Beppe Grillo, l’inaccettabile alleanza con Nigel Farage e l’Italia della tortura

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Sarebbe giusto che, in nome della propria indipendenza, una singola nazione possa violare i diritti umani?

Sarebbe migliore un’Europa dove non ci fossero leggi e giurisdizioni sovranazionali che, indipendentemente dalle volontà degli Stati nazionali, facciano rispettare ai singoli Stati quei diritti umani sanciti e da loro sottoscritti nelle Convenzioni internazionali?

di Giuseppe Candido

In pratica: sarebbe migliore un’Europa della Patrie Nazionali (e magari dei nuovi nazionalismi) o, invece, sarebbe necessario completare la costruzione di una Patria europea dei cittadini?

Credo sia questa la vera domanda che dovremmo porci.

#ComicoNazionalista
il #Comico e il #Nazionalista

Dalle politiche del 2013 alle europee dello scorso 25 maggio il M5S ha perso ben 2milioni e 800mila voti, passando dal 25 al 21% circa, per colpa – più che di errori – di veri e propri orrori di comunicazione come quelli sulle liste di proscrizione dei giornalisti, sui processi in rete da fare alle diverse caste e agli slogan del tipo “siamo oltre Hitler” associati ai persistenti, quanto inconcludenti, #vinciamonoi.

Non curante di tutto ciò e senza averlo minimamente preannunciato né in campagna elettorale né sulla rete, il Grillo nazionale pensa adesso di fare gruppo a Bruxelles con Nigel Farage, leader britannico dell’UKIP, che è il partito per l’Indipendenza del Regno Unito.

Le alleanze al Parlamento europeo sono necessarie perché, senza appartenere ad un gruppo, con soli 17 parlamentari, non solo è difficile se non impossibile avere tempo di parola, ma diventa difficile organizzare qualunque attività politica.

Dal suo blog, per spiegare a iscritti e simpatizzanti (tra cui finora, purtroppo, mi annovero pure io) l’adesione all’EFD (Europe of Freedom and Democracy), il Grillo nazionale motiva la sua scelta – tra l’altro non ancora accettata ufficialmente dagli iscritti con votazione in rete – scrivendo che, in nome di una non meglio definita “politica di libertà del voto”, – “a differenza dei Verdi e di molti altri gruppi del Parlamento europeo, il gruppo EFD permette alle delegazioni nazionali di votare come ritengono opportuno secondo la propria ideologia, preferenze politiche e di interesse nazionale.

Voto libero in nome del proprio interesse nazionale. E, in quest’ottica, l’adesione al gruppo, per Beppe Grillo, è solo “un matrimonio di convenienza per il reciproco vantaggio”.

Una furberia?

Il gruppo” – tuona l’ex comico dal suo blog sotto tanto di foto che lo ritrae sorridente con Farage – “è aperto ai deputati che credono in una Europa della Libertà e della Democrazia e che riconoscono la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti umani e la democrazia parlamentare”.

Poi snocciola il programma che il gruppo dell’EFD sottoscrive congiuntamente: al primo punto c’è la “Libertà e cooperazione tra le persone di Stati diversi”. Il secondo punto, in pratica, è uno slogan: “Più democrazia e il rispetto della volontà popolare”. Populista?

Ma l’idea più esilarante, davvero comica se non fosse anche pericolosa, é quella rubricata alla voce: “Rispetto per la storia d’Europa , delle tradizioni e dei valori culturali. Popoli e nazioni d’Europa” – si aggiunge – “hanno il diritto di proteggere i propri confini e rafforzare i propri valori storici, tradizionali, religiosi e culturali”.

Come se gli orrori del Secolo trascorso non fossero mai avvenuti e come se non fossero stati causati proprio da quei nazionalismi ideologicamente sostenuti dai concetti di identità culturali, identità nazionali e tradizioni culturali.

Per fortuna, il 3° punto del programma si conclude, quasi un po’ a giustificare la precedente, con la seguente frase: il Gruppo rifiuta la xenofobia, l’antisemitismo e qualsiasi altra forma di discriminazione.

Al 4° punto il “Rispetto delle differenze e degli interessi nazionali: libertà di voto”.

Grillo conclude la descrizione dell’EFD scrivendo che, “accettando di far propri questi principi nei suoi procedimenti, il Gruppo rispetta la libertà delle sue delegazioni e deputati di votare come meglio credono”.

E per tranquillizzare gli animi di chi ricorda la Storia, Grillo specifica che “l’UKIP” – il partito di Nigel Farage – “è contro la guerra” e che “si è opposto all’intervento militare dell’UE e del Regno Unito in Iraq, Afghanistan, Libia e Siria”.

Ma è giusto non intervenire se i diritti umani vengono violati? Sicuramente non tutte le guerre hanno avuto il fine di salvaguardare diritti umani, anzi. Ma sostenere il principio di non intervento è altrettanto assurdo perché significherebbe ammettere la violazione dei diritti umani in nome proprio dell’indipendenza nazionale.

Poi una lista di motivazioni convincere la rete che il M5S farà bene ad allearsi con il partito più indipendentista d’Europa:

“L’UKIP è un’organizzazione democratica, deputati che infrangono la legge o mettono in imbarazzo il partito possono essere espulsi, (Farage, ndr) non è mai stato un banchiere e non ha nulla a che fare con le banche o servizi finanziari, UKIP si oppone alla dominazione tedesca e al controllo della Troika, Farage è contro la dominazione tedesca dell’Europa attraverso il suo potere politico ed economico”.

E se non bastasse: l‘appartenenza al gruppo EFD consente al MoVimento 5 Stelle di perseguire una propria politica distinta per l’energia, UKIP sostiene la democrazia diretta e si oppone all’Euro.

Insomma, a leggere il Beppe Nazionale, sembrerebbe naturale, quasi scontato, che un Movimento come quello da lui fondato si allei con il Partito per l’indipendenza del Regno Unito.

Prop4Altro che Europa dei cittadini e altro che patria europea: quello che si propone è un’alleanza col partito dell’indipendenza.

Per Nigel Farage, il cui partito ha avuto eletti 24 eurodeputati, se l’accordo con Beppe Grillo funzionasse, “sarebbe magnifico vedere un rigonfiamento nei ranghi dell’Esercito Popolare”.

E aggiunge: “Se possiamo trovare un accordo, potremmo avere divertimento causando un sacco di guai per Bruxelles”.

Divertirsi causando un sacco di guai a Bruxelles? Possiamo quindi stare tranquilli?

Siamo sicuri che sia tutto così tranquillo, pacifico e divertente con un po’ di libertà di voto – a condire il tutto – sulla base di interessi nazionali?

Personalmente ho provato un po’ di paura; un comico e un teorico delle indipendenze nazionali che si accordano per un “matrimonio di vantaggio”.

Dopo averlo votato alle europee credo di percepire, ahi me in ritardo, le stesse sensazioni che, forse, avranno provato quei 2 milioni e 800 mila cittadini suoi elettori alle politiche ma che, per le sue scorribande elettorali a colpi di #vinciamonoi, hanno deciso di non rivotarlo alle europee. Ci sono arrivato in ritardo.

In pratica, anche Grillo pone al centro del suo ragionamento il “principio della libertà”.

Principio secondo cui l’uomo non può essere un mero strumento, ma un autonomo centro di vita e la sua Nazione il luogo dove radicarsi. Detta così chi non sarebbe d’accordo? Libertà di voto e indipendenza da qualunque visione concordata, dunque ognuno secondo i propri interessi nazionali, quando non di partito.

L’indipendenza nazionale e l’Europa della patrie

Altiero Spinelli
Altiero Spinelli, Roma 1908-1986

Bisognerebbe però ricordare che l’idea di un eguale diritto di tutte le nazioni ad organizzarsi in Stati sovrani indipendenti, se da un lato è stata, in momenti specifici della storia, “lievito di progresso” che ha permesso di “estendere alle popolazioni più arretrate le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili, essa portava però in sé i germi dell’imperialismo capitalista che la generazione passata ha visto ingigantire sino alla formazione degli Stati totalitari e allo scatenarsi delle guerre mondiali”.

Altiero spinelli ed Ernesto Rossi – con il loro manifesto di Ventotene scritto durante il confino nel 1941 – ci ricordano ancora oggi che “la crisi della civiltà moderna” cominciò proprio così.

Fu così infatti che,

“La nazione non era più considerata come lo storico prodotto della convivenza di uomini”, ma presto divenne invece “un’entità divina”, “un organismo” che doveva “pensare alla propria esistenza e al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri potevano risentire”.

E per questo scrivevano che “lo Stato, da tutelatore della libertà dei cittadini” si era trasformato in “padrone di sudditi”.

Anche oggi come allora – magari con l’aiuto della rete ad amplificare le idee del capo – si vorrebbe affermare “l’eguale diritto di tutti i cittadini alla formazione della volontà dello Stato” mettendo pericolosamente in discussione, ancora una volta, la democrazia parlamentare della rappresentanza.

La Resistenza italiana
La Resistenza italiana di Renato Guttuso

Nell’ottica dell’indipendenze nazionali, è ovvio che uno Stato tanto più sarà uno Stato forte quanto più avrà voglia di espandersi, di consumare territorio vitale e risorse ambientali, senza curarsi del danno arrecato agli altri Stati e alla comunità della specie umana.

Oggi invece abbiamo Nigel Farage e Beppe Grillo che, anche a colpa di una Europa federale mai realizzata, inneggiano alle indipendenze nazionali. Dall’altro lato Jean Marie Le Pen con Matteo Salvini.

Bisognerebbe rileggerlo attentamente quel manifesto di Ventotene. Anche oggi possiamo dire che “il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico è vitale alla necessità delle società moderna”.

Dovremmo convincerci che il vero problema dell’Europa rimane ancora “la definitiva abolizione della sua divisione in Stati nazionali sovrani”.

È stata realizzata la comunità economica, abbiamo una moneta unica, abbiamo trattati e patti fiscali, ma non abbiamo ancora realizzato il sogno federalista degli stati uniti d’Europa: un’Europa dei cittadini, con un esercito comune, una politica estera comune e, magari, un presidente eletto che possa nominare dei ministri con competenze concrete. E con diritti umani inviolabili comuni.

ernesto rossi
Ernesto Rossi, Caserta 1897 – Roma 1986

Nel 1941 Ernesto Rossi e Altiero Spinelli notavano come già fosse “dimostrata l’inutilità, anzi la dannosità di organismi sul tipo della Società delle Nazioni (cui pure Grillo evoca oggi quando parla di tutele di diritti umani e di ambiente) che pretendeva di garantire un diritto internazionale senza però avere una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli Stati partecipanti. Assurdo è risultato” – scrivono ancora nel manifesto per un’Europa libera e unita – “il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo Stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei”.

Sì, credo che dovremmo proprio rileggerlo attentamente quel manifesto di Ventotene. Un documento che deve essere conosciuto soprattutto a chi si vuole occupare di Europa.

La federazione europea anche oggi sarebbe

L’ “Unica concepibile garanzia che i rapporti con i popoli asiatici e americani si possono svolgere su una base di pacifica cooperazione in attesa di un più lontano avvenire in cui – scrivevano già nel 41 Rossi e Spinelli – diventi impossibile l’unità politica dell’intero globo”.

Altiero Spinelli
Palazzo Altiero Spinelli, sede del Parlamento europeo a Bruxelles

Problemi come quelli ambientali, problemi come quelli del lavoro, dell’immigrazione non possono certo essere affrontati dai singoli Stati nazionali, indipendentemente da interessi comuni alla specie umana, neanche solo all’Europa. Mentre Gaia, il nostro martoriato pianeta, avrebbe bisogno di soluzioni globali, Beppe nazionale si allea con Nigel Farage e il partito dell’indipendenza del Regno Unito. Comico, per non dire tragico.

Credo che anche oggi,

La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari cade non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale” – non certo oggi nuovissima – “linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico cioè la conquista del potere politico nazionale – e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità – e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

Personalmente sono fermamente convinto che ancora sia così.

Possiamo pensare di governare fenomeni come i cambiamenti climatici e disastri ambientali globali con l’indipendenza nazionale? Con il diritto di ciascun popolo a fare come meglio crede in materia di diritti umani come vivere in un ambiente salubre?

Di cosa parliamo quando, nel presentare programma dell’EFD, Grillo scrive che, “accettando di far propri i principi di indipendenza nazionale, nei suoi procedimenti, il Gruppo rispetta la libertà delle sue delegazioni e deputati di votare come meglio credono”.

L’assenza di una visione di gruppo, di un’idea comune, è sicuramente limitante.

Come possiamo occuparci di immigrazione e di flussi migratori? Con le indipendenze nazionali che neanche il Dalai Lama chiede più per il Tibet?

Pannella, i Radicali e lo scontro tra Stato di Diritto, Diritti Umani e la Ragion di Stato in Italia
Pannella, i Radicali e lo scontro tra Stato di Diritto, Diritti Umani e la Ragion di Stato in Italia

Anche oggi servirebbe portare a compimento quegli Stati uniti d’Europa immaginati da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, perché ancor oggi necessari – insieme agli stati uniti di Cina e Africa – “alla costruzione di un organismo mondiale” delle democrazie che superi, appunto, il concetto di diritto di veto e del principio di “non intervento”, quando diritti umani considerati inviolabili vengono invece violati proprio dagli Stati nazionali.

Vorrei ricordare a Beppe Grillo, si volesse occupare davvero di diritti umani, quanto diceva sant’Agostino: I regimi politici non rispettano la legge che si sono dati e diventano magna latrocinia.

L’Italia, anche grazie all’indifferenza del Movimento 5 Stelle e del populismo dei suoi leader, continua a rimanere un Paese canaglia, pregiudicato da trent’anni davanti alla Cote Europea, per violazione dei Diritti Umani sanciti nella convenzione e nella nostra stessa Carta costituzionale. Un Paese in cui il ladrocinio del diritto è diventato una prassi.

Come evidenziato nel dossier presentato dai Radicali, le carceri continuano a restare inumane e degradanti, per la mancanza di forze politiche rispettose del messaggio inviato alle Camere dal Presidente della Repubblica e delle numerose sentenze pendenti per la procedura di condanna pilota avviata con la sentenza Torregiani e altri.

Lo scorso 28 maggio è scaduto l’out-out datoci dall’Europa per metterci in regola. Ma noi siamo oltre Hitler. Cosa vuoi che sia una condanna per tortura?

L’Italia non si accorge delle sue Shoah. In questo paese si continuano a massacrare leggi, si continuano a violare diritti umani inviolabili, e non si smette neanche quando tutto ciò viene sottolineato direttamente dal Presidente della Repubblica come obbligo giuridico. Non come un qualunque dovere morale, ma come un obbligo giuridico.

Da militante del Partito Radicale Nonviolento, devo confessarlo, ho avuto un po’ di simpatie non tanto per il Beppe nazionale, ma per i cittadini del movimento perché volevo – in qualche modo – dare un voto utile ad abolire la casta, un voto contro la partitocrazia. L’ho fatto e, lo scorso 25 maggio, quando i Radicali per scelta hanno deciso di non candidarsi perché ritenevano e ritengono illegali e non democratiche queste elezioni. Ho dato fiducia alla cittadina Laura Ferrara, cosentina e avvocato tra i 17 dei 5 stelle eletti a Bruxelles, ma me ne sono pentito; e proprio in virtù di quel principio della libertà di scegliere, scelgo candidamente di abbandonare anche soltanto l’idea che un movimento neo-reazionario, così come si va oggi configurandosi quello dei pentastellati, sull’onda populista possa servire a migliorare le sorti di questo sfortunato Paese.

Paolo di Tarso
Paolo di Tarso

Spes contra spem: contro queste piccole speranze di cambiamento e contro la perdita di ogni speranza, la Speranza vera, quella con la “S” maiuscola, oggi, è più in Pietro che in Cesare, oltreché ovviamente nella continuità dei padri con i figli.

Come sottolinea Marco Pannella da più tempo, abbiamo il Presidente del Consiglio che, su carceri e giustizia, rappresenta ufficialmente una posizione anti CEDU e, soprattutto, contro quel messaggio del Presidente della Repubblica, atto formale fatto anche quale massimo magistrato della Repubblica in termini di diritto.

Volesse Grillo occuparsi di diritti umani in Europa, potrebbe ricordasi delle sistematiche violazioni dell’articolo 3 e dell’articolo 6 della Convenzione europea per i Diritti dell’Uomo e chiedere al suo movimento di rispettarli collaborando varare subito un provvedimento di amnistia e indulto. Non come atto di clemenza, ma come obbligo per lo Stato di diritto.

Per dirla alla Pannella, in questo triste panorama di comportamenti sovversivi contro le massime giurisdizioni europee e nazionali, ci si può aspettare più da questo Papa, il Papa che ha voluto assumere il nome di Francesco e che, in un batter d’occhio, ha abolito il reato di tortura e l’ergastolo dal diritto canonico. Noi, invece, proseguiamo nel violare l’articolo tre della CEDU: tortura!

Quale Europa?

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di Giuseppe Candido

Nota pubblicata sotto forma di lettera su Il Quotidiano della Calabria del 23 marzo 2013 .

Serve un’Europa delle patrie, delle banche e dei tecnocrati o una vera patria europea libera e unita? Molto spesso si è creduto in passato, e ancora oggi qualche volta si crede, che quando dentro gli Stati fosse stato realizzato un ideale di democrazia questo, assieme alla pace, si sarebbe instaurato anche tra gli Stati. Oggi sappiamo che così non è stato, sappiamo che la peste italiana della mancanza di diritto si sta espandendo e sappiamo pure che quel processo di integrazione europea si è arrestato all’unione monetaria. Una base culturale certa da cui poter partire per capire il cosa fare per un Europa a 5 stelle degna di essere considerata Patria europea dei cittadini, è rappresentata sicuramente da quello che i giornalisti viennesi chiamarono Manifesto di Ventotenescritto al confino nell’isola da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel 1941. Chi la crede superata non sa come veramente nasca un’idea destinata a durare né cosa sia un classico perché, in quell’opera, vi è inciso “un messaggio che trascende quelle specifiche circostanze dell’epoca in cui fu scritto e vale per altri tempi e circostanze”.

Proprio per non aver saputo elaborare sino in fondo l’ideale racchiuso in quelManifesto, l’Europa rischia di scivolare in miserie economiche e sociali gravi come, o anche peggio, di quelle già viste in passato. I principi contenuti nel progetto Per un’Europa libera e unita sono semplici e chiari: esercito unico federale; unità monetaria (realizzata sì, ma senza una banca federale europea capace di garantire debito degli Stati); abolizione barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli stati appartenenti alla Federazione; rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali; politica estera comune.

L’Europa di oggi invece, dopo un inizio positivo, ha subito un rallentamento e una inversione del processo di integrazione europea. Dalla Patria europea e dagli Stati Uniti d’Europa si sta tornando indietro all’Europa delle sole banche, delle Patrie e dei nazionalismi sovrani. Un esempio: il bilancio europeo viene tagliato con l’accordo del governo Monti che porta a casa per l’Italia solo qualche spicciolo ma nessuno ha reagito a questo anche se il nostro Paese sarà, per ciò, impegnato a contribuire per 4 miliardi di euro l’anno per il prossimo settennio (per un totale di quasi 28 miliardi di euro) ma che ci vedrà portare a casa, nello stesso periodo, solo 3,5 miliardi di euro di contributi europei. I tecnocrati si sono sostituiti al diritto, si è cancellato persino l’inno alla gioia come inno Europeo e, nel 2010, pure la bandiera blu è stata abolita perché, si diceva, poche erano diventate le stelle ma, di fatto, quella bandiera non è mai stata sostituita, sino ad arrivare alla limitazione, come avvenuto qualche tempo fa, della libera circolazione delle genti. Siamo davvero alla negazione della zona Euro e del processo d’integrazione o c’è speranza ancora di rinsavire? Siamo infangati nell’europa Franco-Tedesca in cui la Germania si rifiuta di assumersi responsabilità e continua ad affermare che “la politica d’austerità ha funzionato in Germania e che quindi deve essere applicata ovunque perché non si può violare il patto di stabilità”. Un palese falso passato per verità perché, proprio la Germania, violò per prima il patto per dare al proprio paese, assieme all’austerità, un incremento alla crescita e allo sviluppo. Ma di questo non si discute, le trasmissioni di approfondimento non ne parlano. Dove stiamo andando a parare? Questo tipo di politiche anti europee, se non adeguatamente contrastate, non solo rischiano di disintegrare il processo d’integrazione europea ma di lasciare, nel frattempo, in una situazione di caos l’intera area Sud del Mediterraneo dove Cipro rappresenta solo la punta dell’iceberg emergente. Dopo la campagna per le politiche passata a discutere dell’Imu che tutti avrebbero voluto restituire, c’è da chiedersi seriamente cosa sarà per le prossime elezioni europee e di cosa si discuterà. Di referendum per uscire dall’euro? Quelli de il Manifesto di Ventotene, ad esempio, sarebbero dei punti di dibattito estremamente qualificanti, cui sicuramente poter aggiungere discussioni importanti su materie da gestire in seno federale quali, ad esempio, la tutela dell’ambiente, la promozione micro capillare (contro le mega strutture eoliche) delle energie rinnovabili e dei limiti da imporre al consumo, non più sostenibile, di suolo. Pensiamo solo al risparmio sui costi militari che tutti gli stati avrebbero da un esercito unico federale: pur dovendo aumentare i trasferimenti all’Europa per l’esercito comune, il risparmio per gli Stati che oggi pagano 27 inutili eserciti sarebbe enorme!

Per uscire dall’Europa delle banche

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di Giuseppe Candido

Altiero Spinelli
Altiero Spinelli nel ritratto in un francobollo a lui dedicato nel 2007

L’esito delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 ha determinato l’elezione di un parlamento in stallo e che rischia seriamente di lasciare il Paese nell’ingovernabilità. I Partiti tradizionali, quelli che hanno tradito il dettato costituzionale dell’articolo 49 che chiedeva di far partecipare i cittadini alla vita politica nazionale del Paese e che non hanno saputo dare forme di democrazia interna come pure l’articolo 39 della nostra Carta avrebbe voluto, non sono riusciti a intercettare la voglia di cambiamento radicale che veniva e ancora viene dalla società civile sempre di più nauseata dalla corruzione dilagante e dagli sprechi della politica. La partitocrazia non è riuscita a dare una risposta alla crescente protesta contro il malaffare e ha fatto sì che l’Europa sia oggi vista come l’ arcigna esattrice che impone sacrifici, ci chiede di tagliare lo stato sociale, genera disoccupazione senza però aver avuto una democratica legittimazione per farlo. Forse è in queste semplici considerazioni la ragione del successo straordinario del M5S, che è riuscito a interpretare il bisogno di partecipazione e di svolta, senza proporre un programma di governo realistico. Un successo che potrebbe riproporsi a breve, alle prossime europee, se la politica non saprà reagire con formule chiare di buona politica senza tecnicismi. E c’è chi, forse non a torto, ritiene che anche oggi, come già successe agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso, l’ingovernabilità possa determinare una sorta di “svolta autoritaria” e, contagiando il resto d’Europa dove i sentimenti nazionali riaffiorano un po’ dappertutto, far regredire il processo d’integrazione europea. Forse sono quelle avvisaglie del riproporsi di “vecchie aporie”, che già Altiero Spinelli aveva previsto sarebbero ritornate qualora non si fosse portato fino in fondo il progetto non della Comunità ma di una vera e propria Federazione europea. Proprio in un momento di crisi economica, sociale e morale come quello che l’Italia sta oggi vivendo, lo dico subito a scanso di equivoci, c’è bisogno di rifondare, come terapia d’urto, quel progetto di Stati Uniti d’Europa e quel sentimento di una Patria europea mai aleggiato finora nel vissuto e nei sentimenti dei cittadini. L’Europa delle patrie, dei nazionalismi, sta letteralmente uccidendo la Patria europea. Un’assenza d’ideale che mette a rischio proprio la possibilità di uscire dalla crisi economica creando lavoro, sviluppo e crescita sostenibili. Manca un’ideale condiviso stesso di Europa libera e unita. D’altro canto tutti ci rendiamo conto che, anche solo dal punto di vista dell’Unità economica, una banca centrale come quella europea che non può neanche batter moneta, serve a molto poco in caso di speculazioni finanziarie operate sul debito contratto dai singoli Stati sovrani.

Come già accadde per l’Italia non ancora unita, forse anche l’Europa, necessità civile oltreché storica, potrebbe “risorgere dai cento errori governativi che terranno dietro ai cento commessi”. Risorgerà, ci auguriamo anche noi, “dal convincimento degli animi, che la guerra quotidiana alla libertà degli italiani, alle associazioni, alla stampa, al voto, è conseguenza inevitabile del sistema dei partiti corrotti e corruttori, non già d’uno o d’altro ministero”; potrebbe cioè risorgere proprio da quel “senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire”.

L’autorevolezza e l’incisività ridotte evidenziate dall’Unione Europea sul piano politico internazionale in varie occasioni e l’incapacità manifesta di fornire risposte al malessere sociale diffuso, continuano a favorire l’instaurarsi nell’opinione pubblica di una riluttanza diffusa verso l’Europa delle banche, dei mercanti e dei tecnocrati.

Manca l’Europa dei diritti e l’Europa come soggetto politico internazionale. L’Ordinamento federale, è quell’ordinamento che, pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale in modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottrae alla sovranità di tutti gli stati federati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crea e amministra un corpo di leggi internazionali al quale tutti gli Stati federati egualmente debbono essere sottomessi, garantisce con una banca federale il debito dei propri stati federati. Un unione di Stati federali europei potrebbe inoltre avere un unico corpo militare, un unico ministro degli esteri e un presidente federale europeo eletto dai cittadini o dal parlamento, ma con pieni poteri operativi per le materie di propria competenza. Oggi l’Europa non può fare leggi ma solo direttive cui poi gli Stati membri possono adeguarsi o meno con tempi più o meno lunghi. L’incertezza del diritto è sovrana e, anche dal punto di vista fiscale, non si capisce perché un imprenditore italiano debba pagare tante tasse in più rispetto al vicino collega europeo domiciliato in altro Stato.

Oggi, nella realtà globale, c’è la Cina, ci sono gli Stati Uniti, c’è l’India e l’Australia. C’è persino l’Africa nel piano della comunità internazionale. L’Europa invece non c’è, non c’è un ministro degli esteri e della difesa europea. Chi scrive è convinto che per dare una risposta al malessere sociale e per rafforzare il processo di unificazione europea realizzando l’Europa dei cittadini e dei diritti, sia oggi necessario e quantomai urgente rilanciare subito gli ideali federalisti di quel manifesto e riformare profondamente le istituzioni dell’Unione, ridefinendone poteri e competenze.

La centralità dello Stato nazionale andrebbe superata verso l’alto, delegando alla federazione europea competenze su materie come politica estera, difesa, ambiente e sicurezza e, verso il basso, potenziando un sistema realmente federale delle Regioni e delle Autonomie locali con soli controlli di legalità da parte dello Stato centrale. Anche oggi, quindi, il confine tra partiti progressisti e partiti reazionari cadrà, come già negli anni Quaranta del secolo scorso suggerivano nel Manifesto di Ventotene Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, “non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, (…) e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.

5 Stelle? Meglio dodici, perché è a rischio l’ideale europeo

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Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido
Piervirgilio Dastoli e Giuseppe Candido a Bruxelles

di Giuseppe Candido

Considerando i recenti mutamenti del panorama politico italiano in cui si sente sempre più parlare di “uscita dall’euro” mi permetto di riproporre un mio articolo già pubblicato su il Domani della Calabria il 28.10.10 e in cui sostenevo il rischio, anche in Italia, dell’affermarsi dei nazionalismi a discapito di un ideale di patria europea.

L’ideale europeo è sempre più in palese crisi e la domanda se sia meglio un’Europa delle patrie o piuttosto, per come avrebbero desiderato i padri costituenti, una Patria europea, non sembra anacronistica, anzi ritorna quantomai attuale. Nel loro “Manifesto di Ventotene”, uomini del calibro e della tempra morale come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi immaginavano un’Europa libera e unita, diversa da quella che oggi vediamo realizzarsi.

Bisogna ricordare cosa scrivevano in quel documento passato poi alla storia come carta fondatrice dell’Europa: “L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori (…). Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”. In quel manifesto già allora si riconosceva palesemente quello che era stato il pericolo degli Stati nazionali e che poneva la necessità di una “comunità europea unita”. Forse non tutti sanno che sia la bandiera blu con le stelle rappresentative degli Stati Membri sia l’inno alla Gioia sono stati cancellati. E con essi la possibilità di chiamare leggi le direttive e la possibilità di avere un Ministro degli Esteri europeo che invece è stato declassato ad “Alto rappresentante”. Il costituzionalista Giovanni Tesauro ha sottolineato come per la prima volta della storia dell’integrazione europea, si è fatto un passo indietro anziché un passo avanti. Tutto ciò mentre i sondaggi di “Eurobarometro” evidenziano invece che l’idea di un’Europa basata su un progetto costituzionale sia largamente maggioritaria nell’opinione pubblica. Insomma, abbiamo detto “addio” ad un’Europa federale, “addio” al diritto di cittadinanza. Dell’Europa di Spinelli e Monet rimangono solo scambi commerciali e i “vantaggi” della moneta unica. Mentre per qualunque decisione riguardante i così detti “temi etici” questa potrà essere impedita anche da un singolo Paese Membro. Non era certo questo il progetto di Monet e di Spinelli. Il pericolo che il processo d’integrazione si svilisca e che si rafforzi quello di un’Europa fatta di Stati nazionali è estremamente attuale. E a denunciarlo dalle colonne di Le Monde, il noto quotidiano francese, è Charles Kupchan, docente di relazioni internazionali alla Jorge Town University, con un articolo dal titolo eloquente: “L’erosione dell’ideale europeo è preoccupante perfino dagli Stati Uniti”. È così che ci vedono dall’America. E se ciò non bastasse l’incipit dell’articolo di Kupchan è ancora più chiaro: “L’Europa è in agonia. Non una morte spettacolare né improvvisa, no. Ma un’agonia così lenta che uno dei prossimi giorni noi americani, guardando dall’altra sponda dell’Atlantico, forse scopriremo che questo progetto di integrazione europea che era scontato da mezzo secolo a questa parte, ha cessato di esistere”. Per questo docente americano però, “Il declino europeo” è soltanto in parte economico. “Numerosi Stati membri dell’Unione pagano un pesante tributo alla crisi finanziaria e i debiti pubblici colossali insieme alla salute precaria delle banche europee non lasciano presagire nulla di buono. Eppure questi mali sembrano essere benigni rispetto ad un male ancora più grave: dal Londra a Varsavia, passando per Berlino, l’Europa subisce una rinazionalizzazione della vita politica e i suoi Paesi membri reclamano la sovranità che un tempo sacrificavano volentieri in nome di un’ideale collettivo. Per molti europei – scrive ancora Kupchan – quest’interesse comune non ha manifestamente più alcuna importanza. Al contrario molti europei si chiedono cosa fa per loro l’Unione e se ne vale la pena”. Se esiste un’europa economica, sia pure con le sue difficoltà, di fatto manca ancora un’Europa della cittadinanza. Osserviamo invece il nascere e l’affermarsi di partiti nazionalisti in tutta Europa: dal Belgio alla Francia, in Germania come in Olanda e in Inghilterra. E l’Italia non sembra essere esente da questo fenomeno. Anche da noi, e anche nel mondo politico, sempre più frequenti si fanno le posizioni euro-scettiche. Per cui, oltre a chiedersi come fare affinché la “zona euro” non fallisca evitando un’Europa a due velocità c’è da chiedersi come rinsaldare, nei cittadini, quell’ideale del bene comune collettivo che sembra essersi perso. Altrimenti, se questa tendenza si confermerà, se l’Europa dei singoli stati nazione prevarrà sul concetto di Unione Europea federale e federalista, se il sogno degli Stati Uniti d’Europa rimarrà tale e soltanto utopico, tutto ciò rischierebbe di compromettere quello che Kupchan definisce “una delle realizzazioni più formidabili e improbabili del XX Secolo: un’Europa integrata, in pace con se stessa, desiderosa di mostrare la potenza di un insieme unito”.

L’ideologia dell’indipendenza nazionale e la fine di Schengen

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di Giuseppe Candido

Sottoscritto il 14 giugno 1985 fra il Belgio, la Francia, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi l’accordo di Schengen intendeva eliminare progressivamente i controlli alle frontiere comuni e introdurre un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari, degli altri Stati membri della Comunità o di paesi terzi.
Successivamente, la convenzione di Schengen firmata il 19 giugno 1990 dagli stessi cinque Stati membri e successivamente entrata in vigore nel 1995, completò quell’accordo definendo “le condizioni di applicazione e le garanzie inerenti all’attuazione della libera circolazione”.
Obiettivi dichiarati della convenzione adottata poi da tutti i paesi membri erano l’abolizione dei controlli sistematici delle persone alle frontiere interne, il “rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, la collaborazione delle forze di polizia e la possibilità, per esse, di intervenire in alcuni casi anche oltre i propri confini. Inoltre la convenzione prevedeva il coordinamento degli stati dell’Unione nella lotta alla criminalità organizzata di rilevanza internazionale come ad esempio mafia, traffico d’armi, droga e immigrazione clandestina.
Era il sogno degli Stati Uniti d’Europa che avrebbe dovuto concretizzarsi con un esercito degli Stati Uniti d’Europa, un Ministro degli Esteri europeo in un’Europa federale e federalista.
“L’ideologia dell’indipendenza nazionale” si legge nel Manifesto di Ventotene, “è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori. Essa portava però in sé” i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali”.
Le cose però cambiano, i contesti divergono e l’Europa non è quella che i suoi più alti Padri costituenti avrebbero voluto. Gli Stati nazionali continuano a soffocare la Patria europea. Dopo aver fatto sparire la Bandiera blu con le stelle e dopo aver abolito l’Inno alla gioia come inno europeo oggi assistiamo alla morte della libertà di circolazione. A che punto sia oggi quel trattato, dopo la crisi Italia-Francia per la gestione degli immigrati, è sotto gli occhi di tutti. Non parliamo poi i quel sogno europeo. L’Onda dei migranti apre una crisi nell’Unione europea, è il titolo con cui apre in prima pagina nei giorni scorsi El Pais.
La valanga di migranti provocata dalle rivolte arabe ha aperto una nuova spaccatura nell’Unione europea. L’Italia ha accusato la Francia, sottolinea il noto quotidiano spagnolo, di violare i principi base dell’Unione dopo che le autorità francesi hanno bloccato il passaggio dei treni provenienti da Genova per impedire l’ingresso di tunisini. E che “Parigi blocca i migranti tunisini alla frontiera italiana” se ne accorge lo stesso Le Monde che però si spinge ben oltre nell’analisi.
“Ad una settimana dal vertice Franco-Italiano del 26 Aprile, i due Paesi hanno aggiunto un nuovo soggetto di discordia a quelli che già li oppongono, bloccando la circolazione dei treni tra Ventimiglia e la Costa Azzurra. Domenica, si legge ancora sul quotidiano d’oltre Alpe, Parigi ha provocato la reazione indignata del Governo italiano che ha denunciato questa misura come illegittima.” In causa, ovviamente, è la decisione presa dall’Italia di accordare un permesso di soggiorno provvisorio per circa 20.000 tunisini arrivati a Lampedusa dopo la caduta del regime di Ben Ali. Per il Governo Italiano, spiega Le Monde, questi permessi temporanei, in base agli accordi Schengen, devono permettere agli immigrati, che per la maggior parte vogliono andare in Francia, la loro libera circolazione. Per Parigi, invece, gli immigrati devono giustificare una residenza in Francia, un titolo di trasporto (cioè un biglietto) e delle risorse economiche per l’auto sostentamento.
Domenica scorsa, un centinaio di tunisini muniti di un permesso di soggiorno provvisorio, accompagnati da 250-300 militanti francesi ed italiani, avevano preso posto su quello che Le Monde definisce il “treno della libertà”. Da Genova verso la Francia, con l’obiettivo di “sfidare i blocchi dei governi e garantire il libero accesso al territorio europeo e ricordare che “nessun essere umano è illegale”. Parigi ha però deciso di bloccare il convoglio alla frontiera di Ventimiglia, ufficialmente, “in ragione dei rischi per l’ordine pubblico”. Unica causa per cui l’accordo di Schengen poteva essere sospeso temporaneamente.
Forse, in un momento come quello che oggi l’Italia sta vivendo, parlare di regressione del processo d’integrazione europea e di morte dell’Unione intesa come unione di popoli e non solo unione commerciale, può sembrare inutile, quasi velleitario. Eppure il tramonto di quel sogno, il declino di un’idea d’Europa unita non solo da un’unica moneta e dall’abolizione dei dazi sulle merci, ma anche dalla condivisione di territori, di culture e di tradizioni, proprio nel momento in cui i nazionalismi, dal Belgio alla Finlandia passando per i Paesi Bassi, si affermano e si rinforzano, dovrebbe costituire una preoccupazione seria per classi dirigenti del nostro Paese.