Per uscire dall’Europa delle banche

Share

di Giuseppe Candido

Altiero Spinelli
Altiero Spinelli nel ritratto in un francobollo a lui dedicato nel 2007

L’esito delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 ha determinato l’elezione di un parlamento in stallo e che rischia seriamente di lasciare il Paese nell’ingovernabilità. I Partiti tradizionali, quelli che hanno tradito il dettato costituzionale dell’articolo 49 che chiedeva di far partecipare i cittadini alla vita politica nazionale del Paese e che non hanno saputo dare forme di democrazia interna come pure l’articolo 39 della nostra Carta avrebbe voluto, non sono riusciti a intercettare la voglia di cambiamento radicale che veniva e ancora viene dalla società civile sempre di più nauseata dalla corruzione dilagante e dagli sprechi della politica. La partitocrazia non è riuscita a dare una risposta alla crescente protesta contro il malaffare e ha fatto sì che l’Europa sia oggi vista come l’ arcigna esattrice che impone sacrifici, ci chiede di tagliare lo stato sociale, genera disoccupazione senza però aver avuto una democratica legittimazione per farlo. Forse è in queste semplici considerazioni la ragione del successo straordinario del M5S, che è riuscito a interpretare il bisogno di partecipazione e di svolta, senza proporre un programma di governo realistico. Un successo che potrebbe riproporsi a breve, alle prossime europee, se la politica non saprà reagire con formule chiare di buona politica senza tecnicismi. E c’è chi, forse non a torto, ritiene che anche oggi, come già successe agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, l’ingovernabilità possa determinare una sorta di “svolta autoritaria” e, contagiando il resto d’Europa dove i sentimenti nazionali riaffiorano un po’ dappertutto, far regredire il processo d’integrazione europea. Forse sono quelle avvisaglie del riproporsi di “vecchie aporie”, che già Altiero Spinelli aveva previsto sarebbero ritornate qualora non si fosse portato fino in fondo il progetto non della Comunità ma di una vera e propria Federazione europea. Proprio in un momento di crisi economica, sociale e morale come quello che l’Italia sta oggi vivendo, lo dico subito a scanso di equivoci, c’è bisogno di rifondare, come terapia d’urto, quel progetto di Stati Uniti d’Europa e quel sentimento di una Patria europea mai aleggiato finora nel vissuto e nei sentimenti dei cittadini. L’Europa delle patrie, dei nazionalismi, sta letteralmente uccidendo la Patria europea. Un’assenza d’ideale che mette a rischio proprio la possibilità di uscire dalla crisi economica creando lavoro, sviluppo e crescita sostenibili. Manca un’ideale condiviso stesso di Europa libera e unita. D’altro canto tutti ci rendiamo conto che, anche solo dal punto di vista dell’Unità economica, una banca centrale come quella europea che non può neanche batter moneta, serve a molto poco in caso di speculazioni finanziarie operate sul debito contratto dai singoli Stati sovrani.

Come già accadde per l’Italia non ancora unita, forse anche l’Europa, necessità civile oltreché storica, potrebbe “risorgere dai cento errori governativi che terranno dietro ai cento commessi”. Risorgerà, ci auguriamo anche noi, “dal convincimento degli animi, che la guerra quotidiana alla libertà degli italiani, alle associazioni, alla stampa, al voto, è conseguenza inevitabile del sistema dei partiti corrotti e corruttori, non già d’uno o d’altro ministero”; potrebbe cioè risorgere proprio da quel “senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire”.

L’autorevolezza e l’incisività ridotte evidenziate dall’Unione Europea sul piano politico internazionale in varie occasioni e l’incapacità manifesta di fornire risposte al malessere sociale diffuso, continuano a favorire l’instaurarsi nell’opinione pubblica di una riluttanza diffusa verso l’Europa delle banche, dei mercanti e dei tecnocrati.

Manca l’Europa dei diritti e l’Europa come soggetto politico internazionale. L’Ordinamento federale, è quell’ordinamento che, pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale in modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottrae alla sovranità di tutti gli stati federati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crea e amministra un corpo di leggi internazionali al quale tutti gli Stati federati egualmente debbono essere sottomessi, garantisce con una banca federale il debito dei propri stati federati. Un unione di Stati federali europei potrebbe inoltre avere un unico corpo militare, un unico ministro degli esteri e un presidente federale europeo eletto dai cittadini o dal parlamento, ma con pieni poteri operativi per le materie di propria competenza. Oggi l’Europa non può fare leggi ma solo direttive cui poi gli Stati membri possono adeguarsi o meno con tempi più o meno lunghi. L’incertezza del diritto è sovrana e, anche dal punto di vista fiscale, non si capisce perché un imprenditore italiano debba pagare tante tasse in più rispetto al vicino collega europeo domiciliato in altro Stato.

Oggi, nella realtà globale, c’è la Cina, ci sono gli Stati Uniti, c’è l’India e l’Australia. C’è persino l’Africa nel piano della comunità internazionale. L’Europa invece non c’è, non c’è un ministro degli esteri e della difesa europea. Chi scrive è convinto che per dare una risposta al malessere sociale e per rafforzare il processo di unificazione europea realizzando l’Europa dei cittadini e dei diritti, sia oggi necessario e quantomai urgente rilanciare subito gli ideali federalisti di quel manifesto e riformare profondamente le istituzioni dell’Unione, ridefinendone poteri e competenze.

La centralità dello Stato nazionale andrebbe superata verso l’alto, delegando alla federazione europea competenze su materie come politica estera, difesa, ambiente e sicurezza e, verso il basso, potenziando un sistema realmente federale delle Regioni e delle Autonomie locali con soli controlli di legalità da parte dello Stato centrale. Anche oggi, quindi, il confine tra partiti progressisti e partiti reazionari cadrà, come già negli anni Quaranta del secolo scorso suggerivano nel Manifesto di Ventotene Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, “non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, (…) e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.