Per uscire dall’Europa delle banche

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di Giuseppe Candido

Altiero Spinelli
Altiero Spinelli nel ritratto in un francobollo a lui dedicato nel 2007

L’esito delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 ha determinato l’elezione di un parlamento in stallo e che rischia seriamente di lasciare il Paese nell’ingovernabilità. I Partiti tradizionali, quelli che hanno tradito il dettato costituzionale dell’articolo 49 che chiedeva di far partecipare i cittadini alla vita politica nazionale del Paese e che non hanno saputo dare forme di democrazia interna come pure l’articolo 39 della nostra Carta avrebbe voluto, non sono riusciti a intercettare la voglia di cambiamento radicale che veniva e ancora viene dalla società civile sempre di più nauseata dalla corruzione dilagante e dagli sprechi della politica. La partitocrazia non è riuscita a dare una risposta alla crescente protesta contro il malaffare e ha fatto sì che l’Europa sia oggi vista come l’ arcigna esattrice che impone sacrifici, ci chiede di tagliare lo stato sociale, genera disoccupazione senza però aver avuto una democratica legittimazione per farlo. Forse è in queste semplici considerazioni la ragione del successo straordinario del M5S, che è riuscito a interpretare il bisogno di partecipazione e di svolta, senza proporre un programma di governo realistico. Un successo che potrebbe riproporsi a breve, alle prossime europee, se la politica non saprà reagire con formule chiare di buona politica senza tecnicismi. E c’è chi, forse non a torto, ritiene che anche oggi, come già successe agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, l’ingovernabilità possa determinare una sorta di “svolta autoritaria” e, contagiando il resto d’Europa dove i sentimenti nazionali riaffiorano un po’ dappertutto, far regredire il processo d’integrazione europea. Forse sono quelle avvisaglie del riproporsi di “vecchie aporie”, che già Altiero Spinelli aveva previsto sarebbero ritornate qualora non si fosse portato fino in fondo il progetto non della Comunità ma di una vera e propria Federazione europea. Proprio in un momento di crisi economica, sociale e morale come quello che l’Italia sta oggi vivendo, lo dico subito a scanso di equivoci, c’è bisogno di rifondare, come terapia d’urto, quel progetto di Stati Uniti d’Europa e quel sentimento di una Patria europea mai aleggiato finora nel vissuto e nei sentimenti dei cittadini. L’Europa delle patrie, dei nazionalismi, sta letteralmente uccidendo la Patria europea. Un’assenza d’ideale che mette a rischio proprio la possibilità di uscire dalla crisi economica creando lavoro, sviluppo e crescita sostenibili. Manca un’ideale condiviso stesso di Europa libera e unita. D’altro canto tutti ci rendiamo conto che, anche solo dal punto di vista dell’Unità economica, una banca centrale come quella europea che non può neanche batter moneta, serve a molto poco in caso di speculazioni finanziarie operate sul debito contratto dai singoli Stati sovrani.

Come già accadde per l’Italia non ancora unita, forse anche l’Europa, necessità civile oltreché storica, potrebbe “risorgere dai cento errori governativi che terranno dietro ai cento commessi”. Risorgerà, ci auguriamo anche noi, “dal convincimento degli animi, che la guerra quotidiana alla libertà degli italiani, alle associazioni, alla stampa, al voto, è conseguenza inevitabile del sistema dei partiti corrotti e corruttori, non già d’uno o d’altro ministero”; potrebbe cioè risorgere proprio da quel “senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire”.

L’autorevolezza e l’incisività ridotte evidenziate dall’Unione Europea sul piano politico internazionale in varie occasioni e l’incapacità manifesta di fornire risposte al malessere sociale diffuso, continuano a favorire l’instaurarsi nell’opinione pubblica di una riluttanza diffusa verso l’Europa delle banche, dei mercanti e dei tecnocrati.

Manca l’Europa dei diritti e l’Europa come soggetto politico internazionale. L’Ordinamento federale, è quell’ordinamento che, pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale in modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottrae alla sovranità di tutti gli stati federati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crea e amministra un corpo di leggi internazionali al quale tutti gli Stati federati egualmente debbono essere sottomessi, garantisce con una banca federale il debito dei propri stati federati. Un unione di Stati federali europei potrebbe inoltre avere un unico corpo militare, un unico ministro degli esteri e un presidente federale europeo eletto dai cittadini o dal parlamento, ma con pieni poteri operativi per le materie di propria competenza. Oggi l’Europa non può fare leggi ma solo direttive cui poi gli Stati membri possono adeguarsi o meno con tempi più o meno lunghi. L’incertezza del diritto è sovrana e, anche dal punto di vista fiscale, non si capisce perché un imprenditore italiano debba pagare tante tasse in più rispetto al vicino collega europeo domiciliato in altro Stato.

Oggi, nella realtà globale, c’è la Cina, ci sono gli Stati Uniti, c’è l’India e l’Australia. C’è persino l’Africa nel piano della comunità internazionale. L’Europa invece non c’è, non c’è un ministro degli esteri e della difesa europea. Chi scrive è convinto che per dare una risposta al malessere sociale e per rafforzare il processo di unificazione europea realizzando l’Europa dei cittadini e dei diritti, sia oggi necessario e quantomai urgente rilanciare subito gli ideali federalisti di quel manifesto e riformare profondamente le istituzioni dell’Unione, ridefinendone poteri e competenze.

La centralità dello Stato nazionale andrebbe superata verso l’alto, delegando alla federazione europea competenze su materie come politica estera, difesa, ambiente e sicurezza e, verso il basso, potenziando un sistema realmente federale delle Regioni e delle Autonomie locali con soli controlli di legalità da parte dello Stato centrale. Anche oggi, quindi, il confine tra partiti progressisti e partiti reazionari cadrà, come già negli anni Quaranta del secolo scorso suggerivano nel Manifesto di Ventotene Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, “non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, (…) e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

5 Stelle? Meglio dodici, perché è a rischio l’ideale europeo

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Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido
Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido a Bruxelles

di Giuseppe Candido

Considerando i recenti mutamenti del panorama politico italiano in cui si sente sempre più parlare di “uscita dall’euro” mi permetto di riproporre un mio articolo già pubblicato su il Domani della Calabria il 28.10.10 e in cui sostenevo il rischio, anche in Italia, dell’affermarsi dei nazionalismi a discapito di un ideale di patria europea.

L’ideale europeo è sempre più in palese crisi e la domanda se sia meglio un’Europa delle patrie o piuttosto, per come avrebbero desiderato i padri costituenti, una Patria europea, non sembra anacronistica, anzi ritorna quantomai attuale. Nel loro “Manifesto di Ventotene”, uomini del calibro e della tempra morale come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi immaginavano un’Europa libera e unita, diversa da quella che oggi vediamo realizzarsi.

Bisogna ricordare cosa scrivevano in quel documento passato poi alla storia come carta fondatrice dell’Europa: “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori (…). Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”. In quel manifesto già allora si riconosceva palesemente quello che era stato il pericolo degli Stati nazionali e che poneva la necessità di una “comunità europea unita”. Forse non tutti sanno che sia la bandiera blu con le stelle rappresentative degli Stati Membri sia l’inno alla Gioia sono stati cancellati. E con essi la possibilità di chiamare leggi le direttive e la possibilità di avere un Ministro degli Esteri europeo che invece è stato declassato ad “Alto rappresentante”. Il costituzionalista Giovanni Tesauro ha sottolineato come per la prima volta della storia dell’integrazione europea, si è fatto un passo indietro anziché un passo avanti. Tutto ciò mentre i sondaggi di “Eurobarometro” evidenziano invece che l’idea di un’Europa basata su un progetto costituzionale sia largamente maggioritaria nell’opinione pubblica. Insomma, abbiamo detto “addio” ad un’Europa federale, “addio” al diritto di cittadinanza. Dell’Europa di Spinelli e Monet rimangono solo scambi commerciali e i “vantaggi” della moneta unica. Mentre per qualunque decisione riguardante i così detti “temi etici” questa potrà essere impedita anche da un singolo Paese Membro. Non era certo questo il progetto di Monet e di Spinelli. Il pericolo che il processo d’integrazione si svilisca e che si rafforzi quello di un’Europa fatta di Stati nazionali è estremamente attuale. E a denunciarlo dalle colonne di Le Monde, il noto quotidiano francese, è Charles Kupchan, docente di relazioni internazionali alla Jorge Town University, con un articolo dal titolo eloquente: “L’erosione dell’ideale europeo è preoccupante perfino dagli Stati Uniti”. È così che ci vedono dall’America. E se ciò non bastasse l’incipit dell’articolo di Kupchan è ancora più chiaro: “L’Europa è in agonia. Non una morte spettacolare né improvvisa, no. Ma un’agonia così lenta che uno dei prossimi giorni noi americani, guardando dall’altra sponda dell’Atlantico, forse scopriremo che questo progetto di integrazione europea che era scontato da mezzo secolo a questa parte, ha cessato di esistere”. Per questo docente americano però, “Il declino europeo” è soltanto in parte economico. “Numerosi Stati membri dell’Unione pagano un pesante tributo alla crisi finanziaria e i debiti pubblici colossali insieme alla salute precaria delle banche europee non lasciano presagire nulla di buono. Eppure questi mali sembrano essere benigni rispetto ad un male ancora più grave: dal Londra a Varsavia, passando per Berlino, l’Europa subisce una rinazionalizzazione della vita politica e i suoi Paesi membri reclamano la sovranità che un tempo sacrificavano volentieri in nome di un’ideale collettivo. Per molti europei – scrive ancora Kupchan – quest’interesse comune non ha manifestamente più alcuna importanza. Al contrario molti europei si chiedono cosa fa per loro l’Unione e se ne vale la pena”. Se esiste un’europa economica, sia pure con le sue difficoltà, di fatto manca ancora un’Europa della cittadinanza. Osserviamo invece il nascere e l’affermarsi di partiti nazionalisti in tutta Europa: dal Belgio alla Francia, in Germania come in Olanda e in Inghilterra. E l’Italia non sembra essere esente da questo fenomeno. Anche da noi, e anche nel mondo politico, sempre più frequenti si fanno le posizioni euro-scettiche. Per cui, oltre a chiedersi come fare affinché la “zona euro” non fallisca evitando un’Europa a due velocità c’è da chiedersi come rinsaldare, nei cittadini, quell’ideale del bene comune collettivo che sembra essersi perso. Altrimenti, se questa tendenza si confermerà, se l’Europa dei singoli stati nazione prevarrà sul concetto di Unione Europea federale e federalista, se il sogno degli Stati Uniti d’Europa rimarrà tale e soltanto utopico, tutto ciò rischierebbe di compromettere quello che Kupchan definisce “una delle realizzazioni più formidabili e improbabili del XX Secolo: un’Europa integrata, in pace con se stessa, desiderosa di mostrare la potenza di un insieme unito”.

Calabria, è caos rifiuti ma la partitocrazia ancora intontita dallo tsunami non da’ risposte

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di Giuseppe Candido

La Regione è nel caos rifiuti, ma come si fa a pensare o a sperare che proprio la stessa classe dirigente che ha, negli anni, causato il disastro rifiuti in Calabria, un’emergenza drammatica che ormai dura da quasi 20 anni e che si acuisce giorno dopo giorno sotto gli occhi di tutti i cittadini calabresi, sia adesso capace di risolvere il problema con un “nuovo” piano per l’emergenza rifiuti: 27 pagine in cui neanche compaiono le parole “trattamento meccanico-biologico” e nel quale, ancora, si continua a parlare di altre discariche, ampliamento degli inceneritori esistenti e obiettivi di raccolta differenziata minimali. E ha ragione da vendere il vice presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, a bocciare senz’appello le nuove linee guida del Piano rifiuti della Calabria approvate dal Dipartimento Ambiente della Regione Calabria lo scorso 28 gennaio 2013, in piena propaganda elettorale. Ed è pur vero, anche secondo chi scrive, che se pure la politica calabrese continuerà a comportarsi da partitocrazia impermeabile al cambiamento, lo tsunami a 5 stelle rischia di travolgerla. E a nulla serviranno operazioni di puro maquillage. Per anni si è pensato che attraverso il commissariamento, la relativa proclamazione a termine e proroga continua dello stato di emergenza si riuscisse, superando le regole e i vincoli burocratici, di accelerare le procedure e consentire così l’uscita dall’emergenza in tempi brevi. Così non è stato, anzi: la proroga continua e infinita dell’emergenza rifiuti ha fatto sì che la legge derogata, la regola aggirata per l’emergenza, venisse di fatto strutturalmente dimenticata in favore di procedure tese a favorire clientele: appalti e incarichi professionali, per anni, sono stati dati senza alcun controllo preventivo; i bilanci dell’Ufficio del Commissario, giusto per ricordare ancora l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere che citava la relazione dello stesso commissario dell’emergenza uscente Ruggiero, venivano fatti sui foglietti. La Calabria in quell’occasione guadagnò le prime pagine dei quotidiani nazionali: ricordate? E mentre la politica nostrana aveva facile modo di spendere male i soldi che arrivavano negli anni dalla comunità europea per far fronte all’emergenza il problema ha continuato a esistere e persistere diffuso, la raccolta differenziata si è attestata tristemente, secondo il rapporto dell’Ispra, al 12,43% stante l’obiettivo posto al 31 dicembre del 2012 fosse stato programmato nel precedente piano rifiuti della Regione approvato nel 2007, al 65%. Una prova evidente, palese ma forse anche per questo ignorata nelle veline, di un fallimento; una prova che, però, non pare ancora sufficiente, evidentemente, a far cambiare drasticamente rotta. L’obiettivo del 32,6% di raccolta differenziata che la Calabria si pone nelle nuove linee guida senza neanche fissare una data precisa per il raggiungimento, è fuori dalla realtà europea e nazionale, e anche gli stessi, in realtà assai pochi, comuni calabresi che hanno oggi raggiunto obiettivi di raccolta differenziata maggiori per proprio impegno e virtuosismo, si chiederanno ora se devono ritornare indietro. Paradossale, roba da “morti che parlano”, ma tant’è. Addirittura, nel nuovo piano rifiuti si vola talmente in ribasso senza porsi neanche la domanda del “come” avviare la Regione alla fine di un’emergenza che dura ormai da quindici anni. Come uscire dall’emergenza? Costruendo altre discariche e ampliando quelle esistenti? Costruendo nuovi inceneritori e potenziando quelli esistenti? Su questo, volessimo davvero volare un po’ alto, dovremmo quantomeno osservare come fanno in altri Paesi assai più virtuosi del nostro dove, abbandonato l’incantesimo degli inceneritori da qualche anno, si è spinto assai sul riciclo, il riuso, la raccolta differenziata e, per la parte non riciclabile che comunque residua, si è optato per il nuovo sistema di trattamento meccanico-biologico dei rifiuti come alternativa agli assai più pericolosi, e soprattutto assai più contestati, inceneritori che qualcuno, ostinandosi, continua ancora a chiamare impropriamente “termo-valorizzatori”.

La raccolta differenziata porta a porta anche della frazione organica è sicuramente il punto cardine del ciclo integrato ma, la differenziata da sola non basta: è necessario innescare a valle del sistema rifiuti una filiera del riciclaggio delle materie prime e del riuso, dalla quale è senz’altro possibile creare posti di lavori “ecologici” che potrebbero rappresentare, tra l’altro e cosa non da poco, davvero un volano positivo anche contro la crisi in atto nella nostra Regione. Il rifiuto “organico”, anch’esso raccolto porta a porta, dovrebbe andare agli impianti di compostaggio diffusi sul territorio ed utile per produrre bio-fertilizzante o energia da biomassa.

Quello che comunque non risulta riciclabile (o ancora raccolto indifferenziato) in Germania non lo si manda in discarica, né all’inceneritore. Trattare senza incenerire è la regola: evitando, tra l’altro, di inviare in discarica le ceneri tossiche degli inceneritori o il rifiuto tal quale putrescibile e quindi di per sé pericoloso per i percolati che produce. Il rifiuto non differenziato lo si può, infatti, rendere inerte mediante il c.d. trattamento cd meccanico-biologico a freddo che, già da qualche anno ormai, in Germania risulta in grande evoluzione: 64 gli impianti di TMB contro i 73 inceneritori. I rifiuti che rimangono indifferenziati e non riciclati vengono dapprima selezionati da appositi macchinari cercando di recuperare ancora vetro, metalli ed altro materiale riciclabile. Dopodiché il rimanente viene inviato in appositi “bio-reattori” chiusi e dotati di speciali “bio-filtri” che essiccano, a 40-60°C, ciò che rimane. Il tutto senza bruciare e producendo un biogas utile per produrre energia e far funzionare l’impianto stesso. Il materiale così essiccato viene così ridotto del 40 – 50% rispetto alla massa in ingresso, non è più putrescibile e non è nemmeno una cenere tossica come invece è quella incombusta che residua dagli inceneritori tradizionali. Infatti, essendo stato reso inerte, il materiale prodotto dal tmb lo si può addirittura riciclare in edilizia come sottofondo stradale evitando cave di prestito che deturpano i nostri paesaggi. Gli inceneritori, lo sappiamo bene noi calabresi, non eliminano affatto le discariche ma, anzi, producono delle ceneri altamente tossiche in quantità pari a circa il 25% di ciò che viene bruciato, e che richiede dei particolari accorgimenti per essere smaltite. Vent’anni fa, nel 1993 il Wall Street Journal, riportò un articolo in cui si affermava chiaramente che “quello degli inceneritori è il metodo più costoso di smaltimento dei rifiuti. Un impianto di trattamento meccanico biologico” – proseguiva allora l’articolo – “costa invece il 50-70% in meno di un inceneritore e il materiale che rimane è riutilizzabile come inerte o per produrre combustibile da rifiuti”. Oggi, nell’ambito di un ciclo integrato dei rifiuti, assieme alla raccolta differenziata porta a porta e al compostaggio dell’umido, il trattamento meccanico biologico a freddo sarebbe accettato certamente più facilmente dalle popolazioni perché ha costi ambientali decisamente inferiori consentendo di abbattere gran parte degli inquinanti: 5 kg di polveri prodotte per tonnellata di rifiuti trattate contro i 38 kg degli inceneritori; 78 Kg di ossidi di azoto (nitrati e nitriti) contro i 577 kg per tonnellata di rifiuti trattati con inceneritore; scarti solidi pesanti a tossicità media contro quelli a tossicità alta sempre degli inceneritori; pochi fumi a bassa tossicità contro elevati quantitativi di fumi ad elevata tossicità degli inceneritori; 40 nanogrammi di diossine per tonnellata trattata che, con particolari accorgimenti, possono scendere addirittura a 0,1 nano grammi, contro i 400 nanogrammi rilasciati degli inceneritori per ogni tonnellata di rifiuti trattati. Ma la vera domanda è: sarà in grado la classe dirigente di questa Regione di accorgersene e cambiare rotta prima che, anche qui, l’onda della protesta la travolga?

Legalizzare la Calabria

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Nota inviata al direttore di Calabria Ora, Piero Sansonetti

di Giuseppe Candido*

Gentile direttore Piero Sansonetti,

Sellia Marina, località foce Simeri - ex lido balneare
Sellia Marina, località foce Simeri – ex lido balneare

rispondo volentieri pure io all’invito di Calabria Ora rivolto a noi politici, impegnati in questa campagna elettorale per le prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013, di spiegare ai nostri conterranei le nostre “idee per migliorare la Calabria”. Come certo lei saprà ma come sicuramente non tutti i calabresi sanno, noi Radicali siamo impegnati in queste elezioni che di democratico hanno davvero ben poco, in liste di scopo di unità democratica riformatrice tra quanti, in Italia e non solo, lottano dando priorità assoluta all’obiettivo dell’uscita immediata del nostro Paese dalla sua flagranza criminale contro i diritti umani e contro lo Stato di diritto. Una condizione inumana, quella delle carceri italiane e anche di quelle calabresi, che ci fa vergognare e ci umilia in Europa e nel mondo e alla quale CalabriaOra, il quotidiano da lei diretto, è sicuramente assai sensibile. L’articolo “Se la sala d’attesa… è dietro le sbarre” di Alessia Truzzolillo, pubblicato domenica 10 febbraio nel quale si evidenziava la drammaticità della condizione delle carceri calabresi e pubblicato assieme alla lettera di Alessandro Figliomeni, ex sindaco di Siderno detenuto in attesa di giudizio, sono la prova nostrana che un provvedimento d’amnistia e indulto assieme ad una riforma organica della giustizia rappresenterebbero di per sé idee adatte a promuovere lo sviluppo anche della nostra regione. Chi mai investirebbe, mi chiedo e le chiedo, in una regione, dove tra l’altro c’è pure la piaga della ‘ndrangheta, sapendo che per recuperare un credito, mediamente, i tempi della giustizia sono di quasi dieci anni? Un’amnistia e la riforma organica della giustizia sarebbero senz’altro provvedimenti strutturali in grado non soltanto di riportare le carceri, anche quelle calabresi, in condizioni di legalità costituzionale togliendole dalla situazione di strutturale e sistematica violazione dell’articolo 3 della convenzione europea per i Diritti umani che vieta i trattamenti inumani e degradanti, ma provvedimenti anche in grado di dare sviluppo ad una regione, dando anche ad essa certezza del diritto e di rispetto della legalità. Tutto questo non significa, però, che come radicali non abbiamo idee specifiche per la nostra terra. Tutt’altro: le idee ci sono e sono pure queste correlate alla legalità mancante. Ripartire dalla legalità per ridare sviluppo e, soprattutto, lavoro alla Calabria, potrebbe essere lo slogan che ne sintetizza il senso. La situazione d’emergenza rifiuti che oggi sta vivendo la Calabria e che è sotto gli occhi di tutti con discariche stracolme, sempre più simile a quella Campana, è nient’altro che l’epopea di un disastro annunciato. Diciotto anni di emergenza consecutivi e di conseguente commissariamento dell’emergenza non hanno portato alla soluzione del problema: né la politica di centro destra né quella di centro sinistra, in questo parimenti fallimentari, sono state in grado di governare il fenomeno, la partitocrazia non è riuscita ad avviare e far progredire seriamente la raccolta differenziata. La sistematica deroga della legalità col meccanismo del commissariamento della legge non è stata funzionale ad evitare brogli e brogliacci normativi per ottimizzare la risoluzione del problema bensì a favorire quell’amico o quell’impresa per un incarico o per un appalto. Mettere in atto anche nella nostra regione un ciclo integrato dei rifiuti con raccolta differenziata e trattamento meccanico-biologico a basse temperature come avviene sempre più spesso in Germania come valida alternativa ai grandi inceneritori, ad esempio, potrebbe rappresentare un primo volano di “messa in moto” e di sviluppo di una nuova e sempre di più auspicabile economia verde.

Il risanamento del dissesto idrogeologico, frane e alluvioni che sistematicamente colpiscono duramente, il nostro territorio e con esso la nostra economia e, spesso, le nostre genti con feriti e lutti, rappresenta il fallimento di una classe dirigente intenta a governare il territorio non nel senso di governo dei fenomeni e dei processi che sul territorio interagiscono, ma nel senso del procurarsi clientele e consensi diffusi. Questo sistema ha, di fatto, permesso la costruzione di ogni cosa in ogni dove, senza una visione d’insieme, organica e strutturale, dello sviluppo urbanistico. Piuttosto che parlare ancora di ponte sullo stretto i cui investimenti servirebbero solo ed unicamente ad arricchire le grosse multinazionali e la filiera di imprese di costruzione e movimento terra ad esse collegate con appalti e sub appalti quasi sempre poco chiari, il risanamento del dissesto idrogeologico diffuso, con una serie di piccoli interventi “morbidi” mirati alla mitigazione del rischio, consentirebbe non solo di prevenire disastri annunciati ma anche, a molti giovani e a molte giovani professionalità calabresi, di nascere e crescere nella nostra terra senza dover emigrare per trovare lavoro. Poi, sempre per restare sul tema del possibile “lavoro verde”, non dimentichiamo l’altra grande pericolosità della Calabria, quella sismica, legata a un territorio “ballerino” e che si traduce in un altrettanto elevato rischio sismico soltanto a causa di un patrimonio edilizio, sia privato sia pubblico, fatiscente ad alta vulnerabilità sismica. Anche questa situazione è frutto di una diffusa illegalità e dall’assenza o inadeguatezza dei controlli, ma anche questa emergenza può rappresentare un’idea per far ripartire la Calabria. Molte scuole, ospedali, comuni e molte sedi di enti locali della nostra regione, risultano classificati ad alta vulnerabilità già dal 1999 (sic!) da uno studio effettuato dal dipartimento della Protezione civile, allora guidato dal dott. Franco Barberi, e riguardante la vulnerabilità sismica degli edifici pubblici di ben nove regioni italiane tra cui la nostra. Anche rottamando e ricostruendo oltreché adeguando sismicamente questi edifici, quelli pubblici con mirati investimenti dei fondi della comunità europea e con incentivi per quelli privati, si metterebbe in moto un sistema virtuoso in grado, già esso, di rilanciare l’edilizia molto più di un qualunque piano casa che permetta ampliamenti tout court. Infine, ma non per questo ultimo, c’è tutto il discorso legato alla trasparenza della politica: quella che vorrei, mutuando il Vasco, è una “politica trasparente” in cui si capisca facilmente quanti soldi gli eletti ricevono come emolumenti, quanti ne ricevono come gruppi consiliari regionali, provinciali e comunali e, soprattutto, come questi soldi dei cittadini vengono spesi. Con quattro semplici parole, noi radicali, chiamiamo tutto ciò anagrafe pubblica degli eletti e nominati: un’arma – direbbe Sergio Rizzo – contro Batman e rapaci in genere che consentirebbe di evitare preventivamente sprechi d’ogni genere.

*Geologo, docente di scienze e giornalista pubblicista, candidato alla Camera dei Deputati (Cric. Calabria) con la Lista AMNISTIA GIUSTIZIA LIBERTA’

In Calabria mettere subito in sicurezza le scuole è più importante del ponte sullo stretto

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frana sellia 300di Giuseppe Candido*

Dopo lo sciame sismico sul Pollino ancora in corso e dopo la scossa nelle Serre di ieri l’altro oggi tocca al Massiccio della Sila a tremare. Gli strumenti dell’Istituto Nazionale di Geofisica hanno infatti registrato una scossa alle 00:12 di stamane, 4 novembre, con coordinate dell’epicentro Latitudine: 39° 10′ 37″ Nord – Longitudine: 16° 39′ 43″ Est e profondità di 18,1 Km. La sismicità della Calabria non è certo una notizia: è piuttosto la storia a metterci in guardia. Nel 1783 uno sciame sismico nell’area di Gioia Tauro – Vibo Valentia durò tre anni, poi i più recenti e rovinosi terremoti di Reggio Calabria e Messina nel 1905 e nel 1908. La notizia vera è che, come si legge testualmente nel rapporto dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, “l’Italia, se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi”. Secondo l’Istituto e l’intera comunità scientifica, “la pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto del Mediterraneo e, addirittura, modesta rispetto ad altre zone del pianeta”.

Dovremmo ricordare che, come altrove, anche nella Calabria “ballerina” non è mai il terremoto ad uccidere ma sempre e solo la casa che ti crolla rovinosamente in testa. E pensare che i nostri politici regionali non si sono ancora messi d’accordo neanche per approvare una legge antisismica regionale valida: solo il 2% dei progetti viene attualmente sottoposto ai controlli del rispetto delle normative antisismiche nazionali e regionali. Tutti gli altri progetti passano senza alcun controllo e, in Calabria, questo non è certo rassicurante. Se poi si considera che, già nel 1999, un censimento della protezione civile, allora guidata da Franco Barberi, aveva classificato ad alta vulnerabilità sismica il 65% degli edifici pubblici calabresi, ci si rende conto che in caso di scosse più rovinose non siamo sicuri neanche negli ospedali né in scuole e prefetture. Nello studio, il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, nel 1999, aveva effettuato il rilievo della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria.Gli edifici censiti come vulnerabili in quello studio, in Abruzzo a l’Aquila, sono venuti giù tutti.

In Calabria, la situazione che emerge da quello studio è davvero sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non è migliore nemmeno la situazione degli edifici pubblici così detti “civili” (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, ben 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”.

Parliamo di sicurezza nei luoghi di lavoro ma dimentichiamo che, in Calabria, ci sono ancora oggi scuole statali dove non c’è neanche una certificazione d’idoneità statica dell’edificio. Se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero troppi edifici pubblici attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli, e di ospedali che invece dovrebbero non soltanto resistere alle scosse senza venir già ma garantirci anche le cure durante e dopo l’emergenza. Anziché polemizzare ancora sul ponte sullo Stretto su cui neanche il Governo dei tecnici vuole metterci una pietra sopra, non sarebbe più logico, soprattutto con questi chiari di luna e di crisi economica, trovare i soldi per l’adeguamento sismico del patrimonio edilizio pubblico come scuole e ospedali?

*Docente di scienze, geologo e giornalista pubblicista, membro del direttivo provinciale della Gilda degli Insegnanti di Catanzaro

Amantea (CS), 29.09.2012 – Assemblea Nazionale della Gilda degli Insegnanti. Intervista a Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda degli Insegnanti – FGU

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di Giuseppe Candido 1

Dal recupero degli scatti stipendiali alla stabilizzazione dei docenti precari. Quale futuro per la professione docente? L’Assemblea Nazionale della Gilda degli insegnanti si è riunita il 28, 29 e 30 settembre, in Calabria per l’inizio dell’anno scolastico e da qui intraprendere iniziative e proclamare uno sciopero nazionale degli insegnanti e del personale della scuola investendo la direzione nazionale per molte altre iniziative di lotta. Ne parliamo con Rino Di Meglio, coordinatore nazionale del sindacato dei docenti italiani, sempre disponibile.

Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti
Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti

  D: In questo momento di crisi la Gilda degli insegnanti chiede ai docenti italiani di scioperare. Quali le motivazioni di questo sciopero?

 R: Proprio oggi l’assemblea nazionale della Gilda degli Insegnanti ha votato a larghissima maggioranza, mi pare con 496 voti a favore e solamente 6 astenuti (nessuno contrario – ndr), l’idea di cominciare a lavorare per uno sciopero su alcuni argomenti di cui quello centrale è che, lo dico con molta chiarezza, gli insegnanti si sentono presi in giro perché lo scorso 12 giugno ci fu un incontro col Ministro Profumo, ci fu una promessa di un atto d’indirizzo all’ARAN per risolvere la questione del pagamento degli scatti del 2011, abbiamo aspettato inutilmente di settimana in settimana e finora, di concreto, non abbiamo visto nulla perché l’atto di indirizzo non esiste, la convocazione (dei sindacati – ndr) all’ARAN neppure e, siccome la pazienza ha un limite, e noi se va avanti così ci sentiamo in dovere di indire uno sciopero e un’iniziativa di lotta seria.

 D: Perfetto, quindi il recupero degli scatti stipendiali. La vicenda della Regione Lazio e delle caste dei parlamentini regionali che stanno emergendo sta mettendo in mostra come l’autonomia, data senza controlli, può essere un rischio per la spesa. C’è lo stesso rischio nella scuola pubblica?

 R: Si, c’è lo stesso rischio nella scuola sicuramente. Anche nella scuola ci sono dei fondi che sono gestiti direttamente: c’è il fondo d’istituto che è quasi un miliardo di euro l’anno, ci sono i fondi dell’Unione europea che attualmente ammontano a uno stanziamento di 3,8 miliardi da spendere in cinque anni.

 D: I famosi fondi PON nelle regioni del mezzogiorno?

 R: Fra l’altro ci sono i PON; questi sono nelle regioni del Sud tra cui la Calabria. Poi ci sono altri progetti: ne ho visto di fantasiosi anche nel Veneto dove ho visto che viene finanziato addirittura un progetto “frutta”. Si tratta di somme che spesso vengono sperperate e qualche volta c’è anche il sospetto che vengano distribuite in modo non del tutto equo. Anche nella scuola è stata voluta quest’autonomia “spinta” che adesso si vorrebbe addirittura aumentare ancora col ddl così detto Aprea, che è passato in Commissione Affari e Cultura alla Camera dei Deputati, ma in realtà non ci sono controlli efficaci. Fa ridere se si pensa che i revisori dei conti delle scuole sono, in realtà, impiegati dell’amministrazione che si son fatti un corsetto per capire qualche cosa di bilanci. Non è possibile pensare che i soldi dei cittadini, perché son soldi dei cittadini, vengono controllati in questo modo.

 D: Il convegno che il prossimo 5 ottobre la Gilda ha organizzato in occasione della giornata mondiale dell’insegnante ha il titolo “La Governance della Scuola: quale futuro per la professione docente”. Allora la domanda che le rivolgo è proprio questa: qual’è il futuro per la professione docente in Italia?

 R: Penso che l’Italia ha visto molti anni di errori nelle politiche scolastiche, per mancati investimenti. Ma voglio dire una cosa: gli insegnanti in Italia hanno un’antica tradizione di povertà, proprio storica. In questo Paese gli insegnanti non sono mai stati pagati bene, però c’è stato un lungo periodo storico nel quale, almeno, l’insegnante aveva considerazione sociale e rispetto.

Il Presidente della Repubblica, l’altro giorno, inaugurando l’anno scolastico ha fatto un forte appello affinché ci sia rispetto per gli insegnanti. Ma rispetto degli insegnanti devono averlo, anche, i Politici che non possono continuare a scrivere delle norme di legge nelle quali trasformano la scuola in una specie di azienda privata, dove c’è il dirigente che viene trasformato in un così detto manager. Manager, del nulla: perché quando si gestisce denaro pubblico non c’è il manager, ci deve essere un oculato amministratore semmai. E sempre di più, in questo sforzo di rendere le scuole molto simili ai Comuni e alle ASL, succede che la professionalità del docente, della sua stessa autonomia culturale e didattica, ne escano mortificate. Bisogna fare un passo indietro, riflettere su ciò che è avvenuto fino adesso e ripensare a quale debba essere la professione docente, quale debba essere l’autonomia culturale degli insegnanti e riscrivere le norme in modo da garantire un buon servizio di scuola pubblica statale.

 D: Quindi la Gilda degli Insegnanti dà appuntamento il prossimo 5 ottobre a Roma. Un’ultima domanda sul rapporto sindacati governo. Abbiamo notato come, nell’indire il Concorso per docenti il Governo non ha neanche sentito i sindacati. È una novità? Una forzatura?

R: Debbo dire che, anche in questo caso, il rapporto è in degrado. Nel susseguirsi degli ultimi governi abbiamo toccato dei punti molto bassi nelle relazioni sindacali. Sia col governo precedente, Berlusconi (Gelmini per quel che riguarda la scuola), sia quello attuale: il Ministro Profumo è molto latitante, assume delle decisioni importanti come ad esempio quella di bandire un concorso senza sentire il bisogno di ascoltare almeno la voce dei sindacati. Non dico che il sindacato debba decidere le cose perché la decisione spetta alla parte politica; ma l’ascolto verso chi rappresenta gli insegnanti che lavorano nella scuola, mi sarebbe parso doveroso anche per evitare dei grossi errori che possono portare a vanificare il lavoro del Ministro.

 D: Sia più chiaro: quindi un concorso per docenti che, cos’ha di sbagliato in questo caso?

R: (Il bando – ndr) Beh, è illogico rispetto al fatto che, negli ultimi vent’anni, il governo è stato latitante nei concorsi, ha sfruttato il precariato, ha sfruttato i vecchi abilitati, tutta gente che comunque un concorso l’aveva già superato facendosi un’abilitazione, l’ha tenuti a lavorare per anni. Io penso che la soluzione di questo problema, cioè della stabilizzazione di queste decine di migliaia di persone che già lavorano nella scuole, debba essere prioritaria. Va bene l’avvio di un meccanismo concorsuale, che sicuramente è il migliore per la selezione ma il Ministro avrebbe potuto, con più saggezza, procedere ad iniziare i concorsi solo dove vi siano stati gli esaurimenti della graduatoria dei vecchi concorsi. Si poteva procedere in modo più limitato.

 Bene, ringraziamo Rino Di Meglio, sempre disponibile per Abolire la miseria della Calabria, e lo lasciamo tornare all’assemblea che volge a chiudere la sua seconda giornata. Grazie.

1 Responsabile comunicazione – Direttivo provinciale della Gilda degli Insegnanti – Catanzaro

Memorie storiche: I Prefetti di Catanzaro

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 di Giuseppe Candido

Il Prefetto è un organo periferico dell’Amministrazione statale con competenza generale e funzioni di rappresentanza governativa a livello provinciale. Egli è autorità provinciale di pubblica sicurezza e, successivamente l’Unità d’Italia, esercitò tutte le funzioni dell’amministrazione periferica dello Stato non espressamente conferite ad altri uffici.

L’importanza del Prefetto durante il periodo liberale emerge dalle definizioni che i giuristi di quel periodo diedero dell’istituto. Giuseppe Saredo affermò: “Ogni Prefetto è un Ministro nella provincia che governa”, Teodosio Marchi aggiunse: “Se si ha però riguardo al fatto che la legge concede al Prefetto ciò che non concede al Ministro, che gli concede cioè di fare in caso di urgenza i provvedimenti che crede indispensabili nei diversi rami di servizio (articolo 3 della legge comunale e provinciale del 1865), si sarebbe tentati a concludere che un Prefetto è nella provincia qualcosa di più di un Ministro nello Stato”. 
Gli storici concordano con la valutazione dei giuristi Gaetano Salvemini definì, infatti, il periodo liberale “prefettocrazia”.

L’atto di nascita del Prefetto italiano è il regio decreto 9 ottobre 1861 n. 250 secondo cui i governatori delle province avrebbero dovuto assumere il titolo di Prefetto, gli intendenti di circondario quello di sottoPrefetto e i consiglieri di governo quello di consiglieri di prefettura. Nel nuovo regno, fu ripristinato il titolo attribuito, durante il dominio francese nella Penisola, ai rappresentanti periferici del Governo preferendolo a quello di “governatore” che era stato adoperato dalla legge comunale e provinciale piemontese 23 ottobre 1859 n. 3702. Il titolo di Prefetto fu prescelto perché il ricordo dei Prefetti del periodo napoleonico era associato all’unico esempio di amministrazione moderna e fattiva che l’Italia avesse sperimentato.

Soprattuto nel Mezzogiorno, col fenomeno del brigantaggio e l’analfabetismo dilagante, il ruolo dello Stato era in mano ai Prefetti.

Il Prefetto indossava, nelle cerimonie solenni, l’uniforme confezionata secondo il modello stabilito dal r.d. 11 dicembre 1859 per i governatori delle province sabaude che, come si è detto, furono denominati Prefetti nel nuovo regno. Il trattamento economico dei Prefetti era più elevato rispetto a quello attribuito allora ai direttori generali e ai segretari generali dei Ministeri; inoltre, ai Prefetti delle sedi più importanti erano concesse indennità per spese di rappresentanza (legge 25 giugno 1877 n. 325).

Ma come ci ricorda il professore Antonio Carvello nel suo scritto La Questione meridionale: dalle origini al dibattito contemporaneoi, “Negli anni seguenti al 1861, in assenza di una politica governativa diversa da quella storicamente intrapresa – … – l’iniziativa dell’opera di propaganda e di denuncia non spettò alla democrazia radicale, alla quale in pratica rimase estranea la sostanza politica del problema, ma a pochi intellettuali conservatori, ma illuministicamente riluttanti a chiudere gli occhi sui problemi che la bruciante realtà meridionale (brigantaggio, fame di terra da coltivare, arretratezza economica complessiva, agricoltura arcaica clientelismo diffuso, ecc .) proponeva”. Insomma, tradotto in soldoni: anche allora come oggi, la politica e la classe dirigente fecero “fiasco” e spettò alla cultura muovere la denuncia.

Subito dopo l’unificazione, anche Cavour dovette infatti “prendere drammatica coscienza dell’esistenza di una profonda frattura fra le “due Italie”, di un distacco misurabile non solo quantitativamente, ma anche in termini sociali e morali”. Amministratori inetti, assolutamente inidonei a risollevare le sorti del Mezzogiorno, si alternarono senza produrre però alcuna valida alternativa vera alla miseria delle popolazioni.

Solo tra il 1860 e il 1891, nei 32 anni che seguirono l’unificazione, nella Provincia di Catanzaro si alternarono ben 25 Prefetti, molti dei quali, stando proprio alle cronache del tempo, completamente inidonei, salvo pochissime eccezioni, a svolgere il ruolo che ricoprivano.

Nel maggio del 1860, al momento in cui il Re Francesco II di Borbone concedeva nuovamente la Costituzione che il padre, già nel 1848, aveva concesso ai sudditi dei suoi domini “al di qua e al di là del faro”, era intendente alla Provincia di Catanzaro il Conte Viti. Venne per pochi giorni dopo di lui a reggere la Provincia il Cavaliere Colajanni, “che non la sciò traccia né ricordo di sé”. A raccontarcelo è un editoriale pubblicato sull’Avvenire Vibonese, il settimanale rappresentato dall’Avvocato Antonino Scalfaro e che si pubblicava a Monteleone di Calabria (oggi Vibo Valentia) alla fine dell’Ottocento. Al Colajanni – ricorda Scalfari – successe il Commendatore Leonardo Larussa che, nello stesso tempo, occupava anche la poltrona di Senatore del Regno. Doppie poltrone e doppi incarichi allora come oggi?

In Agosto del 1860, poiché in quel tempo le questioni amministrative, come le politiche aveano la vita delle rose, l’espace d’un matin, un moto popolare sostituì al Larussa, l’ex-canonico, poscia Deputato al Parlamento, Antonio Greco, mentre un’altro partito sosteneva Ippolito de Riso, entrambi allora reduci dall’esilio”.

La sfilata d’amministratori durati il tempo d’un cerino è solo agli inizi: già nel settembre del 1860 scopriamo che il Greco viene “surrogato da Vincenzo Stocco, che giungeva colla qualità di Pro-Dittatore, in virtù di un Decreto del Generale Garibaldi”. Ma il popolo insorge per ottenere la divisione dei beni comunali. “Stocco è largo di promesse, ma” – scrive in prima pagina Antonino Scalfaro – “nella notte parte, lasciando al governo della Provincia, Gaetano Cammarota, Consigliere Delegato, allora si diceva Segretario Generale”. Un guazzabuglio che non si arresta: dopo il Plebiscito, cioè alla fine dell’ottobre, “ritorna lo stesso Vincenzo Stocco, non più Pro-Dittatore, ma governatore della Provincia, e ne riparte al successivo Marzo 1861”.

In una sorta di avvicendamento irreale che ricorda il più recente scambio di poltrone tra il Sindaco Abramo, pio Traversa, poi di nuovo Abramo, allo Stocco succede governatore della Provincia nuovamente il Cammarota che, in luglio del 1861, è travolto dalla minaccia di una reazione popolare, e viene destituito. Al suo posto, scrive ancora Scalfari, “è destinato a governare la Provincia, col titolo di Prefetto, Decoroso Sigismondi, che durò appena un anno, lasciando di sé non grata memoria”.

A lui successe per pochi mesi, Antonino Plutino, “uomo egregio per molti titoli, ma” – spiegava il giornalista sulle colonne dell’Avvenire – “sprovvisto d’energia e privo di qualunque cultura amministrativa”. Il Plutino sai dimise il 25 agosto del 1862 all’approssimarsi del moto Garibaldino, che col motto: Roma o morte, “dovea avere così tragica soluzione in Aspromonte”.

Nel settembre dello stesso anno giunge a Catanzaro il Prefetto Cler. “Un buon amministratore in tempi ordinari”, ma che in quei giorni tumultuosi, nel turbinio delle passioni politiche, “non poteva far apprezzare le doti della sua mente”. Ad appena un anno, nel settembre del 1863, viene poi nominato Prefetto di Catanzaro il Barone Cusa, un Signore siciliano, “gentiluomo distintissimo”, che in presenza delle difficoltà amministrative che incontrava, “pensò meglio chiedere le sue dimissioni”.

Nel novembre del 1864 succederà al Cusa il Commendatore Homodei, “col quale” – specifica il giornalista con vivo senso umoristico – “pare volle fermarsi la ridda Prefettizia, perché durò in quell’uffizio circa due anni”. Durata fino ad allora da nessun altro raggiunta. Uomo violento, per quanto non sprovvisto d’intelligenza, la Provincia di Catanzaro “deve a Lui gli anni più tristi del brigantaggio, che aumentò fino al punto di provocare eccezionali e deplorevoli misure”.

Nel settembre del 1866, dopo l’Homodei fu nominato Prefetto il Commendatore Antonio Malusardi che riuscì quasi a distruggere il brigantaggio, “e lo avrebbe del tutto estirpato, se la guerra occulta mossagli in conseguenza della fermezza spiegata, non fosse riuscita ad allontanarlo da Catanzaro. Il ricordo che lasciò gli valse, più tardi, l’onore di un ritorno, nel quale ebbe a compiere la missione che si era imposta”.

Dopo il Malusardi, provvisoriamente resse la Prefettura il Consigliere Camerata Scovazzo sino a quando, nel marzo del 1868, venne destinato a Catanzaro il Commendatore Alvigni che, a quanto ricorda la cronaca dell’Avvenire, “fu un buon amministratore, alquanto burbero, ma pieno di buone intenzioni, non sempre accompagnate da senso pratico”. Credeva in buona fede “di riuscire a sviluppare la prosperità economica della Provincia coll’impianto nei principali Comuni delle Bnache Poplari” ma restò a Catanzaro anch’egli meno di un anno. Già nel novembre del 1868 l’Alvisi fu infatti sostituito dal Marchese Caccavone. “Un uomo di mondo, con molto ingegno, ricco di spirito, fuorviato nei meandri del dettaglio amministrativo, ai quali disdegnava per ingenita indolenza dedicare la sua mente”. Tanto da consentire al giornalista l’affermare che, “Se la Prefettura fosse stata un Club, Caccavone sarebbe riuscito il miglior Prefetto di Catanzaro. Invece lasciò buona memoria di sé per le sue brillanti qualità personali: nessuna traccia come amministratore”. Partì il 23 marzo del 1870 e dopo un mese di provvisoria sostituzione da parte del Consigliere Vincenzo De Felice, fu nominato prefetto di Catanzaro Bartolomeo Casalis, un “ex Deputato di sinistra, tanto lungo, per quanto inadatto all’Uffizio”. Appena giunto a Catanzaro, fa infatti notare il giornalista, “ruppe in visiera a torto e a rovescio con Municipi, Congregazioni di Carità, si urtò col Consiglio provinciale, mostrò di voler riparare tutti gli abusi, di riformare tutto ab imis fundamentis, fece un chiasso indiavolato, e non conchiuse nulla”. Alla prima difficoltà incontrata, in occasione della proclamazione della Repubblica di Curinga, “perdette le staffe, diede a quel moto inconsulto proporzioni e importanza che non avea, ci confortò col memorando proclama: niente paura, e scomparve destando molta ilarità, poca malevoglienza”.

Dopo un lungo interregno, il 25 gennaio del 1872 viene nominato Prefetto di Catanzaro il Commendatore Ferrari. “Un gran galantuomo, un tipo patriarcale di bontà, un amministratore debole e inetto” tanto da consentire l’affermazione senza timore di smentita che “durante la sua dimora resse la Provincia chi volle”. La sua bontà, spiega il giornalista, lo rendeva incapace di resistenza e “L’azienda Provinciale deplora ancora le conseguenze della sua debolezza”.

L’8 gennaio del 1874, dopo appena due anni dalla nomina del Ferrari, viene nominato nuovo Prefetto di Catanzaro il Commendatore Sensales. “Era allora, ed è tuttavia uno dei migliori Prefetti del Regno. Lavoratore assiduo, mente elevata, occhio finissimo per apprezzare gli uomini, e le difficoltà delle cose, ricco di risorse per superarle, nella polizia e nell’amministrazione lasciò memoria dell’opera sua, che non è ancora sparita”. È al Sensales che si deve infatti la quasi sconfitta del brigantaggio al quale “tagliò le radici” rendendo facile ai successori abbatterlo completamente. “Dopo di lui, la mala pianta del brigantaggio non poté più vegetare. Quando partì fu fischiato anche se, dopo la sua partenza, fu desiderato e invocato”.

Nel marzo del 1876 il Sensales fu revocato e, l’11 maggio, “si vide apparire come una meteora, e scomparire quasi subito il Commendatore Giuseppe Rossi” la cui nomina, secondo l’Avvenire Vibonese, “arricchì soltanto l’elenco dei Prefetti”. Dopo appena cinque mesi, nell’ottobre del 1876, fu chiamato a succedere al Rossi, il Commendatore Malusardi venuto per la seconda volta nella Provincia per compiervi l’opera (di estirpazione del brigantaggio ndr.) così felicemente preparata dal Sensales. Con il Malusardi si estingue e “diviene una memoria storica, lo stato di brigantaggio nella Provincia. “Questo risultato”, spiega il giornalista, “basta ad assicurare al Malusardi la riconoscenza di queste popolazioni”.

Dal dicembre del 1876 sino a novembre del 1877 fu Prefetto di Catanzaro il Commendatore Gateano Coffaro. A questi successe il Commendatore Giuseppe Colucci, che tenne il governo della Provincia per quasi cinque anni, cioè dal novembre del 1877 fino alla metà del 1881.

Uomo di grande ingegno, dotato di non comune sveltezza, ricco di svariata cultura” lo definisce l’articolo, “fece molto bene all’amministrazione affidatagli. Le contabilità comunali sono tutt’ora impiantate secondo le norme e le istruzioni da Lui dettate”. Le delegazioni per le strade comunali obbligatorie “ricevevano da Lui impulso a compiere di Uffizio queste costruzioni nel termine stabilito, almeno per tre quarti dei Comuni”. E ancora: “Il manicomio Provinciale fu da Lui voluto, proposto, fatto adottare dal Consiglio Provinciale. Forse non spiegò tutta l’energia di cui è veramente capace, trattenuto dalla instabilità dei primi Ministeri di Sinistra. La sua amministrazione dovea risentire dell’incertezza dell’indirizzo governativo. Malgrado queste condizioni eccezionali fu tra i migliori, certo fra i più operosi amministratori che abbiamo avuto”.

Al Colucci durato lungamente nel suo ufficio successe il Commendatore Quintino Movizzo dalla fine del 1881 al marzo del 1887. “Il Movizzo fu la seconda edizione corretta e riveduta del Ferrari. D’animo mite, e buono, di modi gentili, guadagnò molte simpatie colle sue doti personali. Ma si mostrò debole, sprovvisto d’iniziativa, perché forse arrivava stanco, al termine della sua carriera. Preoccupato di contentare tutti, finì col risolversi a far nulla. Fu quindi poco operoso ma non lasciò ricordi ingrati di sé.

Al Movizzo, ricorda ancora il settimanale politico amministrativo vibonese, fu chiamato a succedere il Commendatore Colmayer, rimasto pochi giorni soltanto a Catanzaro, “destando molte speranze, spente prima che nate, di vedere colla sua presenza ridata vitalità all’organismo amministrativo, e scosso il letargo che la precedente amministrazione aveva infiltrato in tutti i rami del pubblico servizio”.

Dall’ottobre 1887 al 1890 alla Prefettura di Catanzaro fu destinato il Commendatore Alfonso Gentile. “Veniva dalla Provincia di Reggio,” scrive Antonino Scalfari sull’Avvenire, “ed era preceduto dalla fama di essere, e mostrarsi appassionato. E tale si rivelò nei quattro anni della sua dimora in questa Provincia”. Trascurò l’andamento dei servizi pubblici, dando maggiore importanza alle questioni, che interessavano i partiti, che non a quelle amministrative. “E però riuscì male accetto, fece desiderare il suo allontanamento con tanta maggiore perseveranza per quanto più tenaci sforzi spiegava per mantenersi a Catanzaro”. Nel 1891, fu surrogato nella nostra Prefettura dal Commendatore Davide Carlotti, già rappresentante della Costituente Toscana, provetto amministratore, “il Carlotti studiò con indefesse cure a riparare molti dei mali lasciati dalla negligenza del suo predecessore”. Uomo onesto e “di grande rettitudine, equanime, severo osservatore delle Legge, Carlotti lascia infinito desiderio di sé presso tutti i buoni che lo conobbero. La sua opera non riuscì completamente efficace” – spiega Scalfari – “perché il Governo lo dimenticò a Catanzaro, lasciandolo sprovvisto del personale necessario al servizio. Per mesi e mesi non ebbe Consigliere Delegato, né Consiglio di Prefettura. Dovea supplire a questa deficienza, raddoppiare il suo lavoro, consacrare all’Uffizio tutto il suo tempo, che avrebbe potuto più utilmente essere impiegato”. Diede prove di grande imparzialità, che “gli valsero la contrarietà di coloro che non vi erano abituati, e la stima e la considerazione universale, che lo accompagnano nella sua partenza”.

Al Carlotti succede il Commendatore Diego Giorgetti finora Prefetto a Teramo e che, la momento in cui veniva scritto l’articolo nel luglio del 1892, era ancora a Catanzaro.

Nei trentadue anni successivi all’unificazione, nella nostra Provincia si alternarono ben 27 Prefetti. Salvo le due amministrazioni Colucci e Movizzo, tutte ebbero vita brevissima. “E questo avvicendarsi di uomini non è fatto veramente per migliorare le condizioni delle nostre locali amministrazioni”. “Questo stato di cose”, conclude mestamente la memoria storica a cura di Antonino Scalfari, “dovrebbe attirare l’attenzione del Governo molto più che non la quistione elettorale, che pare il criterio dominante del movimento dei Prefetti nel Regno”.

iCarvello A. – Docente di Diritto dell’organizzazione pubblica economica presso l’Università degli Studi di Catanzaro La Magna Grecia; La Questione meridionale: dalle origini al dibattito contemporaneo, Abolire la miseria della Calabria, Anno V, n°4-12 / Apr.- Dic. 2011 – Pp. 1 – 4. – www.almcalabria.org

Dirigenti scolastici in Calabria: siamo alla frutta

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Domani arriverà in Calabria il Ministro dell’Istruzione Profumo. Un comitato rappresentativo dei due terzi dei vincitori del concorso per dirigente scolastico in Calabria scrive al Ministro dell’Istruzione che domani 27 settembre sarà in Calabria, per lamentare – si legge testualmente nella lettera pubblicata oggi da il Quotidiano della Calabria – “il fatto che, a fronte di ben 108 posti messi a bando, per l’anno scolastico appena iniziato, non si sia verificata nemmeno un’immissione in ruolo”. E sottolineano pure che si tratta di “una situazione più unica che rara nel panorama nazionale”. La lettera del comitato trascura però, forse volutamente o soltanto per ingenuità, quelli che lo stesso comitato definisce nella lettera al Ministro i “giudizi pendenti”. E già: perché i giudizi pendenti sono proprio sulla legittimità stessa della intera procedura di concorso. Il Consiglio di Stato infatti ha recentemente ribaltato più d’una ordinanza del Tar Calabria che in giugno non aveva accolto la richiesta di alcuni ricorrenti, rilevando la presenza del “fumus boni iuris” proprio relativamente all’incompatibilità del presidente della Commissione con quel ruolo di selezionatore di nuova classe dirigente. Quello che il comitato dei vincitori del concorso definisce una procedura “svolta all’insegna della legalità e della legittimità” in realtà appare sempre di più, anche alla luce degli accessi agli atti che hanno evidenziato elaborati dei vincitori con vistosi errori, un procedura viziata sotto molti aspetti. Il Tar Calabria dovrà adesso discutere nel merito i tanti ricorsi di persone che sono state escluse da quella graduatoria di vincitori. E, forse, è per questo che il Ministro temporeggia ad assumere.

Il Consiglio di Stato ribalta la decisione del Tar Calabria e, dopo quello della Lombardia, rischia ora di saltare anche il concorso per dirigenti scolastici calabrese

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Lo scorso 22 giugno il Tar della Calabria, con propria ordinanza, “considerato che 1’istanza cautelare non appariva assistita dal fumus boni juris”, aveva deciso il respingimento dell’istanza cautelare richiesta da alcuni concorrenti del concorso per dirigente scolastico avverso la loro esclusione dalle prove orali. Tra le motivazioni addotte dai ricorrenti, patrocinati dall’avv. Alessandra Morcavallo di Cosenza, c’era anche la presunta incompatibilità del presidente della Commissione, professor Antonio Viscomi, a svolgere quel ruolo. Il corso presieduto dal Professor Viscomi, per il Tar Calabria, sarebbe consistito in “corso di perfezionamento per dirigenti scolastici” e non già in un “corso di preparazione al concorso per dirigenti scolastici“, ipotesi quest’ultima che, invece, sarebbe stata idonea a determinare una situazione di incompatibilità.

Oggi la notizia che invece riapre totalmente i giochi e rischia di far saltare l’intera procedura è che il Consiglio di Stato, cui pure si erano rivolti alcuni ricorrenti, con l’ordinanza n. 3371 del 29 agosto 2012 ha espresso proprio parere riconoscendo la presenza del “fumus boni iuris” delle motivazioni del ricorso tra cui, appunto, l’incompatibilità del presidente della Commissione esaminatrice: “Considerato che l’appello” – si legge testualmente nell’Ordinanza del CdS – “presenta apprezzabili profili di fumus boni iuris, con riferimento al motivo di ricorso concernente il ruolo del professor [omissis], presidente della commissione esaminatrice e già presidente del corso di perfezionamento per dirigenti scolastici, frequentato anche da dirigenti con funzioni vicarie poi ammessi al concorso; ritenuto che, pertanto, l’istanza cautelare merita accoglimento, ai fini della rimessione della causa al giudice di primo grado, ai sensi dell’art. 55 comma 10 cod. proc. Amm.”, il Consiglio di Stato (Sezione Sesta) in sede giurisdizionale accoglie l’istanza cautelare avanzata con l’appello ai fini della sollecita fissazione dell’udienza di merito in primo grado”.

In buona sostanza il ricorso andrà adesso discusso nel merito e non è detto che, anche in Calabria, ci voglia un nuovo concorso per dirigenti scolastici. Sicuramente, per il bene della cultura, è giusto vederci chiaro sulla legittimità di tutta la procedura.

In missione per conto di Caino. Intervista all’On. Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino

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di Giuseppe Candido

“La pena capitale è un “ferro vecchio” della storia. Le vie per l’abolizione sono infinite”

L’associazione che da anni lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo presenta il suo rapporto annuale.

4 agosto 2012 – Titolare dell’iniziativa all’ONU nel dicembre 2007 che portò all’approvazione della moratoria universale della pena di morte, lo scorso 3 agosto, presso la sede di Via di Torre Argentina a Roma, l’associazione Nessuno Tocchi Caino ha presentato il rapporto annuale sull’abolizione della pena di morte nel mondo. Oltre al Ministro per gli Affari Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant’Agata, erano presenti numerosi ambasciatori: Finlandia, Svezia ma anche Turchia, Romania e Benin.

Il Rapporto 2012 – curato anche quest’anno dall’On. Elisabetta Zamparutti ed edito da Reality Book con la prefazione dello stesso Sergio D’Elia – conferma un’evoluzione positiva verso l’abolizione con 155 Paesi che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica (i Paesi totalmente abolizionisti sono 99; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44) mentre i Paesi mantenitori sono saliti a 43 rispetto ai 42 del 2010 sol perché il Sudan del Sud, divenuto indipendente dal Sudan nel luglio del 2011 ha mantenuto la pena di morte. Nel 2011 sono inoltre diminuiti i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali: 19 rispetto ai 22 del 2010 e sono diminuite le stesse esecuzioni, almeno 5.000 nel 2011, a fronte delle almeno 5.946 del 2010, fondamentalmente per il significativo calo delle esecuzioni in Cina che sono passate dalle circa 5.000 del 2010 alle circa 4.000 del 2011. La Cina è la prima sul triste podio dei paesi “esecuzionisti”, seguita dall’Iran, con almeno 676, un aumento spaventoso rispetto alle 546 del 2010 e dall’Arabia Saudita che con almeno 82 esecuzioni ha addirittura triplicato quelle compiute l’anno precedente. Dal rapporto si apprende che “i paesi totalitari ed illiberali sono responsabili del 99% del totale mondiale delle esecuzioni, mentre quelli democratici dell’1% con gli Stati Uniti che ne hanno compiute 43 nel 2011 (un dato che conferma il calo delle esecuzioni in corso da anni in America) e Taiwan 5. In controtendenza il Giappone che invece nel 2012 ne ha già eseguite 5”.

Sergio D'Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino
Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino

Abbiamo raggiunto Sergio D’Elia telefonicamente per avere dettagliate informazioni sulle novità che emergono dal rapporto e per fare il punto sulla lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

D: Onorevole D’Elia, lo scorso 3 agosto è stato presentato il Rapporto annuale di Nessuno Tocchi Caino sulla pena di morte. Quali sono le novità più importanti e qual’è la prospettiva futura per l’abolizione della pena di morte del mondo?

R: In primo luogo si conferma una tendenza, ormai irreversibile, verso l’abolizione della pena di morte che, ormai, è divenuta un “ferro vecchio” della Storia dell’umanità di cui, però, bisogna ancora definitivamente liberarsi come ci si è liberati dalla tortura, dalla schiavitù e da altri strumenti mortiferi. Sicuramente abbiamo svolto un’opera che ci ha consentito, in questi diciannove anni dalla nascita nel ’93 di Nessuno Tocchi Caino, di far abolire, attraverso le iniziative intraprese paese per paese ma, soprattutto, attraverso l’iniziativa in sede delle Nazioni Unite all’Assemblea Generale dell’ONU che ha portato alla moratoria. Quando abbiamo iniziato, nel ’93, erano 97 i Paesi membri dell’Assemblea che ancora mantenevano la pena di morte. Ora ne abbiamo 56 in meno di quei 97 paesi. La risoluzione (dell’ONU, ndr) è stata una pietra miliare.

D: Nel dicembre del 2007 è stata votata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la moratoria sulle esecuzioni capitali. Una battaglia che ha visto Nessuno Tocchi Caino affianco al Governo italiano. Cosa è cambiato da allora?

R: La moratoria è stata sostenuta da una coalizione mondiale di Paesi abolizionisti rappresentativi un po’ di tutti i continenti ma guidata, innanzitutto, dal Governo italiano che ha avuto un ruolo fondamentale e con il quale, da almeno 20 anni, siamo stati partner per questa battaglia.

La situazione oggi è quella di dover dare attuazione concreta a quella Risoluzione in una quarantina di paesi (sono ancora 41 Paesi rimangono ancora mantenitori della pena di morte). Di questi, però, solo una metà di essi ancora, ogni anno, chi più chi meno, pratica la pena di morte. E per porre definitivamente fine allo Stato che uccide, allo “Stato Caino”, occorre che, soprattutto i Paesi che hanno sostenuto all’ONU la risoluzione sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali, si impegnino concretamente affinché sia rispettata ovunque. Io dico che le vie per l’abolizione della pena di morte sono infinite. Noi le abbiamo praticate tutte e continuiamo a farlo: la via parlamentare, la via dell’opinione pubblica nazionale, la via della comunità internazionale, ma anche la via, veloce e concreta, della “non collaborazione” da parte dei paesi che hanno abolito la pena di morte, alla pratica della pena di morte nei paesi in cui ancora vige.

D: In che senso “non collaborazione”?

R: Faccio un esempio: nel giro di un mese, un annetto fa, l’Italia – campione mondiale per la lotta all’abolizione della pena di morte, che l’ha abolita nel ’47 dalla propria Costituzione, che si rifiuta di estradare chi rischia la pena di morte verso i paesi che ancora la mantengono – rischiava essa stessa di essere complice dei paesi che ancora la praticano. La via della non collaborazione l’abbiamo attuata un anno fa impedendo ad una filiale italiana di una multi nazionale farmaceutica di produrre in Italia il penthotal che era destinato per gli Stati Uniti. Lo abbiamo fatto con iniziative parlamentari, con manifestazioni, conferenze stampa. Quello è stato un passaggio cruciale perché sulla scia della prima anche altre società multinazionali hanno preso la decisione di non consegnare più il penthotal né il penthopartital che intanto aveva sostituito il primo nelle carceri americane. Addirittura è accaduto che il Vietnam, che è passato dal plotone d’esecuzione all’iniezione letale appena un anno fa, in quest’anno non ha giustiziato nessuno perché non è riuscito a procurarsi, sul mercato internazionale, le sostanze letali necessarie a poter praticare la pena di morte. E quindi questa è una strada. Un’altra strada l’ha intrapresa un’altra organizzazione che si chiama “Uniti contro l’Iran nucleare”, un’organizzazione che si occupa soprattutto di contrastare il rischio che il regime dei Mullah possa dotarsi dell’arma nucleare, ma che è diventata anche un associazione che si batte contro la pena di morte e che ha fatto un’interessante campagna che ha cominciato a dare i suoi frutti. Cioè quella denominata campagna delle gru che, in Iran, sono diventate lo strumento usato per praticare le impiccagioni. Loro (gli attivisti, ndr) hanno ottenuto che tre società giapponesi multinazionali, che vendono gru in tutto il mondo, hanno deciso di scindere tutti i contratti commerciali con l’Iran proprio perché hanno verificato che le loro gru venivano utilizzate per fare le impiccagioni. Insomma, queste sono altre strade che si possono percorrere, come quella sul penthotal che abbiamo percorso in prima persona noi, che ha causato in alcuni stati americani il rinvio delle esecuzioni e, alcuni stati, addirittura sono arrivati all’abolizione della pena di morte anche per questo. Il prossimo autunno, in novembre, si voterà in California un referendum per abolire la pena di morte. Certo, questo non soltanto per problemi legati alla carenza dei farmaci letali ma anche perché la California ha verificato che condannare a morte, tenere nel braccio della morte 10-15-20 anni un detenuto prima di giustiziarlo, costa molto di più che tenerlo in carcere anche tutta la vita. E quindi stanno adesso discutendo con un referendum se abolire la pena di morte, anche in base a questi dati economici. Pragmaticamente americano come ragionamento, però. Loro sono particolarmente rigorosi sui bilanci statali. Hanno verificato che il bilancio della Giustizia penale, proprio per il mantenimento della pena di morte, costa tantissimo e quindi vogliono rientrare nei calcoli dei loro bilanci anche eliminando questa pena. Poi ci sono le prese di posizione dei parenti delle vittime che, piuttosto che spendere tanto (ci sono cifre altissime soprattutto in Stati come il Texas) per mandare, una o due volte l’anno, qualcuno a morire, chiedono di utilizzare meglio quei fondi per investigare e risolvere quei crimini e quei reati che rimangono insoluti e di cui non si conosce il colpevole. E sono i parenti delle vittime, oltre agli investigatori e i dipartimenti di polizia, che fanno questa proposta. Diciamo che si sta muovendo moltissimo anche in Paesi un tempo prettamente sciatte ad istanze umanitarie come la Cina.

D: Dopo la battaglia per la moratoria delle esecuzioni capitali, oggi ha ancora senso sostenere in questa “missione per conto di Dio e di Caino”, l’associazione che tu guidi da oltre dieci anni?

R: Beh, io dico sempre che Nessuno Tocchi Caino è una sorta di società per azioni. Mutuando questo termine dall’ambito economico finanziario, è letteralmente così. Nel senso che l’iscriversi a Nessuno Tocchi Caino equivale a sottoscrivere l’azione di una società, in questo caso di un’associazione radicale; chi contribuisce direttamente acquista una quota, la propria, di un impegno, di un’opera e di un’iniziativa che poi ritorna in termini di “guadagno” – tra virgolette – perché ritroviamo un mondo più giusto, più umano. Un mondo dove, finalmente, ci possiamo liberare di questo anacronismo della Storia che è la pena capitale.

Per approfondire (dalla Newsletter di NTC, Anno XII n°56 del 4 agosto 2012)

LE PROSPETTIVE DELLA CAMPAGNA DI NESSUNO TOCCHI CAINO

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a votare nel dicembre 2012 una nuova Risoluzione a favore di una Moratoria sull’uso della pena di morte e Nessuno tocchi Caino è impegnata su due fronti di iniziativa a sostegno della Risoluzione.

Il primo è aumentare il numero dei Paesi cosponsor e dei voti a favore della Risoluzione. A tal fine, con il supporto del Ministero degli Affari Esteri italiano, Nessuno tocchi Caino ha previsto di compiere nei prossimi mesi missioni in Africa in 4 Paesi – Zimbabwe, Ciad, Repubblica Centroafricana e Swaziland – dove negli anni più recenti sono stati compiuti passi significativi verso l’abolizione della pena di morte.

Il secondo fronte è rafforzare il testo della nuova Risoluzione con due richieste fondamentali da rivolgere esplicitamente ai Paesi che praticano ancora la pena capitale. La prima richiesta è di abolire i “segreti di Stato” sulla pena di morte, perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono informazioni sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. E’ il caso, ad esempio, di Cina, Iran e Arabia Saudita, che non a caso risultano essere tra i primi Paesi-boia al mondo. La seconda richiesta è di limitare ai “reati più gravi” l’applicazione della pena di morte e di abolire la sua previsione obbligatoria per certi tipi di reato.

Infine, Nessuno tocchi Caino propone che la nuova Risoluzione chieda al Segretario Generale dell’ONU di istituire la figura di un Inviato Speciale: non solo di monitorare la situazione ed esigere una maggiore trasparenza e limiti più restrittivi nel sistema della pena capitale, ma anche di continuare a persuadere chi ancora la pratica ad adottare la linea stabilita dalle Nazioni Unite: “moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione definitiva della pena di morte”.

L’audio dell’intervista

(Ci scusiamo per la scarsa qualità della registrazione telefonica e per i pochi ma pur presenti “disturbi di fondo” che, ahi noi, non siamo riusciti a rimuovere per scarsa padronanza degli strumenti di elaborazione audio)