Il dibattito sul nucleare non è sciacallaggio

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 18 marzo 2011

A Tokyo la radioattività fa paura, 20 milioni di abitanti sono al centro dell’incubo nucleare. Mentre continuano le scosse di assestamento di quello ch’è stato un evento sismico tra i più disastrosi e quando è ancora aperta la profonda cicatrice lasciata dalla grande onda, le esplosioni nei reattori nucleari si susseguono. Il Giappone e il rischio di una catastrofe nucleare hanno riaperto il dibattito sullo sfruttamento di tale fonte d’energia non soltanto in Italia dove, tra l’altro, si voterà a breve (e di nuovo) un referendum. La discussione s’è riaperta negli Stati Uniti e, soprattutto, in Europa. In un editoriale del New York Times pubblicato col titolo “Le calamità multiple del Giappone” si spiega come, dopo i morti e gli sfollati per il terremoto e lo tsunami, le centinaia di migliaia di senza tetto, ora la paura è di un’altra catastrofe, quella nucleare, con l’ipotesi di conseguente contaminazione radioattiva. “La tragedia in corso in Giappone”, si precisa nell’editoriale, “deve spingere gli americani a rivedere i loro piani per gestire i disastri naturali e i potenziali incidenti nucleari. Abbiamo già visto quanto povere – prosegue l’editoriale – sono le nostre difese con l’uragano Katrina che ha distrutto New Orleans e quanto la follia industriale abbia arrecato in termini di danni con la perdita di petrolio nel golfo del Messico dello scorso anno. È triste, scrive ancora il N.Y.T., che queste calamità possano danneggiare in questo modo il Giappone, un paese tecnologicamente avanzato e che mette grande enfasi alla riduzione dei danni provocati dai disastri”. Anche i muri protettivi in mare si sono rilevati inadatti per proteggere dallo tsunami che ha trascinato via i sistemi di sicurezza che dovevano proteggere dal surriscaldamento e dalla fusione i reattori nucleari. “È troppo presto per comprendere la magnitudo di ciò che è accaduto ma per ora questi giorni di crisi in Giappone corrispondono al peggior incidente nucleare da Chernobyl nel 1986”. Le notizie allarmanti che raccontano un Giappone che rischia la fusione dei reattori colpiti con conseguenze sconosciute, catastrofiche probabilmente, si incrociano con le celebrazioni del 150° dell’Italia unita. Negli Stati Uniti è fondamentale riaprire il dibattito sugli standard di sicurezza mentre il paese, dopo decenni di stagnazione, sta per ampliare il proprio programma nucleare; 30 centrali in America sono come quelle oggi in crisi in Giappone e molte si trovano su faglie geologicamente attive e, poiché vicine alla costa, anche a rischio tsunami. Ma il dibattito sul nucleare si riapre anche al di qua dell’oceano. In Germania, ad esempio, il premier Angela Merkel ha decretato una moratoria sulla durata delle attività delle centrali atomiche e anche la Svizzera annuncia la sospensione delle procedure relative alle domande di autorizzazione per le nuove centrali nucleari. Persino in Francia la questione energetica è di nuovo al centro del dibattito nella “sinistra”, tra gli ecologisti e i socialisti, anche se il Presidente Nicolas Sarkozy, per la verità, ha escluso l’ipotesi d’uscita dal nucleare del suo Paese. Quindi non è sciacallaggio mediatico chiedersi se, al nostro Paese, che aveva abolito la scelta del nucleare con un referendum, convenga davvero il così detto “ritorno” al nucleare. Mentre tutto il mondo s’interroga sulla sicurezza delle centrali nucleari che hanno già in casa, mentre persino il ministro dell’Ambiente francese Nathalie Kosciusko-Morizet afferma con chiarezza che la situazione in Giappone “è molto grave” e che “il rischio di uno scenario da catastrofe non può essere scartato”, nel nostro Paese il governo tira dritto e in settimana, dopo la pausa celebrativa dei 150 anni, la Commissione Industria del Senato dovrebbe cominciare l’esame dell’atto relativo alla disciplina della localizzazione degli impianti nucleari in Italia. Senza farci condizionare dal “momento emozionale” e senza fare “sciacallaggio” vorremmo però far notare due aspetti di questa vicenda che, speriamo, facciano riflettere. Il primo è che il sisma registrato in Giappone la scorsa settimana è stato un evento di magnitudo di gran lunga superiore a quella massima risentita in passato in quell’area e che, avendo avuto l’epicentro nell’oceano a poca distanza dalla costa, ha provocato un’onda anomala enorme che si è subito abbattuta sulle località costiere dove, travolgendo villaggi e mettendo in crisi i reattori nucleari. Dunque non soltanto sappiamo oggi che i terremoti possono avere un’intensità superiore a quella del passato, quella che cioè viene definita come massima intensità risentita ed è utilizzata per il dimensionamento delle strutture, ma dovremmo chiederci pure se, anche nel nostro territorio, siano possibili degli tsunami che mettano in crisi eventuali centrali o depositi di scorie radioattive. Ad esempio, nel 1908 a Reggio e Messina, dopo che il grande terremoto aveva provocato lutti e distruzione fu l’onda dello tsunami a causare l’apocalisse vera. E se non si vuol riflettere per prudenza lo si faccia almeno per interesse. Siamo sicuri che l’uranio convenga davvero? Siamo sicuri, cioè, che l’atomo sia la strada giusta per risolvere la nostra dipendenza dal petrolio e dalle crisi magrebine piuttosto che moscovite? Un fondamentale principio d’economia energetica afferma che “la migliore energia è quella a più basso costo, purché si aggiungano ad essa anche tutti i costi indiretti”. Costi indiretti, che spesso definiti externalities. Dopo aver ascoltato le parole di Umberto Veronesi che ci rassicura dicendoci che lui vivrebbe vicino una centrale o un deposito di scorie nucleari, prima di rimetterci a costruire nuovi impianti che entreranno in funzione, se andrà tutto bene, tra una ventina d’anni e che, tra l’altro, troppo nuovi e sicuri non lo sono, sarebbe opportuno rileggere le parole del Prof. Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, che d’ideologico non hanno nulla: “Tra il 2000 ad oggi i prezzi dell’ossido di uranio sono cresciuti dai 7 dollari/libra a 130 e cioè circa di un fattore 20”. La preoccupazione cresce ulteriormente – sostiene Rubia – “se si tiene conto che circa un terzo dell’uranio utilizzato proviene oggi da stock militari esistenti e in via di esaurimento. La situazione dell’uranio, ricorda quindi terribilmente quella del petrolio”. Insomma, si rischia che dalla padella del petrolio si passi alla brace dell’uranio. In quell’intervento Rubbia aggiunge che: “Non si può evitare il confronto con le nuove energie rinnovabili da diffondere su larga scala, come il solare a concentrazione ad alata temperatura”, il così detto CSP, di cui quasi mai si parla. Impianti che, al contrario delle grandi centrali nucleari, sarebbero “realizzabili in tempi brevi, tra 16 e 24 mesi per impianti di grandi dimensioni, con costi che, pur essendo oggi ancora più elevati, sono nel processo di rapida riduzione che li porterà a valori del tutto compatibili con i costi dei fossili in meno di un decennio. Il costo dell’elettricità per un impianto CSP è perfettamente prevedibile. Il prezzo dell’uranio tra trent’anni, a metà strada dei tempi di vita di un reattore, è assolutamente imprevedibile”. Ma la cosa che davvero non può permettersi l’Italia è un ritorno al nucleare alla cieca, senza che un vero dibattito venga aperto nel paese e senza una vera informazione dei cittadini. Ma su questo e su altri temi, il servizio pubblico radiotelevisivo dov’è?

 

Una indegnità centenaria

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a cura di Filippo Curtosi e Giuseppe Candido

Monteleone, paese devoto all’inerzia e all’apatia

Un corsivo al veleno in occasione del centenario garibaldino

 

Il primo centenario garibaldino trascorse in Monteleone di Calabria, <<paese devoto all’inerzia e all’apatia>> (oggi la città è conosciuta col nome di Vibo Valentia) senza un palpito che, anche fievolmente, accennasse alla sua vita civile. A ricordarcelo è il Pane! Giornale socialista “peri i senza pane” che, nel numero 3 dell’anno I del 21 luglio 1907, a firma di Michele Pittò, allora gerente responsabile, pubblica un’articolo quanto mai attuale. “Assenteismo ufficiale, meno qualche rara bandiera monarchica al municipio, alle caserme, agli uffici fiscali, alle rivendite di privative, etc. – assenteismo nel popolo, il quale” – spiegava il giornalista – “ha vissuto quel sacro giovedì 4 luglio, come vive tutte i giorni dell’anno. Oltre le rare bandiere, pregiavano scarsamente le mura cittadine il manifestone della Massoneria romana e un manifestino anonimo, invitando con libera parola il popolo ad accorrere in Piazza Minerva per assistere alla commemorazione dell’eroe. Eppure Monteleone- ironizza ancora il giornalista – ha una numerosa schiera di massoni, una numerosissima scolaresca, la quale trova sempre, quando vuole, il tempo per fare delle dimostrazioni, una società operaia, della quale fanno parte moltissimi lavoratori, un manipolo di garibaldini più o meno autentici, una borghesia che si vanta di essere evoluta. Ebbene, tutte queste forze, negative sempre quando non si tratti di accompagnare il cadavere di qualche fratello “trepuntini” al cimitero, di far del chiasso per qualche articolo di regolamento scolastico, di gareggiare nelle manifestazioni festaiole per la Madonna di Pompei,per San Leoluca o per Sant’Antonio, con intervento di pratori sacri, più o meno celebri pei loro sofismi, socialistoidi a base di religione capitalistica e capestruola, che fa andare in solluccheri tanti signori con tanto di “aplomb” cittadino. Oggi queste parole volte alla città calabrese, viste le numerose polemiche su le celebrazioni per il 150° dell’Italia Unita, potremmo usarle per andare oltre le polemiche e sollecitare le riforme necessarie per mantenere uno stato unitario, non “centralistico”, ma basato su un sistema di autonomie locali autenticamente federale.

 

Buon compleanno Italia!

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Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommen- surabili. Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.

Giuseppe Garibaldi


 

Buona lettura

A 150 anni dell’Italia unita, Abolire la miseria della Calabria dopo il numero precedente dedica ancora il suo primo numero del 2011 alla storia del nostro Paese e al ruolo del Mezzogiorno nella costituzione dello stato unitario. Ancora una volta in copia omaggio gratuita con una tiratura di 10.000 copie grazie al contributo della Provincia di Catanzaro che sentitamente ringraziamo.

BUONA LETTURA

Il mondo arabo e il cambiamento democratico

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 20.02.2001

La sete di cambiamento si estende in tutto il mondo arabo. Dopo la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak, ora è la volta della Libia di Muammar Gheddafi dove il colonnello è al potere da oltre 40 anni ma anche dello Yemen dove le manifestazioni reclamano la partenza del Presidente Ali Abdullah Saleh e sono proseguite per il sesto giorno consecutivo. Centinaia di studenti hanno cercato invano di marciare sul palazzo presidenziale. Anche la Libia, scrive nei giorni scorsi il quotidiano francese Le Monde, ha vissuto il suo “giorno della collera” dopo che i movimenti di rivolta hanno costretto i leader di Tunisia ed Egitto a lasciare il potere. Gli appelli a manifestare contro il regime del colonnello sono venuti principalmente da attivisti anonimi su internet che hanno lanciato inviti a manifestare sui social network. In Libia, paese ricco di petrolio, scrive ancora Le Monde, ma che soffre degli stessi mali che affliggono gli altri stati della regione le contestazioni toccano soprattutto l’Est del paese, tradizionalmente ribelle, dove negli anni ’90 avevano trovato rifugio alcuni islamisti nella città di Al Baida dove almeno quattro persone sono state uccise durante gli scontri di mercoledì. A Bengasi, seconda città libica al confine con l’Egitto, ci sono stati scontri violenti tra manifestanti da un parte e forze dell’ordine e sostenitori del regime dall’altra. Anche in Giordania si moltiplicano le manifestazioni per chiedere riforme politiche e istituzionali e in Iraq centinaia di manifestanti sono scesi in piazza saccheggiando e mettendo a fuoco i palazzi del governatorato della città di Al Kut e tre manifestanti sono stati uccisi. In Libia, Bahrein, Yemen, Giordania le rivolte si moltiplicano per rivendicare giustizia e libertà. In Bahrein la polizia ha scelto la forza per reprimere i manifestanti che chiedono un cambiamento politico. In questo piccolo regno il governo è sunnita mentre la maggioranza e sciita durante le manifestazioni ci sono stati morti e feriti.

La polveriera sta scoppiando ovunque nel mondo arabo e, in generale, in quello mussulmano. Poi c’è l’Iran che non è arabo né sunnita ma dove, lo stesso, l’opposizione al regime di Ahmadinejad è tornata in piazza dopo le contestazioni del voto presidenziale a Teheran nel giugno del 2009. In cambio ne ha ricevuto una dura repressione da parte del regime dei Mullah. Le figaro di qualche giorno addietro scrive un’editoriale dal titolo “L’Iran e la rivolta araba” nel quale si fa notare come proprio la rivolta araba possa indirizzarsi e percorrere due strade diverse: quella della repubblica islamica o l’evoluzione verso un sistema realmente democratico. La rivolta che è iniziata in Tunisia e in Egitto, scrive il quotidiano conservatore d’oltralpe, si estende a macchia d’olio: dopo lo Yemen, la Giordania e l’Algeria sono stati colpiti la Libia, l’Iraq e il Bahrein e anche l’Iran assiste ad una ripresa delle manifestazioni dopo un anno di calma delle opposizioni. Ma ciò che accadrà a Teheran, sottolinea Le figaro, è cruciale per la regione. Con trionfalismo il regime di Khamenei e Ahmadinejad dice di vedere negli eventi attuali le “primizie” di un Medio Oriente senza gli Stati Uniti e Israele. Solo che, fa notare sempre Le figaro, lo stesso regime dei Mullah è diventato il bersaglio principale delle contestazioni ispirate dall’Egitto e dalla Tunisia.

Se la rivolta araba, come pretende Teheran, fosse una riedizione della rivoluzione iraniana del 1979, la progressione dell’islamismo diventerebbe irresistibile. L repubblica islamica che ha già piazzato le sue pedine a Gaza, in Libano e in Iraq, trionferebbe in tutta la regione. Se invece la rimessa in discussione dei regimi autoritari corrotti proseguirà fuori dai canali dell’Islam estremo e si consoliderà in un autentico movimento democratico allora il modello iraniano stesso potrebbe essere mortalmente minacciato. Con la ripresa dei movimenti a Teheran i dirigenti iraniani sono sempre più nervosi. Il Parlamento, conclude Le figaro, ha evocato la condanna a morte dei capi del movimento riformista e il potere ha annunciato una contro-manifestazione per venerdì dopo che una brutale repressione aveva soffocato le rivolte seguite alle elezioni truccate di Ahmadinejad nel 2009 ma le rivolte in Tunisia ed Egitto dimostrano che non è necessario disporre di un’opposizione molto ben organizzata per rovesciare un regime. Bisogna fare tutto il possibile, conclude l’editoriale, per evitare che l’Iran approfitti dell’instabilità del mondo arabo. Ma qual’è il modo di farlo l’editoriale non lo spiega. Una situazione, quella araba, ben nota agli osservatori internazionali e che ha potuto sorprendere solo chi si è voluto distrarre. Le crepe nei muri dei regimi illiberali c’erano da tempo ed erano ben visibili a tutti gli osservatori che al mondo arabo prestano da tempo attenzione. Una situazione che però, nonostante fosse nota da tempo, non vede né l’Europa né gli Stati Uniti realmente impegnati a sostenere una via democratica al cambiamento e il rischio che nei vari paesi si instaurino nuovi regimi di stampo teocratico e illiberale è concreto. Una soluzione per evitare che ciò avvenga potrebbe essere quella di una Corte mondiale dei diritti umani. L’ipotesi è stata prospettata dal Prof. Cesare Romano intervenuto, in videoconferenza da S.ta Monica in California, lo scorso 17 febbraio alla prima giornata del 39° congresso del Partito Radicale Transnazionale riunito a Chianciano. Il professor Romano, docente di diritto alla Los Angeles Law School, ha concentrato il suo intervento tenendo a sfondo dell’intervento proprio quelle rivolte che in questi giorni stanno dilagando nel mondo arabo e dalle quali emerge palese che “la gente scende in piazza non già come avveniva una volta per protestare contro gli Stati Uniti o l’Occidente”. Ma la gente, il Popolo, scende in piazza, afferma Romano, per chiedere diritti politici e civili: “la possibilità di poter partecipare alla vita politica del proprio paese e di poter scegliere i loro governanti”. Ma poi si è visto anche che, una volta ottenuto quello che vogliono, si passa a quella che Romano chiama la richiesta di “una seconda generazione di diritti”. Diritti cioè economici e sociali. Romano ricorda un documento fondamentale, la Carta araba dei diritti umani che era stato adottato nel 2004 ed era entrata in vigore nel 2008. “Una copia, aggiornata e riveduta, della dichiarazione universale dei diritti umani che ricalca la Carta europea e la convenzione inter americana dei diritti umani”. La carta araba, ricorda ancora Romano, “è stata ratificata da paesi quali la Giordania, il Bahrein, la Libia, l’Algeria, gli Emirati arabi, la Palestina, lo Yemen e l’Arabia saudita”. Questi – sottolinea ancora Romano – sono proprio quegli Stati arabi che attualmente sono in ebollizione. Ecco perché, per sostenere le riforme democratiche c’é bisogno che le carte dei diritti vengano attuate attraverso l’istituzione, come fu per la Corte penale internazionale, una Corte mondiale dei diritti umani. Un’idea che non è nuova: già nel 1947 infatti, l’Australia in largo anticipo, forse troppo largo, ne aveva proposto l’adozione. Oggi i tempi sono senz’altro più maturi ed è per questo che, se proprio vogliamo cercare una notizia, al Partito Radicale Trasnazionale che in passato si occupò di Corte penale internazionale, di moratoria della Pena di morte e messa al bando delle mutilazioni genitali femminili oggi il professor Cesare Romano propone proprio d’intraprendere un campagna mondiale di sensibilizzazione per l’istituzione di una Corte mondiale dei diritti umani che sostenga la via democratica per il cambiamento nel mondo arabo.

Anche per la Calabria serve una legge elettorale uninominale

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di Giuseppe Candido

Articolo pubblicato su “il Domani della Calabria” del …/febbraio/2001

Di modificare la legge elettorale se ne parla da agosto ma ancora non si giunge a farlo e le elezioni sembrano sempre più vicine. Leggendo i giornali, la possibilità che i Radicali entrino nella maggioranza viene ventilata da più parti. Non sempre però le notizie prospettano ai lettori il senso di ciò che Pannella sostiene realmente. Se Silvio Berlusconi si dimettesse oggi come da più parti gli richiedono per il suo rinvio a giudizio il risultato che si otterrebbe, spiega il leader dei Radicali, “sarebbe quello di andare a votare con l’attuale legge elettorale”, il così detto porcellum, “voluto nel 2005 dalla Lega”, ma “sostenuto da Veltroni e dal PD nel 2008” e che ci regalerà un’altro “parlamento di nominati” “fedele” non già agli elettori ma al segretario del partito di turno che, di volta il volta, prometterà al deputato la certa rielezione.

Paradossalmente, le liste bloccate piacciono anche alla partitocrazia calabrese che, mentre si discute di come abolirle a livello di Camera e Senato, vorrebbe introdurle per eleggere il parlamentino nostrano.

In una democrazia avanzata, o che tale si ritenga, la legge che regola il rapporto tra eletto ed elettore non è certo una cosa secondaria. Dovrebbe consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti sulla base del merito, della competenza, della loro storia. Come avvenne nel 2006 e poi ancora nel 2008, se Berlusconi si dimettesse e si andasse a votare con questa legge elettorale avremmo di nuovo un Parlamento di nominati, avremmo sempre nuovi “Responsabili” e nuovi “Futuristi” pronti a fondare nuovi partiti, pronti ad essere fedeli a un nuovo leader ma mai coerenti verso il proprio elettorato. L’assenza di vincolo di mandato del Parlamentare, concepita per garantire piena autonomia di giudizio al Deputato, si trasformerebbe nuovamente in libertà opportunistica di allearsi, di volta in volta, non già con chi si condivide un progetto politico ma con chi offre di più o con chi meglio assicura, per la prossima volta, la tua rielezione. Le liste bloccate convengono ai partiti, soprattutto a quelli più grossi come PD e PDL, perché consentono ai loro segretari e ai loro dirigenti di eseguire vere e proprie nomine di parlamentari con il rischio che, tra le pieghe delle liste, si nascondino personaggi che con la buona politica hanno davvero poco da spartire. Ma soprattutto le liste bloccate ci regalano istituzioni bloccate, un sistema politico partitocratico in cui le gerarchie dei soliti noti si sostituiscono alle scelte democratiche e non permettono il rinnovo della classe dirigente. E pensare che, paradossalmente, il sistema elettorale con liste bloccate lo si vorrebbe estendere anche per le regionali in Calabria con lo scopo, dichiarato dal Presidente Scopelliti, di evitare il fenomeno del “voto di scambio” e le infiltrazioni di personaggi vicini alle ‘ndrine. Siamo sicuri che possa essere questa la soluzione? Siamo sicuri che, anche per la Calabria, non ci siano vere alternative che sostituiscano quel mercimonio delle preferenze che scatena visite dai mafiosi per accattivarsene il sostegno? Bisogna ricordarlo ancora: nel ’93 i cittadini avevano scelto. Con un referendum gli italiani si espressero chiaramente a favore del sistema elettorale maggioritario. Ma poi quel voto referendario – è utile ricordarlo ancora – fu tradito dalla partitocrazia che approvò il famigerato “mattarellum”, la legge che prevedeva non solo un quarto del parlamento eletto ancora con sistema proporzionale ma che, mantenendo la supremazia partitocratica nelle liste proporzionali consentiva di fatto di scegliere e quindi “nominare”, in ciascun collegio, il “rappresentante” dei partiti e non già degli elettori. Forse si potrebbe pensare su una riforma elettorale che, anche per le regionali, consenta ai cittadini di scegliere ma, al contempo eviti il mercimonio delle preferenze. Il sistema elettorale che consentirebbe tutto questo si chiama uninominale maggioritario. Pensiamolo applicato alla Calabria per l’elezione del parlamentino regionale. I sessanta consiglieri regionali sarebbero eletti con sistema maggioritario a turno unico (chi prende più voti sale) in altrettanti collegi in cui verrebbe suddiviso il territorio. Per garantire le minoranze, il sistema dovrebbe prevedere l’elezione dei migliori secondi eletti nei vari collegi. Il risultato sarebbe quello di avvicinare l’eletto all’elettore e contenere il potere delle ‘ndrine che non avrebbero, per i singoli collegi, la forza numerica per garantire l’elezione di nessuno a loro vicino. Nei singoli collegi dove ci si conosce tutti e dove si conosce la vita e la storia personale di ciascuna persona, il piazzamento di candidati vicini ai poteri criminali organizzati, come oggi invece avviene, sarebbe praticamente impossibile.

Questo sistema andrebbe benissimo anche per l’elezione della Camera e del Senato. L’adozione di un sistema elettorale fondato sul principio dei collegi uninominali, cioè sulla regola, ritenuta fondamento democratico nei Paesi di antica democrazia, che ogni collegio elettorale avrà un solo rappresentante in Parlamento. Con questo sistema la votazione avverrebbe non già tra liste concorrenti ma tra candidati singoli. L’eletto è colui che, semplicemente, nel collegio ha raccolto il maggior numero di consensi. Ogni comunità ricadente nel collegio ha quindi un rappresentante parlamentare unico la cui selezione avverrebbe con un sistema che valorizza il rapporto tra eletto ed elettore, riducendo il peso di intermediazione dei partiti. Il collegio uninominale nel sancire, infatti, la proclamazione diretta del candidato, sul quale sia confluito il maggior numero dei voti validamente espressi nell’ambito di una circoscrizione, consente a tutti gli iscritti nelle liste delle sezioni della medesima a considerarlo, nel bene e nel male, precipuamente come il loro rappresentante e non solo del contrassegno sotto il quale sia stata espressa la candidatura. L’eletto farebbe gli interessi degli elettori di tutto il collegio in cui è stato eletto e dove dovrà ritornare per chiederne nuovamente il mandato. Le clientele non funzionerebbero per avere il maggior numero di voti e non funzionerebbe neanche chiedere il sostegno a gruppi criminali dai quali, invece, si cercherebbe di stare ben lontani. Insomma coi collegi uninominali avremmo anche una Calabria oltreché un’Italia caratterizzate da una democrazia più avanzata di tipo anglosassone.

Non dimenticare le Shoah ancora in corso

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 30.01.2011

Nella parola Shoah, verbo biblico che significa “catastrofe, disastro”, è insito che quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale per opera dei nazisti non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che, invece, potrebbe richiamare il termine “olocausto”, di sovente usato, e che richiama un’idea di “sacrificio d’espiazione”. La Shoah piuttosto fu vero genocidio, un’azione criminale di una politica criminogena finalizzata, attraverso un complesso e “preordinato insieme di azioni”, alla cancellazione di un gruppo etnico-nazionale, razziale e religioso.

Il termine venne ufficialmente usato per lo sterminio degli ebrei perpetrato dai nazisti, per la prima volta nel 1938 nel corso d’una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista, in riferimento al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. Oltre sei milioni di ebrei, giovani, vecchi, neonati e adulti, furono trucidati dalla violenza nazista. S’iniziò con la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; proseguì con la loro espulsione dai territori della Germania sino alla creazione di veri e propri “ghetti” circondati da filo spinato, muri e guardie armate. Poi i massacri delle Einsatzgruppen (squadre incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia). Infine vi fu la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati. Ausmerzen, significa sopprimere. Anche l’eugenetica, tra gli anno ’39 e ’45 durante le guerra mondiale, fu applicata attivamente dai nazisti. A ricordarlo, per il giorno della “memoria” , è Marco Paolini con lo speciale del 26 gennaio. La memoria è giustizia è il titolo dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli che, anticipando tutti il 24 gennaio, si dedica alle “virtù del ricordo”. Per ritrovare la nostra “incerta identità italiana” coglie l’occasione del ricordo “per parlare un po’ di noi stessi” e “discutere di quello che stiamo diventando: un Paese smarrito che fatica a ritrovare radici comuni e si appresta a celebrare distrattamente i 150 anni di un’Unità che molti mostrano di disprezzare”. Il direttore del Corriere della Sera nota, anche per il 27 gennaio giorno della Memoria, il rischio “pericoloso” di essere retorici di cadere nella “ritualità dei ricordi”. “Sapere perché non accada più, cittadini consapevoli dei valori universali”, conoscere per deliberare aggiungeremmo pure. Ed anche Ferdinando Sessi e Carlo Saletti con il loro Visitare Auschwitz (Marsilio ed.), ricorda il giornalista, ci mettono in guardia nei confronti di quello che definisce “frettoloso turismo della memoria”. Allora, per evitare ipertrofia della memoria e l’accumulo di lontani ricordi di genocidi per onorare quelle vittime ed insegnare ai giovani ciò che oggi non dovremmo mai ripetere forse è utile accorgersi delle continue violazioni della costituzione e delle leggi internazionali che l’Italia continua a fare mantenendo attivi quei nuclei di “Shoah” che sono ormai diventate le nostre patrie galere e quella che la leader radicale Emma Bonino chiama “La legittimazione normativa delle discriminazioni e del razzismo in Italia”. “Il razzismo” – tuona la Bonino che di diritti e di Stato di Diritto se ne intende – in Italia non è più un’“emergenza”, nel senso che è quotidiano e diffuso da tempo in tutte le aree del paese. Non contribuisce certo” – aggiunge – “a frenare questa deriva, quel processo di legittimazione culturale, politica e sociale del razzismo di cui gli attori pubblici, in particolare le istituzioni, sono i principali protagonisti”. “Il nostro Paese” – si legge in un dossier della memoria sulle accuse all’Italia – “non è nuovo a censure in materia di rispetto dei diritti umani e del principio di non discriminazione, in particolare con riferimento a Rom, Sinti e Camminanti e ai diritti dei migranti”. Un humus utile alla proliferazione di atti e violenze razziste.

Nel novembre del 2007 con una risoluzione adottata il Parlamento europeo ricorda, di fronte alle minacce italiane di espulsione di cittadini rumeni, che “la libertà di circolazione è inviolabile e che le legislazioni nazionali devono rispettare la legislazione comunitaria”.
Il 20 maggio 2008 il Parlamento europeo richiede alla Commissione chiarimenti sulla situazione dei Rom in Italia. Il Commissario Vladirmir Spidla è prudente, ma richiama “gli Stati membri” al dovere di respingere qualsiasi stigmatizzazione dei Rom, affermando che “non dovremmo chiudere gli occhi” di fronte alla discriminazione e all’esclusione subite dai Rom e che la lotta contro i crimini deve essere condotta rispettando i principi dello Stato di diritto. 
Il 10 luglio 2008 il Parlamento europeo, che ha invitato una sua delegazione in Italia, adotta una nuova risoluzione in cui “esorta le autorità italiane ad astenersi dal procedere alla raccolta dell’impronte digitali dei rom” e afferma che “questi atti costituiscono una violazione del divieto di discriminazione diretta e indiretta, previsto in particolare della direttiva 2000/43/CE. 
Tra il 20 e il 26 luglio 2008 è l’Odihr (Ufficio per le Istituzione democratiche e i Diritti umani) dell’Osce, che aveva espresso già la sua preoccupazione a condurre una visita in Italia, ha sanzionato che i provvedimenti sono “sproporzionati, ingiustificati, sotto divieti profili illegittimi e stimolano l’insorgere di xenofobia e razzismo”. Per finire poi alla legge per la regolarizzazione non già di chi lavora onestamente ma soltanto di chi esercita il mestiere di colf o badante. Se sei muratore o raccogli le arance di Rosarno t’arrangi. Se vai in galera magari solo perché migrante e trasformato in clandestino è pure facile che ci si ammazzi per cercare un’uscita da una condizione disumana. È proprio in quell’“indifferenza etica” dove “crescono i pregiudizi”, e (…) “nella perdita dei valori della cittadinanza, scritti mirabilmente nella nostra Costituzione”, che c’è il seme per nuove violenze. Vanno bene i film, i libri e tutto ciò che, facendo conoscere, ci aiuti a ricordare ma, per evitare la retorica del ricordo e la noia della saggistica, ed avere memoria lo stesso di ciò che ha significa Shoah, per vedere in faccia le catastrofi che non dovrebbero mai più ripetersi, talvolta basta dare un’occhiata al marocchino della porta accanto oppure osservare il ghetto penitenziario più vicino a noi.

Marco Pannella: “Berlusconi è vittima del sistema”

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Cicciolina? Non poteva far male alla partitocrazia già centro di corruzione di tutta la legalità.

Berlusconi? È già crollato! Ha perso l’interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui, a questo punto, è anche vittima

di Giuseppe Candido

Pubblicata su “Il Domani della Calabria” del 24 gennaio 2011, P.8 e 9

19 gennaio 2011. Pannella, istrione “irregolare” della politica italiana, il 20 gennaio è a Londra per chiedere la verità sulla guerra in Iraq. Lo contattiamo mentre prepara i bagagli, non ha tempo, ma ci dà retta lo stesso. Il signor Hood fa i bagagli ma ha sempre con se il suo canestro pieno di parole. Intervistarlo non è per niente semplice e le risposte divengono spesso fiumi in piena colmi di storia e lezioni di democrazia costituzionale. Con riferimento esplicito agli scandali del premier, in diretta da Radio Radicale nel suo editoriale di qualche giorno fa, Pannella faceva un’osservazione semplicissima e di carattere generale: “Non saremmo forse noi Radicali, si domandava Pannella, i “responsabili” di avere candidato, secondo il diritto interno del Partito Radicale, la Cicciolina?”.

Marco, lo scandalo non erano quindi i Radicali che candidavano Cicciolina, lo scandalo vero era qualcos’altro?

<< Si, certo. Ma direi però che quell’osservazione la si poteva fare pertinentemente, e la facemmo, anche in quel momento. Perché, in quel momento dicemmo che, il fatto “Cicciolina”, con l’esposizione pubblica di una responsabilità patente che potevamo avere, in realtà non rappresentava nulla di pericoloso in termini di costume. Anzi, noi dicevamo che, se non si ha la fissazione sessuomane del giudicare le cose per governare è meglio. Già allora il ceto dirigente partitocratico costituiva un centro di corruzione di tutta la legalità. Da quella costituzionale, a quella istituzionale sino a quella anche di costume.>>

Certo, quindi – citiamo il tuo editoriale – “da trent’anni trattati in modo fascista dall’antifascismo di regime?”

<< Si, Io voglio dire che l’antifascismo ideologico e retorico ha coperto ben presto una continuità patente con il regime fascista. Era già patente, sin dagli anni ’50, il tradimento della Costituzione: il referendum (non concesso per vent’anni ndr), le Regioni (Istituite solo nel 1970 ndr), e il come veniva concepito il bipartitismo, più vicino a quello americano, e che invece si realizzò con lo scioglimento contemporaneo di Camera e Senato che, invece, erano previste sfalsate continuamente a che il bipartitismo servisse anche ad un controllo diverso della vita istituzionale e democratica.>>

La vostra, quindi, è una denuncia alla partitocrazia, anche al Partito Democratico quale difensore della Costituzione? Pierluigi Bersani, dicevi anche questo in quell’editoriale, in realtà non sta difendendo la democrazia oggi?

<< Si, ma devo dire che in questo c’è un dato. È che se non si rivede, come noi abbiamo fatto con la “Peste italiana” (il documento denuncia contro il sessantennio della partitocrazia ndr), la verità storica, costituzionale e istituzionale del nostro Paese, se non la si vede, allora si può raccontare la storia che la nostra Costituzione sia la più bella del mondo. Nel senso che, la Costituzione, in tutta la sua valenza costitutiva, strutturalmente costitutiva di altro rispetto regime dal quale si usciva, ha avuto la parte che si è salvata quella strettamente e meramente ordinatoria, facendo della sua perentorietà qualcosa d’inesistente sul piano strutturale …>>

Marco, saltiamo – come si dice – di palo in frasca: il lavoro, la vicenda del referendum a Mirafiori, la Fiat e Marchionne. Sergio Marchionne come Ernesto Rossi, contro i “padroni del vapore”?

No, no. Diciamo però che Marchionne provoca e, in qualche misura ha costretto, oggettivamente costretto, a mettere, in punto finale, in crisi proprio quelle situazioni che anche negli anni del 1910 e del ’20, si stavano formando di unità industrialiste, come denunciava Salvemini, delle grandi famiglie industriali e del ceto, non della classe, ma sottolineo del ceto operaio, creando un’alleanza storica e strutturale ch’è durata sino ad adesso. E che in realtà trova in Marchionne, con la sua visione non nazional nazionalista perché non ce l’ha, colui che mette fine a questa situazione nei tempi in cui la Confindustria stessa che ha rappresentato e rappresenta la parte più vecchia di quel che Salvemini e gli altri (di Non Mollare ndr) denunciavano. Il mercato, come mercato chiuso, autarchico in termini di potere corporativo per cui noi invece di avere, come noi Radicali abbiamo sempre denunciato, ammortizzatori sociali, cassa integrazione universali, erano invece, sino a pochi anni fa, riservati al ceto operaio. Ripeto, ceto “Operaio” in senso proprio però, ma limitati al “ceto” operaio delle grandi industrie divenute, com’è noto, mere realtà di copertura della multi nazionalità del potere finanziario in titolari ufficiali delle industrie grate italiane importanti. È che importa l’esperienza, l’esigenza, la conoscenza della realtà del mercato, che è un mercato appunto, assolutamente, transanazionale per non dire internazionale e, quindi, dà necessità alla Camusso di denunciare la gravità del comportamento di Marchionne che mette in crisi la Confindustria>>

La Camusso che difende la Confindustria? Le corporazioni si reggono da sole?

<< In realtà questo dimostra che la confindustria è chiaramente inadeguata, come tempi, a rappresentare l’imprenditoria italiana senza averne, assolutamente, nessun titolo. Nel modo più assoluto, dinnanzi al fatto che l’immensa maggioranza dell’imprenditoria italiana, anche quella forte, non è tutta lì. Marchionne non è un ideologo, o un uomo rivoluzionario per le “teorie”, bensì per la “esperienza” che l’ha formato e quindi per un modo di vedere i problemi dei rapporti fra i poteri, il mercato, libertà ed altro, ma soprattutto di vedere i problemi della organizzazione industriale, del lavoro, in modo assolutamente diverso da quella che era stata ossificata in Italia…>>

Dire che tutto è chiaro con Pannella non è mai semplice. “Ormai Berlusconi crollerà”. E crollerà, forse, – dici sempre in quell’editoriale che non troppi giornali hanno colto in pieno – facendo delle “follie”. Cosa intendi dire?

<<È già crollato! (Berlusconi, ndr). Sul piano manifestamente personale e individuale è da anni che ha perso ogni entusiasmo, ogni forza creativa e di governo. E a questo ha corrisposto, con un venir meno da parte sua quella iniziale speranza, del ’94, del 95 e dei primi tre mesi del ’96 (quando i Radicali appoggiarono Berlusconi ndr), e da quel momento, visto che l’opposizione non gli ha mai proposto nessun grande scontro ideale ma neanche nessun grande scontro politico, a questo punto lui stesso ha perso interesse a questo gioco truccato del mono partitismo sempre più perfetto. Lui ha visto crescere e moltiplicarsi il suo potere, economico anche, soprattutto, nei primi due-tre anni di governo del centrosinistra che, invece di varare le riforme necessarie contro la famosa rinuncia delle incompatibilità finanziarie e societarie, hanno governato in modo tale che, lo ripeto, Berlusconi quando è uscito dai ribaltoni della Lega, dell’Udc e da Scalfaro, praticamente aveva la sua forza, la sua posizione, i suoi connotati finanziari, erano quelli di alcuni anni prima. Dopo due anni e mezzo di maggioranza di governo del centrosinistra, in una situazione in cui sappiamo tutti che importanza hanno le banche in Italia, lì ha fatto questo salto di forza, di forza unica senza confronto con nessun altra forza capitalistica italiana. Lui quindi, a questo punto, è anche vittima del fatto che non solo non gli è stato necessario, come in democrazia avrebbe dovuto essere, ma nemmeno possibile di avere confronti, drammatici, reali di crescita democratica con la opposizione. E quindi è, di fatto, ulteriormente riuscito a connotarsi come una delle componenti del regime partitocratico. Questo, naturalmente, si è ripercosso anche nella qualità della sua vita personale. E come, d’altra parte, è accaduto, per esempio, a Formigoni il quale, in vece di – come si dice nel linguaggio popolare – “andare a puttane”, lui siccome è casto in effetti è un ottimo rappresentante di quello che non fa sessualmente peccati ma fa quelli simoniaci della partitocrazia italiana. E cioè non ha nessun rispetto di qualsiasi comandamento che non sia quello corporale e sono truffatori, rubano con CL ch’è divenuta un’organizzazione di potere, un regime. Tant’è vero che oggi (19 gennaio ndr) a Milano, il magistrato democratico Brutti Liberati, contemporaneamente per mesi fa lavorare fisicamente molti magistrati e molti alti funzionari della sicurezza dello Stato, per incastrare Berlusconi e contemporaneamente, questo è importante, invece stabilisce in modo patente e scandaloso l’impunità per quest’altra componente di vero regime.>>

Ti riferisci, ovviamente, alla vicenda delle firme false in Lombardia?

<<Certo>>

Senti Marco, voi Radicali il 20 gennaio a Londra per amore della verità sulla guerra in Iraq. Ma questa cosa della guerra che si poteva evitare con l’esilio è una vicenda che riguarda pure il nostro Paese? C’entra anche con la politica italiana?

<<Certo. Eccome, c’entra in modo clamoroso.>>

Perché tu accusi Berlusconi di tradimento?

<<Si, ma la verità è ch’è tutto ciò è necessario per la storia contemporanea del mondo. Questa cosa ormai è chiara: si è basata la guerra, è iniziata, innanzitutto col tradimento rispetto ai propri paesi, alle proprie costituzioni dei due traditori Bush e Blair. Loro hanno fatto scoppiare la guerra perché stava scoppiando la pace con l’esilio, accettato ormai per convenienza ma quindi anche per saggezza, da Saddam. E loro per questo (Bush e Blair ndr) terrorizzati dal fatto di avere, per sei mesi, trasferito lì 200.000 uomini, e il non usarli era inimmaginabile. E quindi, il complesso militare industriale che incideva con la gestione Bush della realtà non solo americana ma mondiale …>>

D’accordo Marco. Ma Berlusconi perché addirittura nell’angolo dei traditori della Patria assieme a Bush e Blair?

<<Per Berlusconi è chiaro che pure lui ha fatto parte di questo. Ed ha una responsabilità, anche lui, di concorso in tradimento, di menzogna ed altro. Perché poi l’Italia era l’unico Paese che, su iniziativa dei Radicali, addirittura aveva scelto la strada della pace e dell’esilio. L’aveva scelta il Parlamento italiano con il governo di Berlusconi di allora che aveva scelto, anch’egli, di dare ascolto a questa cosa.>>

Marco Pannella dopo venti minuti si congeda gentilmente chiedendoci addirittura scusa per non poter continuare a chiacchierare con noi perché ormai circondato da cinque compagni che, nel frattempo, l’hanno accerchiato e gli chiedono di poterlo salutare mentre lui continua al telefono con noi. Un’ultimissima battuta: sul fronte italiano i Radicali da dove ripartono?

<<Dalle carceri, ovviamente, divenute autentici nuclei di Shoah. Ciao ma adesso devo proprio andare.>>

Lo ringraziamo per la disponibilità e gli facciamo i nostri auguri per un buon 2011 di verità e giustizia.

Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

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di Giuseppe Candido

Illustrazione di Dorianao
Illustrazione di Dorianao pubblicata da Il Fatto Quotidiano mercoledì 12 gennaio 2011

Patrimoni ancora “segreti” e politici calabresi sempre “compatibili” con più cariche elettive.

***

Nicola Adamo (ex PD) e Peppe Bova (ex PD) potranno tranquillamente candidarsi pure come sindaci, a Cosenza e Reggio Calabria rispettivamente, senza doversi dimettere, ovviamente, dalla carica di Consiglieri regionali. Non soltanto loro, ovviamente.

La Casta calabrese torna a far notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali. In prima pagina de il Fatto quotidiano il richiamo non permette equivoci: “La Calabria cancella la legge contro chi cumula gli incarichi”. Ancora più chiaro è il titolo dell’articolo di Enrico Fierro: “In Calabria si può fare di tutto”. Dopo essere stati sbeffeggiati dalla penna di Sergio Rizzo che aveva “scoperto” che per 28 anni i patrimoni e gli interessi finanziari dei politici calabresi sono rimasti segreti e inconoscibili dai cittadini contrariamente a quanto previsto già dal 1982 dalla normativa nazionale, oggi a far di nuovo notizia è la vergognosa norma approvata dal Consiglio regionale, a ridosso tra Natale e Capodanno e che, in deroga a quanto previsto dalla legge 154 del 1981 e dal d.lgs. N°267 del 2000, ha previsto che le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale nonché quelle di Sindaco e Assessore comunale dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono compatibili con la carica di Consigliere regionale.

La vignetta di Doriano che illustra l’articolo è emblematica: il politico calabrese, a differenza dei suoi omologhi di altre regioni, è rappresentato “gigante” e con un deretano spaventosamente grande, capace di occupare contemporaneamente almeno tre poltrone. Esilarante se non fosse che stiamo parlando della deroga ad una norma concepita per evitare che si possa ingrossare ed ingigantire il sistema già pachiderma delle clientele nostrane.

A presentare, durante la discussione della finanziaria regionale, la norma “vergogna” sono stati i Consiglieri regionali Nicola Adamo e Peppe Bova, entrambi “ex” del Pd, ma è subito piaciuta, come fa notare il giornalista, anche al PdL che si è guardato bene dal respingerla pur avendo a disposizione un’ampia maggioranza. Tutti compatibili, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo (Udc), già sindaco dell’importante comune di Cassano Jonico, potrà ora dormire sonni tranquilli conservando la doppia poltrona. “Vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico rispondendo alle critiche.

Come se questo tipo di scelte non fosse giudicato dagli elettori. Come se tutto fosse normale, come si trattasse di un tema eticamente sensibile, il Governatore Scopelliti ha lasciato ai suoi “libertà di coscienza”. Come se questo tipo di deroghe che la “Casta” fa a se stessa non contribuisca ad incrementare il sentimento di antipolitica che c’è nella gente comune che tutte le mattine si alza alle sei per andare a lavorare.

Ma forse è vero: in Calabria si può fare di tutto. E mentre aspettiamo ancora, e da 28 anni, di poter conoscere i dati patrimoniali e gli interessi finanziari di politici e amministratori calabresi che, a partire da quelli di comuni con più di 50.000 abitanti, dovrebbero già essere pubblici e disponibili a tutti i cittadini, scopriamo che gli stessi politici potranno essere in più posti contemporaneamente, cumulando cariche e prebende, indennità e rimborsi oltreché, ovviamente, il potere di “controllo ferreo del voto”. Ubiquità? Forse.

Qualche gruppo politico ora annuncia di voler raccogliere le firme per un referendum, ma sapendo come vanno a finire questi ultimi forse c’è poco da sperare …

La rivolta Tunisina ed il ruolo dell’Europa

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “Il Domani della Calabria” del 22 gennaio 2011

Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, le vittime degli scontri cominciati il 17 dicembre 2010 sono ormai oltre cento. Dopo un mese di dure proteste della popolazione, 14 gennaio, il presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali è fuggito in Arabia Saudita. Tre giorni dopo, il primo ministro Mohammed Ghannouchi ha annunciato un governo di unità nazionale, a cui partecipano anche esponenti dell’opposizione. Il 18 gennaio quattro ministri (di cui tre del potente sindacato Ugtt) si sono ritirati dal governo, mentre nel paese sono scoppiate nuove proteste. Ma la rivolta tunisina non è stata una sorpresa per nessuno, se non per una élite che pensa di aver trovato la “formula magica” per mantenere il potere per sempre rimandando i “cambiamenti in cui i tunisini speravano fin dalla caduta del presidente Habib Bourguiba nel 1987”. “Questa formula”, scrive Burhan Ghalyoun sul quotidiano tunisino Al Shuruq, (applicata da molti regimi arabi) “deriva dal modello cinese e combina due elementi: l’allontanamento della politica dalla sfera pubblica vietando ogni forma di attivismo e il totale controllo dell’economia, sia accaparrandosi gli investimenti stranieri sia accumulando ricchezze con ogni mezzo”. Di una Tunisia che “brucia” parla Sami Naïr, filosofo franco-algerino, sul quotidiano spagnolo El País. Le proteste popolari, nel frattempo, si diffondono in tutta la regione. Ma in realtà c’è il rischio che sia, a breve, l’intero mondo arabo ad andare a fuoco. Perché, se in Tunisia siamo alla rivolta, in molti paesi arabi la situazione è simile e rischia di diventare esplosiva. In Algeria come nella vicina Tunisia, fanno notare i media televisivi britannici, molti ragazzi sono scesi in piazza per manifestare contro gli aumenti del prezzo del cibo. Lì è ancora in vigore lo stato di emergenza proclamato nel 1992 e nella capitale sono vietate le manifestazioni. Ed anche nell’Egitto di Mubarak le analogie con la Tunisia sono parecchie: condizioni economiche miserevoli della popolazione e poca libertà d’espressione caratterizzano il governo in carica ormai da oltre trent’anni. Poi c’è la “polveriera giordana” dove, lo scorso 15 gennaio, è stato il “giorno della rabbia”. Migliaia di cittadini sono scesi nelle piazze di tutto il paese per protestare contro l’escalation della disoccupazione e dei prezzi dei beni di prima necessità. E pure in Marocco, come in Tunisia, il paese sta affrontando una crisi e una “corruzione dilagante”. La reputazione del Marocco, sottolinea la BBC, è stata ulteriormente danneggiata dalle rivelazioni di Wikileaks sugli “affari della famiglia reale” e sull’avidità di personaggi vicini al re Mohammed VI. I dispacci dall’ambasciata statunitense a Tunisi citavano problemi simili anche nella cerchia di Ben Ali. Ma in Marocco, come in Egitto e in Algeria, la libertà di stampa è assai limitata e le autorità riescono a contenere le proteste. Insomma, lo spettro dei cambiamenti politici che si prospettano per la Tunisia preoccupa i leader di tutta la regione. Persino nella Libia del colonnello Gheddafi si teme l’effetto domino. Non c’è nessuno meglio di Zine per governare la Tunisia, che ora vive nella paura” è la reazione, a ferro caldo, del leader libico al rovesciamento del presidente tunisino e riflettono, è evidente, il suo nervosismo per un possibile dilagare delle proteste. Il colonnello guida infatti il paese da oltre quarant’anni col pugno di ferro: tutte le proteste vengono duramente represse, ma “negli ultimi giorni ci sono state molte manifestazioni anche ad Al Bayda”. Internet e la circolazione delle informazioni sono ancora limitate. Dopo le rivolte tunisine ed algerine i capi di stato arabi si sono affettati a calmierare i prezzi dei prodotti di base per prevenire nuove manifestazioni. Una ricetta, scrive il quotidiano algerino El Watan, che “sembra aver dato buoni risultati”. “Ma quanto durerà? Lo scontento della popolazione non sparisce”. Le “cause strutturali” che l’hanno provocato non si potranno risolvere col semplice controllo dei prezzi. C’è senz’altro bisogno che i governi di quei paesi si adoperino in politiche lungimiranti ma, senz’altro, c’è bisogno che l’Europa guardi a sud del Mediterraneo allargando il suo orizzonte economico, oltreché culturale, anche a quei paesi che sono nostri stretti vicini. Se l’Europa e l’occidente in genere hanno svolto un ruolo chiave nella democratizzazione dei paesi dell’Europa dell’est, ora stanno facendo l’esatto contrario con i paesi arabi. L’occidente deve assumersi le sue responsabilità. Non soltanto sosteniamo molte delle loro dittature con “amicizia”, ma permettiamo pure il saccheggio delle ricchezze di questi popoli consentendo ai loro dittatori di aprire comodi conti bancari dove depositare quel che hanno rubato ai loro popoli ed autorizzandoli a comprare, nei nostri paesi, immobili e azioni di grandi aziende europee.

Ruby? Forse non basta cambiare canale

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di Giuseppe Candido

“Berlusconi indagato in un caso di prostituzione” titolava l’Herald Tribune; “Le visite private di Ruby, cubista minorenne” sottotitolo. “L’Italia di Berlusconi sotto processo per prostituzione” è invece il titolo del network americano Fox News. E comunque, prostituzione minorile o no, non c’è dubbio che “Le ragazze di diciassette anni dovrebbero andare a scuola e non a cena da vecchi signori”. Perché è vero: il nostro modello di società ha ormai ridotto all’essere velina, piuttosto che al diventare famosa al grande fratello, il modello ed il ruolo delle donne nel nostro Paese.

“L’Italia non è un paese per donne”. È questo titolo con cui Barbie Nadeau, editorialista di Newsweek, famoso settimanale degli Stati Uniti, recensisce il nostro Paese.

“Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese. Due uomini di mezz’età – ironizza la giornalista nell’incipit del suo editoriale – sono in piedi sotto un riflettore. Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga. Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la prende in mano e se la strofina sulla guancia. “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza. “Grazie, bambola”. Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto. È impossibile – insiste la giornalista – sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo”. Come dagli torto? E se non bastasse, se non fosse già sufficiente, scrive: “Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi per le vetrine. I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato. E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante”. E forse è proprio questo il punto, un modello culturale e mediatico che impedisce alle donne il riscatto, ma anche una scarsa voglia di riscatto. Come dire: tutto sommato il grande fratello ci piace. Forse però, dietro tutto questo, scrive ancora la giornalista, “c’è un piano ben preciso. Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato televisivo italiano. Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento. Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile negare la sua influenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane. Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative. Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta. Di fatto ha soffocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini”.

Il volto dell’Italia berlusconiana che si delinea nel Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economic forum, “è drammatico”. L’Italia è decisamente indietro: all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97 ° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice. Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classifica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam. Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.

Lo studio, che tiene conto di parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento. Ma, “Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante pornografia soft come condimento dell’attualità”. (…) “Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici”. (…) La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica, intervistata dalla giornalista: “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

Non adeguatamente rappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne nostrane “hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno”. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.

Ma ce n’é anche sul ruolo della politica: Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega alla giornalista Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano. “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.

Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento. Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto. L’anno scorso, ricorda la giornalista nel suo articolo, “per scusarsi di non essere riuscito a ridurre gli stupri”, ha affermato: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.

Poco più di un anno fa, oltre centomila donne italiane hanno firmato l’appello “Quell’uomo ci offende, fermiamolo”. Il premier ha liquidato la notizia con una risata. E quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento del marito, la reazione dei media sotto controllo è stata istantanea: “velina ingrata”. E per capire quanto si è spinto questo perverso modello basti pensare che, in un processo che vede ex preside imputato per tentata violenza e molestie ad un’insegnante compiute dall’alto della sua posizione, nella memoria difensiva lo stesso imputato scrive, candidamente, che “Proporsi è lecito”.

Si sono fatti davvero grossi passi avanti? Da Aspasia, punto di riferimento fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. che, non accettando di vivere reclusa come le donne del suo tempo, promuoveva riunioni per discutere di politica e retorica, sino ad arrivare alle veline d’oggi con cui, il ruolo non solo politico delle donne è tornato in serio pericolo. La cosa che fa di più specie, però, è l’assenza d’indignazione chiara da parte delle gerarchie vaticane, sempre pronte a lanciare strali contro le unioni di fatto ma tolleranti coi comportamenti “discutibili” del premier.

“La repubblica, come necessità storica sorgerà – scriveva Mazzini – sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.

L’uscita di scena di Berlusconi, quando sarà, potrebbe certo spezzare l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne ma da sola non costituirà il vero elemento di cambiamento. Ma per vedere qualche passo avanti, noi italiani, uomini e donne, dovremo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. E per farlo, ci dicono dall’America, “non basterà cambiare canale”.