche a chi nel miracolo non ci vuole credere e, come Piergiorgio Welby cerca una “morte opportuna”.

Ecco perché ribadiamo, invece, il nostro fermo SI ai registri sul testamento biologico e a una legge che regolamenti l’eutanasia legale contro quella di massa e clandestina. In parlamento c’è già una proposta di legge depositata dall’associazione Luca Coscioni e sottoscritta anche da migliaia di cittadini calabresi, tra cui sindaci e amministratori locali.

Oggi, in Italia esiste l’eutanasia clandestina e la rinuncia alle cure viene effettuata nel silenzio e nella solitudine di mura domestiche, quando “non c’è più niente da fare”. Per il suicidio assistito bisogna andare in Svizzera o in Belgio.
Il nostro Si all’eutanasia legale contro quella clandestina, il Sì ai registri dei testamenti biologici, come fu per l’aborto che legalizzato da una legge, cui tra l’altro i Radicali si opposero, consentì la drastica riduzione del fenomeno e delle morti per prezzemolo o sotto i ferri della cucina, anche in questo caso, sia ben inteso, è un Si alla vita, che è amore e libertà. Un “Sì” deciso, forte, alla tutela della vita e delle libertà proprio quando si è nelle condizioni di massima fragilità.

Domanda scomoda? La scorta, più realista del re, pensa bene di fermare il “pericolosissimo” giornalista

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Caso Lanzetta-Bonanno: le scorte servono per garantire l’incolumità dei politici o per maltrattare i giornalisti?

Nota stampa di Giuseppe Soluri*

Davvero incredibile quanto accaduto sabato scorso a margine di un convegno tenutosi a Vibo Valentia ed al quale ha partecipato il neoministro agli Affari Regionali, Carmela Lanzetta. Un giornalista di lunga carriera, dotato oltretutto di una rara mitezza e di una altrettanto rara bonomia, Maurizio Bonanno, si è visto strattonare, dinanzi a numerosi altri colleghi ed a varie persone presenti, dalla scorta del ministro Lanzetta. Di cosa si era “macchiato” Maurizio Bonanno? Aveva forse “attentato” alla tranquillità della ministra? Era stato insolente con la rappresentante del Governo? Nulla di tutto ciò! Aveva solo rivolto all’ex sindaco di Monasterace, oggi ministro della Repubblica, una innocua domanda sulle più recenti vicende politiche calabresi, ricevendo dalla Lanzetta una non risposta. Aveva dunque, da bravo giornalista, insistito nella domanda mentre il ministro girava i tacchi e si allontanava. La scorta, più realista del re, ha pensato bene di fermare il “pericolosissimo” giornalista Bonanno intervenendo fisicamente e strattonandolo. Bonanno, che è dotato, come dicevo, di rara mitezza e di notevolissimo buon senso, ha addirittura cercato di sminuire l’accaduto, ma vari colleghi presenti hanno giustamente ritenuto di far sapere come fossero andate le cose segnalando la poco edificante vicenda. Come Ordine dei Giornalisti della Calabria ci permettiamo di ricordare, al ministro dell’Interno Alfano ed a chi si occupa materialmente della protezione dei politici e dei ministri, che le scorte servono a salvaguardare da possibili aggressioni e non dalle domande dei giornalisti. Sui quali, dunque, non è lecito intervenire in modo brusco e senza il dovuto rispetto.

* Presidente Ordine dei Giornalisti della Calabria

SENTENZA SCOPELLITI: IL “MODELLO SFREGIO” UMILIA LA CALABRIA

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SCELTA CIVICA PRONTA AL VOTO

Riceviamo e pubblichiamo
Cosenza – “Siamo passati dal Modello Reggio al Modello Sfregio: ecco cosa ha fatto il centrodestra, altro che buon governo! Adesso si può restituire dignità alle istituzioni calabresi tornando velocemente alle urne”, così Katia Stancato, coordinatrice di Scelta Civica Calabria, commenta la sentenza a carico del Governatore Giuseppe Scopelliti e le recenti notizie di dimissioni.
“Lasciamo stare le ovvietà sull’innocenza fino al terzo grado di giudizio, queste sono considerazioni che attengono ai giuristi, qui parliamo di politica. Se lo ricordino i membri della Giunta che si sono permessi di attaccare in maniera ignobile la magistratura” – ha detto la Stancato – “Diamo atto a Scopelliti di aver annunciato prontamente le dimissioni assieme alla sua Giunta. È una questione di dignità delle istituzioni che viene prima, molto prima, del destino individuale di ognuno di noi”.
“Anche se non ci fosse stata la legge Severino, che per inciso fu votata anche da chi oggi grida allo scandalo, Scopelliti avrebbe dovuto lasciare e con lui l’intera Giunta regionale: è evidente infatti che di fronte ad un fatto così grave è giusto rimettersi al popolo calabrese perché possa esprimersi. Scopelliti ha tutto il diritto di difendersi in aula e, se ci riesce, dimostrare la sua innocenza ma deve farlo da privato cittadino” – ha continuato la coordinatrice di Scelta Civica.
“La verità è che il centrodestra calabrese ha fallito la sua funzione storica, nella quale pure in tanti hanno creduto: come si è visto bene anche a Catanzaro infatti, il sistema di malgoverno, nepotismo, clientelismo è stato tutt’altro che combattuto bensì alimentato e foraggiato in modo da continuare le stesse bieche pratiche che a parole si dichirava di voler combattere” – ha aggiunto la Stancato – “Ora andiamo al voto e Scelta Civica è pronta a costruire una seria alleanza alternativa a questo stato di cose: ce lo chiedono i calabresi, ce lo chiede la Calabria che merita di più e di meglio”.
“In questo momento c’è bisogno di un sussulto di dignità da parte di tutta la classe dirigente calabrese. Per questo trovo francamente imbarazzante l’ipotesi di una staffetta per assicurare una buonauscita europea a Scopelliti: non copriamoci di ridicolo in Europa candidando un Governatore appena condannato oppure smettiamo di lamentarci se tutto quello che sapremo raccogliere sono stupore e biasimo. Io fossi un cittadino inglese o spagnolo non potrei fare altrimenti” – ha concluso la Stancato.

28-03-2014

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Una proposta (indecente) per la #scuola

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Scuola pubblica statale
Armando Massarenti (@Massarenti24) con la filosofia minima vorrebbe rivoluzionare la scuola con una proposta: mandare i ricercatori che non si riesce ad assumere come tali, ad insegnare nelle scuole (al posto dei tanti docenti altrettanto precari, ndr).

“I problemi della scuola”, sostiene il Massarenti nel Domenicale de Il Sole 24 Ore di cui è responsabile, “sono immensi, ma a ben vedere uno dei principali riguarda la valorizzazione del merito tra il personale docente e la possibilità di immettere forze nuove, competenti, innovative, al passo coi tempi”. Per cui, la soluzione, per il Massarenti, è valida sia per i ricercatori cui si regalerebbe, così, la possibilità di entrare nella scuola, sia per il mondo della scuola, dove si immetterebbero “forze nuove al passo coi tempi”.

E, nel suo candido ragionamento, il giornalista, si smarca anche da quella che considera l’obiezione principale che, sempre a suo dire, si potrebbe opporre alla sua proposta: chi ha insegnato loro ad insegnare? Questa, sostiene il giornalista, “è una carenza endemica del sistema. Ben pochi all’università si preoccupano degli aspetti didattici”.

Così dicendo, però, il giornalista dimostrata di non conoscere affatto il tema di cui parla. I docenti che insegnano nelle scuole statali italiane di ogni ordine e grado, hanno tutti dovuto superare un concorso di abilitazione all’insegnamento, l’hanno superarlo e spesso hanno fatto, per anni, servizio come precari. Anziché assumere i docenti precari da anni, anziché predisporre adeguati piani di aggiornamento del personale docente e anziché adeguare gli stipendi dei prof a quelli della media europea dei loro colleghi, per dare energie nuove alla scuola, si propone di buttare nell’insegnamento persone sicuramente preparate ma che per anni hanno fatto ben altro. Per la scuola pubblica statale, in Italia, dovrebbero essere investite risorse ingenti, e la stessa cosa dovrebbe farsi nella ricerca e nell’università per evitare che i migliori cervelli continuino ad andare all’estero per poter fare ricerca. Assumere ricercatori precari al posto dei docenti precari, sarebbe solo mischiare, ancora una volta, le carte per non risolvere il problema della scuola italiana.

Alla proposta del Massarenti rispondo, perciò, con una frase che, agli inizi della mia carriera, sentii da un buon preside: “professore”, mi disse, “un bravo docente lo si valuta non perché conosce bene la matematica, ma perché nel conoscerla, quel matematico è in grado di creare una relazione educativa coi ragazzi per farsi ascoltare, spiegargli gli alfabeti della disciplina e insegnargli ad imparare da soli”.

#Radicali in Calabria per abolire la miseria delle banche

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Chi controlla buona parte dell’accesso al credito, in questo Paese? Com’è noto, anche se forse non lo è abbastanza, la proprietà di molte banche italiane è in mano ai partiti. “Fuori i partiti dalle banche”, quindi, è l’hashtag della nuova campagna “economica”, che il partito di Emma Bonino e Marco Pannella affianca alla lotta, ancora in corso, per la giustizia e l’amnistia. La campagna, che farà tappa anche in Calabria nel mese di marzo, è stata annunciata e promossa online, giovedì 27 febbraio, da Rita Bernardini, Valerio Federico e Alessandro Massari, rispettivamente segretaria, tesoriere e componente della direzione nazionale del partito. Dagli anni ’90, le fondazioni bancarie, anomala invenzione italiana per mettere una pezza alla richiesta europea di privatizzare il sistema creditizio, di fatto scelgono gli amministratori delle banche; gli enti locali e le Regioni, a loro volta, sono i soggetti che nominano la guida delle fondazioni bancarie e il gioco è fatto. In sostanza, nel nostrano sistema bancario, molte banche che quotidianamente decidono come distribuire il credito, sono, in realtà, controllate dalla mano longa, neanche troppo nascosta, dei partiti. La questione è emersa lampante con la vicenda del Monte dei Paschi a Siena ma i partiti, attraverso gli enti locali e le regioni, controllano dappertutto le fondazioni. Ecco perché, la campagna #sbanchiamoli di Radicali italiani parte proprio dalle e nelle Regioni, dagli enti locali e, in generale, dalle periferie. Per Valerio Federico è così per la Banca di Sardegna, per la Banca Carige, per Intesa San Paolo: “I vertici del MPS nominati dalla politica hanno gettato al vento 4 miliardi di euro, con delle operazioni finanziarie scriteriate. Di chi è la responsabilità? Naturalmente” – per il tesoriere di radicali italiani – “la responsabilità è della proprietà, quindi, della fondazione bancaria e, quindi, dei partiti che hanno scelto i vertici della fondazione bancaria e delle banche. Banca Marche – continua Federico – è stata commissariata perché mal gestita dalle fondazioni bancarie e dai vertici scelti dalle fondazioni bancarie e dai partiti. Casi e scandali che sono l’emblema di un sistema che non funziona, che vede la commistione tra la politica e le banche, tra la finanza e i partiti”. È possibile, con un sistema del genere, garantire il credito ai cittadini e alle imprese che lo meritano, oppure è più facile che a trovare facilmente credito, presso i più importanti istituti del nostro Paese, sono sempre i soliti “amici degli amici”? “Le banche – continua Valerio Federico nel video che promuove la campagna – dovrebbero occuparsi di prestare i soldi alle imprese, di prestare i soldi ai cittadini, dovrebbero occuparsi di prestare i soldi per quelle StarUp, per quelle imprese giovani, più promettenti e, magari, di finanziare idee innovative. Invece, le fondazioni bancarie, sostanzialmente, bloccano l’afflusso di capitali verso le banche italiane; e lo bloccano perché – prosegue il tesoriere di Radicali italiani – hanno tutto l’interesse di farlo per garantire, così, ai partiti di continuare a mantenere il controllo delle banche e del credito”. È un sistema distorto, da superare, per rilanciare lo sviluppo perché, nota Federico: “gli effetti di un sistema che non concede credito, che ne concede poco o lo concede male, sono minore competitività del Paese, perdita di occupazione, riduzione della domanda interna. Il credito orienta il consenso, quindi il voto. Alle Banche servono nuovi flussi di capitali per i cittadini e per le imprese, ma alla politica non conviene, altrimenti ne perderebbero il controllo. La conseguenza è che il credito alle imprese concesso è diminuito costantemente dal 2007 ad oggi. In sostanza, con un sistema creditizio-bancario che non funziona, il Paese non riparte. Separiamo, dunque, i partiti dalle banche, la politica dalla finanza. I partiti – conclude Federico – hanno l’obbiettivo di accrescere consenso, non hanno l’obbiettivo di prestare i soldi a chi merita. Il rischio che lo prestino a chi è loro vicino, agli amici e agli amici degli amici, è un rischio evidente”.

Http://www.radicali.it/banche

Default Lazio: l’introduzione del nuovo libro di Massimiliano Iervolino

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Dall’introduzione
Era la sera del 22 marzo, un venerdì diverso dagli altri, almeno per me. L’orologio segnava le ore 20,20 e correva l’anno 2013. Mi trovavo in via della Pisana 1.301, sede del Consiglio regionale del Lazio, nella mia stanza al secondo piano della palazzina E.

Vista l’ora tarda, gli uffici erano vuoti. I colleghi del gruppo Bonino-Pannella era­no andati via, la documentazione portata altrove e i computer resettati. Un’esperienza durata circa tre anni giungeva al termine. Una fase della mia vita s’era conclusa, ciclo cominciato al fianco di Emma Bonino candidata alla presidenza della Regione Lazio e trascorso al servizio dei due consiglieri Radicali eletti in Consiglio regionale. Scelsi di abban­donare per ultimo quei locali, l’epilogo sentivo il bisogno di viverlo in solitudine. Provavo una strana sensazione d’angoscia mista a rabbia e, come colonna sonora del momento, mi facevano compagnia i rumori naturali di quel luogo e l’odore nauseabondo proveniente dalla disca­rica di Malagrotta.

Una volta chiusa la stanza percorsi il piano terra per raggiungere l’u­scita. I corridoi lunghi e deserti mi provocarono momenti di scora­mento, inadeguatezza e riflessione. Ricordo bene d’aver superato nel silenzio assoluto l’aula consiliare e le sale dedicate alle commissioni. Mi ritornò in mente, come in un cortometraggio, tutto quello a cui avevo assistito in quasi tre anni di vita politica. Ripensai ai dibattiti, agli scontri, agli scandali e alle tante inchieste. In particolare, tornai a luglio del 2010, nell’aula della commissione Bilancio, dove si discuteva il primo atto importante della Giunta Polverini, ovvero l’assestamento. Era notte fonda e il testo ancora non era stato approvato. La sala gre­mita al punto che non v’erano posti a sedere. Gli emendamenti presen­tati erano migliaia e il via vai di persone che s’informavano sull’orario di ripresa della seduta era interminabile. Ricordo la noia di alcuni, il disappunto di altri e il disagio che cominciava a trasparire sui volti di quasi tutti i presenti. La mezzanotte s’avvicinava, gli addetti ai lavori c’erano ma mancavano i consiglieri. Non era inconsueto scorgere qual­cuno andar via per la disperazione, così come non c’era da meravigliarsi della tanta gente presente nonostante l’orario tardo. Il bilancio è atto importante di cui discutere, e per l’occasione molte persone erano ve­nute a far visita al proprio consigliere di riferimento. I soldi in ballo erano molti e gli avvoltoi sempre pronti, la preda era quasi in tavola ed era ghiotta. Rammento ancora oggi un funzionario guardare desolato l’orologio, erano le 00,25, ma proprio durante quell’ennesimo attimo di scoramento qualcuno finalmente uscì dalla sala per avvertire i colle­ghi che la seduta stava per riprendere. Un uomo dalla stazza possente riaprì i lavori: era Franco Fiorito, presidente della commissione Bilan­cio della Regione Lazio.

La manovra finanziaria costituisce senza dubbio l’atto più importan­te per una regione, perché influisce successivamente nella vita di ogni cittadino. Ma tra i presenti aleggiava la sensazione che tutto ciò fosse secondario e che quella sede istituzionale fosse del tutto marginale. Oggi non è difficile indovinare i reali motivi dei considerevoli ritardi con cui iniziava la commissione Bilancio e di certo l’estrema lentezza dei lavori non era ascrivibile a grandi dibattiti o a doverosi scontri sulla manovra finanziaria. Quello su cui si doveva decidere in pubblico era già stato concordato nelle riunioni segrete, tenutesi precedentemente e utili al raggiungimento di un mero accordo di convenienza tra i mem­bri della commissione e la Giunta. La materia del contendere divente­rà chiara solo a distanza di molti mesi, allorquando scoppieranno gli scandali relativi ai fondi dei gruppi consiliari.

Le mie rievocazioni sull’attività di quella commissione furono in­terrotte da una telefonata di un caro amico, dirigente del Partito democratico, con cui intrattenni una breve conversazione inerente l’analisi del voto. Gli chiesi del perché non si fosse candidato alle ele­zioni regionali e la sua risposta fu tanto sincera quanto inquietante. Mi confidò di non avere quel milione di euro necessario per nutrire una qualche speranza d’essere eletto. Non feci la minima fatica a col­legare quella sua affermazione con quanto visto durante la legislatura appena conclusa. Infatti, ripianare i debiti delle passate elezioni e mercanteggiare per le future tornate elettorali era stato il pensiero ossessivo-compulsivo di molti eletti della consiliatura guidata dal centro-destra. La legge elettorale prevista per le elezioni regionali di certo non aveva giovato e la ricerca quasi spasmodica delle preferenze era stata una delle cause della consolidazione di un sistema corrotto e corruttore. Siamo di fronte a un regime basato sull’illegalità che crea profitti illeciti e trova come terminale ultimo, specie negli enti locali, non tanto i partiti in quanto tali ma i singoli capi banda di zona. Proprio per questo, in virtù del maggior potere conferito alle regioni attraverso la riforma del titolo V della Costituzione, e tenendo conto del superamento della forma partito così come conosciuta nel secolo scorso, diventa più complesso spiegare questo tipo di fenomenologia attingendo alle teorie sulla partitocrazia esposte negli anni da perso­naggi del calibro di Ernesto Rossi, Panfilo Gentile, Giuseppe Ma­ranini e Marco Pannella. La telefonata terminò con questi pensieri, tristissime considerazioni, che rafforzavano ancor più la mia convin­zione di assistere a partite elettorali truccate.

Nel riprendere il cammino verso l’uscita dell’edificio, la mia atten­zione s’indirizzò verso l’unica sala aperta dell’intero emiciclo, il luogo dove di solito si riuniva la commissione Sanità. Dalla porta socchiusa usciva un tenue fascio di luce. Cercai di sbirciare per vedere se ci fosse qualcuno ma la sala era deserta. Una degna rappresentazione finale d’u­na commissione simbolo per la sua improduttività. Una materia tanto dibattuta in campagna elettorale da divenire paradossalmente un vero e proprio spettro durante i tre anni di legislatura. Ebbene sì, a via della Pisana 1.301 aleggiava un fantasma chiamato sanità. Eppure stiamo parlando d’una Regione che, con la Campania, concorre a comporre il 63 per cento del debito complessivo della sanità italiana. Motivo per cui qualche sprovveduto elettore avrà pensato che, vista la situazione disastrosa, in Consiglio regionale non si facesse altro che parlare della salute dei cittadini. Verrebbe da dire: povero illuso!

La verità era un’altra: c’era stata una sola donna al comando e tutto il resto contava poco o nulla. Tutti coloro che nel 2010 vennero elet­ti non potevano proferire parola sul tema. Ragioniamo, si badi bene, di una materia che copre circa il 70 per cento del bilancio regionale. Settanta consiglieri “costretti” ad assistere inermi al sovraffollamento dei pronto soccorso, alle nomine dei direttori generali delle Asl, alla chiusura degli ospedali e alle varie urgenze conseguenti di un sistema al collasso.

Le notizie si apprendevano solitamente dai giornali. Nulla di più era dato sapere, si correva il rischio dell’orribile reato di lesa maestà! Il sindacato ispettivo era una funzione totalmente elusa: tutti potevano chiedere informazioni, tanto nessuno avrebbe risposto. La sanità era un affaire esclusivo di Renata Polverini. Non bisognava disturbare il ma­novratore altrimenti, specie per gli eletti nella maggioranza, si poteva rischiare l’accusa di tradimento.

Il fantasma sanità raramente si manifestava ai comuni mortali. Per vederlo prendere forma bisognava attendere luglio e dicembre d’ogni anno. Medesimo periodo in cui l’assessore al Bilancio, Stefano Cetica, appariva in commissione. Ma nessuno si faceva illusioni: costui si sa­rebbe limitato a illustrare una rapida relazione per lo più ragionieristi­ca. Nel cuore del problema non era permesso entrare, neanche dopo aver ascoltato l’assessore affermare che i cittadini del Lazio sarebbero stati costretti a pagare attraverso le proprie tasse circa tre milioni di euro al giorno per spese inerenti gli interessi sul debito.

Per amore della verità, va ricordato che la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali, presi com’erano a occuparsi del “controllo” del territorio, non nutrivano il minimo interesse nel rivendicare la potestà legislativa; ci si accontentava di qualche apparizione silente. Ad alcu­ni signori poco importava di quanto era stato promesso in campagna elettorale. Erano ben consapevoli che, in mancanza di un reale stato di diritto, durante le elezioni contava, e molto, solo chi aveva lavorato meglio per la compravendita del consenso. Il fantasma sanità, anche per questo, continuava ad aggirarsi nei corridoi della sede regionale. A volte qualcuno provvedeva a informare dal sito della Regione La­zio che, ogni settimana, si materializzava all’interno della commissione predisposta. Le sedute erano quasi esclusivamente dedicate all’ascolto delle associazioni e dei sindacati di categoria. Uno sfogatoio senza sboc­chi legislativi e senza risposte concrete. La verità era tanto semplice quanto pericolosa. Neanche una proposta di legge consiliare arrivò in aula, le interrogazioni non trovarono mai nessuna risposta e l’accesso agli atti fu sistematicamente raggirato. In parole povere, la delega più importante era divenuta uno spettro. Con questa triste convinzione varcai per l’ultima volta l’uscita del Consiglio regionale: il mio lavoro lì dentro era finito. Quel luogo era stato per tanti mesi l’epicentro di scandali, polemiche e indagini del­la magistratura che s’erano estese poi anche ad altre regioni italiane. I finanziamenti occulti ai gruppi consiliari, misti all’ingordigia stra­fottente e bulimica di alcuni e conditi da una buona dose di gossip nostrano sulle grandi e inutili spese della casta, avevano scatenato l’in­dignazione popolare. Motivo per cui televisioni, giornali e radio si occuparono del caso Lazio.

Mi resi conto che sulla regione nella quale vivo c’era tanto altro da raccontare, visto che la bancarotta non si limitava alla sola sfera morale ma debordava negli ambiti economici e democratici. Tant’è vero che la Corte dei Conti, in una delle sue ultime relazioni, puntò il dito contro coloro che avevano governato negli ultimi anni, stilan­do accuse pesantissime quali: violazione dei princìpi di chiarezza e comprensibilità del bilancio; mancanza del carattere di certezza del livello d’indebitamento; erronea modalità di calcolo delle spese per il personale e mancato monitoraggio della spesa per consulenze esterne. Ma v’era di più: nel territorio esisteva ed esiste ancora oggi un mondo sommerso costituito da società partecipate, agenzie regionali ed enti pubblici di cui difficilmente si conoscono dati e valutazioni sui risul­tati economici e finanziari. …
http://www.massimilianoiervolino.it/recensioni-default-lazio/198-default-lazio-l-introduzione.html

#radicali

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Una notizia: antonio Giglio (Sel) e Roberto Guerrieri (Socialisti ecologisti di Catanzaro c’aiuteranno per raccogliere e autenticare le firme anche per i 5 referendum www.cambiamonoi.it

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Dirigenti scolastici in Calabria: siamo alla frutta

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Domani arriverà in Calabria il Ministro dell’Istruzione Profumo. Un comitato rappresentativo dei due terzi dei vincitori del concorso per dirigente scolastico in Calabria scrive al Ministro dell’Istruzione che domani 27 settembre sarà in Calabria, per lamentare – si legge testualmente nella lettera pubblicata oggi da il Quotidiano della Calabria – “il fatto che, a fronte di ben 108 posti messi a bando, per l’anno scolastico appena iniziato, non si sia verificata nemmeno un’immissione in ruolo”. E sottolineano pure che si tratta di “una situazione più unica che rara nel panorama nazionale”. La lettera del comitato trascura però, forse volutamente o soltanto per ingenuità, quelli che lo stesso comitato definisce nella lettera al Ministro i “giudizi pendenti”. E già: perché i giudizi pendenti sono proprio sulla legittimità stessa della intera procedura di concorso. Il Consiglio di Stato infatti ha recentemente ribaltato più d’una ordinanza del Tar Calabria che in giugno non aveva accolto la richiesta di alcuni ricorrenti, rilevando la presenza del “fumus boni iuris” proprio relativamente all’incompatibilità del presidente della Commissione con quel ruolo di selezionatore di nuova classe dirigente. Quello che il comitato dei vincitori del concorso definisce una procedura “svolta all’insegna della legalità e della legittimità” in realtà appare sempre di più, anche alla luce degli accessi agli atti che hanno evidenziato elaborati dei vincitori con vistosi errori, un procedura viziata sotto molti aspetti. Il Tar Calabria dovrà adesso discutere nel merito i tanti ricorsi di persone che sono state escluse da quella graduatoria di vincitori. E, forse, è per questo che il Ministro temporeggia ad assumere.

Il Consiglio di Stato ribalta la decisione del Tar Calabria e, dopo quello della Lombardia, rischia ora di saltare anche il concorso per dirigenti scolastici calabrese

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Lo scorso 22 giugno il Tar della Calabria, con propria ordinanza, “considerato che 1’istanza cautelare non appariva assistita dal fumus boni juris”, aveva deciso il respingimento dell’istanza cautelare richiesta da alcuni concorrenti del concorso per dirigente scolastico avverso la loro esclusione dalle prove orali. Tra le motivazioni addotte dai ricorrenti, patrocinati dall’avv. Alessandra Morcavallo di Cosenza, c’era anche la presunta incompatibilità del presidente della Commissione, professor Antonio Viscomi, a svolgere quel ruolo. Il corso presieduto dal Professor Viscomi, per il Tar Calabria, sarebbe consistito in “corso di perfezionamento per dirigenti scolastici” e non già in un “corso di preparazione al concorso per dirigenti scolastici“, ipotesi quest’ultima che, invece, sarebbe stata idonea a determinare una situazione di incompatibilità.

Oggi la notizia che invece riapre totalmente i giochi e rischia di far saltare l’intera procedura è che il Consiglio di Stato, cui pure si erano rivolti alcuni ricorrenti, con l’ordinanza n. 3371 del 29 agosto 2012 ha espresso proprio parere riconoscendo la presenza del “fumus boni iuris” delle motivazioni del ricorso tra cui, appunto, l’incompatibilità del presidente della Commissione esaminatrice: “Considerato che l’appello” – si legge testualmente nell’Ordinanza del CdS – “presenta apprezzabili profili di fumus boni iuris, con riferimento al motivo di ricorso concernente il ruolo del professor [omissis], presidente della commissione esaminatrice e già presidente del corso di perfezionamento per dirigenti scolastici, frequentato anche da dirigenti con funzioni vicarie poi ammessi al concorso; ritenuto che, pertanto, l’istanza cautelare merita accoglimento, ai fini della rimessione della causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 55 comma 10 cod. proc. Amm.”, il Consiglio di Stato (Sezione Sesta) in sede giurisdizionale accoglie l’istanza cautelare avanzata con l’appello ai fini della sollecita fissazione dell’udienza di merito in primo grado”.

In buona sostanza il ricorso andrà adesso discusso nel merito e non è detto che, anche in Calabria, ci voglia un nuovo concorso per dirigenti scolastici. Sicuramente, per il bene della cultura, è giusto vederci chiaro sulla legittimità di tutta la procedura.