Siamo tutti liberali?

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 16 novembre 20110

Sinistra e Libertà, il Popolo della Libertà, Futuro e Libertà. Poi ci sono anche le fondazioni come Libertiamo e i giornali come Liberamente e Liberal. L’attualità delle riflessioni sul concetto di liberalismo ci mostrano – come scrive la rivista Critica Liberale – “Un fervore intellettuale neppure immaginabile sino a qualche tempo addietro. Oggi, tutti (o quasi) si dicono liberali e come tali tutti (o quasi) si mostrano solleciti per le sorti della libertà”. Poiché c’è però davvero il rischio che, nel “siamo tutti liberali”, proprio un concetto cardine della democrazia come quello di liberalismo rimanga indefinito sembra opportuno ricordare qualche definizione per ridurre la possibilità di equivoci.

Carlo Rosselli, ne Socialismo liberale, molto di più di un’utopia ci suggerisce l’idea di Libertà come supremo fine scrivendo che “Il liberalismo può definirsi come quella teoria politica che, partendo dal presupposto della libertà dello spirito umano, dichiara la libertà supremo fine, supremo mezzo, suprema regola della umana convivenza”. E spiega: “Non si nasce, ma si diventa liberi. E ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza della propria autonomia e costantemente esercitando le proprie libertà”.

Ma se per Rosselli la libertà è un fine per Piero Gobetti, giornalista, politico antifascista e promotore della rivista culturale Energie Nuove, la libertà diventa anche metodo. “Il metodo del liberalismo, lo si consideri nella sua sostanza economica o etica o costituzionale, consiste nel riconoscimento della necessità della lotta politica per la vita della società moderna. L’importanza di un’opposizione per l’opera del governo, la tutela delle minoranze, lo studio dei congegni più raffinati per le elezioni e per l’amministrazione pubblica, le conquiste costituzionali, frutto di rivoluzioni secolari sono il patrimonio comune della maturità politica e devono intendersi come problemi di costume politico propri dei liberali, come dei loro eredi o avversari che non siano ingenuamente teneri per gli anacronismi o per le esercitazioni oratorie di filosofia politica”. Già nel 1923 sulla rivista La Rivoluzione liberale, Gobetti sottolineava un particolare discriminante: “Se concediamo ai conservatori di chiamarsi liberali non sapremmo più che cosa obbiettare ai nuovissimi tiranni che parlano, per demoniache tentazioni di dialettici fantasmi, della libertà vera come libertà contenuta nei limiti della legge (mentre nel caso specifico ci accontenteremo di ricordare maliziosamente al Gentile che raramente i filosofi seppero sottrarsi al fascino dell’autorità per le stesse ragioni per cui le donnicciuole più espansive venerano il bastone)”. E ancora: “Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s’inspira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione, intende l’equilibrio degli ordinamenti politici in funzione delle autonomie economiche, accetta la costituzione solo come una garanzia da ricreare e da rinnovare. Lo Stato è l’equilibrio in cui ogni giorno si compongono questi liberi contrasti: il compito della classe politica consiste nel tradurre le esigenze e gli istinti in armonie storiche e giuridiche. Lo Stato non è se non è la lotta”. L’animo liberale ha in se dunque il germe stesso della laicità e dalla libertà di religione costruisce nella sua quotidiana lotta una religione della libertà.

“La dottrina dello Stato liberale” – ci dice ancora Norberto Bobbio nel volume Dalla libertà dei moderni comparata a quella dei posteri, ora pubblicato da Einaudi – “si presenta al suo sorgere come la difesa dello Stato limitato contro lo Stato assoluto. Per Stato assoluto si intende lo Stato in cui il sovrano è legibus solutus e il cui potere è quindi senza limiti, arbitrario. Lo Stato limitato è per contro lo Stato in cui il supremo potere è limitato sia dalla legge divina e naturale (i c.d. diritti naturali inalienabili e inviolabili), sia dalle leggi civili attraverso la costituzione pattuita (fondamento contrattualistico del potere). ” Per maggiore chiarezza Bobbio distingue “due forme di limitazione del potere: una limitazione materiale, che consiste nel sottrarre agli imperativi positivi e negativi del sovrano una sfera di comportamenti che sono riconosciuti per natura liberi (la c.d. sfera di liceità); e una limitazione formale che consiste nel porre tutti gli organi di potere statale al di sotto delle leggi generali dello Stato medesimo”. Non può perciò definirsi liberale colui che spera soltanto lontanamente di evadere queste limitazioni. Perché, aggiunge Bobbio, “La prima limitazione è fondata sul principio della garanzia dei diritti individuali da parte dei poteri pubblici: la seconda sul controllo dei pubblici poteri da parte degli individui. Garanzia di diritti e controllo dei poteri sono i due tratti caratteristici dello Stato liberale”.

C’è da chiedersi, volendo rispettare queste definizioni, quanti possano davvero dirsi, nei fatti, liberali.

Quando il libero mercato incrementa la miseria

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 9.11.2010

Siamo in un Paese bloccato in cui – ai fini del successo – conta di più la ricchezza dei propri genitori che non il livello d’istruzione o il merito. Sono queste, in sostanza, le conclusioni che si possono trarre dall’intervento, o forse sarebbe meglio chiamarla “lezione”, del Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi tenuto il 5 novembre scorso ad Ancona alla facoltà di economia intitolata al grande economista Giorgio Fuà.

L’Italia – ha affermato Draghi – è a un bivio fra la stagnazione e la crescita e deve saper uscire dalla spirale del calo della produttività che ha colpito tutto il paese, anche il Nord, nell’ultimo decennio non appagandosi della ricchezza conquistata negli scorsi anni.

A darne per prima grande risalto sulla stampa nazionale è Chiara Paolin, giornalista de il Fatto quotidiano, che riporta nel suo articolo titolato “Italia povera come nel ‘600” alcuni passaggi di quell’intervento sul tema “Crescita, benessere e compiti dell’economia politica” in cui Draghi, interrogandosi sulle cause del deludente andamento della produttività dell’Italia afferma, senza peli sulla lingua, che “La stagnazione di questo valore nel decennio precedente la crisi è stata uniformemente diffusa sul territorio”. Dal Mezzogiorno al Nord d’Italia Draghi parla di un Paese per il quale “Dobbiamo ancora valutare gli effetti della recessione sulla nostra struttura produttiva” aggiungendo che “E’ possibile che lo choc della crisi abbia accelerato la ristrutturazione almeno di parti del sistema, accrescendone efficienza e competitività” ma anche che “è possibile un semplice, lento ritorno al passo ridotto degli anni pre-crisi” o peggio ancora “un percorso più negativo”.

Già quarant’anni prima che esplodessero gli scandali di Tangentopoli un grande intellettuale denunciava, con pagine roventi e documentate, gli illeciti di imprese e partiti che oggi rivediamo emergere in “cricche” degli appalti che “lavorano” in assenza di concorrenza o in condizioni di concorrenza “controllata”. Nel volume Capitalismo inquinato Ernesto Rossi (1897-1967), quarant’anni prima degli scandali del ’92, documentava come, in questo Paese, “I grandi industriali hanno la coscienza troppo sporca” perché “Capiscono anche loro che non possono continuare ad accumulare miliardi, senza dare alcun servizio utile alla collettività, riscuotendo dei balzelli ai passaggi obbligati e non pagando le imposte che servono a mantenere l’ordine di cui profittano”.

Secondo Mario Draghi, oggi, si potrebbe precipitare in “situazioni vissute in epoche lontane, nel ‘600 o agli inizi del ‘900, quando una pur consolidata ricchezza di base non riuscì ad arrestare la recessione ad una civiltà squilibrata verso le forme più rurali ed arretrate”. E in questo scenario “a rischiare di più sono i giovani”. Oggi come allora sono proprio i giovani di questo Paese a rischiare di più. La disoccupazione a livelli che non si registravano da anni, quasi 4 milioni di lavoratori precari pari al 16% del totale della forza lavoro e il lavoro irregolare che secondo i dati istat raggiunge il 12% su media nazionale ma che, in regioni come la Calabria, sfiora il 20% del totale della forza lavoro. E, spiega Draghi, “Senza la speranza di una sia pur graduale stabilizzazione dei rapporti di lavoro precari, si hanno effetti alla lunga negativi su produttività e profittabilità”. Ma non è un inno retorico ai giovani. Da economista qual’è, Draghi sottolinea proprio come il precariato finirà per scardinare il sistema capitalistico italiano, cioè la nostra vita economica.

Draghi descrive insomma un paese non solo economicamente ma anche socialmente “bloccato” dalle troppe rendite di posizione: “Nel determinare il successo professionale di un giovane, il luogo di nascita e le caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto di più delle caratteristiche personali, come il livello d’istruzione”. Si hanno cioè più chance se si è figli di un’industriale o un parlamentare e si nasce in Lombardia o in Veneto piuttosto che in regioni come la Calabria o la Campania. È questa la fotografia dell’Italia scattata a 150 anni dalla sua storia unitaria. “E questo accade in Italia” – continua impietosamente Draghi nel suo discorso – “con incidenza che non ha pari in Europa”. Il lavoro e la fine della precariato come emergenze e come possibilità di riscatto sociale, morale e politico del nostro Paese. Forse sarebbe possibile se si guardassero quegli studi e quelle proposte troppo spesso in passato considerate “marginali” se non “utopiche”, ma che oggi sarebbero utili davvero per abolire la miseria. Mentre si premiano imprenditori come Marchionne, dovremmo ricordare che, ancora oggi, come scriveva Rossi nel ’46, “Le dimostrazioni che molti economisti hanno creduto di dare che il regime individualistico, consentendo la maggiore approssimazione possibile allo schema teorico della libera concorrenza, tende automaticamente ad attuare in ogni momento un massimo di utilità collettiva, non reggono alla critica, rivelandosi, nel migliore dei casi, delle semplici tautologie; la libera concorrenza può dare degli effetti socialmente benefici o malefici, a seconda degli argini dell’ordinamento giuridico entro i quali viene contenuta”. Se le regole del libero mercato non esistono o vengono sistematicamente violate, derogate, se gli imprenditori sono lasciati liberi di agire nel loro esclusivo interesse individualistico anche quando essi non contribuiscono alla collettività in cui operano con il giusto pagamento delle tasse, se si lascia che non si paghino i contributi ai lavoratori perché li si lascia lavorare in nero, se anzi si premiano i comportamenti evasivi con i condoni fiscali, allora il libero mercato è destinato ad incrementare la miseria e quel divario tra la tracotanza di coloro che vivono di rendite e la gente comune, sempre più miserabili, destinati a non riuscir a sopravvivere neanche del loro lavoro.

Investire in sicurezza del territorio

Share

di Giuseppe Candido

L’emergenza frane torna ogni anno tragicamente d’attualità per i morti, le disgrazie e le ferite che provoca. A Massa tre vittime in poche ore: una mamma di soli 39 anni e il figlio sono stati travolti e uccisi dal fango che si è abbattuto sulla loro casa. Poche ore dopo un camionista è rimasto travolto sotto i detriti. Mentre scriviamo il maltempo si è spostato al sud e in Calabria piove a dirotto. Piove a dirotto e le fiumare crescono, s’ingrossano spaventosamente solo come quelle calabresi sono in grado di fare per la loro irta pendenza, i terreni argillosi e le coltri detritiche ricoprenti il territorio calabrese si saturano velocemente appesantendosi e rovinando in frane. Non si vuole fare catastrofismo ma è necessario prenderne atto: piogge intense e concentrate ormai non sono più una straordinarietà ma una tipologia “normale” di eventi meteorici caratteristici di una regione e che, sistematicamente, causano frane e alluvioni. Uno “sfasciume pendulo sul mare” definiva Giustino Fortunato l’Appennino. E se su tante cose l’Italia a 150 anni dalla sua unità è ancora divisa, sul problema del dissesto idrogeologico è unita da una continuità geomorfologica e di numeri. Numeri che fanno impressione quasi come la pioggia battente che ingrossa le fiumare. Quasi 470.000 le frane censite in Italia, per un totale di circa 20.000 chilometri quadrati. Un indice di franosità che raggiunge l’8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Un Paese dove più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. Percentuale che in Calabria sale al 100%. Un numero così elevato di fenomeni franosi che è legato principalmente all’assetto morfologico del nostro paese, per circa il 75% costituito da territorio montano – collinare e alle caratteristiche meccaniche delle rocce affioranti. Un problema che avrebbe meritato prevenzione e che invece è stato incrementato nei decenni da costruzioni abusive e regole urbanistiche violate e non rispettate talvolta dalle stesse pubbliche amministrazioni che avrebbero il compito di “governare” i fenomeni del territorio. Il ruolo svolto dall’uomo che si è insediato ovunque anche dove era poco consigliabile, sulle frane e lungo i corsi d’acqua, è complice con quello di una politica che non si è pre-occupata dei problemi.

La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce un’altro dato interessante (e preoccupante) derivante dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali.

Sono ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali.

Negli ultimi 50 anni le vittime per solo per frane ammontano a 2.552, più di 4 vittime al mese. È a questo tragico elenco che si aggiungono, giorno dopo giorni, nuove vittime dell’incuria del territorio. Un intero paesino è come se fosse stato cancellato dall’Italia. Una strage o, se preferiamo, un serial killer.

Dal dissesto idrogeologico alla gestione emergenziale e criminogena del ciclo dei rifiuti l’Italia è il Paese che paga un prezzo altissimo in termini di vite umane per la non applicazione delle leggi. C’è da chiedersi se nel caos dello Stato che non è più di diritto, la gestione emergenziale di un problema atavico e persistente non convenga e, soprattutto, a chi convenga. Appalti, lavori, progettazioni date in deroga alle leggi vigenti sui lavori pubblici. E se è vero che il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonterebbe a circa 4 miliardi di euro, quanto cioè sono i soldi per costruire il Ponte sullo stretto, perché non si indicano quali sono davvero le priorità di questo Paese compiendo una scelta di responsabilità per tutte le vittime del dissesto idrogeologico? Perché non si assume un geologo in ogni comune che presenta rischi idrogeologici e o sismici? Non sarebbe questo forse un modo d’investire in sicurezza producendo nuova e vera green economy?

Investire in sicurezza del territorio

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 4 novembre 2010

L’emergenza frane torna ogni anno tragicamente d’attualità per i morti, le disgrazie e le ferite che provoca. A Massa tre vittime in poche ore: una mamma di soli 39 anni e il figlio sono stati travolti e uccisi dal fango che si è abbattuto sulla loro casa. Poche ore dopo un camionista è rimasto travolto sotto i detriti. Mentre scriviamo il maltempo si è spostato al sud e in Calabria piove a dirotto. Piove a dirotto e le fiumare crescono, s’ingrossano spaventosamente solo come quelle calabresi sono in grado di fare per la loro irta pendenza, i terreni argillosi e le coltri detritiche ricoprenti il territorio calabrese si saturano velocemente appesantendosi e rovinando in frane. Non si vuole fare catastrofismo ma è necessario prenderne atto: piogge intense e concentrate ormai non sono più una straordinarietà ma una tipologia “normale” di eventi meteorici caratteristici di una regione e che, sistematicamente, causano frane e alluvioni. Uno “sfasciume pendulo sul mare” definiva Giustino Fortunato l’Appennino. E se su tante cose l’Italia a 150 anni dalla sua unità è ancora divisa, sul problema del dissesto idrogeologico è unita da una continuità geomorfologica e di numeri. Numeri che fanno impressione quasi come la pioggia battente che ingrossa le fiumare. Quasi 470.000 le frane censite in Italia, per un totale di circa 20.000 chilometri quadrati. Un indice di franosità che raggiunge l’8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Un Paese dove più dell’ottanta percento dei comuni ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. Percentuale che in Calabria sale al 100%. Un numero così elevato di fenomeni franosi che è legato principalmente all’assetto morfologico del nostro paese, per circa il 75% costituito da territorio montano – collinare e alle caratteristiche meccaniche delle rocce affioranti. Un problema che avrebbe meritato prevenzione e che invece è stato incrementato nei decenni da costruzioni abusive e regole urbanistiche violate e non rispettate talvolta dalle stesse pubbliche amministrazioni che avrebbero il compito di “governare” i fenomeni del territorio. Il ruolo svolto dall’uomo che si è insediato ovunque anche dove era poco consigliabile, sulle frane e lungo i corsi d’acqua, è complice con quello di una politica che non si è pre-occupata dei problemi.

La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce un’altro dato interessante (e preoccupante) derivante dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali.

Sono ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali.

Negli ultimi 50 anni le vittime per solo per frane ammontano a 2.552, più di 4 vittime al mese. È a questo tragico elenco che si aggiungono, giorno dopo giorni, nuove vittime dell’incuria del territorio. Un intero paesino è come se fosse stato cancellato dall’Italia. Una strage o, se preferiamo, un serial killer.

Dal dissesto idrogeologico alla gestione emergenziale e criminogena del ciclo dei rifiuti l’Italia è il Paese che paga un prezzo altissimo in termini di vite umane per la non applicazione delle leggi. C’è da chiedersi se nel caos dello Stato che non è più di diritto, la gestione emergenziale di un problema atavico e persistente non convenga e, soprattutto, a chi convenga. Appalti, lavori, progettazioni date in deroga alle leggi vigenti sui lavori pubblici. E se è vero che il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonterebbe a circa 4 miliardi di euro, quanto cioè sono i soldi per costruire il Ponte sullo stretto, perché non si indicano quali sono davvero le priorità di questo Paese compiendo una scelta di responsabilità per tutte le vittime del dissesto idrogeologico? Perché non si assume un geologo in ogni comune che presenta rischi idrogeologici e o sismici? Non sarebbe questo forse un modo d’investire in sicurezza producendo nuova e vera green economy?

Emma Bonino: Questo Paese è governabile, non lo sono i suoi governanti. Col PD non mi ero mai illusa e per questo non mi sento delusa dalla sua classe dirigente

Share

30.10.2010 Chianciano Terme (Siena): Intervista a Emma Bonino: Questo Paese è governabile, a non esserlo sono i suoi governanti.

di Giuseppe Candido

Maglione azzurro, sciarpetta azzurra e sigaretta accesa. Emma Bonino è al congresso di Radicali Italiani. Onestà, legalità, antiproibizionismo sono i temi in evidenza sui banner della sala congressi del famoso Hotel di Chianciano dove da anni si svolgono i congressi di Radicali Italiani. Questo è il nono congresso da quando il movimento italiano della Galassia di associazioni Radicali è stato fondato. Un congresso che si tiene mentre Marco Pannella è in sciopero della fame dal 2 ottobre per la situazione drammatica delle carceri italiane e per chiedere che sia fatta verità sull’esilio di Saddam Hussein che avrebbe potuto, forse, evitare la guerra in Iraq. Sciopero della fame aggravato, in relazione alla notizia della condanna a morte di Tareq Aziz, dallo sciopero anche della sete. La Senatrice Radicale eletta nel PD e titolare di battaglie antiche e nuove, dall’aborto alla moratoria universale delle mutilazioni genitali femminili, ci permette di fargli qualche domanda su dove va il suo partito e, soprattutto, dove sta andando questo Paese.

D: Com’è la situazione in Italia, cosa sta succedendo? Le elezioni? I radicali sono contrari alle elezioni? Non si capisce il rapporto col PD e Radicali a che punto sia. Emma, dove si va?

R: Non è questo il problema, tutto questo attiene, per la verità, alla miseranda cronaca del palazzo alla quale sono pochissimo interessata. Il problema sono le priorità di questo Paese che, già come diceva Sciascia nel 1979, è governabilissimo. Quello che non è governabile sono i suoi governanti, i suoi partiti. E io credo che sia compito dei Radicali promuovere le priorità che abbiamo delineato e che sono quelle dell’onestà e della legalità. E credo che solo insistendo su questi temi si possa dare una qualche fiducia. Nel frattempo gli oligarchi decideranno qualunque cosa, anche di tornare indietro ad un governo tecnico. Senza sapere che siamo in pieno governo tecnico: il governo tecnico di Tremonti che ha chiuso tutte le “borse” di questo Paese che adesso è completamente bloccato. E in un mondo che corre essere fermi vuol dire semplicemente andare indietro in termini di occupazione, in termini di rilancio economico, in termini di decenza delle istituzioni. Uno spaccato di tutto questo sono le carceri. Se uno va in carcere vede che la giustizia non funziona, la stragrande maggioranza sta li in attesa di giudizio, che la stragrande maggioranza sono piccoli consumatori di droga oppure immigrati. E sono uno spaccato della realtà del Paese. Che significa questo? Significa che la lunga marcia nostra, dei Radicali, che ormai da cinquant’anni e più tentiamo di riportare un po’ di legalità in questo Paese è appunto una marcia. Poi tatticamente il palazzo deciderà quale altro sfregio vuole fare a questo Paese. Rimandarlo ad elezioni con questa legge elettorale? Un diavolo di “unità nazionale” per l’emergenza “non so quale”? Insomma, tutto questo francamente penso che non abbia neanche il sapore di una qualche alternativa e manco di alternanza. Ha tutto il saporte del “gia visto”.

D: In merito al rapporto col PD e con Vendola che nel suo congresso ha parlato di non violenza, di carceri di “cui nessuno se ne occupa” …

R: Manco lui soprattutto. Comunque Niki Vendola ha già detto che nella sinistra che lui sogna noi siamo incompatibili. Non so come gli sia venuto in mente però l’ha detto e l’ha confermato. E sulla non violenza il nostro problema non è la cultura della non violenza ma è la pratica della non violenza. Allora il problema si pone diversamente. Marco oggi è al quarto giorno di sciopero della sete sulle carceri e sulla verità. Io Vendola, su questi temi, non l’ho visto né sentito in termini di azione politica. Per cui sul rapporto con Vendola il problema va posto a lui. Il problema del rapporto dei Radicali col PD ce lo poniamo ogni giorno. Personalmente non mi sono mai illusa, so perfettamente perché abbiamo accettato quell’imposizione (no simbolo, no Marco Pannella e no Sergio D’Elia candidati ndr) due anni fa e quindi non essendomi mai illusa non sono neppure delusa della sua classe dirigente. Noi abbiamo ampia libertà di muoverci in Parlamento con le forze che rappresentiamo: sei Deputati e tre Senatori. Semmai posso dire che è il PD che si priva di un apporto di una forza politica che sa analizzare i processi internazionali, che stranamente si occupa di Tareq Aziz, che ancora più stranamente si occupa di mutilazioni genitali femminili. Sono proprio loro (il PD ndr) che non riescono a capire che si privano di questo apporto straordinario di onestà di comportamenti, di senso delle regole e di senso delle Istituzioni.

D: A proposito dei temi internazionali e della prossima Assemblea delle Nazioni Unite, l’associazione della galassia Radicale “Non c’è pace senza giustizia” sta portando avanti la battaglia per la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili. C’è davvero oggi la possibilità di far votare, dopo quella contro la pena di morte, anche questa moratoria?

R: Da dieci anni a questa parte i progressi nei diversi paesi sono stati straordinari. Grazie soprattutto alle attiviste africane che noi sosteniamo. Se voi pensate che di ventotto paesi che hanno la pratica prevalente diciannove hanno ormai ottenuto una legge di proibizione di queste pratica. Poi ovviamente si tratta di battersi per l’applicazione. Ma il discorso è aperto e il muro del silenzio è caduto. Per questo, sui paesi “resistenti” è indispensabile questa risoluzione delle Nazioni Unite e su cui stiamo lavorando ogni giorno. Nicolò Figà Talamanca e un’altra nostra militante hanno incontrato i rappresentanti della Repubblica centroafricana e io sono in contatto con tutta una serie di Paesi africani. Siamo per lanciare un manifesto capitanato dalla first lady del Burkina Fasu. Ieri hanno aderito altri. Insomma, il tutto è un’attività sconosciuta ai più perché non facciamo né bunga-bunga né tanga tanga, però è un’attività che ci impegna molto. Probabilmente dovrò ripartire d’urgenza per il Gibbuti che è uno tra i paesi più resistenti. Un grandissimo lavoro che però, credo che se ci riusciamo quest’anno o al massimo l’anno prossimo, porterà un risultato che rimarrà nella storia, della cultura della civiltà giuridica nella storia delle Nazioni Unite, come lo è oggi, fortunatamente la moratoria sulla pena di morte.

Sugli errori sanitari si facciano verità e giustizia

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su Il Domani della Calabria del 25.10.2010

L’angelo volato in cielo, così lo definisce la pagina che, per ricordalo, è stata creata su facebook. Baltov Dimitrov Zdravko è morto a soli tredici anni. Ai funerali a Sellia Marina, la cittadina dove viveva, il dolore composto della comunità bulgara. Un errore dei medici, forse, quello di rimandarlo a casa. È morto poi nello stesso ospedale di Catanzaro dove è giunto al “secondo” pronto soccorso dopo essere stato rimandato a casa al primo tentativo. Ore perse che avrebbero potuto salvargli la vita? È su questo che ora sta indagando la Procura del capoluogo di regione. Nel registro degli indagati sono finite 24 persone, 16 medici e 8 infermieri. Tutti quelli che l’hanno visto torcersi dal dolore all’addome e che l’hanno “assistito”. Si poteva salvare? Lo dovranno stabilire le perizie dei medici e, coi tempi che ha la Giustizia italiana, il rischio che tutto finisca nell’oblio delle consulenze tecniche è concreto. Certo è che la situazione della sanità calabrese fa paura. E fa paura quello che ti può succedere: star male e avere bisogno di cure e trovare invece l’inefficienza o l’incapacità che ti ammazza. E se è vero che in Calabria abbiamo delle situazioni di eccellenza è vero pure che la qualità dell’offerta sanitaria è assai scadente. Mille settecentocinquanta milioni di euro è il debito della sanità calabrese (ma forse sarebbe meglio chiamarlo voragine) accertato a luglio del 2009 dall’advisor indipendente Kpmg. Al trentuno dicembre del 2009 la Corte dei Conti calabrese accertò un debito pubblico della sanità calabrese di 1,8 miliardi di euro di cui 800 milioni derivanti dalla gestione (fallimentare) precedente al dicembre 2005, 800 milioni di euro quale debito della gestione gennaio 2006-dicembre 2007 e oltre 200 milioni di disavanzo 2008 e 2009. “Incontrollate situazioni debitorie” dovute “al notevole ritardo circa l’adozione dei documenti contabili, alla non osservazione delle normative contabili, e alla carenza dei controlli che hanno lasciato le strutture libere di non ottemperare tempestivamente alla disposizioni normative” scriveva la Corte dei Conti. Ma il servizio è scadente anche a fronte di tali spese: il turismo sanitario è alle stelle, i calabresi vanno a curarsi altrove e ci solo 267 posti letto per anziani ogni 100.000 abitanti a fronte di una media nazionale di 1270. Una spesa enorme che non produce salute. Federica Monteleone, Eva Ruscio, Fabio Scutella sono soltanto i nomi di storie tragiche, storie delle vittime ultime accertate di mala sanità ai quali si è aggiunto tragicamente anche quello di Baltov. E fino a quando questi nomi li conosci soltanto dai giornali ti fanno il loro effetto perché sono persone decedute, ma riesci ad essere lucido. Quando però si tratta di un bambino di tredici anni che abita a pochi metri da casa tua la morte ti sfiora, quasi ti tocca, la storia tragica la si con-divide e si resta sgomenti, pietrificati. E la domanda allora è: Si può mandare a casa uno che sta male così? L’unica cosa che si riesce dire, a chiedere, è che si faccia verità e giustizia per il piccolo angelo volato in cielo.

IL QUADRO DELLA MADONNA DELLA LETTERA NELLA CHIESA MICHELIZIA di TROPEA

Share

di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

LA CHIESA MICHELIZIA TRA STORIA E LEGGENDA

Madonna della lettera nella chiesa michelizia di Tropea
Madonna della lettera nella chiesa michelizia di Tropea

Nel tratto finale che nei secoli scorsi, dal rione Carmine portava al santuario di San Francesco di Paola, emerge da un verde agrumeto, un tempo più ampio e più fitto, una chiesa che, di assoluta purezza architettonica, presenta anche motivi di imponenza e solennità.

Attualmente dissacrata, era dedicata a Santa Maria della Neve; la voce popolare però l’aveva fatta conoscere con il nome di “Chiesa di S. Maria Michelizia” o più semplicemente “Chiesa di Michelizia”: un nome ricavato dalla fusione di Michele Milizia.

Isolata tra la profonda quiete ed i solenni silenzi della campagna, con le sue pagine murarie svela due momenti della sua storia, che ci sono stati rispettivamente tramandati con un racconto popolare e con la testimonianza dello storico tropeano Francesco Sergio, vissuto dal 1642 al 1720.

Tutto comincia, secondo la voce del popolo, durante una tempestosa sera del 5 agosto dell’ultimo scorcio del cinquecento.

Un violento temporale stava scaricando la sua violenta collera, rendendo alquanto mosso il mare e quindi molto critica la vita di quel veliero che non riusciva a scorgere, a causa della fitta nebbia, quella sinuosa rupe nella cui rada avrebbe trovato salvezza.

In preda alla disperazione, Michele Milizia, commerciante siciliano e padrone di quella barca, si mise ad invocare l’aiuto divino, come generalmente fa l’uomo quando incappa nel vortice di un grande pericolo.

Improvvisamente, su quella che doveva essere la sommità della rupe, penetrò le tenebre, la luce di una lanterna che un contadino portava, forse per andare a controllare la situazione del bestiame nella stalla.

Diventa punto di riferimento, tanto che valse al bastimento di mettersi al riparo nella rada, quella fiammella fu interpretata come intervento divino da Michele Milizia che, come segno di fede e di gratitudine, decise di fare sorgere, dov’era apparsa quella luce un tempio dedicato alla Madonna.

Quantunque di dimensioni ridotte, la chiesetta disponeva di tre altari, come ci tramanda lo storico Francesco Sergio. In quello centrale c’era l’immagine di Santa Maria Maggiore, poi chiamata S.Maria della Lettera.

Intanto, poiché la chiesetta, senza porte e con una diradata copertura, era caduta in uno stato di totale abbandono da diventare rifugio degli asini dei vicini ortolani, un vecchietto chiamato mastro Pietro, sarto e panettiere decise di porre fine a quello sconcio con un segno che conferisse al tempio la sacralità che meritava.

Ed infatti, con l’olio raccolto periodicamente tra i devoti, si premurava, ogni giorno, di accendere una lampada votiva davanti al quadro della madonna raccogliendosi in preghiera.

Un giorno, forse perché logorato dalla sopportazione delle sue sventure, postosi in un angolo della chiesetta, si mise a contemplare con occhi lacrimosi quella Madonna cui era tanto devoto, lamentandosi, come mai gli era accaduto,della propria esistenza di solitudine, di miseria e di altre sofferenze, causate anche da una grave forma di balbuzie che gli rendeva molto difficile la parola.

Erano struggente sfogo da cui traspariva la stanchezza del vivere.

Ad un tratto gli apparve una giovinetta di grazioso aspetto che amorevolmente gli disse: “Perché piangi, piuttosto vai in città e di alla gente di frequentare questa chiesa dove si vedranno delle cose così mirabili che si racconteranno”. Detto questo sparì.

Quando, ripresosi dallo sbigottimento, si rese conto dell’importanza di quel profetico messaggio che doveva portare alla gente, senza alcun indugio si incamminò verso il centro di Tropea dove, senza balbettare, e questo per il vecchio dovette essere già cosa mirabile, espose a quanti riuscì di incontrare ciò che aveva visto ed udito.

La notizia, che si diffuse rapidamente anche fuori Tropea,fu creduta e spiegata come vero segnale celeste, tanto che sempre più numerosi erano i pellegrini che, spinti dalla fede,forse anche dalla curiosità,volevano vedere e venerare quella immagine. Chi entrava in quella chiesa come leone,ne usciva come mansueto agnello, commentava il Sergio.

Ma come sempre accade per i fatti del genere, anche quella volta si levò la voce derisoria degli increduli, tra cui c’era anche un sacerdote di nome Arcangelo Andricciola, il quale andava affermando che quello che si diceva, per niente degno di fede, poteva essere pasto solo dei creduloni.

Ma non passò molto tempo ed anche il sacerdote crollò dall’alto del suo scetticismo.

Infatti un giorno, roso dalla curiosità, decise di recarsi in quel tempietto per vedere il quadro di quella Madonna che, come se sprigionasse un flusso misterioso, avvinceva e trasformava gli uomini.

Mai disse cosa sia accaduto dentro di se dopo aver guardato quella sacra effigie; certo che, in seguito, radicalmente diverso fu il suo comportamento, da denigratore ne divenne ardente sostenitore ed anche curato dello stesso tempietto. Ovviamente si parlò di evento straordinario. Intanto sempre più grande era l’affluenza della gente. Si trattava di credenti e di non credenti. Innumerevoli erano gli ossessi che ivi si recavano affinché, con un certo rituale, venissero sottratti, talvolta con urla raccapriccianti al potere del demonio.

Tutti questi fatti, diffusi dalla voce popolare anche in contrade lontane, colpivano profondamente la gente che esprimeva la propria devozione anche con elemosine e donazioni da destinarsi alla costruzione,in quello stesso sito,di un tempio più grande. La necessità si rivelò quando il 5 agosto del 1649, giorno dedicato dal messale romano a S. Maria ad Nives, si dovevano rendere festose onoranze alla Madonna di quella chiesetta. Immensa fu la folla di fedeli giunti da ogni dove. La cattedra vescovile era affidata a Giovanni Lozano, uno dei sei vescovi spagnoli che in periodi diversi: dal 1564 al 1726 ressero la diocesi di Tropea. Il vescovo fu colpito da quella oceanica partecipazione di fedeli e quindi decise di costruirne una più grande,esortando i fedeli: “Vamos, hijos mios a traèr piedras por nuestra Senora”.

Fu così che sorse un nuovo tempio con le pietre dei torrenti “Burmeria” e “La Grazia”.

Più in là, inquadrato in una cornice barocca, un dipinto su tela raffigura la Madonna della Lettera, tanto venerata dai Messinesi cui, secondo una antichissima tradizione, gli ambasciatori nel 42 d.C. si recarono a Gerusalemme per renderle omaggio e chiederle la sua benedizione per la città di Messina. La Madonna consegnò la Lettera con la quale benediceva la loro città ed i suoi abitanti. Imperfetto e lacunoso è il testo, in latino, trascritto nella “lettera” dall’autore del quadro e poco leggibili sono quei vocaboli in greco, tratti dall’antica immagine della Madonna del Grafèo.

Il quadro è importante dal punto di vista storico, oltre che da quello artistico, perché indica una continuità del culto verso la Sacra Lettera sin dall’epoca dell’originario tempietto dove, come ci tramanda lo storico Francesco Sergio, nella sua opera Cronologica Collectanea De Civitate Tropea, Liber Tertius, “Apparitio Sancte Marie Michealis militia”.

L’Abate Francesco Sergio in questa importante opera conferma una tradizione popolare che risale alla metà del ‘500 e cioè che l’immagine della Madonna era stata portata da un messinese di nome Michele Milizia dopo che lo stesso aveva provveduto a far erigere un tempietto dedicato appunto alla Madonna. La tradizione vuole che il nome della chiesa Michelizia è ricavato dalla fusione di Michele Milizia;ciò è anche testimoniato dallo storico tropeano Francesco Sergio vissuto tra il 1642 e 1720.

Altri quadri si possono ammirare nella Michelizia: la Crocifissione di Gesù, firmato Grimaldi Tropien, 1710. Si tratta di Giuseppe Grimaldi, pittore tropeano vissuto tra il ‘600 e il ‘700, ai più sconosciuto ma che lasciò importanti lavori nelle chiese tropeane.

Importante è un quadro del Cuore di Gesù.

Ma l’opera più notevole è l’altare settecentesco in legno così le statue di sant’Anna e Gioacchino poste ai lati con in mezzo la Madonna. Gli esperti del restauro di Cosenza ad un attento esame hanno rinvenuto sotto quella effigie la figura di una Madonna senza volto del Duecento.

Queste notizie, appaiono in uno scritto a firma illeggibile che il parroco della chiesa del Carmine, don Muscia ci ha gentilmente fornito con la preghiera di fare qualcosa per far ritornare la chiesa della Michelizia al culto ed agli antichi splendori di un tempo.

http://www.almcalabria.org/wp-content/uploads/2010/10/La-Chiesa-Michelizia-di-Tropea.jpg
La Chiesa Michelizia di Tropea

Attualmente la Michelizia è sconsacrata e viene utilizzata per concerti e manifestazioni musicali. Versa in uno stato di totale abbandono. Forse le Istituzioni potrebbero fare qualcosa, più che di soldi ha bisogno di cura perché è un importante sito non tanto culturale, parola abusata, ma artistico. In fondo non c’è epoca in cui il genio ( e l’arte) non abbia trovato il modo di manifestarsi. Oggi la chiesa e le sue opere sono cadute in uno stato di prostrazione e di abulia prodotto dall’incuria e dalla indifferenza degli uomini. Il sindaco, spirito tenace tropeano non può e non deve desistere e ci deve regalare in qualche maniera un intervento capace di aprire uno scorcio sulla vita culturale e artistica di una buona parte dei secoli scorsi.

Stefano Cucchi, a distanza di un anno ancora poche verità

Share

di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi stato ucciso un anno fa. Un manifesto lo ricorda su internet con un scritta agghiacciante: assassinato dallo Stato. Un anno ci separa dalla notte del 15 ottobre 2009 quando Stefano venne fermato, arrestato e picchiato. Strappato all’affetto di quelli che lo amano da una giustizia troppo ingiusta che lo restituire senza vita dopo 7 giorni, il 22 ottobre 2009. Giovanni Cucchi, il papà di Stefano, durante la conferenza stampa in cui venivano date alla stampa le foto e la notizia, chiedeva “Vogliamo sapere perché alla richiesta precisa di Stefano non stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”.

Ma, a distanza di un anno, le risposte a queste domande ancora non ci sono. La giustizia ha tempi lunghi. La storia di Stefano e le immagini del corpo rese pubbliche in quella conferenza stampa colpirono l’Italia tutta suscitando sconcerto, indignazione e rabbia. Rabbia per la morte di un giovane, ma non solo. Le dichiarazioni di parte della politica giustificarono quello che era accaduto ricercando nella vita privata di Stefano e della sua famiglia i pretesti morali per giustificare la barbarie. Quello che accaduto a Stefano rappresenta lo spaccato di un paese dove troppo spesso la dignità degli esseri umani viene sacrificata in nome del giudizio morale, della punizione esemplare, della sicurezza. Ma Stefano no il solo. Qualcuno propone addirittura un’associazione Nazionale per chiedere verite giustizia per le vittime delle forze dell’ordine. Per chiedere giustizia e verità della morte di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani e molti, troppi altri ancora. Il 5 ottobre ripartito il processo sulla vicenda di Stefano che vede alla sbarra un intero sistema costruito su abusi di poteri, negligenze, violenza, menzogne. Oggi invece c’è bisogno di verità. E c’è bisogno di verità su quello che nelle carceri continua ad avvenire. La pena alla morte e i suicidi di liberazione da un trattamento anticostituzionale e disumano. Dopo il bluff del ddl svuota carceri, le carceri illegali, anticostituzionali, continuano a causare maltrattamenti, torture e morte. Lultimo suicidio avvenuto nel carcere di Reggio Calabria dove, lo scorso 23 settembre, Bruno si tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. Aveva 23 anni ed il 49mo detenuto suicida in carcere dall’inizio dell’anno. Forse, come ci ricorda Voltaire, anche su questo si misura la civiltà di un paese e non sufficiente ricordarsene solo a ferragosto.

Amianto, la storia (anche) calabrese di un killer subdolo

Share

di Giuseppe Candido

Eternit è un marchio registrato di fibrocemento e il nome di una ditta che lo produce. E’ stato utilizzato in edilizia come materiale da copertura nella forma in lastra piana o ondulata, oppure come coibentazione di tubature, navi, canne fumarie ecc. La sua commercializzazione, in Italia, è cessata ufficialmente dal 1992.

Nel 1901 ’austriaco Ludwig Hatschek brevettò il cemento-amianto col nome Eternit mutuando il nome dal latino aeternitas, che significa eternità. Già nel 1902 Alois Steinmann acquista la licenza per la produzione e, nel 1903, apre a Niederurnen le Schweizerische Eternitwerk AG e, in breve, l’Eternit divenne popolarissimo tanto che, nel 1911, la produzione di lastre e tegole sfrutta appieno la capacità produttiva della fabbrica. Nel 1915 sono immesse sul mercato anche le fioriere in Eternit. Poi, 13 anni più tardi la produzione si diversifica. Nel 1928 inizia la produzione di tubi in fibrocemento, che fhanno rappresentato lo standard per la costruzione degli acquedotti e dei serbatoi idrici fino agli anni settanta. Nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti di fabbricati civilim pubblici e privati oltreché di capannoni industriali.

Negli anni quaranta e cinquanta l’eternit trova poi impiego in parecchi oggetti di uso quotidiano. Anche una sedia da spiaggia. Dal 1963 l’eternit può essere prodotto in varie colorazioni. Dal 1984 le fibre di asbesto vengono via via sostituite da altre fibre non cancerogene fin quando, nel 1992 viene introdotta la legge che di fatto lo vieta per qualsiasi utilizzo. L’amianto rappresenta infatti un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate.

Nonostante sin dal 1962 era noto in tutto il mondo che le fibre di amianto provocassero il mesiotelioma pleurico, una forma di cancro delle pleura oltre che la più nota asbestosi, a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria e a Broni, in provincia di Pavia, la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti. Fino al 1986 la prima e fino all’entrata in vigore della legge n 93 per Broni, tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni, soprattutto a lungo termine, che le fibre di amianto provocano, col solo fine di prolungare l’attività dello stabilimento e quindi dei profitti. A Casale Monferrato i morti e i contaminati da amianto sono migliaia, anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’eternit. Un killer subdolo ma “democratico”.

Fino al 1994, ricorda il presidente di Assoamianto, Sergio Clarelli in un’intervista all’Espresso, “la situazione era paradossale, perché la legge 257/1992 riconosceva i rischi per la salute e metteva al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto e di prodotti contenenti amianto, ma non la loro utilizzazione”.

L’epidemiologo Valerio Gennaro dell’Istituto tumori di Genova che da anni si occupa dei tumori correlati all’esposizione da amianto, dice che di amianto si morirà sino al 2040 e che il picco arriverà solo tra 4 o 5 anni. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità invece il picco delle morti bianche arriverà tra il 2025 e il 2030.

Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro”. All’udienza nel processo a Torino del 12 luglio 2010 decine di cittadini di Casale Monferrato, la cittadina più colpita dagli effetti di questo subdolo e micidiale veleno, si sono presentati in tribunale con una fascia nera legata al braccio, in segno di lutto; hanno voluto ricordare Luisa Minazzi, loro concittadina deceduta una settimana prima, uccisa dal mesotelioma, il tumore provocato dall’amianto. Tra i testimoni ascoltati, il giornalista casalese, Giovanni Turino, autore del libro “Eravamo tutti ricchi di sogni” che ha ricordato come, già nel 1964, – cinquant’anni fa! – il giornalista e dirigente del PCI Davide Lajolo aveva denunciato su “L’Unità” i pericoli incombenti sui casalesi, parlando esplicitamente di mesotelioma e non solo di asbestosi.

Giorgio Corradini, un ex operaio dello stabilimento Eternit di Rubiera, un paese vicino di Reggio Emilia, ha raccontato le lotte sindacali intraprese negli anni Settanta per ottenere migliori condizioni di lavoro, adottate solo dieci anni dopo: cose perfino banali, come le mascherine di protezione, gli armadietti doppi per gli indumenti, la possibilità di far lavare le tute di servizio in azienda e non a casa, ed è sconcertante che queste cose minime siano state oggetto di lotta e rivendicazione durate dieci anni. L’azienda non forniva molte informazioni sui rischi per la salute: “Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro. Il medico interno ci diceva che fumare e respirare la polvere non faceva bene”.

Soltanto in Calabria, nel 2006, sono state oltre duemila le richieste pervenute all’Inail per l’accesso ai benefici previdenziali concessi ai lavoratori esposti all’amianto durante l’attività lavorativa.

Presso la sede regionale sono giunte ben 2.339 richieste dei benefici previdenziali previsti dalla legge.

Le richieste pervenivano dalla zona di Crotone, area con una elevata concentrazione di industrie chimiche. In particolare 769 domande riguardavano la Montedison-Enichem, mentre erano 429 i curricula pervenuti alla Direzione provinciale del lavoro. Delle certificazioni presentate, 75 hanno subito avuto esito positivo con emissione dei relativi certificati per i lavoratori.

Le domande pervenute dalla Pertusola sono state 730, i curricula 313 (di questi, le certificazioni positive emesse sono state 135 e 115 quelle negative). Dalla Guffanti sono pervenute 35 domande e 35 sono state le certificazioni positive emesse. Altre 129 domande riguardano le FS, 71 l’Enel, 70 i Vigili del fuoco e 421 altri settori.

Ad oggi soltanto due delle venti Regioni hanno previsto uno specifico piano ed una data certa in cui arriveranno a completare la bonifica e la rimozione dei materiali contenti amianto: la Lombardia che prevede lo smaltimento entro il 2016 e la Sardegna che dovrebbe completare la rimozione dell’amianto entro il 2023.

Il Piano Regionale Amianto della Lombardia (PRAL), approvato nel dicembre del 2005 con deliberazione della Giunta Regionale, spiega che, in base a quanto disposto dall’art. 6 del D.P.R. dell’8 agosto 1994, in Regione Lombardia gli impianti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti contenenti cemento-amianto, erano le discariche per rifiuti inerti con settore appositamente dedicato, gestite secondo specifiche sanitarie molto severe.

Nel Piano si specifica però che “Le nuove modalità e i nuovi criteri di deposito dei rifiuti contenenti amianto – che prevedono la realizzazione di celle appositamente ed esclusivamente dedicate, la coltivazione delle celle ricorrendo a sistemi che prevedano la realizzazione di settori o trincee e la necessità di spazi morti che comportano perdite di volumetria – e le modalità gestionali, che prevedono campionamenti ed analisi, sono particolarmente onerosi e difficilmente i gestori privati di discariche per i rifiuti pericolosi o non pericolosi, saranno disposti a realizzare tali celle. Pertanto, già in quel Piano del 2005 la Regione Lombardia prevedeva la necessità di “adottare provvedimenti regionali che consentano modalità di realizzazione e gestione di discariche per rifiuti di amianto legato in matrice cementizia e/o resinoide economicamente sostenibili, garantendo, comunque, il rispetto dei criteri della direttiva discariche (direttiva 1999/31/CEE) e la tutela dell’ambiente e della salute pubblica”. Nel piano erano previsti un “censimento dei manufatti contenenti amianto” di edifici e luoghi pubblici e privati con presenza di amianto e, persino, la mappatura geo-referenziata delle coperture in cemento-amianto.

La Calabria allo stato attuale non ha ancora provveduto a redigere un proprio Piano Regionale per l’amianto. Anche se il Piano regionale dei rifiuti, redatto e approvato nel 2002 dall’Ufficio del Commissario per l’Emergenza Ambientale, pone in essere una pianificazione della problematica che prevede una “prima fase” di acquisizione dei dati, propedeutica ed indispensabile alla formulazione di una pianificazione specifica. Nel rapporto regionale sui Rifiuti curato dall’Arpacal la parola “amianto” compare una sola volta e i dati relativi alla sua diffusione sul territorio regionale non vi sono o forse non esistono neanche.

Con delibera della Giunta Regionale La Regione Calabria nel luglio del 1996 ha costituito una commissione a cui ha affidato il compito dì studiare e definire il Piano Regionale Amianto.

Successivamente nel dicembre del ’96, con atto deliberativo la Regione ha approvato le “linee guida per la protezione dell’ambiente, la decontaminazione e la bonifica delle aree interessate da inquinamento da amianto”.

La delibera prevedeva nella “Programmazione degli interventi di bonifica” di effettuare il censimento dei siti interessati da attività di estrazione dell’amianto, delle imprese che utilizzano o hanno utilizzato amianto nelle rispettive attività produttive nonché delle imprese che operano nelle attività di smaltimento o di bonifica, il censimento degli edifici nei quali sono presenti materiali o prodotti contenenti amianto libero o in matrice friabile, con priorità per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti, quindi la predisposizione di programmi per dismettere attività estrattiva dell’amianto e realizzare la relativa bonifica e l’individuazione dei siti idonei per lo smaltimento dei rifiuti contenenti asbesto.

Con fondi della Misura 1.8 del POR 2007-2013, sono stati predisposti gli strumenti finanziari per la rimozione di manufatti in amianto da strutture pubbliche.

A tutt’oggi nessun sito autorizzato per lo stoccaggio o individuato per lo smaltimento di materiali contenenti la fibra killer che, invece, si può spesso rinvenire in discariche abusive nei greti dei corsi d’acqua e persino sulla spiaggia.

A Reggio Calabria, il 26 maggio 2009, la Guardia di Finanza sequestra 36 tonnellate di amianto. Il titolare della ditta dove era stato trovato è stato denunciato per trasporto e stoccaggio abusivo di materiale pericoloso per la salute pubblica.

Ad Aiello Calabro, la guardia costiera di Vibo Valentia sequestra un terreno di ben 29 ettari adibito a discarica abusiva, di proprietà dell’Istituto Papa Giovanni XXIII.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, dopo che erano stati eseguiti numerosi accertamenti. Nell’area sequestrata furono trovati rifiuti edili e traverse ferroviarie, nelle quali si suppone la presenza di amianto. E, sempre in Calabria, una tonnellata di amianto è stata sequestrata sulla spiaggia in località Bocale di Reggio Calabria. La discarica abusiva era nascosta nella sabbia ed è stata scoperta dalla Guardia di Finanza.

A Cosenza, il centro urbano è invaso dai tetti in eternit: a rivelarlo è uno studio condotto con una metodologia che ha reso possibile il monitoraggio e l’analisi visiva dei siti, mediante la compilazione di schede, l’osservazione di una specifica documentazione aero-fotografica e l’elaborazione dei dati acquisiti mediante software dedicati.

Le rilevazioni sono state eseguite nella parte centrale del territorio cittadino, su indicazione della stessa Amministrazione, precisamente nell’area delimitata a nord dall’Autostazione, a sud dal Lungo Busento Tripoli, ad est da via Quattromani, piazza Matteotti, viale Parco e, ad ovest da via Monte Baldo, via Montesanto, via Alimena.

Il rettangolo cittadino preso in considerazione nello studio reso noto da Francesca Canino sul portale indymedia.org, “Ha consentito di effettuare una mappatura completa degli stabili inquinati dal pericoloso materiale e determinarne lo stato e la consistenza nei punti rilevati, considerata l’emergenza nel settore dei rifiuti solidi urbani”.

È fuor di dubbio”, si legge, “che i frantumi di eternit, a causa dell’affioramento delle fibre di amianto, siano da considerarsi rifiuti pericolosi qualora vengano abbandonati in discariche all’aperto”.

E ancora: “Attraverso una precisa documentazione fotografica, è stato possibile accertare e collegare la presenza di amianto sui diversi immobili censiti, procedendo, poi, al rilievo del materiale per una stima dello stato di conservazione. È proprio la struttura del materiale a costituire un pericolo a causa del persistente sfaldamento dell’eternit, quando lo stesso presenta una struttura friabile dovuta alla sua vetustà: in questo caso i danni derivanti dalla dispersione delle polveri di amianto, rappresentano un pericolo rivolto a tutti i soggetti che abitano nelle vicinanze”. “… Si è accertato che la superficie totale dei materiali contenenti amianto (coperture, pavimenti in gomma, pannelli) nella zona presa in esame, è pari ad oltre 20.000 metri quadrati, di cui circa il 90% è rappresentato dalle coperture in eternit degli edifici, nella stragrande maggioranza privati. Analizzando, in un secondo momento, la qualità dell’amianto presente nelle aree esaminate, è risultato che, degli oltre ventimila metri quadri, il 60% presenta una struttura friabile, il rimanente 40% compatta”. Ed è proprio la porzione con struttura “friabile” a rappresentare il pericolo per la salute, poiché il rilascio di fibre nell’ambiente e la loro conseguente inalazione, sono causa di gravi malattie all’apparato respiratorio. “La presenza di migliaia di metri quadrati di amianto nel centro città, soprattutto non più compatto, richiede interventi di bonifica urgenti mediante la predisposizione di attività di decontaminazione per la tutela della salute dei cittadini, la maggior parte dei quali ignora di cosa sia costituito il tetto dell’edificio in cui vive”.

Nella locride, a Bovalino, nel luglio del 2009 l’inquietante copertura dell’ex fabbrica “Rica” finisce sulle pagine dei quotidiani locali dopo che l’allarme era stato lanciato sul web. Ma è sufficiente fare qualche passeggiata lungo il corso di fiumi e fiumare per avere l’idea della vastità del fenomeno dello smaltimento illegale di questo materiale. E basti pensare che la Regione Calabria non si è ancora dotata di un piano per lo smaltimento di amianto che, rifiuto pericoloso, richiede particolari tipi di discariche.

Questa la situazione, questi i fatti che, dalla cronaca, emergono. E, a Sellia Marina, l’amianto lesionato, in frantumi, oltre che nella Fiumara Uria, lo si può tranquillamente rinvenire sulla battigia dove i bagnanti convivono con il subdolo “serial killer”.

D.G. Calabria n° 3569 del 20/7/1996

D.G. Calabria n° 9352 del 30/12/1996

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

Share

Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.