La voce del diritto e della libertà: le gazzette nemiche dei tiranni

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La nascita e l’evoluzione di una nuova, importante, esperienza culturale

di Giuseppe Candido e Filippo Curtosi

Da quando furono impiantate le prime officine tipografiche anche la Calabria ebbe allora i suoi giornali e il primo di essi fu stampato a Monteleone Calabro

Pubblicato su Calabria Letteraria, Anno LX, N°1-2-3 – Gennaio, Febbraio, Marzo 2012

Nell’era digitale in cui i giornali e le riviste diventano documenti elettronici in formato portatile (pdf) e quando la televisione tradizionale, che già predominava, sbarca oggi su internet e sul satellite, parlare di “vecchi” giornali, della loro nascita e della loro prima diffusione, farsi domande sul loro ruolo nella politica nazionale e locale potrebbe essere visto come anacronismo puro.

D’altronde ne è passato di tempo da quando, alla fine del ‘700 dopo che era stata concessa la pubblicità dei dibattiti parlamentari in Inghilterra Edmund Burke, filosofo e politico conosciuto come il “Cicerone britannico”, rivolgendosi ai giornalisti presenti alla camera dei Comuni, disse loro: «Voi siete il quarto potere». Quando lo fece era appena nato il quotidiano più famoso del mondo: il Times. Proprio perché politica e libera, l’attività giornalistica era allora circondata, in Inghilterra, da un rispetto che invece sul Continente, “impastoiata dalla censura, e limitata alla rissa letteraria”, non riuscì mai meritare. Allora, agli albori della stampa quotidiana, i pubblicisti erano temuti, ricercati, spesso adulati, ma mai amati. Svolgevano un’insostituibile funzione: divulgavano le conoscenze artistiche e scientifiche, aiutando il successo dell’Illuminismo e preparando indirettamente le rivoluzioni; ma proprio gli Illuministi – come gli storici ricordano a più voci – ne furono i critici più severi. Oggi che in Italia il tema della censura alla libertà di stampa è diventato drammaticamente attuale e che, allo stesso tempo, l’informazione di massa viola sistematicamente ai cittadini il diritto di “conoscere per deliberare”, ritrovarsi tra le mani un vecchio e polveroso numero della storica rivista Storia Illustrata che, nel settembre del 1962, pubblicava un articolo di Carlo Casalegno dall’attualissimo titolo “Le gazzette nemiche dei tiranni”, è davvero da considerarsi fortunosa e, per certi versi, incredibile. Un giornalista che, dopo aver svolto specifici studi, rievocava magistralmente le origini della stampa periodica documentandone meriti e limiti. Le statistiche di 50 anni fa evidenziavano, già allora, la presenza di oltre 7000 quotidiani stampati in tutto il mondo, con una tiratura complessiva che si aggirava attorno alle 220 milioni di copie anche se, già allora, mancando i dati precisi della Cina era difficile fare un calcolo preciso. Nel 2007, secondo le statistiche attuali, si era a quota 6580 quotidiani stampati in tutto il mondo per una tiratura complessiva di 395 milioni di copie al giorno. E anche se internet, il giornale in formato elettronico e gli altri media che la rete mette a disposizione, tendono a diffondersi in modo esponenziale, la carta stampata rimane ancora il business principale dell’informazione secondo solo a quello della tv. Nato nel 1702 come organo d’informazione, il giornale quotidiano divenne in breve tempo, come sostenne a chiare lettere il Casalegno, “la voce del diritto e della libertà”. Ma la storia delle “gazzette nemiche dei tiranni” comincia assai prima. “Nel giudizio corrente, – scriveva il Casalaegno – i pionieri del giornalismo furono i Romani con i loro troppo famosi Acta diurna; ma anche in questo campo, come per la polvere da sparo o la stampa tipografica o tante altre diavolerie, sembra che la priorità cronologica spetti ai cinesi”. E questo perché, par fondato che già ai tempi di Muzio Scevola – fra il 600 e il 500 a.C. – “nel Celeste Impero usciva un bollettino con le notizie ufficiali: il Ti-Pao (Notizie di Corte)”. Ma se ciò è vero, altrettanto vero è che la stampa moderna Cinese è oggi d’imitazione occidentale. Nella tabella dedicata ai primi venti quotidiani pubblicati nel mondo spiccavano i nomi del Daily Courant e del London Daily Post (Londra – 1702). Al quarto posto La Gazzetta di Parma (1735) nata come settimanale, poi divenuta quotidiano nel 1800. Più in basso, al 16° posto, La Gazzetta di Venezia e al penultimo La Gazzetta di Mantova. Soltanto più tardi, in Italia, nascevano altri quotidiani che avrebbero avuto più o meno fortuna: nel 1824 viene pubblicato il primo numero de Il Corriere Mercantile, nel 1848 vede la luce La Gazzetta del Popolo, nel 1859 La Nazione e nel 1860 il Giornale di Sicilia. Nel 1861, mentre l’Italia era appena nata, a luglio viene stampato il primo numero de L’Osservatore Romano; seguivano Il Sole (1865), La Stampa e il meno noto L’Arena (1866). Soltanto 10 anni dopo, nel 1876, vedeva a luce anche il Corriere della Sera.

E anche in Calabria la stampa fermentava di riviste, giornali e giornalisti: La Voce Pubblica (1862), La Verità (1870), L’Avvenire Vibonese (1882) diretto da Eugenio Scalfari e La Calabria (1888) diretta da Luigi Bruzzano sono soltanto alcune delle più famose testate tra le tante vibonesi che si possono citare. Già durante il decennio della dominazione francese, subito dopo l’istituzione delle Intendenze (1806), – come ci ricorda Mario Grandinetti nell’articolo “Periodici del Risorgimento in Calabria1” – furono impiantate nelle regioni che ne erano prive, “le prime officine tipografiche, e con esse, in ogni capoluogo di provincia, nacquero i primi «Giornali», destinati alla pubblicazione di atti ufficiali di governo”. Anche la Calabria, sottolinea il Grandinetti, “ebbe allora i suoi giornali, ed il primo di essi fu quello stampato a Monteleone Calabro dal tipografo Giuseppe Veriente, sotto la data del 18 gennaio 1808, col titolo di Giornale dell’Intendenza di Calabria Ultra.

E proprio a Monteleone di Calabria, oggi Vibo Valentia dove a breve si ricostituirà il circolo della Stampa Vibonese, cominciò una nuova, importante, esperienza culturale, che, “dopo aver conosciuto momenti di fortuna alterna nel periodo del Regno borbonico, si affermò in modo notevole solo dopo il conseguimento dell’Unità d’Italia”. In tutta Europa, Penisola tricolore compresa, durante il periodo che abbraccia l’ultimo decennio dell’Ottocento ed i primi venticinque anni del Novecento, suscitarono grande interesse le cronache elettorali, le quali, com’è risaputo, rappresentarono allora uno dei mezzi più efficaci di propaganda a disposizione dei candidati e ispirarono un grandissimo numero di periodici locali di cui costituirono il tema principale. Anche a Monteleone Calabro “conobbero gli onori della stampa giornali di varia ispirazione. E se pure tra il proliferare di testate vi furono quelle che si occuparono di cronaca da caffè a Monteleone di Calabria molti giornali videro impegnati, come redattori o collaboratori o anche semplici ispiratori, “il fior fiore di intellettuali della Città e del circondario. Molti dei temi trattati ebbero, anzi, un grande spessore culturale, che riuscì alla fine ad affermarsi sul piano politico, in nome dei grandi principi ideali. Il grande amore per la letteratura, anche quella popolare, per le scienze, la storia, la filosofia, per l’arte, archeologia e le tradizioni popolari furono i motivi ispiratori di molte pagine, comprese quelle, e ve ne erano molte, satiriche e umoristiche come La Zanazara fondato da Gabriele Ionadi nel 1913 come giornale “Satirico, umoristico, illustrato”.

Guerriera Guerreri ci dà notizia delle testate nel volume “Periodici calabresi dal 1811 al 1974”. Nel 1871 nella tipografia di Giovanni Troyse nasce La Ghirlanda, giornale scientifico, letterario e artistico; dalle stesse presse vedono la luce poi, nel 1875, L’Imparziale, giornale politico, giuridico, letterario e, nel 1876, Cronaca Vibonese di Nicola Misasi. L’Avvenire Vibonese, diretto da Eugenio Scalfari dal 1882, oltre alla pubblicazione settimanale, con periodicità annuale pubblicava le “Strenne de L’Avvenire Vibonese” per le quali ebbe fama proprio per l’elevato livello culturale.

L’elenco dei giornali e delle riviste calabresi che, a partire dall’Unità d’Italia e sino all’inizio del ventennio, venivano pubblicate a Monteleone Calabro è davvero lungo. Il Primo Passo, che iniziò le pubblicazioni pure nel 1882 fu definito “Giornale degli studenti. Organo di propaganda democratica, anticlericale, lontano dal servilismo ufficiale e privato, contro ogni istituzione ostile al benessere sociale”. Era la tipografia di Francesco Raho una delle più attive della Monteleone post unitaria. Qui, nel 1888, cominciò le sue pubblicazioni anche La Calabria, rivista di letteratura popolare diretta dal Professor Luigi Bruzzano che, se pur poco apprezzata dai suoi contemporanei, fu molto rivalutata in seguito proprio per gli illustri collaboratori. Vi scrivevano infatti personaggi del calibro di Carlo Massinissa Preesterà, Ettore Capialbi, Antonio Julia, G.B. Marzano, Ottavio Ortona, Carlo Giuranna, Eugenio Scalfari e Raffaele Lomabrdi Satriani. Nel primo numero del settembre del 1888, Luigi Bruzzano presentò la sua rivista con queste parole: “Tre anni fa, quando io col mio amico Ettore Capialbi pubblicavo nella quarta pagina de “L’Avvenire vibonese” i racconti greci di Roccaforte, pochi fannulloni, miei concittadini, assordarono di grida la redazione del giornale, per indurla a smettere la pubblicazione di tutte quelle nostre chiacchiere … Le belle e dotte recensioni, che uomini illustri e miei maestri scrissero di quei racconti nell’Archivio per le tradizioni popolari e nella Rivista di filosofia e letteratura d’Italia e provenienti da taluni professori della stessa Grecia, dettero … torto a quei dottoroni da caffè, che tuttavia ci guardavano con un sorriso di scherno e di compassione. Ora pubblico a mie spese una rivista di letteratura popolare, nella quale saranno inserite in gran numero novelline greche ed albanesi inedite, e scritti che riguardano gli usi e i costumi di queste contrade. Tale impresa … sarà proseguita con coraggio, se i miei colleghi calabresi vorranno darmi una mano e se avrò il compatimento di quegli uomini illustri, che altra volta si occuparono a scrivere dei racconti greci, raccolti da me e dal mio amico Capialbi”. Nel 1889 fino alla fine dell’Ottocento nacquero a Monteleone Calabro, nelle tipografie Raho e Passafaro, molte altre testate: La luce, La Sentinella, Il Mefistofele (con un numero unico), La vendetta, La Falce, Il Risorgimento, L’Indipendente, La voce del popolo, il Presente, La Risposta, La Leva, Il Corriere di Monteleone, Sveglia, Il Risveglio, La piccola Brezia, Il Piccone, La Caldaia, Il vespro e Pro Calabria pubblicato come supplemento de Il Piccone.

Poi, nel 1900, nascono nelle tipografie di Raho e Passafaro, Il Piccolo, corriere settimanale di Calabria e Il Savoia, Gazzetta di Monteleone. Nel 1901 viene stampato Monteleone a Garibaldi, un numero unico dedicato all’eroe dei due mondi. Nello stesso anno vede la luce pure Il Vibonese, rivista di letteratura, scienze ed arte. Nel 1902, nella tipografia di Francesco Raho, nasce Libertas, periodico settimanale che sulla testata reca due citazioni: “La verità ci rende liberi” di Gesù e “La libertà ci renderà veraci” di Giordano Bruno. Nel 1903, nella stessa tipografia, viene fondato pure Lucifero. Entrambi hanno come Gerente responsabile Salvatore Licastro. Nel 1904, presso la tipografia Giuseppe La Badessa, vengono stampati i primi numeri de La Lotta, Il fuoco, nell’arte, nella vita, nell’umorismo, gazzetta politica amministrativa che aveva ben due direttori responsabili: G. Mele e A. Scabelloni. Nella tipografia Passafaro, sotto la direzione di Giuseppe Montoro, viene fondato Vita Nuova, gazzetta politica amministrativa del Circondario che si pubblicava ogni domenica. Allora la tipografia di Giuseppe La Badessa pubblica un numero unico di un giornale dal singolare titolo che evidenzia la rivalità tra le diverse testate: Risposta al giornale Vita Nuova. Esilarante, un fermento culturale eccezionale terminato soltanto con l’avvento del fascismo e della relativa censura. Nel 1905, diretto dal Francesco Ranieri nasce, nella tipografia del La Badessa, il settimanale studentesco Iride; lo stesso anno e nella stessa tipografia vengono stampati per la prima volta Il gazzettino vibonese (numero unico), Il Moto, Il Riscatto (numero unico) e Il mentore vibonese, mensile religioso letterario diretto ed amministrato dalla Parrocchia di S. Michele con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica. Sempre nel 1905, presso la tipografia di Passafaro, prende vita La rivista vibonese, giornale radicale del Circondario che si pubblicava ogni domenica.

Il fervore culturale e la rivalità tra le officine tipografiche proseguono a Monteleone pure nel 1906 quando nascono Il Tamburo, La Gazzetta Valentina, La parola degli onesti e Il Marchio. L’anno successivo vengono fondati L’Agitazione, settimanale d’interessi regionali, Il Pane, giornale socialista per i senza pane diretto da Michele Pittò, e Il Randello.

Poi, nell’ottobre 1908, viene stampato il numero unico de A Garibaldi la Massoneria di Monteleone. Dal 1909 al 1920, in poco più di un decennio, vedono la luce, soltanto a Monteleone Calabro, altre ventitré testate: Il Crogiuolo, Il Faro (1909), Il Foro valentino (1910), La Difesa, La Difesa degli interessi del Circondario, Juvenilia (1911), Il Paese e L’Ambiente (1912); La Zanzara (1913), Il Pensiero del Circondario e Libera parola (1914); Il Pennello, L’Avvenire, La Fiaccola (dall’ambizioso titolo sotto testata: “Organo per la difesa dei supremi interessi della Scuola e della Calabria”) e La Fronda (1915); Nel 1918, in occasione della fine del conflitto mondiale, presso la tipografia di G. Raho venne stampato un “numero unico” de I Nostri Eroi con l’evidente intento di celebrare e commemorare i caduti della nostra Terra durante la guerra. Nel 1919 nascono poi Il Giornale di Monteleone, La Favilla, La libera Calabria, ed il quindicinale della gioventù Satana. Nel 1920, per cura della Sezione socialista di Monteleone, viene fondato il “Quindicinale per la propaganda socialista” Calabria Rossa e, presso la tipografia di Giuseppe La Badessa il Gloria! Giornale del fiumanesimo in Calabria.

L’attività giornalistica continuò a fervere a Monteleone e in tutta la Calabria, dal Pollino allo Stretto, nascevano giornali e riviste di cui ha senso custodire oggi la memoria. Immaginiamo un archivio unico dei giornali calabresi magari consultabile anche on line attraverso le nuove tecnologie di internet. Anche perché, alcune di quelle domande che Casalegno si poneva nel 1962 sono ancora oggi assai attuali per il ruolo e il futuro del giornalismo. I giornali furono “strumento d’interessi governativi, nazionali, economici? Oppure rappresentano una vera manifestazione di libertà di parola? Semplice mezzo di propaganda o vero interprete dell’opinione pubblica? Furono insomma, arma passiva in mano al potere politico, o riuscirono ad essere autentico «quarto potere»?

Considerate le condizioni in cui versa oggi sia la stampa locale sia quella nazionale, per chi affronta la professione giornalistica e per chi ancora crede che l’informazione sia davvero il “quarto potere”, sarebbe necessario porsi oggi queste domande, magari proprio mentre si scrive un articolo o mentre si conduce un’inchiesta.

1In «Rassegna storica del Risorgimento», a. LXXIX (1992), Fasc. I, p. 3

 

Calabria Letteraria compie 60 anni

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L’anniversario dei 60 anni dalla nascita dell’illustre Rivista calabrese fondata da Emilo Frangella che, nella nostra regione, tiene alta la fiammella della cultura, sarà celebrato sotto le stelle di San Lorenzo, il prossimo 10 agosto alle ore 21, presso il centro benessere delle Terme Luigiane ad Acquappesa di Guardia Piemontese (CS). A darcene notizia sono il suo direttore, Franco Del Buono, assieme al presidente del comitato organizzatore, Attilio Romano che, nel rimetterci l’invito ci raccomandano di dare massima visibilità all’appuntamento che vedrà esibirsi, in un simposio sotto le stelle cadenti, la voce del bel canto italiano, Cesira Frangella.

Calabria Letteraria

Storia della mancata prevenzione e il terremoto delle Calabrie del 1905

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di Giuseppe Candido

Rovine di Piscopio
Rovine di Piscopio

Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e l’alluvione del torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro, Maierato in Calabria. Solo alcuni degli ultimi nomi che a memoria ricordiamo.

Purtroppo non esiste – a livello nazionale (né tantomeno a livello regionale) – un ente che, per compito istituzionale, raccolga ed archivi sistematicamente le informazioni relative agli eventi calamitosi e che rendiconti annualmente l’ammontare economico dei danni (oltreché delle vittime) conseguenti a ciascuna calamità naturale. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 è, rivalutato secondo moneta corrente, superiore ai 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Per delineare il fenomeno del dissesto idrogeologico in Italia è necessario fare riferimento al progetto IFFI, l’inventario dei fenomeni franosi in Italia curato dall’Agenzia per la Protezione Ambientale. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI offrono infatti un quadro della distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano. L’inventario ha censito, alla data del 31 dicembre 2006, 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Più dell’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. In Calabria praticamente non c’è un Comune che non sia a rischio idrogeologico eppure, anche di questo come del rischio sismico, ci interessiamo solo dopo la tragedia ma non ce ne preoccupiamo, cioè non ce ne occupiamo prima.

Come il censimento della vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di nove regioni realizzato da Franco Barberi per la Protezione Civile e lasciato nel cassetto per anni dal 1999, anche la mappatura effettuata dal Cresmel nel 2009 per le aree franose del nostro Paese ci fornisce un dato preoccupante: dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico regionali, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali, si evidenzia chiaramente come siano ben 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico nel nostro paese; 89 gli ospedali. Ma anche per questo non si può fare nulla perché il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Anzi, di recente, il Quadro Territoriale Regionale (QTR) ha dimenticato proprio di inserire le mappature dei rischi sismico ed idrogeologico nella bozza presentata: una questione di cultura, quella della mancata prevenzione.

E poiché al peggio non c’è mai fine, dalla padella del dissesto dobbiamo necessariamente ricordare la brace del rischio sismico. Quasi 4 miliardi di euro all’anno se ne vanno solo per il rischio sismico. Emergenze, quelle sismiche ed idrogeologiche del nostro paese, non più rinviabili dalla partitocrazia che le ha causate dimenticando la parola prevenzione.

La Calabria è notoriamente una delle aree della penisola con un altissimo livello di sismicità, uno dei più alti d’Italia. Ricorrenti e disastrosi i terremoti nei secoli l’hanno sconvolta. Nel 1783 un grave sciame sismico che durò tre anni, poi il disastroso terremoto del 1905 e, soltanto tre anni dopo, l’apocalisse che devastò Reggio Calabria e Messina nel 1908. U terremuoto, lo chiamavano.

Oggi è lo sciame sismico emiliano, prima il sisma in Abruzzo dell’aprile del 2009 l’aveva ricordato a tutti: il problema della sismicità è un problema generale per tutta la penisola; in Calabria, non dovremmo però dimenticare quanti terremoti e con quale gravità essi scossero la nostra Regione che, sula carta della sismicità italiana, è quasi tutta una macchia rossa e dove, ancora oggi, molti edifici pubblici, tra cui scuole e ospedali, sono rimasti con un’alta o medio alta vulnerabilità sismica, senza che nessuno facesse niente. Bisognerebbe forse far rileggere le cronache di allora ai nostri eletti in Calabria per svegliare una classe politica inconcludente nel governo del territorio e che dal 2009 ha dimenticato di approvare una legge antisismica che potrebbe salvare qualche vita ma che, evidentemente, non piace alle lobbies dei costruttori.

Senza andare troppo indietro nel tempo ai terremoti del 1639 nel catanzarese e del 1793 nel vibonese, sia sufficiente ricordare ciò che accadde nel solo secolo passato.

La notte tra il 7 e l’8 settembre del 1905 una poderosa scossa di terremoto funestò la Calabria. I giornali dell’epoca diedero grande attenzione e mandarono inviati e fotografi per raccontare i disastri. “Il gravissimo terremoto in Calabria e in Sicilia” titolava Il Giornale d’Italia: “Scene angosciose, una notte di terrore, morti e feriti, paesi distrutti” era l’occhiello. L’Ora, corriere politico quotidiano della Sicilia, nel numero del 10 settembre del 1905 raccontava ai suoi lettori “dei soccorsi” e degli “Spaventevoli disastri”.

Nella provincia di Catanzaro la desolante serie dei paesi distrutti o fortemente danneggiati: Girifalco, Olivadi, Borgia, Palermiti, S. Floro, S. Caterina sullo Ionio, Isca sullo Ionio, Tiriolo, Dinami, Ionadi, Monteleone, Parghelia, Piscopio, Pizzo, Maida, Polia, San Mango. A Catanzaro, anche l’ospedale riportò gravi lesioni.

Un’orrenda catastrofe” titolava a due giorni dal disastro La Rivista Vibonese: “Appena riavuti dal grande panico prodotto dalla forte scossa ed usciti in mezzo alla via, abbiamo constatato – scriveva in prima pagina la redazione – che i danni superavano ogni nostra previsione. La luce elettrica completamente spenta, l’aria annebbiata da densi nuvoli di polvere uscente dalle finestre e dalle larghe fenditure prodottesi nei muri, una folla di gente gridante in cerca dei propri cari dispersi nel buio della notte, qualche lume qua e là di luce fiochissima, gridi di pianto e di dolore, una disperazione delle più terribili”.

I circondari di Monteleone e di Nicastro furono le aree più colpite dal sisma il cui effetto distruttivo si estese anche a due fasce delle provincie di Cosenza e di Reggio Calabria. Stando alle cronache del tempo furono distrutti o gravemente danneggiati 326 comuni, 135 in provincia di Catanzaro, 107 in quella di Cosenza e 84 in quella di Reggio Calabria. Più di ottomila le case crollate e oltre 700 i centri abitati danneggiati. Quasi completamente distrutti furono Zammarò (70 morti), Parghelia (62), Piscopio (60), Stefanaconi (65), San Leo di Briatico (24), Aiello (23), Martirano (16). Sei morti anche a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia).

Dovunque sono stato, – scriveva Olindo Malagodi su La Stampa – per tutti i luoghi della devastazione, uno stesso spettacolo si offriva: la sproporzione fra l’entità del disastro e la meschinità dei soccorsi … e vedevamo, con l’animo gonfio di angoscia, fronti sempre più rabbuiate e sguardi sempre più sconfortati, una disperazione sempre più cupa e sconsolata, una delusione che pareva un rimprovero. Ci son voluti nove giorni per assicurare una ragionevole distribuzione di pane …”.

Luigi Barzini, autorevole inviato per il Corriere della Sera, fu uno dei primi a giungere in Calabria e la notte dell’11 settembre invia la sua testimonianza: “In Calabria si muore”. “È troppo vasto il quadro di orrore e ho qualche cosa di più urgente da dirvi. Nella emozione, nella concitazione di quest’ora, non posso – scriveva – che gettarvi un grido d’aiuto; più tardi saprete in dettaglio quanto avvenne di spaventoso, saprete le stragi che la terra a commesso, le infamie di questa terra che tutti gli uomini chiamano madre. Adesso sappiate ciò che avviene mentre telegrafo. Qui intorno si muore di fame e di sete: i soccorsi, per quanto alacremente portati, non bastano; manca il pane ai sani, la carne ai feriti, manca l’acqua, manca il ricovero ai morenti. Intorno ai paesi una lugubre folla dolente si accascia; vi sono silenziose ventimila persone che perdono tutto, che non hanno neppure recipienti per andare alle fonti per attingervi; sono silenziose moltitudini che non possono staccarsi dalle rovine delle loro case, dovei i cari morirono e che, stordite, aspettano senza forza quegli aiuti che non arrivano mai. In alcuni luoghi, come Monteleone, poche case crollano; ma negli abitanti v’è ora il terrore della casa. Essa è il nemico. …”.

La casa, l’edificio, la struttura che fino al giorno prima rappresentava la sicurezza, il giaciglio confortevole, si era trasformata nel peggior nemico. Già, perché, anche allora come adesso, non è mai il terremoto che ti uccide ma la casa che rovinosamente crolla sulla testa. Ed è proprio per questo che, conoscendo la storia sismica del nostro paese che ci lascia ben prevedere dove avverranno e con quali intensità altri terremoti, non dovremmo più permettere che si continui a costruire con metodi “poco rigorosi” da un punto di vista antisismico e dovremmo sbrigarci ad adeguare quelle strutture pubbliche censite come vulnerabili già dal 1999 cominciando dalle scuole dove mandiamo i nostri figli a studiare.


Non è il terremoto ad uccidere

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Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

Fanno tragicamente notizia in questi giorni lo sciame sismico e i terremoti dell’Appennino modenese assieme alle vittime malcapitate che, ogni qual volta una struttura edificata non regge alle scosse, sono conseguenti alle rovine. Ma dobbiamo dirlo chiaramente non è la natura matrigna ad uccidere; non è il cataclisma naturale ad uccidere. Ancora una volta, a causare questa strage continua di popoli è la strage di regole, norme antisismiche e, più semplicemente, dello stesso buon senso. Se gli stessi terremoti che hanno scosso e continuano a scuotere l’Emilia Romagna si fossero verificati in Giappone non sarebbe morto nessuno. Gli operai morti nei capannoni in questi giorni hanno lasciato questa terra non per una causa naturale ma perché, come per gli abitanti dell’Aquila, la prevenzione in questo Paese si è fermata all’anno zero. Se la protezione civile nazionale è diventa leader nel mondo nella gestione delle emergenze tanto da straripare persino nella gestione dei grandi eventi, e se con la previsione siamo pure ad un livello avanzato della mappatura dei rischi, dal punto di vista della prevenzione ce ne infischiamo come se il costo della stessa fosse una spesa e non già un investimento. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni effettuate attraverso la Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto pubblico on line si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”. Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Poi nel 2009 il terremoto in Abruzzo e mentre trema l’Emilia, anche la Calabria ci ricorda la sua pericolosità.

Ma la vera notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier dell’Istituto – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile.

Il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, già nel1999 aveva effettuato uno studio per la rilevazione della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria. Premesso che quelli censiti come vulnerabili, in Abruzzo, sono venuti giù, abbiamo cercato di capire come stesse la nostra regione, la Calabria che è assai più sismica dell’Emilia Romagna.

La risposta che abbiamo trovato è sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non era migliore la situazione degli edifici pubblici civili (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”. In Calabria, se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero numerosi edifici pubblici, troppi, attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli e di ospedali che invece dovrebbero garantirci le cure anche dopo l’emergenza.

Nel 1999, il professor Vincenzo Petrini del CNR-GNDT nella sua presentazione del volume Rischio sismico di edifici pubblici scrive testualmente: “La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile”. “L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica”. Senza contare che programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, potrebbero avere, proprio nella situazione attuale di crisi, effetti collaterali positivi in termini di sviluppo “non drogato” dell’occupazione.

 

A loro insaputa

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di Giuseppe Candido

Non ne sapeva nulla Scajola mentre gli compravano l’appartamento; non ne sapeva nulla Penati e, con estrema disinvoltura, anche Francesco Rutelli non ne sapeva niente mentre il suo amico Lusi si fregava i soldi dalle casse del partito della Margherita. Davvero una vergogna d’abolire. Se alla Fiat o alla General Motors avessero fatto sparire 13 milioni di euro se ne sarebbero accorti la mattina dopo: alla Margherita no. Rutelli ha candidamente affermato che non ne sapeva niente fino a quando i magistrati non glie lo hanno riferito. Premesso che delle due una può essere vera: o Rutelli sapeva tutto e mente oppure, se è vero che non si è accorto di nulla allora non può essere capace di amministrare i soldi pubblici e dovrebbe, secondo un principio di responsabilità, andare a casa. Ma il problema vero non è Rutelli: quello che sarebbe immediatamente d’abolire è l’intera partitocrazia che, ladra di soldi dei cittadini e ladra di verità sulla loro volontà chiaramente espressa con un referendum, nel ’93, di abolire il finanziamento dello Stato ai partiti lo ha reintrodotto copiosamente con la legge – truffaldina – dei rimborsi elettorali. Truffaldina perché non solo tradisce la volontà degli elettori ma anche perché non lega i rimborsi erogati a spese realmente documentate dai partiti. No, la legge in vigore dal 97, rimborsa i partiti in base ai voti espressi nei loro confronti dagli elettori. Ogni voto si prendono 4 euro e li spendono poi senza rispettare neanche l’obbligo, costituzionalmente previsto, di rendere pubblici i loro bilanci. Quando venne abolita nel ’93 col referendum il meccanismo in essere distribuiva 59 milioni di euro di finanziamento e poco più di 656 mila euro di rimborsi elettorali. Ma da quando la quota del finanziamento è stata abolita la quota rimborsi è salita vertiginosamente di legislatura in legislatura in maniera esponenziale fino ad arrivare, con le elezioni del 2006, ad un rimborso di oltre 200 milioni di euro all’anno per ogni anno di legislatura per cinque anni anche se la legislatura ne dura soltanto due. L’ennesima vergogna per cui la Margherita, ancora oggi dopo essersi fusa coi DS nel PD, continua a prendere i suoi soldi dei rimborsi relativi alle elezioni del 2006 mettendoli nella cassa del tesoriere di turno. Una pioggia di soldi che ogni anno si riversa sulla partitocrazia e che, dal 2008, è arrivata alla straordinaria cifra di oltre 600 milioni per ogni anno di legislatura. Perciò, quando si parla di abolire i soldi alla casta si lasci perdere la decurtazione del loro numero che, oltretutto, diminuirebbe ancor di più, a discapito della trasparenza e del controllo, il rapporto eletto-elettore. Si pensi piuttosto ad abolire, immediatamente, il sistema dei rimborsi legandolo, magari, a spese realmente sostenute ed adeguatamente documentate.

 

Carceri illegali e criminalità di Stato

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di Giuseppe Candido

 

Sono anni che i Radicali trascorrono il Ferragosto ed il Natale nelle patrie galere coi detenuti; le visite ispettive per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere detenuti e personale di polizia penitenziaria non si fermano mai. Amnistia per la Repubblica subito non è solo lo slogan che oggi caratterizza la politica del piccolo partito di Pannella ma un’esigenza reale soltanto testimoniata con l’amore per la verità. E il sovraffollamento delle carceri che è sì, come ha sottolineato il Papa, “una doppia pena” non è però l’unico problema: mancano spesso acqua calda, cibo degno di questo nome e condizioni igienico sanitarie minime essenziali oltreché lo spazio stesso per respirare. La detenzione anziché rieducativa diviene afflittiva e la pena inumana non scritta in sentenza ma reale. Una pena che, come ha scritto Patrizio Gonnella sul blog di Micro Mega, “umilia, lede la dignità, trasforma i detenuti in numeri, li rende non persone, li induce alla malattia e alla morte”. Ma il problema carceri, se vogliamo, è ancor più grave perché è lo stesso Stato a non rispettare le proprie leggi e ad essere condannato per questo dalla giurisdizione europea. Dopo aver trascorso anche questo Natale in visita ispettiva al carcere di Regina Coeli, Marco Pannella, nella sua consueta conversazione settimanale da Radio Radicale con Massimo Bordin, ha definito per l’ennesima volta la realtà delle nostre carceri come una realtà di “flagrante opera tecnicamente criminale” da parte dello Stato. “In Italia la democrazia è negata e lo Stato e la Repubblica italiana si trovano dinanzi alla Costituzione, alla legalità e alla giurisdizione europea, dinanzi alla legalità internazionale, in una flagrante opera di carattere tecnicamente criminale”, ha detto testualmente sfidando i giornalisti a scriverlo piombo su carta e dirlo nei telegiornali. Delirio di un ulteriore, anche questo ennesimo, sciopero della fame? Sicuramente parole forti e accuse gravi che non solo intendono sottolineare ancora una volta la “prepotente urgenza” delle carceri, così come lo stesso Napolitano l’aveva definita, ma che contemporaneamente richiamano in causa lo stesso Presidente della Repubblica, quale garante della nostra Costituzione e al quale Pannella ricorda che “potrà – perché Lui lo crede – continuare a predicare che in Italia c’è democrazia e legalità” ma che, sostiene invece il leader radicale, nel nostro Paese c’è “criminalità di Stato e di Repubblica e i diritti umani, quelli semplici, sono letteralmente negati.” Poi, sul tema delle carceri, ai microfoni di Radio Radicale intervengono pure il deputato del Pd, Ezio Giachetti e il parlamentare del Pdl, Alfonso Papa che il carcere l’ha vissuto in prima persona per esservi stato recluso nell’ambito dell’inchiesta napoletana sulla P4 e che vi è ritornato, proprio alla vigilia di Natale, questa volta però anche lui in visita ispettiva da Parlamentare in carica. Giachetti spiega chiaramente che in carcere “si vive in condizioni peggiori d’animali. È difficile rappresentare a parole – aggiunge – quello che qui gli occhi possono vedere e che forse non avrebbero mai immaginato di vedere”. E in effetti la normativa europea consentirebbe di condannare chiunque detenesse animali domestici in tal modo. Ma le parole che più ci fanno riflettere sulla condizione delle carceri italiane sono proprio quelle di Alfonso Papa che, da Deputato della Repubblica non ancora decaduto e al quale, secondo Rita Bernardini, è “stato impedito di svolgere il suo mandato”, si è recato al carcere di Poggio Reale a visitare i detenuti. “Nei desideri di qualcuno – spiega subito l’Onorevole Papa – avrei dovuto passere lì il Natale. Ho avuto la fortuna e l’occasione di trascorrere il Natale con la mia famiglia ma è chiaro che il mio cuore e la mia mente sono rimasti lì. Anche perché, – spiega ancora – in quei cento e uno giorni, ho vissuto un’esperienza incomparabile sia per il dolore sia come esperienza “umana” che rappresentano queste situazioni. E quindi ritengo che sia doveroso, per un rappresentante delle Istituzioni e in particolare per una persona che il caso ha voluto che accadessero le cose che sono accadute (detenzione ndr), testimoniare la vigilia di Natale con questa mia presenza e questa mia vicinanza perché per me comincia, da oggi, un’azione di sensibilizzazione e di battaglia che mi prenderà la vita. Io adesso ho il dovere morale, nei confronti di tutto un mondo che ho conosciuto, di testimoniare la sofferenza e le condizioni nelle quali si vive nelle carceri italiane. È arrivato il momento che tutto l’arco istituzionale, tutti i partiti e tutto il Parlamento abbandonino questo silenzio, che definisco francamente colpevole e falso, per capire il significato di una battaglia che i Radicali, per la verità, da lungo tempo stanno combattendo in assoluta solitudine e che invece, oggi, ha bisogno di vedere coinvolta tutta la parte democratica del Paese”.

Un’amnistia servirebbe quindi non solo per umana pietà nei confronti di tutti quei detenuti lasciati vivere in condizioni inumane, ma un’amnistia sarebbe necessaria per riformare la giustizia e per ridare credibilità repubblicana ad uno Stato che, sotto quest’angolazione, non c’appare civile né di diritto ma contro il diritto stesso, quello scritto sulla nostra Carta fondamentale, e contro i diritti più elementari, quelli umani, dei cittadini. Una amnistia giusta e mirata a quei reati socialmente poco rilevanti consentirebbe di avere una giustizia più giusta, in grado cioè d’impedire quell’altra amnistia nascosta, perché tenuta nel silenzio, e di classe perché ottenibile soltanto da chi ha i soldi per permettersi buoni avvocati e che si chiama prescrizione. Poi, volessimo dare retta a Patrizio Gonnella, bisognerebbe riflettere anche sul perché le carceri si riempiono a dismisura e sull’eventuale modifica della legge sulle droghe targata Gianfranco Fini e Carlo Giovannardi e che tratta il consumatore di marijuana alla stregua del narcotrafficante. Riflettere su tutto, serenamente e pacatamente senza preconcetti e pregiudizi intavolare una discussione, questo sì, sarebbe un bell’inizio per il nuovo anno e un bell’augurio anche per la Repubblica.

 

Abolire la miseria forse non conviene

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di Giuseppe Candido

Articolo pubblicato il 15/12/2011 su “Il Quotidiano della Calabria”

Abolire la miseria, ci dicono, ch’è un sogno, una visione. Già Ernest Bloch sosteneva che, “porre fine alla miseria per un tempo incredibilmente lungo non suonò per nulla normale, al contrario era una favola … ”. La possibilità di creare un mondo più giusto o, quanto meno, uno Stato più equo abolendo la miseria, come sostiene però lo stesso Bloch, può entrare nel nostro campo visivo “solo come sogno a occhi aperti”. E allora, in questo momento di crisi in cui l’Italia rischia assieme all’Europa e all’euro il suo tracollo finanziario, facciamolo questo sogno ad occhi aperti: un sogno di uno Stato più equo e di una Patria europea come quella che sognavano i suoi padri fondatori. È certo che, per uno Stato più equo è necessario, ma non sufficiente, uno Stato che almeno rispetti le sue stesse leggi. E questo non è certo il caso delle nostre carceri che l’Europa condanna ogni due per tre e che lo stesso Capo dello Stato il 28 luglio scorso ha definito una “prepotente urgenza”. Mentre si parla di decreto svuota carceri l’amnistia sarebbe non soltanto atto di clemenza invocato pure da Wojtyla oltreché di ripristino della legalità costituzionale repubblicana, ma anche e soprattutto un atto finalizzato all’ottenimento di una Giustizia più giusta; a differenza che con l’indulto, con l’amnistia si perderebbe il carico pendente di milioni di processi e vedrebbe cessare l’inesorabile flusso di prescrizioni che viaggia al ritmo di 200.000 all’anno e che qualcuno definisce, quella sì, “amnistia strisciante di classe e di regime”. Poi, dopo la “prepotente urgenza” c’é la non meno prepotente necessità di risanare il bilancio dello Stato. In questo senso, strettamente economico-finanziario, considerato che il debito pubblico è stato direttamente generato (e non creato) dai partiti e dalla politica che non solo hanno disseminato per decenni pensionamenti baby e stipendi d’oro assieme ad auto di blu, ma che, dal ’94 al 2008, hanno letteralmente sottratto dalle casse dello stato oltre 2,2 miliardi di euro a titolo di rimborsi elettorali dopo che i cittadini avevano abolito, con referendum, il finanziamento pubblico dei partiti. Si parla di abolire i costi della politica come se questi fossero causati principalmente dagli stipendi di parlamentari ed eletti a tutti i livelli. Ma non è così: il vero maltolto della partitocrazia, il vero e proprio furto dalle casse dei cittadini è costituito proprio dai rimborsi elettorali che salassano le casse patrie con un prelievo di quasi 500 milioni di euro all’anno. Poi c’è la vicenda delle frequenze del passaggio al digitale regalate e non messe all’asta come pure si potrebbe fare recuperando, stimano i tecnici, da un minimo di 2 sino ad un massimo di 10 miliardi di euro. Si potrebbero abolire, come hanno fatto notare durante la trasmissione “piazza-pulita”, quelle ulteriori spese militari per oltre dieci miliardi di euro evitando di acquistare una manciata di aerei da caccia e sommergibili. Tralasciando i regali fiscali fatti con lo scudo al 5% che, pare, sia un contratto immodificabile, c’è però l’ici (o imu) non chiesta e tutte le altre esenzioni (Ires, ecc.) alla Chiesa cattolica che, sommate al miliardo di euro l’anno percepito con il meccanismo dell’otto per mille, potrebbero aiutare a far quadrare i conti se adeguatamente rimodulate. E invece no, questo governo se pur di tecnici è un governo che è sostenuto da una maggioranza politica e a Berlusconi non fa certo comodo né l’assegnazione delle frequenze del digitale terrestre con gara regolare né, tanto meno, una patrimoniale vera sui grossi capitali. Per cui la manovra dovrà essere pagata dai soliti noti, pensionati e lavoratori; gli evasori ed i proprietari di grossi capitali possono stare tranquilli e abolire la miseria resterà ancora un sogno ad occhi aperti.

Doveva essere più equa

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di Giuseppe Candido

È stata subito positiva la reazione dei mercati alla manovra del Governo Monti: nella mattinata di lunedì, mentre il Presidente del Consiglio annunciava i provvedimenti alla stampa estera, lo spread è sceso sotto la quota psicologica di 400 punti base e il Mib Ftse, l’indice che da qualche anno caratterizza la borsa nostrana, è andato su del + 2,9%.

Da gennaio 2012 tutti in pensione col sistema contributivo e, già da subito, le donne andranno in pensione a 62 anni e gli uomini a 66. Volontariamente, per i prodi lavoratori che vorranno aiutare le casse dell’Inps, l’uscita dal lavoro potrà essere posticipata tra i 63 e 65 dalle donne e dai 67 ai 70 anni dagli uomini. Torna pure l’imposta sulla prima casa sotto le velate spoglie dell’Imu, l’imposta municipalizzata unica, e con estimi catastali rivalutati del 60%. Su tutti i prodotti finanziari è stata messa un’imposta di bollo e, sui capitali rientrati con lo scudo fiscale, una tassa aggiuntiva dell’1,5%. E pure sui pagamenti è stato posto inesorabile divieto ad effettuarne in contanti per importi superiori ai mille euro. Anche per l’Iva è previsto, a partire dal secondo semestre del 2012, l’aumento dell’aliquota dal 21 al 23 %. Insomma, ce n’è per tutti tant’è che Monti, per meglio far ingoiare la pillola, assieme al taglio delle giunte provinciali e alla riduzione a 10 del numero dei Consiglieri, ha tagliato il suo stipendio di primo ministro e di ministro ad interim dell’economia. Monti c’ha poi rassicurato che nei provvedimenti si è posta attenzione a non favorire la criminalità (come invece fatto in passato ndr) e che, per porre un equilibrio tra nuove tasse e aiuti, sono state previste agevolazioni alle imprese. I sindacati, ritrovata l’unità, sono sul piede di guerra.

Ma le valutazioni sui singoli provvedimenti della manovra, come ha ricordato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, spettano alle Camere: “Non ho mai commentato le scelte dei governi”, ha detto. Che però la manovra “doveva essere più equa” l’ha fatto sapere, a stretto giro di posta, la CEI. E, se vogliamo dirla tutta, non ci sembra proprio esser stata efficace sul piano della lotta all’evasione né su quello della tassazione delle rendite di capitali. L’introduzione di un bollo per l’acquisto di prodotti finanziari non ci sembra colmare una grande disparità patente di questo Paese. Vogliamo insistere su quest’ultimo punto perché riteniamo che proprio la tassazione delle rendite da capitale potrebbe rappresentare un forte fattore di equità e assieme di sviluppo. Tanto per fare un esempio, se hai un capitale di 10 milioni di euro e lo investi in un’attività che ti rende, in un anno, diciamo 300.000 euro netti, questo guadagno che per esser fatto ha già dato del lavoro ed ha già fatto girare l’economia, sarà tassato con una aliquota del 43% o del 45%. Se invece lo stesso capitale di 10 milioni il signor X lo tiene immobilizzato percependone la sola rendita, al 3%, guadagnerebbe gli stessi 300.000 euro che però vedrà tassati al 12% salvo pagare qualche spicciolo in più se, nel cambiare fondi o azioni, acquisterà qualche nuovo prodotto finanziario. Ciò è semplicemente assurdo. Chi investe il proprio capitale per fare un’impresa sa che verà tassato rispetto a quello che si vedrebbe tassato stando tranquillamente al sole a godersi le rendite del capitale in banca. Mantenere questa stortura mentre si tagliano i diritti a chi stava per andare in pensione e mentre si reintroduce la tassa per la prima casa, è intollerabile. E poi, sui costi della politica, se davvero si voleva dare un taglio e non soltanto un segno, si potevano tagliare drasticamente i rimborsi elettorali, reintrodotti in modo truffaldino dai partiti contro la volontà referendaria che ne aveva abolito il finanziamento pubblico. Un rimborso che annualmente ci costa 468 milioni e 853.675 euro e che, in dieci anni, è stato in grado di sottrarre dalle casse dello Stato oltre due miliardi di euro.