Le mani bianche degli studenti

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di Giuseppe Candido

Dopo il pasticcio combinato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro durante la seduta pomeridiana del 21 dicembre in Senato che aveva dato per “approvati” quattro emendamenti presentati dall’opposizione, oggi è stata invece la giornata del voto finale alla riforma dell’Università del ministro Gelmini. Gli studenti assassini? Le mani bianche e il rifiuto categorico della violenza sono quello che resta, questa volta, delle manifestazioni. A Roma e nelle altre città d’Italia gli studenti sfilano pacificamente. Solo a Milano e a Palermo qualche facinoroso sfida le barricate e crea qualche tafferuglio venendo però subito isolato dagli studenti che hanno invece dato prova di essere un movimento “sano” che legittimamente esprime il proprio dissenso e che spera di potersi confrontare con la Politica e col Presidente Napolitano. Magari si potesse assistere a scene del genere anche in Parlamento dove troppo spesso si perviene alla rissa. “Università, unità” gridano e fanno chiasso per le strade con tamburi e fracassi. Chiassosi si, ma nonviolenti coi libri di cartone, i fiori per i celerini, le mani dipinte di bianco.

“Università pu-bbli-ca” scandiscono. E danno una lezione di civiltà e democrazia non soltanto a chi guardava, soffiando incautamente sul fuoco, alla violenza della piazza per gonfiare il petto della sicurezza, armare la polizia e ordinare la carica.

‘Ndrangheta e Politica alle ultime elezioni regionali. Arrestato Zappalà (Pdl) ed altri candidati che sostenevano Scopelliti

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di Giuseppe Candido

“La mia missione è di essere sempre e solo al servizio del cittadino”. È quanto si legge entrando nel blog dell’ex sindaco di Bagnara Calabra nonché Consigliere regionale eletto nelle fila del Pdl calabrese ed oggi arrestato per documentate collusioni con la cosca dei Pelle. Candidato a sostegno del Presidente Scopelliti, come Zappalà stesso scrive nel suo blog: “affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della libertà, della solidarietà, del progresso e… della POLITICA DEL FARE”.

E pensare che, nel mese di giugno, il sindaco Zappalà si era recato perfino in Prefettura per consegnare simbolicamente la fascia tricolore al prefetto di Reggio Calabria D’Onofrio. Come si legge nel suo blog: “Un gesto clamoroso e al tempo stesso altamente simbolico, che il primo cittadino ha voluto compiere per segnalare una situazione che a Bagnara si è fatta davvero drammatica: quella della mancanza di un controllo efficace del territorio da parte delle forze dell’ordine”.

Oggi la notizia è che Zappalà viene arrestato assieme ad altre 11 persone, tra cui altri quattro candidati alle ultime regionali, nell’ambito di un’indagine sui rapporti politica e ‘ndrangheta in Calabria. Intercettazioni ambientali e telefoniche che inchiodano.

Di seguito le agenzie della notizia (copia e incolla) che mostrano come lo strapotere delle cosche gravi sulle scelte e sulle decisioni del Consiglio Regionale calabrese.

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ROMA, 21 DICEMBRE:

(ANSA) – Un consigliere regionale, del Pdl, ed altre 11 persone sono state arrestate dai carabinieri in Calabria; l’ipotesi di accusa e’ il condizionamento da parte della ‘ndrangheta sulle elezioni regionali del 29 e 30 marzo scorsi. Con il consigliere Santi Zappalà sono stati arrestati altri quattro candidati in liste del centro destra: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. Sono tutti sospettati di avere ottenuto il sostegno della cosca Pelle in cambio della promessa di favori.

(APCOM) – Il consigliere regionale Pdl Santi Zappalà, arrestato dai carabinieri nel corso dell’operazione “Reale 3”, è stato incastrato dalle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Pelle, capo indiscusso dell’omonima famiglia egemone nel territorio di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Zappalà, sulla base di quanto si evince dalle intercettazioni, andò a trovare il boss il 27 febbraio scorso e si sarebbe messo a disposizione per eventuali favori da far ottenere ai detenuti rinchiusi nei vari penitenziari italiani. Zappalà è tra le 12 persone arrestate in Calabria nell’inchiesta che ha scoperto un giro d’affari tra politica e cosche legate alla ‘ndrangheta. Al centro dell’indagine gli incontri tra il boss Pelle e alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ‘ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici e altri favori. Santi Zappalà è attuale sindaco di Bagnara Calabra. Oltre a lui i carabinieri hanno notificato anche altre quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti politici calabresi, tutti del centrodestra, candidati al consiglio regionale nell’ultima tornata dello scorso marzo. Si tratta di: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. L’accusa per tutti e di avere ottenuto il sostegno elettorale della cosca Pelle. L’appoggio, secondo gli accordi presi, avrebbe dovuto essere ricambiato facendo ottenere alla cosca favori di vario genere tra cui appalti, finanziamenti e trasferimenti di detenuti. L’indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale.

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Chi vince in Calabria lo fa col sostegno delle ‘ndrine. Forse è questa la semplice chiave di lettura che si deve dare per commento dell’operazione “Reale”. Si, “Reale”! Perché reale è che, in Calabria, i Consigli regionali che si susseguono debbano essere sistematicamente “infiltrati” dalle cosche che, grazie anche al sistema elettorale vigente, riescono quasi sempre a far prevalere, all’interno delle liste, i “loro” candidati.

Quando l’On.le Angela Napoli, dalla commissione parlamentare antimafia, denunciava in solitudine che in queste ultime elezioni regionale le liste erano piene di candidati “sconvenienti” che non rispettavano neanche lontanamente il “codice etico” che la politica si era data e quando pure l’ex ministro degli interni Pisanu certifica le infiltrazioni con le sue dichiarazioni relative ad un personale politico “non degno di rappresentare nessuno”, c’è da domandarsi se forse non avessero ragione. Non serve neanche – come abbiamo fatto – che lo denuncino i Radicali a gran voce durante tutta la campagna regionale. E non bisogna credere che siano mosche bianche.

Col sistema elettorale attuale è così semplice far convergere i voti che le ‘ndrine hanno i loro eletti in maggioranza e nell’opposizione. È certo però che, nella scelta, le “famiglie” calabresi più attente sanno ben scegliere e contribuiscono a determinare chi governerà nel lustro successivo la Calabria.

Come difendersi? Il Presidente Scopelliti, se davvero volesse combattere queste infiltrazioni, avrebbe da fare immediatamente due provvedimenti: il primo relativo alla trasparenza e che preveda la tempestiva pubblicazione anche su internet di tutto ciò che già da anni doveva essere pubblico (gli interessi finanziari dei Consiglieri, degli Assessori e dei presidenti dei vari enti regionali la cui nomina è di competenza del Consiglio Regionale); una vera anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Il secondo provvedimento dovrebbe essere quello di cambiare l’attuale sistema di elezione del Consiglio Regionale e procedere all’elezione di ciascun consigliere in altrettanti piccoli collegi elettorali uguali in numero a quelli dai consiglieri eletti. Tale modifica avrebbe due vantaggi: avvicinare l’eletto all’elettore ed evitare che le preferenze delle ‘ndrine si coalizzino in un intera provincia così da garantire al “prescelto” l’elezione sicura.

Ovviamente a tutto ciò andrebbero affiancati, da un lato, l’obbligo di primarie nei 60 collegi e, dall’altro, una più attenta selezione della classe dirigente.

Isolare i violenti forse non basta

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 21 dicembre 2010

Ha ragione Emanuele Fiano – responsabile giustizia del Pd – nel dire che bisogna manifestare isolando i violenti. La teoria dei provocatori “infiltrati” non regge all’evidenza dei fatti. Ma forse non basta isolare i violenti e dire alla violenza semplicemente un “no”. Forse bisognerebbe che al rifiuto della violenza si unisse anche l’amore della verità e una proposta politica di “pratica concreta” della nonviolenza, quella forma di lotta di gandhiana memoria che nei partiti italiani non alberga molto.

La fiducia al governo ottenuta da Berlusconi alla Camera per tre voti assai discussi assieme alle manifestazioni inizialmente pacifiche ma poi sfociate in episodi di violenza, sono state le questioni più evidenti nella cronaca di giornali e televisioni e nei commenti dei politici. E pure la stampa straniera ha detto la sua: L’Economist, uno dei settimanali britannici più diffusi, nell’ultimo numero uscito venerdì 17 nelle edicole europee, titola: “Aggrapparsi”. “Berlusconi sopravvive. Il premier italiano tira avanti dopo il voto ma potrebbero esserci comunque elezioni anticipate nel nuovo anno”. “Il 14 dicembre ha avuto diversi volti in Italia”, scrive ancora il settimanale della City.

“Silvio Berlusconi ha mantenuto in vita il suo governo conservatore vincendo di poco il voto di fiducia alla Camera. Poi ci sono stati brutti episodi di violenza a Roma e proteste di studenti in diverse altre città. Quanto questi eventi siano legati tra loro sarà oggetto di dibattito acceso – scrive ancora l’Economist probabilmente non avendo visto la puntata di Annozero – attorno alle tavole natalizie”. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono tragicamente sommate, nella giornata di martedì, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno.

“Una cosa è chiara: il 14 dicembre – glissa l’Economist – non è stato un gran giorno per la democrazia parlamentare italiana”. E forse, aggiungeremmo noi, non è stato un bel giorno neppure per la “democrazia partecipativa” del manifestare liberamente in piazza il proprio sacro santo dissenso contro il governo e contro i suoi provvedimenti. Delle manifestazioni rimangono infatti solo gli echi delle violenze e non invece quello delle ragioni.

E se da un lato c’è chi minimizza il problema chiedendo “d’isolare i violenti” o tirando in ballo improbabili falangi di Black Bloc e “infiltrati”, d’altro canto il governo soffia sul fuoco e propone il pugno di ferro. Il sottosegretario agli Interni Mantovano ha infatti dichiarato di essere “favorevole all’estensione del Daspo”, una misura introdotta per limitare la violenza negli stadi, “anche alle manifestazioni politiche”. Senza neanche il bisogno di cambiare l’acronimo perché la “s” starebbe a “studentesche” e il “po” per politiche. Tutto normale? Mica tanto. “Un provvedimento da stato di polizia” tuona il segretario di Radicali italiani, Mario Staderini. E in effetti il provvedimento, il cui acronimo è il divieto d’accesso alle manifestazioni sportive, sulla base di una semplice denuncia, può vietare al soggetto ritenuto “pericoloso” di accedere in luoghi “caldi” in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive. È emesso dal questore, sulla base di una denuncia all’autorità giudiziaria, e la durata può andare da uno fino a cinque anni. Ed è proprio il fatto che il Daspo possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia, magari emessa a furor di popolo sulle spinte di qualche “politico indignato” dei provvedimenti della magistratura e non già dopo una condanna penale, ha comportato molte proteste di inconstituzionalità non solo da parte degli ultras. E anche se la Corte Costituzionale nella sentenza n. 512 del 2002, inquadra la misura tra quelle di “prevenzione”, che possono quindi “essere inflitte anche in attesa del processo ed essere poi revocate in caso di assoluzione”, la lunghezza biblica della Giustizia italiana fa sì che la persona sottoposta al Daspo sconti per intero la “misura” che si trasforma quindi, alla faccia del garantismo, in vera e propria pena preventiva, senza che il processo che ad essa ha dato origine venga celebrato. Insomma, non solo gli ultras ma anche costituzionalisti e giuristi ritengono assai limitative queste misure. Di fatto, alcune libertà fondamentali come quella di circolazione prevista dall’art. 16 della Costituzione, oltreché quella di manifestare, vengono limitate. Stato di Polizia? Forse no, ma neanche più uno vero “Stato del diritto”.

Tra le due posizioni estreme però non trova sufficiente spazio la proposta “nonviolenta” che invece pur emerge embrionale nel movimento. Alcuni studenti, per dire un no chiaro ma pacifico alla riforma universitaria che contestano, hanno iniziato timidamente uno sciopero della fame ma, a parte un breve passaggio al tg3, nessuna trasmissione c.d. “di approfondimento” ha davvero approfondito su di loro. Nessuna visibilità delle ragioni di chi protesta attuando pratiche nonviolente. Visibilità che invece sistematicamente si garantisce a chi alza una pala per colpire un agente o a chi, mentre manifesta, con un casco, inveisce su un altro manifestante mandandolo in ospedale con prognosi riservata. “Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scriveva Capitini oltre 40 anni fa e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi del ’77 – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. Nel 67, quando fu scritto, non ebbe un grande successo Le tecniche della nonviolenza. “Questo richiamo al primato della pratica diretta comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, – scriveva ancora Capitini – la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace ”. Il fine giustifica i mezzi? Nient’affatto: mai. Il mezzo che si pratica pregiudica sempre il fine. “Fare qualche cosa”, quindi, “se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti” senza però compromettere il fine con l’uso della violenza.

Ma, ahi noi, la nonviolenza, scritta alla maniera di Aldo Capitini e spesso praticata alla maniera di Marco Pannella e dei Radicali, non fa mai audience. Neanche quando a praticarla sono proprio quegli stessi studenti che di più potrebbero esserne l’esempio per i loro coetanei.

Perché Pannella non voterebbe la fiducia

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di Giuseppe Candido

In questo momento in cui la politica è tutta presa dalla caccia al deputato, in questo momento “piuttosto difficile” in cui si parla di tradimenti del partito cerchiamo di spiegare perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Nel Cerchio IX dell’inferno la seconda zona è l’Antenora. Il luogo non luogo dell’immaginario dantesco ove son dannati i “Traditori della Patria” e prende il nome da Antenore, colui che, col suo consiglio, meditò il tradimento della Patria. Ed è nell’Antenora che Dante e Virgilio incontrano il Conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri. “Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i’ son tal vicino”.

Sopra questa frase, nell’angolo dei bugiardi del sito di Marco Pannella ci sono i due nomi dei potenti del mondo: Tony Blair, Georg Bush assieme a quello di Silvio Berlusconi. È in quest’angolo di politica transnazionale che sta scritto il perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Dal 2 ottobre al 22 novembre Marco Pannella ha condotto 52 giorni di sciopero della fame oltre che per le carceri italiane, per chiedere “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta o almeno una indagine ufficiale sul comportamento del nostro Paese nella vicenda precedente alla guerra in Iraq”. «Il nostro – ha ricordato il leader Radicale – è stato l’unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al Governo, che lo aveva ufficialmente accettato, di perseguire l’obiettivo dell’Iraq libero come unica alternativa alla guerra, cioè l’obiettivo dell’esilio da proporre e far accettare a Saddam Hussein».

Pannella si ostina a chiedere che venga fatta verità e ipotizza scenari gravi come il tradimento della patria. Oggi anche Wikileaks, il sito di Julian Assange che tanto fa discutere, rende noto un dispaccio in cui si evidenzia che alla Iraq Inquiry, la commissione d’inchiesta britannica sulla guerra in Iraq, fu detto di proteggere gli interessi degli Usa. “La Gran Bretagna promise che l’inchiesta guidata da Sir Chilcot sulla guerra in Iraq avrebbe protetto i “vostri interessi” (degli Stati Uniti) durante l’indagine sulle cause della guerra”. L’Iraq Inquiry dovrebbe presentare le sue conclusioni entro la fine di quest’anno. Nell’attesa di quello che emergerà e per capire di cosa stiamo realmente parlando, per capire perché il leader dei Radicali, Marco Pannella inserisce nell’“angolo dei bugiardi” del suo sito i leader mondiali Blair, Bush e assieme anche a Silvio Berlusconi, è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla cronologia dei fatti.

Fatti accaduti otto anni fa, che riguardano l’esplosione del conflitto in Iraq, dettagliatamente evidenziati nel sito pannelliano e che ci riportano indietro di otto anni al 2002 quando – segnala Pannella – il 23 luglio “Dal memorandum del consigliere di Blair, David Manning, emerge che Bush comincia a pianificare la guerra usando come giustificazione il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa”. Poi, il 16 novembre 2002 parte “Il piano di Saddam: esilio per 3,5 miliardi di dollari”, e il 19 gennaio 2003 Marco Pannella lancia l’appello “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Un susseguirsi di eventi. Il leader lottatore della nonviolenza si rivolge alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite in primo luogo, “Perché – testualmente – facciano proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein cancellerebbe, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena”.

Nello stesso giorno la Libia si dice disponibile ad ospitare Saddam. Il 20 gennaio anche The Times titola: “Gli Stati Uniti approvano il piano per l’esilio di Saddam” ma il 29 gennaio Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rivela: «Questa proposta è progressivamente apparsa come irrealizzabile». Il 30 gennaio Bush di nuovo menziona favorevolmente l’esilio ma il 31 gennaio, secondo un memorandum ufficioso britannico, Bush ha già fissato la data in cui scatenare la guerra: il 10 marzo. Il 4 febbraio Berlusconi dichiara: «O apriamo agli ispettori o esilio e immunità » e il 19 febbraio la Camera dei Deputati del Parlamento italiano vota la proposta “Iraq Libero!”. Una mozione che impegnava ufficialmente il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni».

Silvio Berlusconi – da Presidente del Consiglio – dichiarò alla Camera dei Deputati: «Stiamo operando ed abbiamo operato per questa soluzione; non soltanto per questa soluzione, ma anche per cercare il modo di poter offrire, a chi dovesse accettare la via dell’esilio, opportune garanzie, con l’autorevolezza di enti internazionali che le possano poi mantenere. Abbiamo operato per certi sistemi di
disvelamento delle armi e degli arsenali, che ancora non sono stati evidenziati; abbiamo operato, e stiamo operando, per convincere il dittatore a dare garanzie precise alla comunità internazionale: per esempio, dando spazio all’opposizione entro un periodo di tre mesi, garantendo libere elezioni entro un periodo determinato, garantendo i diritti civili ed i diritti umani. Tutto questo lo stiamo facendo in un ambito di riservatezza – che è d’obbligo – non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis». Per Pannella però è proprio quell’impegno ufficiale che fu tradito. Due giorni prima del discorso alla Camera, Berlusconi riceve una lettera dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush che venne pubblicata dal Corriere della Sera:

“Caro Silvio

mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che Tu e il Tuo Governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo. Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l’operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo. Lo spiegamento della fanteria leggera degli Alpini in Afghanistan e i, vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso Paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo.

Apprezzo profondamente tutto ciò che Tu e l’Italia avete fatto. A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo. Apprezzo la disponibilità dell’Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l’illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione.

La leadership, come sai bene, consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo, il mondo si trova dinnanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra anni di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo. Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici.

Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno. Il contributo dell’Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come Ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell’Italia e per il Tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico. Cordialmente“.

Ma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni dopo il 31.5.2005 col titolo «La guerra in Iraq non la volevo» si evincerebbe il contrario. Il catenaccio dell’articolo è ancora più chiaro: Berlusconi: «Ho tentato di convincere Bush. Con Gheddafi cercate altre vie per evitare l’attacco militare»

ROMA – L’alleato di ferro di George W. Bush riteneva che la guerra «preventiva» si poteva e si doveva evitare. A quasi due anni dai primi bombardamenti su Bagdad si scopre ora che Silvio Berlusconi ci ha provato in ogni modo a convincere il presidente americano che non sarebbe stato giusto scatenare l’offensiva militare in Iraq. A dirlo è proprio il premier in una intervista esclusiva a La7: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole di cui si ha notizia nelle ore in cui si allungano ombre sul governo italiano per il caso del Cia-Gate e il giorno prima della visita ufficiale a Washington del presidente del Consiglio.

Nell’intervista che sarà trasmessa integralmente lunedì prossimo Berlusconi entra nei dettagli di quella è una clamorosa e inattesa rivelazione. «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare». «Io ritenevo – prosegue Berlusconi – che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». Nell’intervista Berlusconi si è espresso anche sulla politica internazionale e sui suoi rapporti con gli altri premier: «Tony Blair – aveva sottolineato – non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella politica di Tony Blair e in quella di Silvio Berlusconi che sia in contrasto». «Dissento – affermò Berlusconi – anche nella classificazione di Vladimir Putin come un comunista nel senso ortodosso del termine. È difficile passare da una dittatura durata settanta anni ad una piena democrazia, perché esistono delle situazioni che non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica».

Ma stiamo ai fatti: dal 19 febbraio e dalla mozione alla Camera si arriva al 22 febbraio 2003 quando Bush – in base al testo della conversazione intercettata e poi pubblicata da El Pais nel 2007 – in conversazione con Aznar, avrebbe affermato: «Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, il presidente George Bush incontra nel suo ranch di Crawford, in Texas, l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e lo informa che è giunto il momento di attaccare l’Iraq. Il capitolo in questione si apre col vertice della Lega araba “sabotato da Gheddafi” quando l’1 marzo il colonnello manda a monte il Summit arabo.

Nella famosa conversazione tra Aznar e Bush pubblicata da El Pais si legge:

Bush: «Gli Egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare». Aznar: «È vero che esistono possibilità che Saddam Hussein vada in esilio?». Bush: «Sì, esiste questa possibilità. C’è anche la possibilità che venga assassinato». Aznar: «Esilio con qualche garanzia?». Bush: «Nessuna garanzia. È un ladro, un terrorista, un criminale di guerra. A confronto di Saddam, Milosevic sarebbe una Madre Teresa. Quando entreremo, scopriremo molti altri crimini e lo porteremo di fronte alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. Saddam Hussein crede già di averla scampata. Crede che Francia e Germania abbiano fermato il processo alle sue responsabilità. Crede anche che le manifestazioni della settimana scorsa (sabato 15 febbraio, ndr) lo proteggano. E crede che io sia molto indebolito. Ma la gente che gli sta intorno sa che le cose stanno in un altro modo. Sanno che il suo futuro è in esilio o in una cassa da morto». Aznar: «In realtà, il successo maggiore sarebbe vincere la partita senza sparare un solo colpo ed entrando a Baghdad». Bush: «Per me sarebbe la soluzione perfetta. Io non voglio la guerra. Lo so che cosa sono le guerre. Conosco la distruzione e la morte che si portano dietro. Io sono quello che deve consolare le madri e le vedove dei morti. È naturale che per noi questa sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, ci farebbe risparmiare 50 miliardi di dollari». Questa i termini della discussione. Poi si seppe la verità. Gli Emirati Arabi a Marzo del 2003 avevano pronto un documento proposto ed accettato da Saddam. È il New York Times il 2 novembre del 2005 a titolare: “Marzo 2003 – Gli Emirati Arabi avevano raggiunto l’accordo con Saddam. Dopo 4 visite a Bagdad. Il 12 marzo quell’Appello era stato sottoscritto da 37 nomi illustri, compresi cinque ex ministri, per chiedere l’esilio di Saddam e un’amministrazione ONU ad interim in Iraq. Il 17 e il 18 marzo del 2003 avviene un’importante “rivolta” a Westminster contro Tony Blair: dal suo governo si dimettono ben quattro ministri laburisti. Il 18 marzo si va avanti inesorabilmente: la Casa Bianca dichiara che le truppe americane e i loro alleati «entreranno in Iraq in ogni caso», con la forza o in modo pacifico. Il 19 marzo lo Stato del Bahrain ufficializza la proposta di esilio per Saddam ma il 20 marzo, com’è ormai tragicamente alla storia, i bombardamenti iniziarono su Baghdad. Con le conseguenze tragiche e nefaste che sappiamo. Una guerra che si poteva evitare? Un impegno – quello di sostenere la via dell’esilio di Saddam – tradito? Peggio: secondo Pannella “Bush e Blair, contro la sicura pace possibile, scelsero la guerra in Iraq impedendo l’esilio a Saddam”. Un’accusa gravissima. Una verità che – sostiene Pannella – ancora si tenta di confondere con l’omicidio, per condanna a morte, dell’ultimo testimone: Tareq Aziz. Per Pannella, Silvio Berlusconi fu complice di quella scelta e tradì l’impegno preso davanti al Parlamento italiano a sostenere l’esilio. Come potrebbe oggi votare – per amore della verità – la fiducia a colui che pone nell’angolo dei bugiardi?

Chi ha paura di Wikileaks?

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di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto – parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

Se la scure taglia la cultura allora c’è un problema

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 30 novembre 2010

Mentre Giorgio Parisi, uno tra i più autorevoli fisici dei nostri tempi, padre della “teoria del caos”, intervistato da Caterina Perniconi per il Fatto quotidiano, spiega il perché questa riforma universitaria sia “un bel disastro” e che reputa “giustissima” la protesta degli studenti, il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini liquida invece le proteste affermando che «Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo». E anche Futuro e Libertà, che inizialmente aveva solidarizzato con gli studenti salendo sul tetto della facoltà di Architettura di Roma, corregge ora il tiro e annuncia che invece voterà “la riforma che premia il merito”. Sicuramente è vero: in Italia, la qualità delle università non luccica. Ed è vero che c’è bisogno di una riforma che premi il merito. Basta dire che tra le prime 100 della classifica internazionale delle università soltanto due sono italiane e abbiamo dei corsi di laurea con pochissimi iscritti e delle cattedre seguite da un numero di studenti che si conta sulla punta delle dita di una mano. Ma in un Paese che già di suo, e molto meno dei suoi omologhi europei, investe solo una briciola del proprio prodotto interno lordo per l’istruzione e la ricerca, il rischio che con i tagli ora effettuati pure le università italiane dovranno aumentare le tasse è concreto. Per il 2011 è previsto un forte taglio al fondo di finanziamento ordinario di 276 milioni di euro con un probabile conseguente aumento delle tasse stimato tra i 1200 e i 3000 euro nei prossimi cinque anni. Già tra le tasse regionali uguali per tutti (circa 300 euro) ma variabili da regione in regione e tasse proporzionate in base al reddito, l’università costa almeno 1.000 euro l’anno e per chi è fuori sede ci sono da aggiungere i costi (spesso salatissimi) degli alloggi e il vitto oltre l’acquisto dei libri di testo. E se l’intento lodevole è quello di premiare il merito c’è da ricordare però che l’agenzia nazionale che dovrebbe effettuare tale valutazione delle Università non è ancora neanche in funzione e che, tagliando indiscriminatamente sui fondi del diritto allo studio, molti ragazzi con talento, la vera forza di questo Paese per affrontare il domani, non potranno più permettersi gli studi. Le borse di studio saranno tagliate drasticamente. E infatti, per difendere e spiegare agli studenti questi tagli dei fondi alla legge sul diritto allo studio ridotti da 250 milioni all’anno a soli 25 milioni di euro, il ministro Gelmini manda In onda, alla trasmissione di Luca Telese su La7, nientemeno che il ministro della difesa La Russa e il “suo” valente sottosegretario Guido Crosetto. Difese però che non convincono il rappresentante degli studenti presente in trasmissione. Si spiega invece, che l’aumento dei fondi alle scuole private serve “a garantire libertà di scelta” dei cittadini.

“La coperta è corta” e i centri di spesa vanno tagliati e la difesa della riforma. In tutto ciò di tagliare il finanziamento pubblico della partitocrazia non se ne parla nemmeno. Si tagliano i fondi alla cultura, si tagliano gli stanziamenti agli enti locali che, anche loro, a breve dovranno aumentare le tasse sui servizi (trasporti, sanità e istruzione per primi), si tagliano i fondi alle università e alle scuole ridotte al lumicino, ma i rimborsi elettorali non si toccano. Tanto con la cultura, dice qualcuno, non si mangia con i rimborsi forse qualcuno sì. Bisognerebbe però ricordare a chi effettua i tagli dicendo che la coperta è troppo corta che, a fronte di spese realmente dimostrate di 579 milioni di euro, dal 1994 al 2008 i partiti hanno letteralmente “rubato” dalle tasche dei cittadini ben 2,25 miliardi di euro, con un utile di ben 1,67 miliardi di euro, attraverso il meccanismo dei rimborsi elettorali. Cifre da capogiro su cui non si è tagliato neanche un centesimo anzi, c’è il concreto rischio, con le elezioni anticipate, i nuovi rimborsi si andranno a sommare a quelli delle elezioni del 2008 come quelli del 2008 si sommarono a quelli del 2006.

Una vera e propria truffa ai danni dei cittadini, grazie alla quale, ben 500 milioni di euro di finanziamento pubblico finiscono ogni legislatura nelle casse dei partiti a fronte di poco più di 100 milioni di spese effettivamente documentate. Per intervenire su questo capitolo era stato presentato, dai deputati Radicali, un emendamento alla manovra che intendeva limitare i rimborsi elettorali alle sole spese effettivamente documentate. Un provvedimento che avrebbe comportato una drastica riduzione dell’ottanta per cento del finanziamento pubblico e avrebbe consentito di salvare la cultura, l’istruzione e l’università. L’emendamento, manco a dirlo, è stato bocciato dalla Camera, in continuità con tutte le scelte che, dal ’93, hanno sabotato la volontà referendaria degli elettori che aveva espresso un chiaro “No” al finanziamento coi soldi pubblici dei partiti, reintroducendolo col sistema dei rimborsi. Poi, volendo ridurre davvero le spese correnti che invece negli ultimi anni di governo Berlusconi sono vertiginosamente aumentate, c’era senz’altro da tenere presente il capitolo della “manomorta” della spesa pubblica – società partecipate – di cui spesso non si parla e che, Sergio Rizzo nel suo libro i “Rapaci”, definisce essere quel “Torbido impasto fra gli interessi dei partiti di destra e di sinistra, che producono clientele e spese”. Non si pensa minimamente ad intervenire sul “Dedalo inestricabile di ambiti territoriali, consorzi di bonifica” che rimane tal quale per garantire la moltiplicazione delle “poltrone necessarie alla sistemazione dei politici trombati”: “Le migliaia di società a controllo pubblico sono le uniche discariche che funzionano in questo Paese” aveva detto l’ex presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. E non parliamo dell’abolizione delle province, sventolata in campagna elettorale ma a cui la Lega si è poi opposta con fermezza pur di non perdere neanche una poltrona. In questo clima di austerità si cala invece la scure sulla cultura e sull’università. Una scure che era già calata pure sulla scuola primaria col maestro unico e sulla scuola secondaria di I e II grado attraverso i tagli delle ore di alcune materie. Siamo sicuri che gli studenti stiano difendendo i baroni oppure, protestando contro questi tagli cosa che non hanno potuto fare i bambini delle scuole elementari, non stiano invece difendendo semplicemente il loro domani?

In Calabria come a Napoli?

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” il 25 novembre 2010

Durante la trasmissione di Fazio Vieni via con me del 22 novembre scorso, Roberto Saviano con capacità di narrazione quasi manzoniana, racconta il dramma di una città, Napoli, e di una Regione, la sua Campania, in cui l’emergenza rifiuti dura da quasi tre lustri e che oggi si ritrova tragicamente seppellita da una “montagna di rifiuti”.

Più alta del Monte Bianco, più alta del K2 e dell’Everest, con 15.600 metri di altezza, spiega Saviano, la montagna dei rifiuti gestiti in Italia dalle eco-mafie svetta su tutti i più alti rilievi orografici del globo. Ovviamente, Roberto Saviano tiene in primo piano del suo discorso l’emergenza napoletana e campana che, sotto gli occhi di tutti da più mesi, viene oggi sanzionata pure dalla Direzione generale ambiente dell’Unione europea che con la sua rappresentante certifica che “Dal 2008 nulla è cambiato”. I rifiuti di Napoli, dice Pia Bucella, “sono sempre per strada”. E se non si provvederà subito si rischia di perdere molti fondi europei. Un’emergenza che dura da 15 anni. Saviano parla di una Regione, la sua, con una raccolta differenziata che non decolla e che porta in discarica l’85 % dei rifiuti prodotti senza differenziarli. Produzione dei rifiuti che non diminuisce, anzi aumenta al ritmo di circa 3000 tonnellate al girono solo a Napoli. Poi si sofferma sugli inceneritori insufficienti, delle eco balle che di eco hanno solo il nome e della criminalità organizzata, che in quella regione si chiama camorra ma che da noi si chiama ‘ndrangheta, che legata con la malapolitica gestisce il traffico dei rifiuti, sia quelli “legali” indifferenziati sia quelli pericolosi resi legali “con giro di bolla”, discaricati poi un po’ ovunque sul territorio. Solo in Campania? O la montagna di rifiuti di cui parla Saviano è in realtà disseminata anche in regioni limitrofe con criminalità quantomeno altrettanto organizzate? Tutto quello che Saviano nella sua narrazione ci descrive dei rifiuti è tragicamente vero, appartenente al sentito popolare e per questo, forse, le sue parole fanno anche paura.

Anche in Calabria la situazione dei rifiuti non sta messa molto bene e anche qui la “montagna dei rifiuti” cresce giorno per giorno. E anche qui da noi la situazione di emergenza e il relativo commissariamento durano da quasi 15 anni senza produrre i risultati attesi. Dopo lo schiaffone dell’Unione dato a Napoli, in Calabria col sequestro confermato della discarica di Pianopoli i rifiuti di Lamezia, come ci spiega da questo giornale Matteo Belvedere, saranno portati (provvisoriamente) a Rossano grazie a quella che viene definita dall’Assessore regionale all’ambiente Pugliano, soltanto “una soluzione tampone” necessaria a “sopperire all’emergenza nell’emergenza”. Basta continuare a leggere i titolo dei quotidiani calabresi per rendersi conto che anche qui qualcosa non va: “Rifiuti, la situazione è sull’orlo dell’emergenza” è forse il più eufemistico considerando che l’emergenza in Calabria dura pure da quasi quindici anni.

A certificare il fallimento nel governo del problema rifiuti, se ce ne fosse bisogno, è Legambiente, l’associazione che da anni si occupa del problema rifiuti in Italia con dossier e rapporti annuali e che afferma testualmente che “C’è stato il fallimento generale del commissariamento dei rifiuti in tutte le regioni del meridione”. Lapidario ma efficace. E non si può certo dimenticare che nel gennaio del 2007 si dimise da commissario per l’emergenza rifiuti in Calabria il Prefetto Ruggiero con una relazione di denunce e accuse che finì sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo di Gian Antonio Stella. “41 dipendenti fantasma, parcelle ad avvocati amici, bilancio su foglietti” il catenaccio; “Calabria, ambiente e il gioco di 864 milioni” è invece il titolo dell’articolo. “Credevano di giocare coi soldi finti del Monopoli, al Commissariato per l’Emergenza Ambientale in Calabria”. I bilanci erano redatti su “foglietti”: entrate e uscite. Di «un bilancio vero e proprio» nessuna traccia. Stella spiega che la “casta” calabrese scialacquava così i soldi europei: “Senza una documentazione giustificativa. Senza un controllo della Ragioneria. Hanno speso così, in otto anni, 864 milioni di euro”. C’è ancora un senso, si chiede Stella, nel radiografare una situazione amministrativa di confine tra la sciatteria e la criminalità? Saviano ci prova e ci riesce perché la radiografia che fa è reale e le responsabilità che emergono non possono che fare bene. E non dimentichiamo nemmeno che anche in Calabria le discariche si stanno riempiendo più velocemente di quanto non ci si attendeva e che anche qui la ‘ndrangheta è al lavoro.

Su questo aspetto, anche Saviano, un passaggio nel suo discorso è costretto a farlo e lo fa ricordando come proprio la ‘ndrangheta sia responsabile dell’interramento delle scorie tossiche dell’ex Pertusola Sud di Crotone, arsenico e metalli pesanti compresi, finite – secondo quanto emerso nell’inchiesta “black mountains” – in sottofondi stradali, per costruirci scuole e persino il piazzale della Questura. E non scordiamo nemmeno quella che qualcuno ha definito “la più grande discarica abusiva d’Europa” che sembra sia essere diventato – secondo quanto sta purtroppo emergendo dalle indagini della Procura di Paola – il Fiume Oliva e la sua valle. Li con i carotaggi sono state individuate “buche sotterranee grandi quanto un campo di calcio e profonde oltre 10 metri”. Vasche che sono state utilizzate per nascondere veleni d’ogni genere, riempite con fanghi industriali ed idrocarburi. E si parla anche della presenza di residui di altiforni, rifiuti cioè provenienti d’attività industriali. Siamo serviti anche noi da pattumiera per i rifiuti la cui produzione dava vantaggi economici alle aziende del Nord e che adesso, sarà il Sud, saremo noi meridionali, che pagheremo i costi ambientali.

La Calabria purtroppo, se non si interverrà per tempo, non è troppo lontana da un’emergenza che rischia di divenire tragedia come in Campania. La montagna cresce anche qui. Per questo sarebbe importante prevenire, obbligare gli enti locali alla raccolta differenziata, promuovere iniziative culturali per spiegare la necessità e il “come” fare una “buona” raccolta differenziata. E magari, anziché prevedere la costruzione di un altro “termovalorizzatore” che è soltanto un trasformatore di rifiuti solidi in altri rifiuti sotto forma di gas e di solidi incombusti fortemente pericolosi, costruire piccoli impianti di trattamento meccanico biologico diffusi sul territori e che, in altre realtà come la Germania, rappresentano l’avanguardia del ciclo integrato dei rifiuti.

I costi della mancata prevenzione del rischio sismico e idrogeologico

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 23 novembre 2010

Che l’Italia, con regioni come la Calabria in testa, sia un paese ad alto rischio idrogeologico e sismico è ormai sotto gli occhi di tutti. Quello che invece spesso non è chiaro è quanto ci costa il non governo e il malgoverno dei territorio. Il rapporto sullo stato del territorio italiano 2010 curato dal Centro Studi del Consiglio nazionale dei Geologi e titolato “Terra e sviluppo”, tra rifiuti, problema energetico e consumo di suolo nel nostro bel Paese affronta proprio il tema dei costi. Nello studio curato dal Gruppo ricerche Cresme coordinato da Paola Riggio e diretto da Lorenzo Bellicini, si cerca di definire proprio quanto il dissesto idrogeologico e i terremoti abbiano inciso sui costi nel nostro paese, il tutto in una chiave storica. Con i dati raccolti è stato fatto “il punto sui costi complessivi dei fenomeni idrogeologici e sismici a partire dal 1944 al 2009, sulla spesa effettiva per interventi per l’assetto idrogeologico e la difesa del suolo tra il 1996 e il 2008 e sul mercato dei bandi di gara per lavori per il dissesto idrogeologico e i terremoti tra il 2002 e il 2009”.

Il quadro dei costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti a partire dal 1944 al 2009 fa paura. Nell’esaminarli si è tenuto conto – come si legge nel dossier – “delle spese per l’emergenza e il pronto soccorso necessari per far fronte all’evento calamitoso, da attuare nel breve termine e con particolare riferimento ai disagi delle popolazioni interessate, per la ricostruzione post-evento delle opere infrastrutturali e del patrimonio edilizio danneggiato o distrutto, nonché i contributi finalizzati alla ripresa delle attività economiche interrotte e per lo sviluppo del territorio e in alcuni casi gli oneri connessi alle agevolazioni di carattere fiscale e contributivo”.

Le cifre del rischio sismico e idrogeologico in Italia snocciolate nel rapporto tengono conto dei dati del lavoro pubblicato da Vincenzo Catenacci nel 1992 e che prende in considerazione gli eventi avvenuti tra il 1944 e il 1990. “Centocinquanta due eventi calamitosi tra terremoti tettonici, fenomeni idrogeologici, ovvero dissesti idrogeologici e frane, il bradisismo flegreo, l’inquinamento acquifero e le eruzioni vulcaniche, per i quali sono stati stanziati nel complesso oltre 142 mila miliardi di lire a prezzi 1990 che attualizzati a valori 2009, sulla base degli indici ISTAT di rivalutazione monetaria, ammontano a circa 127 miliardi di euro”. Ovviamente, c’è scritto nello studio, “la principale voce di spesa riguarda i terremoti: oltre 95 miliardi di euro di risorse stanziate tra il 1944 e il 1990, pari al 75% delle risorse destinate a tutti gli eventi calamitosi censiti”. La seconda voce di spesa in ordine d’importanza è quella dei fenomeni idrogeologici, che con quasi 30 miliardi rappresentano circa un quarto delle risorse stanziate nell’intero periodo considerato.

Questi dati sono stati integrati con quelli a disposizione del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Direzione Generale per la Tutela del Territorio e delle Risorse Idriche, per i costi del dissesto idrogeologico tra il 1951 e il 2009 assieme ai dati del Dipartimento della Protezione Civile e del Servizio Studi della Camera dei Deputati per i costi degli eventi sismici succedutisi dal 1968 al 2009.

Negli ultimi quarant’anni si sono verificati numerosi eventi di dissesto idrogeologico che hanno avuto effetti catastrofici. Tra i principali quello di Firenze nel 1966, a Genova nel 1970, ad Ancona nel 1982, in Val di Fiemme nel 1985, in Valtellina nel 1987, in Piemonte 1994, in Versilia nel 1996, a Sarno e Quindici nel 1998, a Soverato e nel Nord-Ovest dell’Italia nel 2000, in Valbruna nel 2003, a Varenna e a Nocera Inferiore nel 2005, a Cassano delle Murge nel 2005, ad Ischia e a Vibo Valentia nel 2006, a Messina nel 2009. Quelli del 2010 in Calabria, in Veneto e in Campania sono sotto gli occhi di tutti. E, secondo lo studio, “questa crescente incidenza degli eventi catastrofici corrisponde ad un progressivo aumento del rischio idrogeologico legato all’aumento del territorio antropizzato e all’espansione del tessuto urbano spesso in aree instabili che ha interessato il territorio nazionale a partire dal dopoguerra”.

Nel complesso, lo studio “ha portato a stimare i costi complessivi del dissesto idrogeologico e dei terremoti, a prezzi 2009, tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213”. La differenza – si legge testualmente – “è da attribuire al costo dei terremoti che, a seconda delle fonti informative, varia da un minimo di 124 miliardi di euro a un massimo di 161”.

Dall’inizio del secolo, sempre per quanto riportato nello studio dei Geologi, il dissesto idrogeologico da solo ha provocato nel nostro bel Paese “circa 12.600 tra morti, dispersi o feriti ed il numero di sfollati supera i 700 mila. Gli eventi con danni gravi sono stati oltre 4.000, dei quali 1.600 hanno prodotto vittime”. E come ci accorgiamo un po’ tutti a braccio, “Dall’analisi dei dati storici emerge che la stagione che presenta una maggiore incidenza degli eventi disastrosi è l’autunno, quando aumentano le precipitazioni”.

Ma c’è di più: “Dall’analisi dei dati emerge che tra il 1985 e il 2001 si sono verificati circa 15.000 eventi, di cui 13.500 frane e 1.500 piene, con un picco significativo registrato nella seconda metà degli anni Novanta. Alcuni di questi hanno avuto ripercussioni sulla popolazione, provocando vittime o danneggiando i centri abitati”. Un’apocalisse alla quale si aggiunge quella dei terremoti.

Un capitolo del dossier viene infatti dedicato agli eventi sismici che hanno colpito il nostro Paese. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni della Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”.

Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Ma la notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile. Quello che infatti stupisce nel dossier è che “Il rapporto tra danni l’energia rilasciata nel corso degli eventi è elevato rispetto ad altri Paesi. Ad esempio, il terremoto del 1997 in Umbria e nelle Marche ha prodotto un quadro di danneggiamento confrontabile con quello della California del 1989, malgrado fosse caratterizzato da un’energia circa 30 volte inferiore. Ciò è dovuto principalmente all’elevata densità abitativa e alla notevole fragilità del nostro patrimonio edilizio”. Insomma, quello che fa aumentare il rischio sismico del nostro territorio è proprio la vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio italiano che, costruito nella maggior parte durante il boom edilizio degli anni ’50 e ’60 precedentemente l’entrata in vigore della normativa del ’74 per le costruzioni in zone sismiche, risulta inadeguato a resistere alle scosse. E anche i fabbricati di più recente costruzione, come testimoniano i crolli di strutture come l’Ospedale de l’Aquila, non sempre sono stati costruiti rispettando i criteri antisismici più severi.

Davanti a tutte queste cifre spese per l’emergenza e la ricostruzione che incutono timore viene da chiedersi se investire su la prevenzione non sarebbe stato decisamente più conveniente.