Nel 150° dell’Italia Unita … il nuovo numero di ALM per un buon 2011

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Care amiche e cari amici di Abolire la miseria della Calabria,

a nome della redazione auguro a tutti voi, nel 150° dell’Italia Unita, un felice 2011 ricco di cultura e culturalmente ricco. E lo faccio con il nuovo numero. Ancora una volta in “copia omaggio” grazie anche al contributo della Provincia di Catanzaro offerto all’associazione di volontariato culturale Non Mollare e da noi interamente dedicato all’Unità d’Italia ed al ruolo che per essa ebbe il Mezzogiorno d’Italia e la Calabria in particolare. A breve pubblicheremo anche l’inserto speciale. Intanto buona lettura a tutti con “otto pagine di cultura” ed AUGURI!

Uno speciale ringraziamento al Presidente Napolitano che dà ascolto ai giovani e che, lo scorso 8 giugno 2010 con nota ufficiale del Segretario Generale Pasquale Cascella (Prot. SGPR del 11/06/2010 n°0062663 P), nel renderci nota la possibilità di utilizzare il testo dell’Intervento del Presidente tenuto all’Accademia Nazionale dei Lincei, ci ha ufficialmente <<Rappresentato i sensi della considerazione del Presidente Giorgio Napolitano per l’iniziativa di dedicare un numero del periodico “Abolire la miseria della Calabria” al tema del Mezzogiorno nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia>>. Ovviamente siamo orgogliosi di tutto ciò e, nello stesso tempo, increduli e lusingati di questo riconoscimento. Grazie davvero Presidente Napolitano, garante della nostra costituzione, e un augurio per un buon 2011 con meno suicidi nelle carceri.

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Fitodepurazione, conviene e risolve! Il video e il resoconto del convegno e del dibattito

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Sellia Marina (CZ) – Si è svolto lo scorso 29 dicembre il convegno-dibattito sul tema della Fitodepurazione organizzato, presso la sala del Consiglio Comunale di Sellia Marina, dal Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina assieme all’associazione di volontariato culturale “Non Mollare” e all’azienda “Vivai Squadrito”. Conviene? Risolve? È a queste domande che si è cercato di dare una risposta. Il tutto nasce da una petizione popolare che chiede al sindaco di adottare la fitodepurazione per l’affinamento dei liquami provenienti dai depuratori quando questi, durante il periodo estivo funzionano malamente a causa del picco delle presenze turistiche.

La fitodepurazione, com’è poco noto, è un sistema di depurazione naturale che può integrarsi, proprio in quei territori in cui è forte il picco estivo delle presenze turistiche, con i sistemi di depurazione tradizionale. Al convegno dibattito oltre ai relatori sono intervenuti, quali amministratori dei territori interessati dalla problematica, il sindaco di Sellia Marina Giuseppe Amelio, l’assessore all’ambiente Giuseppe Mercurio, il Presidente del Consiglio comunale Nicola Giancotti, il dott. Michelangelo Ciurleo assessore al bilancio della Provincia di Catanzaro e Salvatore Procopio già assessore all’ecologia e consigliere comunale di Botricello. Al convegno era stato invitato anche il Dott. Fausto Caliò, responsabile autorizzazioni del Settore Tutela e Sviluppo ambientale della Provincia di Catanzaro, che non essendo potuto intervenire personalmente, ha inviato un messaggio ad organizzatori e partecipanti al convegno: “Il tema in discussione – ha scritto il Dott. Caliò nella sua nota – è certamente in linea con gli obiettivi della tutela e valorizzazione delle risorse indriche, infatti, come i partecipanti ben sapranno, la fitodepurazione rientra tra i trattamenti di depurazione naturale suggeriti dalla vigente normativa (All. 5 alla parte terza del D.lgs 152/06); questi, benché ormai largamente collaudati ed impiegati in vari Paesi mitteleuropei, trovano ancora scarsa applicazione nel nostro territorio. L’argomento (del convegno ndr) – scrive ancora il dott. Caliò ai partecipanti – è tanto più stimolante se si pensa che i pochi esempi del genere esistenti nel territorio provinciale sono utilizzati nel trattamento dei reflui di piccole comunità (perlopiù insediamenti rurali), mentre tali tecnologie sono sono state ancora applicate al trattamento, o affinamento, di acque reflue provenienti da agglomerati urbani di medie dimensioni. Pertanto, – conclude Caliò con riferimento esplicito agli obiettivi del convegno – qualora fosse realizzato l’impianto fitodepurativo proposto nella petizione collegata a tale convegno, esso costituirebbe certamente un interessante prototipo per la nostra provincia, da monitorare attentamente per ulteriori simili applicazioni.”

Sulla base delle “forti criticità” in cui si viene sistematicamente a trovare il sistema di depurazione, e non solo quello selliese, durante il periodo estivo di picco demografico, durante il convegno è stato più volte sottolineato come, il ricorso a tali tecniche di depurazione naturale per il trattamento dei reflui rappresenta una scelta diffusa sia a livello nazionale sia a livello mondiale per i suoi vantaggi sia economici sia di capacità accertata nel trattamento dei reflui provenienti dai depuratori tradizionali. “L’uso della fitodepurazione – ha spiegato il dott. Giuseppe Squadrito – per la depurazione dei liquami ha origini antiche. A Roma, nel periodo imperiale, si usava scaricare la cloaca massima, un canale di flusso dei rifiuti urbani, nelle paludi Pontine con il preciso scopo di sfruttare il loro potere auto depurante. (…) Ma la moderna concezione degli impianti di fitodepurazione ha origine, negli anni ’80, negli Stati Uniti e nel Centro Europa e gli impianti di fitodepurazione vengono definiti a livello internazionale con il termine costructed wetlands cioè sistemi umidi costruiti artificialmente. In Italia – ha ricordato Squadrito – l’entrata in vigore del D.Lgs 152/99 ha introdotto per la prima volta una filosofia del tutto nuova nel campo della gestione e tutela della risorsa idrica, privilegiando, ove possibile, sistemi ad alta naturalità e anticipando la direttiva quadro nel settore delle acque n° 2000/60 della comunità europea. In uso già da tempo negli Stati Uniti, sono recentemente stati introdotti in molte regioni italiane. In Toscana, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, sono molti gli impianti in attività che forniscono periodicamente risultati estremamente positivi per l’attività depurativa che svolgono”.

Conviene, dunque, e potrebbe anche risolvere. Ma, come sottolineato nella relazione del professor Francesco Santopolo, il metodo è stato scarsamente utilizzato soprattutto perché “poco remunerativo” in termini “progettuali” per cui si è sempre preferito sistemi di depurazione tradizionali. Senza dimenticare – ha aggiunto Santopolo – che in un regione come la Calabria dove l’acqua è scarsa d’estate e tragicamente abbondante d’inverno e in autunno quando è causa del dissesto idrogeologico, il metodo della fitodepurazione potrebbe diventare una risorsa idrica aggiuntiva perché le acque di scarico dei depuratori, affinate, diventerebbero utilizzabili per usi irrigui. Sia il sindaco di Sellia Marina sia l’assessore all’ambiente Giuseppe Mercurio, nei loro rispettivi interventi, hanno plaudito all’iniziativa del convegno recepita come “interessante proposta da sottoporre a future valutazioni tecniche” e non già, come troppo spesso accade in questi casi, quale “protesta pretestuosa e strumentale”. Ed anche se non sono mancati momenti di dibattito in cui l’amministrazione – nella persona del Sindaco – ha sottolineato il suo impegno nella tutela dell’ambiente in generale, il convegno è risultato essere una valida base di partenza per ulteriori valutazioni di fattibilità tecnica che l’amministrazione intenderà compiere recependo le richieste della petizione che sarà quindi presentata ufficialmente all’inizio del nuovo anno con l’augurio di una situazione “balenare” per il 2011 migliore di quella del 2010. Nicola Giancotti, nella sua qualità di Presidente del Consiglio comunale di Sellia Marina che ha gentilmente ospitato la manifestazione, ha sottolineato nel suo intervento che non soltanto “quello della fitodepurazione risulta una interessante proposta come sistema per l’affinamento dei liquami fuoriuscenti dai depuratori ma che potrebbe anche essere incentivato, con eventuali sgravi fiscali sulla tassa della depurazione a beneficio di privati, come i tanti villaggi turistici presenti sul territorio, che decidessero di adottarlo come alternativa allo scarico in fognatura”. “Di fatto – ha concluso Giuseppe Candido, quale presidente del Comitato di tutela dell’ambiente di Sellia Marina, – un risultato lo abbiamo già ottenuto ed è quello, non di poco conto, di far discutere le amministrazioni interessate dal problema prima che la stagione estiva sia avviata e prima che l’emergenza torni ad esplodere. Ci dispiace per l’assenza della minoranza in consiglio che, evidentemente, non ha ritenuto adeguatamente importante l’argomento in discussione stante la valenza oggettiva e l’assenza di colore politico dell’iniziativa che poteva perciò essere accolta in maniera bypartisan”.

Apprendiamo con soddisfazione dalla stampa locale che Salvatore Procopio, consigliere comunale intervenuto al convegno, ha richiesto alla Giunta di Botricello guidata da Camastra di adottare la fitodepurazione per l’affinamento dei liquami del depuratore ubicato sul tratto della foce del torrente “Arango”.

Un buon risultato ed un ottimo augurio per il 2011 per il Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina che, proponendo la fitodepurazione al Sindaco di Sellia Marina attraverso una petizione popolare, ha cercato però di estendere la discussione anche ai comuni limitrofi come Botricello e Cropani. Peccato che non tutte le amministrazioni interessate dal problema si siano interessate alla proposta. Forse troppo impegnati nei festeggiamenti?

Applicare la fitodepurazione ai locali impianti di depurazione” è il titolo dell’articolo firmato r.s. (probabilmente riferibile al giornalista Rosario Stanizzi) comparso oggi, 31 dicembre, su La Gazzetta del Sud che pubblichiamo di seguito. “La proposta del consigliere comunale Salvatore Procopio” l’occhiello.

Botricello. – “Considerare l’opportunità di valutare, attraverso uno studio di fattibilità sui costi e sui benefici, l’applicazione delle tecniche di fitodepurazione all’impianto di depurazione”. E’ quanto chiede, con un’interrogazione-proposta indirizzata al Sindaco Giovanni Camastra, agli assessori Giuseppe Trivolo ed Agostino Viscomi, al capogruppo di maggioranza Angelo Muraca e al responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Luigi Mancuso, l’ex assessore all’ecologia del comune di Botricello, Salvatore Procopio, consigliere comunale.

“E’ mio personale convincimento – aggiunge – che le superfici attualmente in disuso all’interno del perimetro dell’impianto sito in località Arango siano quantomeno idonee ad accogliere un sistema di fitodepurazione a monte dell’attuale impianto depurativo. Le vasche della vecchia linea di depurazione, opportunamente rigenerate, sono assai idonee ad ospitare segmenti di fitodepurazione e tecniche modulari in grado di depurare e trattare il carico batterico, soprattuto durante il periodo estivo, in cui il dimensionamento non idoneo dell’impianto può generare dei collassi depurativi (come già avvenuto in passato ndr). L’alta efficienza depurativa, i bassi costi di realizzazione e manutenzione, la rimozione dei batteri coliformi, l’abbattimento del fabbisogno di ossigeno chimico e biologico, dell’ammoniaca e del fosforo, sono indicatori interessanti che la tecnica della fitodepurazione offre e che mi fanno protendere per un’applicazione immediata di tale sistema nel nostro impianto depurativo. Ritengo che l’ipotesi di fattibilità, se supportata da valutazioni tecniche economiche più autorevoli della mia proposta, siano in armonia sia con l’ipotesi di una maggiore efficienza dell’impianto esistente e sia nell’ottica della costruzione di un nuovo impianto di depurazione. Pertanto – afferma ancora Procopio – chiedo che la proposta, maturata all’interno di un recente dibattito scientifico con l’Università della Calabria, il Comitato per la tutela dell’ambiente di Sellia Marina e l’associazione culturale “Non Mollare”, venga immediatamente valutata dai nostri tecnici e vengano allertati i canali di finanziamento più opportuni per la fattibilità dell’intervento.”

Alm ringrazia il sig. Antonio Elia per le riprese amatoriali effettuate e che ci hanno consentito di documentare il convegno e gran parte del dibattito

Le mani bianche degli studenti

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di Giuseppe Candido

Dopo il pasticcio combinato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro durante la seduta pomeridiana del 21 dicembre in Senato che aveva dato per “approvati” quattro emendamenti presentati dall’opposizione, oggi è stata invece la giornata del voto finale alla riforma dell’Università del ministro Gelmini. Gli studenti assassini? Le mani bianche e il rifiuto categorico della violenza sono quello che resta, questa volta, delle manifestazioni. A Roma e nelle altre città d’Italia gli studenti sfilano pacificamente. Solo a Milano e a Palermo qualche facinoroso sfida le barricate e crea qualche tafferuglio venendo però subito isolato dagli studenti che hanno invece dato prova di essere un movimento “sano” che legittimamente esprime il proprio dissenso e che spera di potersi confrontare con la Politica e col Presidente Napolitano. Magari si potesse assistere a scene del genere anche in Parlamento dove troppo spesso si perviene alla rissa. “Università, unità” gridano e fanno chiasso per le strade con tamburi e fracassi. Chiassosi si, ma nonviolenti coi libri di cartone, i fiori per i celerini, le mani dipinte di bianco.

“Università pu-bbli-ca” scandiscono. E danno una lezione di civiltà e democrazia non soltanto a chi guardava, soffiando incautamente sul fuoco, alla violenza della piazza per gonfiare il petto della sicurezza, armare la polizia e ordinare la carica.

‘Ndrangheta e Politica alle ultime elezioni regionali. Arrestato Zappalà (Pdl) ed altri candidati che sostenevano Scopelliti

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di Giuseppe Candido

“La mia missione è di essere sempre e solo al servizio del cittadino”. È quanto si legge entrando nel blog dell’ex sindaco di Bagnara Calabra nonché Consigliere regionale eletto nelle fila del Pdl calabrese ed oggi arrestato per documentate collusioni con la cosca dei Pelle. Candidato a sostegno del Presidente Scopelliti, come Zappalà stesso scrive nel suo blog: “affinché la mia amata Calabria possa divenire la regione della libertà, della solidarietà, del progresso e… della POLITICA DEL FARE”.

E pensare che, nel mese di giugno, il sindaco Zappalà si era recato perfino in Prefettura per consegnare simbolicamente la fascia tricolore al prefetto di Reggio Calabria D’Onofrio. Come si legge nel suo blog: “Un gesto clamoroso e al tempo stesso altamente simbolico, che il primo cittadino ha voluto compiere per segnalare una situazione che a Bagnara si è fatta davvero drammatica: quella della mancanza di un controllo efficace del territorio da parte delle forze dell’ordine”.

Oggi la notizia è che Zappalà viene arrestato assieme ad altre 11 persone, tra cui altri quattro candidati alle ultime regionali, nell’ambito di un’indagine sui rapporti politica e ‘ndrangheta in Calabria. Intercettazioni ambientali e telefoniche che inchiodano.

Di seguito le agenzie della notizia (copia e incolla) che mostrano come lo strapotere delle cosche gravi sulle scelte e sulle decisioni del Consiglio Regionale calabrese.

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ROMA, 21 DICEMBRE:

(ANSA) – Un consigliere regionale, del Pdl, ed altre 11 persone sono state arrestate dai carabinieri in Calabria; l’ipotesi di accusa e’ il condizionamento da parte della ‘ndrangheta sulle elezioni regionali del 29 e 30 marzo scorsi. Con il consigliere Santi Zappalà sono stati arrestati altri quattro candidati in liste del centro destra: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. Sono tutti sospettati di avere ottenuto il sostegno della cosca Pelle in cambio della promessa di favori.

(APCOM) – Il consigliere regionale Pdl Santi Zappalà, arrestato dai carabinieri nel corso dell’operazione “Reale 3”, è stato incastrato dalle intercettazioni ambientali a casa del boss Giuseppe Pelle, capo indiscusso dell’omonima famiglia egemone nel territorio di San Luca in provincia di Reggio Calabria. Zappalà, sulla base di quanto si evince dalle intercettazioni, andò a trovare il boss il 27 febbraio scorso e si sarebbe messo a disposizione per eventuali favori da far ottenere ai detenuti rinchiusi nei vari penitenziari italiani. Zappalà è tra le 12 persone arrestate in Calabria nell’inchiesta che ha scoperto un giro d’affari tra politica e cosche legate alla ‘ndrangheta. Al centro dell’indagine gli incontri tra il boss Pelle e alcuni candidati che in cambio di voti assicurati alla ‘ndrangheta avrebbero dovuto garantire alle imprese di riferimento della cosca l’aggiudicazione di alcuni importanti appalti pubblici e altri favori. Santi Zappalà è attuale sindaco di Bagnara Calabra. Oltre a lui i carabinieri hanno notificato anche altre quattro ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti politici calabresi, tutti del centrodestra, candidati al consiglio regionale nell’ultima tornata dello scorso marzo. Si tratta di: Antonio Manti, Pietro Nucera, Liliana Aiello e Francesco Iaria. L’accusa per tutti e di avere ottenuto il sostegno elettorale della cosca Pelle. L’appoggio, secondo gli accordi presi, avrebbe dovuto essere ricambiato facendo ottenere alla cosca favori di vario genere tra cui appalti, finanziamenti e trasferimenti di detenuti. L’indagine ha accertato il condizionamento esercitato dalla cosca Pelle di San Luca in occasione delle elezioni del 29 e 30 marzo scorsi per il rinnovo del Consiglio regionale.

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Chi vince in Calabria lo fa col sostegno delle ‘ndrine. Forse è questa la semplice chiave di lettura che si deve dare per commento dell’operazione “Reale”. Si, “Reale”! Perché reale è che, in Calabria, i Consigli regionali che si susseguono debbano essere sistematicamente “infiltrati” dalle cosche che, grazie anche al sistema elettorale vigente, riescono quasi sempre a far prevalere, all’interno delle liste, i “loro” candidati.

Quando l’On.le Angela Napoli, dalla commissione parlamentare antimafia, denunciava in solitudine che in queste ultime elezioni regionale le liste erano piene di candidati “sconvenienti” che non rispettavano neanche lontanamente il “codice etico” che la politica si era data e quando pure l’ex ministro degli interni Pisanu certifica le infiltrazioni con le sue dichiarazioni relative ad un personale politico “non degno di rappresentare nessuno”, c’è da domandarsi se forse non avessero ragione. Non serve neanche – come abbiamo fatto – che lo denuncino i Radicali a gran voce durante tutta la campagna regionale. E non bisogna credere che siano mosche bianche.

Col sistema elettorale attuale è così semplice far convergere i voti che le ‘ndrine hanno i loro eletti in maggioranza e nell’opposizione. È certo però che, nella scelta, le “famiglie” calabresi più attente sanno ben scegliere e contribuiscono a determinare chi governerà nel lustro successivo la Calabria.

Come difendersi? Il Presidente Scopelliti, se davvero volesse combattere queste infiltrazioni, avrebbe da fare immediatamente due provvedimenti: il primo relativo alla trasparenza e che preveda la tempestiva pubblicazione anche su internet di tutto ciò che già da anni doveva essere pubblico (gli interessi finanziari dei Consiglieri, degli Assessori e dei presidenti dei vari enti regionali la cui nomina è di competenza del Consiglio Regionale); una vera anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati. Il secondo provvedimento dovrebbe essere quello di cambiare l’attuale sistema di elezione del Consiglio Regionale e procedere all’elezione di ciascun consigliere in altrettanti piccoli collegi elettorali uguali in numero a quelli dai consiglieri eletti. Tale modifica avrebbe due vantaggi: avvicinare l’eletto all’elettore ed evitare che le preferenze delle ‘ndrine si coalizzino in un intera provincia così da garantire al “prescelto” l’elezione sicura.

Ovviamente a tutto ciò andrebbero affiancati, da un lato, l’obbligo di primarie nei 60 collegi e, dall’altro, una più attenta selezione della classe dirigente.

Isolare i violenti forse non basta

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 21 dicembre 2010

Ha ragione Emanuele Fiano – responsabile giustizia del Pd – nel dire che bisogna manifestare isolando i violenti. La teoria dei provocatori “infiltrati” non regge all’evidenza dei fatti. Ma forse non basta isolare i violenti e dire alla violenza semplicemente un “no”. Forse bisognerebbe che al rifiuto della violenza si unisse anche l’amore della verità e una proposta politica di “pratica concreta” della nonviolenza, quella forma di lotta di gandhiana memoria che nei partiti italiani non alberga molto.

La fiducia al governo ottenuta da Berlusconi alla Camera per tre voti assai discussi assieme alle manifestazioni inizialmente pacifiche ma poi sfociate in episodi di violenza, sono state le questioni più evidenti nella cronaca di giornali e televisioni e nei commenti dei politici. E pure la stampa straniera ha detto la sua: L’Economist, uno dei settimanali britannici più diffusi, nell’ultimo numero uscito venerdì 17 nelle edicole europee, titola: “Aggrapparsi”. “Berlusconi sopravvive. Il premier italiano tira avanti dopo il voto ma potrebbero esserci comunque elezioni anticipate nel nuovo anno”. “Il 14 dicembre ha avuto diversi volti in Italia”, scrive ancora il settimanale della City.

“Silvio Berlusconi ha mantenuto in vita il suo governo conservatore vincendo di poco il voto di fiducia alla Camera. Poi ci sono stati brutti episodi di violenza a Roma e proteste di studenti in diverse altre città. Quanto questi eventi siano legati tra loro sarà oggetto di dibattito acceso – scrive ancora l’Economist probabilmente non avendo visto la puntata di Annozero – attorno alle tavole natalizie”. Le proteste contro i tagli all’istruzione, alla cultura e all’università si sono tragicamente sommate, nella giornata di martedì, a quelle dei cittadini aquilani in rivolta per le loro case ancora da ricostruire e degli abitanti “avvelenati” di Terzigno.

“Una cosa è chiara: il 14 dicembre – glissa l’Economist – non è stato un gran giorno per la democrazia parlamentare italiana”. E forse, aggiungeremmo noi, non è stato un bel giorno neppure per la “democrazia partecipativa” del manifestare liberamente in piazza il proprio sacro santo dissenso contro il governo e contro i suoi provvedimenti. Delle manifestazioni rimangono infatti solo gli echi delle violenze e non invece quello delle ragioni.

E se da un lato c’è chi minimizza il problema chiedendo “d’isolare i violenti” o tirando in ballo improbabili falangi di Black Bloc e “infiltrati”, d’altro canto il governo soffia sul fuoco e propone il pugno di ferro. Il sottosegretario agli Interni Mantovano ha infatti dichiarato di essere “favorevole all’estensione del Daspo”, una misura introdotta per limitare la violenza negli stadi, “anche alle manifestazioni politiche”. Senza neanche il bisogno di cambiare l’acronimo perché la “s” starebbe a “studentesche” e il “po” per politiche. Tutto normale? Mica tanto. “Un provvedimento da stato di polizia” tuona il segretario di Radicali italiani, Mario Staderini. E in effetti il provvedimento, il cui acronimo è il divieto d’accesso alle manifestazioni sportive, sulla base di una semplice denuncia, può vietare al soggetto ritenuto “pericoloso” di accedere in luoghi “caldi” in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive. È emesso dal questore, sulla base di una denuncia all’autorità giudiziaria, e la durata può andare da uno fino a cinque anni. Ed è proprio il fatto che il Daspo possa essere emesso sulla base di una semplice denuncia, magari emessa a furor di popolo sulle spinte di qualche “politico indignato” dei provvedimenti della magistratura e non già dopo una condanna penale, ha comportato molte proteste di inconstituzionalità non solo da parte degli ultras. E anche se la Corte Costituzionale nella sentenza n. 512 del 2002, inquadra la misura tra quelle di “prevenzione”, che possono quindi “essere inflitte anche in attesa del processo ed essere poi revocate in caso di assoluzione”, la lunghezza biblica della Giustizia italiana fa sì che la persona sottoposta al Daspo sconti per intero la “misura” che si trasforma quindi, alla faccia del garantismo, in vera e propria pena preventiva, senza che il processo che ad essa ha dato origine venga celebrato. Insomma, non solo gli ultras ma anche costituzionalisti e giuristi ritengono assai limitative queste misure. Di fatto, alcune libertà fondamentali come quella di circolazione prevista dall’art. 16 della Costituzione, oltreché quella di manifestare, vengono limitate. Stato di Polizia? Forse no, ma neanche più uno vero “Stato del diritto”.

Tra le due posizioni estreme però non trova sufficiente spazio la proposta “nonviolenta” che invece pur emerge embrionale nel movimento. Alcuni studenti, per dire un no chiaro ma pacifico alla riforma universitaria che contestano, hanno iniziato timidamente uno sciopero della fame ma, a parte un breve passaggio al tg3, nessuna trasmissione c.d. “di approfondimento” ha davvero approfondito su di loro. Nessuna visibilità delle ragioni di chi protesta attuando pratiche nonviolente. Visibilità che invece sistematicamente si garantisce a chi alza una pala per colpire un agente o a chi, mentre manifesta, con un casco, inveisce su un altro manifestante mandandolo in ospedale con prognosi riservata. “Questa idea di un metodo per la nonviolenza – scriveva Capitini oltre 40 anni fa e dieci anni prima rispetto ai moti studenteschi del ’77 – è importante, perché presenta l’aspetto di un insieme che comprenda atteggiamenti vari dell’uno o dell’altro; e presenta anche la necessità di una certa disciplina, di un certo ordine nella messa in pratica delle tecniche della nonviolenza, che sono i modi nei quali essa possa essere attuata, tenendo conto delle situazioni, dei problemi, degli scopi relativi a determinate circostanze”. Nel 67, quando fu scritto, non ebbe un grande successo Le tecniche della nonviolenza. “Questo richiamo al primato della pratica diretta comune a tutti coloro che vedono il mondo come qualche cosa da cambiare – assume un valore particolare per il metodo nonviolento, a causa della coincidenza che in esso c’è dei mezzi e dei fini. Nella grossa questione dei rapporto tra il mezzo e il fine, – scriveva ancora Capitini – la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile Se vuoi la pace, prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: Durante la pace, prepara la pace ”. Il fine giustifica i mezzi? Nient’affatto: mai. Il mezzo che si pratica pregiudica sempre il fine. “Fare qualche cosa”, quindi, “se non si può far tutto, purché ogni giorno si faccia qualche passo in avanti” senza però compromettere il fine con l’uso della violenza.

Ma, ahi noi, la nonviolenza, scritta alla maniera di Aldo Capitini e spesso praticata alla maniera di Marco Pannella e dei Radicali, non fa mai audience. Neanche quando a praticarla sono proprio quegli stessi studenti che di più potrebbero esserne l’esempio per i loro coetanei.

Perché Pannella non voterebbe la fiducia

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di Giuseppe Candido

In questo momento in cui la politica è tutta presa dalla caccia al deputato, in questo momento “piuttosto difficile” in cui si parla di tradimenti del partito cerchiamo di spiegare perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Nel Cerchio IX dell’inferno la seconda zona è l’Antenora. Il luogo non luogo dell’immaginario dantesco ove son dannati i “Traditori della Patria” e prende il nome da Antenore, colui che, col suo consiglio, meditò il tradimento della Patria. Ed è nell’Antenora che Dante e Virgilio incontrano il Conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri. “Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino e questi è l’arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perch’i’ son tal vicino”.

Sopra questa frase, nell’angolo dei bugiardi del sito di Marco Pannella ci sono i due nomi dei potenti del mondo: Tony Blair, Georg Bush assieme a quello di Silvio Berlusconi. È in quest’angolo di politica transnazionale che sta scritto il perché Pannella non potrebbe mai votare la fiducia a Berlusconi. Dal 2 ottobre al 22 novembre Marco Pannella ha condotto 52 giorni di sciopero della fame oltre che per le carceri italiane, per chiedere “l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta o almeno una indagine ufficiale sul comportamento del nostro Paese nella vicenda precedente alla guerra in Iraq”. «Il nostro – ha ricordato il leader Radicale – è stato l’unico Paese il cui Parlamento aveva dato mandato al Governo, che lo aveva ufficialmente accettato, di perseguire l’obiettivo dell’Iraq libero come unica alternativa alla guerra, cioè l’obiettivo dell’esilio da proporre e far accettare a Saddam Hussein».

Pannella si ostina a chiedere che venga fatta verità e ipotizza scenari gravi come il tradimento della patria. Oggi anche Wikileaks, il sito di Julian Assange che tanto fa discutere, rende noto un dispaccio in cui si evidenzia che alla Iraq Inquiry, la commissione d’inchiesta britannica sulla guerra in Iraq, fu detto di proteggere gli interessi degli Usa. “La Gran Bretagna promise che l’inchiesta guidata da Sir Chilcot sulla guerra in Iraq avrebbe protetto i “vostri interessi” (degli Stati Uniti) durante l’indagine sulle cause della guerra”. L’Iraq Inquiry dovrebbe presentare le sue conclusioni entro la fine di quest’anno. Nell’attesa di quello che emergerà e per capire di cosa stiamo realmente parlando, per capire perché il leader dei Radicali, Marco Pannella inserisce nell’“angolo dei bugiardi” del suo sito i leader mondiali Blair, Bush e assieme anche a Silvio Berlusconi, è necessario fare un passo indietro e dare un’occhiata alla cronologia dei fatti.

Fatti accaduti otto anni fa, che riguardano l’esplosione del conflitto in Iraq, dettagliatamente evidenziati nel sito pannelliano e che ci riportano indietro di otto anni al 2002 quando – segnala Pannella – il 23 luglio “Dal memorandum del consigliere di Blair, David Manning, emerge che Bush comincia a pianificare la guerra usando come giustificazione il legame tra terrorismo e armi di distruzione di massa”. Poi, il 16 novembre 2002 parte “Il piano di Saddam: esilio per 3,5 miliardi di dollari”, e il 19 gennaio 2003 Marco Pannella lancia l’appello “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Un susseguirsi di eventi. Il leader lottatore della nonviolenza si rivolge alla Comunità internazionale, alle Nazioni Unite in primo luogo, “Perché – testualmente – facciano proprie, immediatamente, le affermazioni secondo cui l’esilio del dittatore Saddam Hussein cancellerebbe, per gli Stati Uniti stessi, la necessità della guerra, costituendo il punto di partenza per una soluzione politica della questione irachena”.

Nello stesso giorno la Libia si dice disponibile ad ospitare Saddam. Il 20 gennaio anche The Times titola: “Gli Stati Uniti approvano il piano per l’esilio di Saddam” ma il 29 gennaio Il Ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, rivela: «Questa proposta è progressivamente apparsa come irrealizzabile». Il 30 gennaio Bush di nuovo menziona favorevolmente l’esilio ma il 31 gennaio, secondo un memorandum ufficioso britannico, Bush ha già fissato la data in cui scatenare la guerra: il 10 marzo. Il 4 febbraio Berlusconi dichiara: «O apriamo agli ispettori o esilio e immunità » e il 19 febbraio la Camera dei Deputati del Parlamento italiano vota la proposta “Iraq Libero!”. Una mozione che impegnava ufficialmente il Governo «a sostenere presso tutti gli organismi internazionali e principalmente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’ipotesi di un esilio del dittatore iracheno e sulla base dei poteri conferitigli dalla Carta dell’ONU della costituzione di un Governo provvisorio controllato che ripristini a breve il pieno esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali di tutti gli iracheni».

Silvio Berlusconi – da Presidente del Consiglio – dichiarò alla Camera dei Deputati: «Stiamo operando ed abbiamo operato per questa soluzione; non soltanto per questa soluzione, ma anche per cercare il modo di poter offrire, a chi dovesse accettare la via dell’esilio, opportune garanzie, con l’autorevolezza di enti internazionali che le possano poi mantenere. Abbiamo operato per certi sistemi di
disvelamento delle armi e degli arsenali, che ancora non sono stati evidenziati; abbiamo operato, e stiamo operando, per convincere il dittatore a dare garanzie precise alla comunità internazionale: per esempio, dando spazio all’opposizione entro un periodo di tre mesi, garantendo libere elezioni entro un periodo determinato, garantendo i diritti civili ed i diritti umani. Tutto questo lo stiamo facendo in un ambito di riservatezza – che è d’obbligo – non soltanto con un paese arabo, che si è offerto per la mediazione, ma con diversi paesi, tenendo costantemente informati al riguardo l’Amministrazione americana ed il Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea Kostas Simitis». Per Pannella però è proprio quell’impegno ufficiale che fu tradito. Due giorni prima del discorso alla Camera, Berlusconi riceve una lettera dal Presidente degli Stati Uniti d’America, George W. Bush che venne pubblicata dal Corriere della Sera:

“Caro Silvio

mentre stiamo affrontando una minaccia senza pari, desidero esprimere la gratitudine del popolo americano per lo straordinario sostegno che Tu e il Tuo Governo avete dato alla guerra globale contro il terrorismo. Ti sei schierato con noi e noi non lo dimenticheremo. Nel corso degli anni, come è accaduto nei Balcani e con l’operazione Enduring Freedom, voi ci avete fornito un sostegno determinante, non solo di uomini e mezzi ma anche un sostegno morale, umanitario e costruttivo. Lo spiegamento della fanteria leggera degli Alpini in Afghanistan e i, vostri sforzi per promuovere le riforme giurisdizionali in quello stesso Paese, sono due esempi straordinari del vostro contributo alla guerra contro il terrorismo.

Apprezzo profondamente tutto ciò che Tu e l’Italia avete fatto. A causa della sfida posta alla comunità internazionale da parte di Saddam Hussein, una prova importante può attenderci nel prossimo periodo. Apprezzo la disponibilità dell’Italia a fare appello ancora una volta alle proprie risorse per combattere il terrorismo e l’illegalità internazionale e contribuire a ricostruire un futuro stabile e più democratico in quella regione.

La leadership, come sai bene, consiste nella capacità di affrontare le sfide. In questo nuovo secolo, il mondo si trova dinnanzi ad una grave sfida determinata dalla combinazione tra anni di distruzione di massa, il flagello del terrorismo e gli Stati che sostengono o che si rendono complici del terrorismo. Credo che nessuna nazione, da sola, possa sconfiggere questi nemici.

Il successo dipende da una collaborazione internazionale quanto più ampia possibile. Questa è la mia convinzione e il mio impegno. Il contributo dell’Italia in questo sforzo è veramente determinante. Come Ti ho detto nella nostra recente conversazione, sono enormemente grato per i contributi dell’Italia e per il Tuo sostegno ed impegno personale in questo momento critico. Cordialmente“.

Ma nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera due anni dopo il 31.5.2005 col titolo «La guerra in Iraq non la volevo» si evincerebbe il contrario. Il catenaccio dell’articolo è ancora più chiaro: Berlusconi: «Ho tentato di convincere Bush. Con Gheddafi cercate altre vie per evitare l’attacco militare»

ROMA – L’alleato di ferro di George W. Bush riteneva che la guerra «preventiva» si poteva e si doveva evitare. A quasi due anni dai primi bombardamenti su Bagdad si scopre ora che Silvio Berlusconi ci ha provato in ogni modo a convincere il presidente americano che non sarebbe stato giusto scatenare l’offensiva militare in Iraq. A dirlo è proprio il premier in una intervista esclusiva a La7: «Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa». Parole di cui si ha notizia nelle ore in cui si allungano ombre sul governo italiano per il caso del Cia-Gate e il giorno prima della visita ufficiale a Washington del presidente del Consiglio.

Nell’intervista che sarà trasmessa integralmente lunedì prossimo Berlusconi entra nei dettagli di quella è una clamorosa e inattesa rivelazione. «Ho tentato di trovare altre vie e altre soluzioni anche attraverso un’attività congiunta con il leader africano Gheddafi. Non ci siamo riusciti e c’è stata l’operazione militare». «Io ritenevo – prosegue Berlusconi – che si sarebbe dovuta evitare un’azione militare». Nell’intervista Berlusconi si è espresso anche sulla politica internazionale e sui suoi rapporti con gli altri premier: «Tony Blair – aveva sottolineato – non è il leader dell’Ulivo mondiale. Non c’è nulla nella politica di Tony Blair e in quella di Silvio Berlusconi che sia in contrasto». «Dissento – affermò Berlusconi – anche nella classificazione di Vladimir Putin come un comunista nel senso ortodosso del termine. È difficile passare da una dittatura durata settanta anni ad una piena democrazia, perché esistono delle situazioni che non possono essere cancellate con un colpo di bacchetta magica».

Ma stiamo ai fatti: dal 19 febbraio e dalla mozione alla Camera si arriva al 22 febbraio 2003 quando Bush – in base al testo della conversazione intercettata e poi pubblicata da El Pais nel 2007 – in conversazione con Aznar, avrebbe affermato: «Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare».

Quattro settimane prima dell’invasione dell’Iraq, il presidente George Bush incontra nel suo ranch di Crawford, in Texas, l’allora premier spagnolo José Maria Aznar e lo informa che è giunto il momento di attaccare l’Iraq. Il capitolo in questione si apre col vertice della Lega araba “sabotato da Gheddafi” quando l’1 marzo il colonnello manda a monte il Summit arabo.

Nella famosa conversazione tra Aznar e Bush pubblicata da El Pais si legge:

Bush: «Gli Egiziani stanno parlando con Saddam Hussein. Sembra che abbia fatto sapere che è disposto ad andare in esilio se gli permetteranno di portare con sé un miliardo di dollari e tutte le informazioni che desidera sulle armi di distruzione di massa. Gheddafi ha detto a Berlusconi che Saddam se ne vuole andare». Aznar: «È vero che esistono possibilità che Saddam Hussein vada in esilio?». Bush: «Sì, esiste questa possibilità. C’è anche la possibilità che venga assassinato». Aznar: «Esilio con qualche garanzia?». Bush: «Nessuna garanzia. È un ladro, un terrorista, un criminale di guerra. A confronto di Saddam, Milosevic sarebbe una Madre Teresa. Quando entreremo, scopriremo molti altri crimini e lo porteremo di fronte alla Corte internazionale di giustizia de L’Aja. Saddam Hussein crede già di averla scampata. Crede che Francia e Germania abbiano fermato il processo alle sue responsabilità. Crede anche che le manifestazioni della settimana scorsa (sabato 15 febbraio, ndr) lo proteggano. E crede che io sia molto indebolito. Ma la gente che gli sta intorno sa che le cose stanno in un altro modo. Sanno che il suo futuro è in esilio o in una cassa da morto». Aznar: «In realtà, il successo maggiore sarebbe vincere la partita senza sparare un solo colpo ed entrando a Baghdad». Bush: «Per me sarebbe la soluzione perfetta. Io non voglio la guerra. Lo so che cosa sono le guerre. Conosco la distruzione e la morte che si portano dietro. Io sono quello che deve consolare le madri e le vedove dei morti. È naturale che per noi questa sarebbe la soluzione migliore. Inoltre, ci farebbe risparmiare 50 miliardi di dollari». Questa i termini della discussione. Poi si seppe la verità. Gli Emirati Arabi a Marzo del 2003 avevano pronto un documento proposto ed accettato da Saddam. È il New York Times il 2 novembre del 2005 a titolare: “Marzo 2003 – Gli Emirati Arabi avevano raggiunto l’accordo con Saddam. Dopo 4 visite a Bagdad. Il 12 marzo quell’Appello era stato sottoscritto da 37 nomi illustri, compresi cinque ex ministri, per chiedere l’esilio di Saddam e un’amministrazione ONU ad interim in Iraq. Il 17 e il 18 marzo del 2003 avviene un’importante “rivolta” a Westminster contro Tony Blair: dal suo governo si dimettono ben quattro ministri laburisti. Il 18 marzo si va avanti inesorabilmente: la Casa Bianca dichiara che le truppe americane e i loro alleati «entreranno in Iraq in ogni caso», con la forza o in modo pacifico. Il 19 marzo lo Stato del Bahrain ufficializza la proposta di esilio per Saddam ma il 20 marzo, com’è ormai tragicamente alla storia, i bombardamenti iniziarono su Baghdad. Con le conseguenze tragiche e nefaste che sappiamo. Una guerra che si poteva evitare? Un impegno – quello di sostenere la via dell’esilio di Saddam – tradito? Peggio: secondo Pannella “Bush e Blair, contro la sicura pace possibile, scelsero la guerra in Iraq impedendo l’esilio a Saddam”. Un’accusa gravissima. Una verità che – sostiene Pannella – ancora si tenta di confondere con l’omicidio, per condanna a morte, dell’ultimo testimone: Tareq Aziz. Per Pannella, Silvio Berlusconi fu complice di quella scelta e tradì l’impegno preso davanti al Parlamento italiano a sostenere l’esilio. Come potrebbe oggi votare – per amore della verità – la fiducia a colui che pone nell’angolo dei bugiardi?

Chi ha paura di Wikileaks?

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di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto – parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

Se la scure taglia la cultura allora c’è un problema

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 30 novembre 2010

Mentre Giorgio Parisi, uno tra i più autorevoli fisici dei nostri tempi, padre della “teoria del caos”, intervistato da Caterina Perniconi per il Fatto quotidiano, spiega il perché questa riforma universitaria sia “un bel disastro” e che reputa “giustissima” la protesta degli studenti, il ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini liquida invece le proteste affermando che «Gli studenti che contestano le riforme del governo rischiano di difendere i baroni, i privilegi e lo status quo». E anche Futuro e Libertà, che inizialmente aveva solidarizzato con gli studenti salendo sul tetto della facoltà di Architettura di Roma, corregge ora il tiro e annuncia che invece voterà “la riforma che premia il merito”. Sicuramente è vero: in Italia, la qualità delle università non luccica. Ed è vero che c’è bisogno di una riforma che premi il merito. Basta dire che tra le prime 100 della classifica internazionale delle università soltanto due sono italiane e abbiamo dei corsi di laurea con pochissimi iscritti e delle cattedre seguite da un numero di studenti che si conta sulla punta delle dita di una mano. Ma in un Paese che già di suo, e molto meno dei suoi omologhi europei, investe solo una briciola del proprio prodotto interno lordo per l’istruzione e la ricerca, il rischio che con i tagli ora effettuati pure le università italiane dovranno aumentare le tasse è concreto. Per il 2011 è previsto un forte taglio al fondo di finanziamento ordinario di 276 milioni di euro con un probabile conseguente aumento delle tasse stimato tra i 1200 e i 3000 euro nei prossimi cinque anni. Già tra le tasse regionali uguali per tutti (circa 300 euro) ma variabili da regione in regione e tasse proporzionate in base al reddito, l’università costa almeno 1.000 euro l’anno e per chi è fuori sede ci sono da aggiungere i costi (spesso salatissimi) degli alloggi e il vitto oltre l’acquisto dei libri di testo. E se l’intento lodevole è quello di premiare il merito c’è da ricordare però che l’agenzia nazionale che dovrebbe effettuare tale valutazione delle Università non è ancora neanche in funzione e che, tagliando indiscriminatamente sui fondi del diritto allo studio, molti ragazzi con talento, la vera forza di questo Paese per affrontare il domani, non potranno più permettersi gli studi. Le borse di studio saranno tagliate drasticamente. E infatti, per difendere e spiegare agli studenti questi tagli dei fondi alla legge sul diritto allo studio ridotti da 250 milioni all’anno a soli 25 milioni di euro, il ministro Gelmini manda In onda, alla trasmissione di Luca Telese su La7, nientemeno che il ministro della difesa La Russa e il “suo” valente sottosegretario Guido Crosetto. Difese però che non convincono il rappresentante degli studenti presente in trasmissione. Si spiega invece, che l’aumento dei fondi alle scuole private serve “a garantire libertà di scelta” dei cittadini.

“La coperta è corta” e i centri di spesa vanno tagliati e la difesa della riforma. In tutto ciò di tagliare il finanziamento pubblico della partitocrazia non se ne parla nemmeno. Si tagliano i fondi alla cultura, si tagliano gli stanziamenti agli enti locali che, anche loro, a breve dovranno aumentare le tasse sui servizi (trasporti, sanità e istruzione per primi), si tagliano i fondi alle università e alle scuole ridotte al lumicino, ma i rimborsi elettorali non si toccano. Tanto con la cultura, dice qualcuno, non si mangia con i rimborsi forse qualcuno sì. Bisognerebbe però ricordare a chi effettua i tagli dicendo che la coperta è troppo corta che, a fronte di spese realmente dimostrate di 579 milioni di euro, dal 1994 al 2008 i partiti hanno letteralmente “rubato” dalle tasche dei cittadini ben 2,25 miliardi di euro, con un utile di ben 1,67 miliardi di euro, attraverso il meccanismo dei rimborsi elettorali. Cifre da capogiro su cui non si è tagliato neanche un centesimo anzi, c’è il concreto rischio, con le elezioni anticipate, i nuovi rimborsi si andranno a sommare a quelli delle elezioni del 2008 come quelli del 2008 si sommarono a quelli del 2006.

Una vera e propria truffa ai danni dei cittadini, grazie alla quale, ben 500 milioni di euro di finanziamento pubblico finiscono ogni legislatura nelle casse dei partiti a fronte di poco più di 100 milioni di spese effettivamente documentate. Per intervenire su questo capitolo era stato presentato, dai deputati Radicali, un emendamento alla manovra che intendeva limitare i rimborsi elettorali alle sole spese effettivamente documentate. Un provvedimento che avrebbe comportato una drastica riduzione dell’ottanta per cento del finanziamento pubblico e avrebbe consentito di salvare la cultura, l’istruzione e l’università. L’emendamento, manco a dirlo, è stato bocciato dalla Camera, in continuità con tutte le scelte che, dal ’93, hanno sabotato la volontà referendaria degli elettori che aveva espresso un chiaro “No” al finanziamento coi soldi pubblici dei partiti, reintroducendolo col sistema dei rimborsi. Poi, volendo ridurre davvero le spese correnti che invece negli ultimi anni di governo Berlusconi sono vertiginosamente aumentate, c’era senz’altro da tenere presente il capitolo della “manomorta” della spesa pubblica – società partecipate – di cui spesso non si parla e che, Sergio Rizzo nel suo libro i “Rapaci”, definisce essere quel “Torbido impasto fra gli interessi dei partiti di destra e di sinistra, che producono clientele e spese”. Non si pensa minimamente ad intervenire sul “Dedalo inestricabile di ambiti territoriali, consorzi di bonifica” che rimane tal quale per garantire la moltiplicazione delle “poltrone necessarie alla sistemazione dei politici trombati”: “Le migliaia di società a controllo pubblico sono le uniche discariche che funzionano in questo Paese” aveva detto l’ex presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. E non parliamo dell’abolizione delle province, sventolata in campagna elettorale ma a cui la Lega si è poi opposta con fermezza pur di non perdere neanche una poltrona. In questo clima di austerità si cala invece la scure sulla cultura e sull’università. Una scure che era già calata pure sulla scuola primaria col maestro unico e sulla scuola secondaria di I e II grado attraverso i tagli delle ore di alcune materie. Siamo sicuri che gli studenti stiano difendendo i baroni oppure, protestando contro questi tagli cosa che non hanno potuto fare i bambini delle scuole elementari, non stiano invece difendendo semplicemente il loro domani?