Amianto, la storia (anche) calabrese di un killer subdolo

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di Giuseppe Candido

Eternit è un marchio registrato di fibrocemento e il nome di una ditta che lo produce. E’ stato utilizzato in edilizia come materiale da copertura nella forma in lastra piana o ondulata, oppure come coibentazione di tubature, navi, canne fumarie ecc. La sua commercializzazione, in Italia, è cessata ufficialmente dal 1992.

Nel 1901 ’austriaco Ludwig Hatschek brevettò il cemento-amianto col nome Eternit mutuando il nome dal latino aeternitas, che significa eternità. Già nel 1902 Alois Steinmann acquista la licenza per la produzione e, nel 1903, apre a Niederurnen le Schweizerische Eternitwerk AG e, in breve, l’Eternit divenne popolarissimo tanto che, nel 1911, la produzione di lastre e tegole sfrutta appieno la capacità produttiva della fabbrica. Nel 1915 sono immesse sul mercato anche le fioriere in Eternit. Poi, 13 anni più tardi la produzione si diversifica. Nel 1928 inizia la produzione di tubi in fibrocemento, che fhanno rappresentato lo standard per la costruzione degli acquedotti e dei serbatoi idrici fino agli anni settanta. Nel 1933 fanno la loro comparsa le lastre ondulate, in seguito usate spesso per tetti di fabbricati civilim pubblici e privati oltreché di capannoni industriali.

Negli anni quaranta e cinquanta l’eternit trova poi impiego in parecchi oggetti di uso quotidiano. Anche una sedia da spiaggia. Dal 1963 l’eternit può essere prodotto in varie colorazioni. Dal 1984 le fibre di asbesto vengono via via sostituite da altre fibre non cancerogene fin quando, nel 1992 viene introdotta la legge che di fatto lo vieta per qualsiasi utilizzo. L’amianto rappresenta infatti un pericolo per la salute a causa delle fibre di cui è costituito e che possono essere presenti in ambienti di lavoro e di vita e inalate.

Nonostante sin dal 1962 era noto in tutto il mondo che le fibre di amianto provocassero il mesiotelioma pleurico, una forma di cancro delle pleura oltre che la più nota asbestosi, a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria e a Broni, in provincia di Pavia, la Eternit e la Fibronit continuarono a produrre manufatti. Fino al 1986 la prima e fino all’entrata in vigore della legge n 93 per Broni, tentando di mantenere i propri operai in uno stato di totale ignoranza circa i danni, soprattutto a lungo termine, che le fibre di amianto provocano, col solo fine di prolungare l’attività dello stabilimento e quindi dei profitti. A Casale Monferrato i morti e i contaminati da amianto sono migliaia, anche perché lo stabilimento disperdeva con dei potenti aeratori la polvere di amianto in tutta la città, causando la contaminazione anche di persone non legate alle attività produttive dell’eternit. Un killer subdolo ma “democratico”.

Fino al 1994, ricorda il presidente di Assoamianto, Sergio Clarelli in un’intervista all’Espresso, “la situazione era paradossale, perché la legge 257/1992 riconosceva i rischi per la salute e metteva al bando tutti i prodotti contenenti amianto, vietando l’estrazione, l’importazione, la commercializzazione e la produzione di amianto e di prodotti contenenti amianto, ma non la loro utilizzazione”.

L’epidemiologo Valerio Gennaro dell’Istituto tumori di Genova che da anni si occupa dei tumori correlati all’esposizione da amianto, dice che di amianto si morirà sino al 2040 e che il picco arriverà solo tra 4 o 5 anni. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità invece il picco delle morti bianche arriverà tra il 2025 e il 2030.

Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro”. All’udienza nel processo a Torino del 12 luglio 2010 decine di cittadini di Casale Monferrato, la cittadina più colpita dagli effetti di questo subdolo e micidiale veleno, si sono presentati in tribunale con una fascia nera legata al braccio, in segno di lutto; hanno voluto ricordare Luisa Minazzi, loro concittadina deceduta una settimana prima, uccisa dal mesotelioma, il tumore provocato dall’amianto. Tra i testimoni ascoltati, il giornalista casalese, Giovanni Turino, autore del libro “Eravamo tutti ricchi di sogni” che ha ricordato come, già nel 1964, – cinquant’anni fa! – il giornalista e dirigente del PCI Davide Lajolo aveva denunciato su “L’Unità” i pericoli incombenti sui casalesi, parlando esplicitamente di mesotelioma e non solo di asbestosi.

Giorgio Corradini, un ex operaio dello stabilimento Eternit di Rubiera, un paese vicino di Reggio Emilia, ha raccontato le lotte sindacali intraprese negli anni Settanta per ottenere migliori condizioni di lavoro, adottate solo dieci anni dopo: cose perfino banali, come le mascherine di protezione, gli armadietti doppi per gli indumenti, la possibilità di far lavare le tute di servizio in azienda e non a casa, ed è sconcertante che queste cose minime siano state oggetto di lotta e rivendicazione durate dieci anni. L’azienda non forniva molte informazioni sui rischi per la salute: “Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro. Il medico interno ci diceva che fumare e respirare la polvere non faceva bene”.

Soltanto in Calabria, nel 2006, sono state oltre duemila le richieste pervenute all’Inail per l’accesso ai benefici previdenziali concessi ai lavoratori esposti all’amianto durante l’attività lavorativa.

Presso la sede regionale sono giunte ben 2.339 richieste dei benefici previdenziali previsti dalla legge.

Le richieste pervenivano dalla zona di Crotone, area con una elevata concentrazione di industrie chimiche. In particolare 769 domande riguardavano la Montedison-Enichem, mentre erano 429 i curricula pervenuti alla Direzione provinciale del lavoro. Delle certificazioni presentate, 75 hanno subito avuto esito positivo con emissione dei relativi certificati per i lavoratori.

Le domande pervenute dalla Pertusola sono state 730, i curricula 313 (di questi, le certificazioni positive emesse sono state 135 e 115 quelle negative). Dalla Guffanti sono pervenute 35 domande e 35 sono state le certificazioni positive emesse. Altre 129 domande riguardano le FS, 71 l’Enel, 70 i Vigili del fuoco e 421 altri settori.

Ad oggi soltanto due delle venti Regioni hanno previsto uno specifico piano ed una data certa in cui arriveranno a completare la bonifica e la rimozione dei materiali contenti amianto: la Lombardia che prevede lo smaltimento entro il 2016 e la Sardegna che dovrebbe completare la rimozione dell’amianto entro il 2023.

Il Piano Regionale Amianto della Lombardia (PRAL), approvato nel dicembre del 2005 con deliberazione della Giunta Regionale, spiega che, in base a quanto disposto dall’art. 6 del D.P.R. dell’8 agosto 1994, in Regione Lombardia gli impianti utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti contenenti cemento-amianto, erano le discariche per rifiuti inerti con settore appositamente dedicato, gestite secondo specifiche sanitarie molto severe.

Nel Piano si specifica però che “Le nuove modalità e i nuovi criteri di deposito dei rifiuti contenenti amianto – che prevedono la realizzazione di celle appositamente ed esclusivamente dedicate, la coltivazione delle celle ricorrendo a sistemi che prevedano la realizzazione di settori o trincee e la necessità di spazi morti che comportano perdite di volumetria – e le modalità gestionali, che prevedono campionamenti ed analisi, sono particolarmente onerosi e difficilmente i gestori privati di discariche per i rifiuti pericolosi o non pericolosi, saranno disposti a realizzare tali celle. Pertanto, già in quel Piano del 2005 la Regione Lombardia prevedeva la necessità di “adottare provvedimenti regionali che consentano modalità di realizzazione e gestione di discariche per rifiuti di amianto legato in matrice cementizia e/o resinoide economicamente sostenibili, garantendo, comunque, il rispetto dei criteri della direttiva discariche (direttiva 1999/31/CEE) e la tutela dell’ambiente e della salute pubblica”. Nel piano erano previsti un “censimento dei manufatti contenenti amianto” di edifici e luoghi pubblici e privati con presenza di amianto e, persino, la mappatura geo-referenziata delle coperture in cemento-amianto.

La Calabria allo stato attuale non ha ancora provveduto a redigere un proprio Piano Regionale per l’amianto. Anche se il Piano regionale dei rifiuti, redatto e approvato nel 2002 dall’Ufficio del Commissario per l’Emergenza Ambientale, pone in essere una pianificazione della problematica che prevede una “prima fase” di acquisizione dei dati, propedeutica ed indispensabile alla formulazione di una pianificazione specifica. Nel rapporto regionale sui Rifiuti curato dall’Arpacal la parola “amianto” compare una sola volta e i dati relativi alla sua diffusione sul territorio regionale non vi sono o forse non esistono neanche.

Con delibera della Giunta Regionale La Regione Calabria nel luglio del 1996 ha costituito una commissione a cui ha affidato il compito dì studiare e definire il Piano Regionale Amianto.

Successivamente nel dicembre del ’96, con atto deliberativo la Regione ha approvato le “linee guida per la protezione dell’ambiente, la decontaminazione e la bonifica delle aree interessate da inquinamento da amianto”.

La delibera prevedeva nella “Programmazione degli interventi di bonifica” di effettuare il censimento dei siti interessati da attività di estrazione dell’amianto, delle imprese che utilizzano o hanno utilizzato amianto nelle rispettive attività produttive nonché delle imprese che operano nelle attività di smaltimento o di bonifica, il censimento degli edifici nei quali sono presenti materiali o prodotti contenenti amianto libero o in matrice friabile, con priorità per gli edifici pubblici, per i locali aperti al pubblico o di utilizzazione collettiva e per i blocchi di appartamenti, quindi la predisposizione di programmi per dismettere attività estrattiva dell’amianto e realizzare la relativa bonifica e l’individuazione dei siti idonei per lo smaltimento dei rifiuti contenenti asbesto.

Con fondi della Misura 1.8 del POR 2007-2013, sono stati predisposti gli strumenti finanziari per la rimozione di manufatti in amianto da strutture pubbliche.

A tutt’oggi nessun sito autorizzato per lo stoccaggio o individuato per lo smaltimento di materiali contenenti la fibra killer che, invece, si può spesso rinvenire in discariche abusive nei greti dei corsi d’acqua e persino sulla spiaggia.

A Reggio Calabria, il 26 maggio 2009, la Guardia di Finanza sequestra 36 tonnellate di amianto. Il titolare della ditta dove era stato trovato è stato denunciato per trasporto e stoccaggio abusivo di materiale pericoloso per la salute pubblica.

Ad Aiello Calabro, la guardia costiera di Vibo Valentia sequestra un terreno di ben 29 ettari adibito a discarica abusiva, di proprietà dell’Istituto Papa Giovanni XXIII.

Il provvedimento di sequestro è stato emesso dal Procuratore della Repubblica di Paola, Bruno Giordano, dopo che erano stati eseguiti numerosi accertamenti. Nell’area sequestrata furono trovati rifiuti edili e traverse ferroviarie, nelle quali si suppone la presenza di amianto. E, sempre in Calabria, una tonnellata di amianto è stata sequestrata sulla spiaggia in località Bocale di Reggio Calabria. La discarica abusiva era nascosta nella sabbia ed è stata scoperta dalla Guardia di Finanza.

A Cosenza, il centro urbano è invaso dai tetti in eternit: a rivelarlo è uno studio condotto con una metodologia che ha reso possibile il monitoraggio e l’analisi visiva dei siti, mediante la compilazione di schede, l’osservazione di una specifica documentazione aero-fotografica e l’elaborazione dei dati acquisiti mediante software dedicati.

Le rilevazioni sono state eseguite nella parte centrale del territorio cittadino, su indicazione della stessa Amministrazione, precisamente nell’area delimitata a nord dall’Autostazione, a sud dal Lungo Busento Tripoli, ad est da via Quattromani, piazza Matteotti, viale Parco e, ad ovest da via Monte Baldo, via Montesanto, via Alimena.

Il rettangolo cittadino preso in considerazione nello studio reso noto da Francesca Canino sul portale indymedia.org, “Ha consentito di effettuare una mappatura completa degli stabili inquinati dal pericoloso materiale e determinarne lo stato e la consistenza nei punti rilevati, considerata l’emergenza nel settore dei rifiuti solidi urbani”.

È fuor di dubbio”, si legge, “che i frantumi di eternit, a causa dell’affioramento delle fibre di amianto, siano da considerarsi rifiuti pericolosi qualora vengano abbandonati in discariche all’aperto”.

E ancora: “Attraverso una precisa documentazione fotografica, è stato possibile accertare e collegare la presenza di amianto sui diversi immobili censiti, procedendo, poi, al rilievo del materiale per una stima dello stato di conservazione. È proprio la struttura del materiale a costituire un pericolo a causa del persistente sfaldamento dell’eternit, quando lo stesso presenta una struttura friabile dovuta alla sua vetustà: in questo caso i danni derivanti dalla dispersione delle polveri di amianto, rappresentano un pericolo rivolto a tutti i soggetti che abitano nelle vicinanze”. “… Si è accertato che la superficie totale dei materiali contenenti amianto (coperture, pavimenti in gomma, pannelli) nella zona presa in esame, è pari ad oltre 20.000 metri quadrati, di cui circa il 90% è rappresentato dalle coperture in eternit degli edifici, nella stragrande maggioranza privati. Analizzando, in un secondo momento, la qualità dell’amianto presente nelle aree esaminate, è risultato che, degli oltre ventimila metri quadri, il 60% presenta una struttura friabile, il rimanente 40% compatta”. Ed è proprio la porzione con struttura “friabile” a rappresentare il pericolo per la salute, poiché il rilascio di fibre nell’ambiente e la loro conseguente inalazione, sono causa di gravi malattie all’apparato respiratorio. “La presenza di migliaia di metri quadrati di amianto nel centro città, soprattutto non più compatto, richiede interventi di bonifica urgenti mediante la predisposizione di attività di decontaminazione per la tutela della salute dei cittadini, la maggior parte dei quali ignora di cosa sia costituito il tetto dell’edificio in cui vive”.

Nella locride, a Bovalino, nel luglio del 2009 l’inquietante copertura dell’ex fabbrica “Rica” finisce sulle pagine dei quotidiani locali dopo che l’allarme era stato lanciato sul web. Ma è sufficiente fare qualche passeggiata lungo il corso di fiumi e fiumare per avere l’idea della vastità del fenomeno dello smaltimento illegale di questo materiale. E basti pensare che la Regione Calabria non si è ancora dotata di un piano per lo smaltimento di amianto che, rifiuto pericoloso, richiede particolari tipi di discariche.

Questa la situazione, questi i fatti che, dalla cronaca, emergono. E, a Sellia Marina, l’amianto lesionato, in frantumi, oltre che nella Fiumara Uria, lo si può tranquillamente rinvenire sulla battigia dove i bagnanti convivono con il subdolo “serial killer”.

D.G. Calabria n° 3569 del 20/7/1996

D.G. Calabria n° 9352 del 30/12/1996

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

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Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

In nome dell’amicizia col Raìs

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di Giuseppe Candido

Il “gradito ospite”, come è stato definito da qualche editorialista il dittatore libico Gheddafi, ci spara, mitraglia un peschereccio italiano che, secondo il diritto internazionale, si trovava in acque internazionali a 30 miglia dalla costa libica nel golfo della Sirte. L’italietta di Berlusconi che ha ceduto al circo del colonnello e la chermes di Gheddafi ora è imbarazzata. “Immagino che ci abbiano presi per una motonave di clandestini” ha dichiarato il ministro Maroni. E i suoi trenta cavalli berberi che ne avevano caratterizzato la visita oggi non fanno più notizia. L’amico dittatore che era giunto a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma del Trattato di amicizia fra Italia e Libia oggi è sulle pagine dei giornali per l’episodio sconcertante verificatosi lo scorso 12 settembre. Per l’equipaggio dell’Ariete mitragliato dalle motonavi libiche non deve sembrare un “trattato di amicizia” quello tra Italia e Libia. “Siamo vivi per miracolo” hanno detto, “sparavano per colpire”. Un trattato votato da centro destra e centro sinistra con voto bipartisan, ad eccezione dei Radicali e di qualche sparuto nome del Pd come Furio Colombo. Voti ribelli li definisce qualcuno. Saggezza contro-partitocratica altri. E il bello che sulle navi libiche c’erano anche militari italiani. Il Radicale Matteo Mecacci, eletto nel Pd, anche alla luce dell’aggressione ha presentato un’interrogazione parlamentare proprio in merito al trattato Italia-Libia al centro delle polemiche di questi giorni. “Chi parla – spiega subito Mecacci – è stato sin da subito contrario al trattato d’amicizia tra Italia e Libia ma credo che oggi, anche chi ha votato favorevolmente debba riconoscere che bisogna fare un bilancio di quel trattato in quanto i suoi contenuti sono, in molti casi profondamente sbagliati”. E’ così che introduce Mecacci il suo intervento con la speranza di proporre all’aula una riflessione seria. “In nome dell’amicizia un peschereccio italiano è stato mitragliato e inseguito per ore da una motonave guidata da Libici che però era stata donata alla Libia proprio dal Governo italiano e sulla quale stavano dei funzionari italiani che non hanno potuto impedire che si mitragliasse su dei cittadini italiani”. Un incidente? No, per Mecacci si tratta di un “fatto gravissimo per il nostro Paese perché noi ci siamo impegnati, con questo trattato, a dare decine di milioni di euro ogni anno e il ministro Maroni, prosegue il parlamentare Radicale, non può dirci che sono stati scambiati per dei clandestini perché nessun ministro di un Paese Civile può immaginare che si spari a dei migranti che, ricorda Mecacci, non sono dei delinquenti ma, molto spesso, sono persone che chiedono asilo e protezione internazionale dai crimini subiti nei loro paesi”. Per questo Mecacci chiede di provvedere alla revisione di questo trattato che, forse, non avrebbe dovuto neanche essere fatto. Del resto, come ci ricorda Walter Vecellio dai microfoni di Radio Radicale, al vertice del G8 all’Aquila tenutosi nel luglio del 2009, il premier inglese Gordon Brown e il leader libico definirono le modalità e trattarono il rilascio “umanitario” del terrorista Abdel Basset Ali al-Megrahi, uno degli accusati per la strage di Lockerbie. Il 20 luglio il terrorista venne rilasciato perché malato di cancro ma appena sbarcato a Tripoli riacquistò la salute. Cosa c’abbia ricavato la Gran Bretagna da quel rilascio “umanitario” non è ben chiaro ma sta di fatto che la British Petrolium, la famosa BP che ha combinato il danno ambientale nei mari del Golfo del Messico con la fuoriuscita di miliardi di barili di petrolio, ha ottenuto in esclusiva le concessioni per l’apertura di nuovi pozzi nel golfo della Sirte. È legittimo chiedersi cosa sappia Berlusconi e quale parte abbia svolto il suo governo in quella trattativa. “La coda di un’operazione che viene da lontano”, spiega Vecellio, “quando Gheddafi, Berlusconi e l’ex premier Tony Blair, svolsero un ruolo di primo piano e di fattiva complicità con l’ex Presidente americano George Bush, nel far fallire i tentativi, che erano ormai giunti in dirittura d’arrivo, per scongiurare il secondo conflitto con l’Iraq e garantire l’esilio al dittatore iracheno Saddam Hussein”. È da allora che Gheddafi viene accolto nel salotto buono della politica italiana e della comunità internazionale che gli lascia svolgere un ruolo di primissimo piano nell’ambito della comunità africana. Ma sarebbe tempo, però, di fare chiarezza anche sui rapporti tra Italia e Libia. Per comprenderli bisogna ricordare l’impunità che veniva concessa ai terroristi libici che uccidevano, in Italia, i dissidenti del regime del colonnello e che venivano rimpatriati. Non bisogna dimenticare gli addestramenti che venivano fatti, in Italia o da parte di addestratori italiani in Libia, ai piloti del Raìs. Oggi però, con questo vertice sul trattato di amicizia, si è raggiunto il massimo di ambiguità e ipocrisia. E per capirne i motivi dovremmo cercare di guardare il tipo di politica estera che stanno conducendo aziende italiane come Eni e Finmeccanica che in quel paese hanno grossi interessi. Insomma, “sarebbe tempo”, conclude Vecellio nel suo diario quotidiano, “che la Farnesina spiegasse al Parlamento gli accordi stipulati con Tripoli”. Sarebbe bene cioè che anche l’opinione pubblica fosse messa in condizioni di sapere e di giudicare questi rapporti d’amicizia che s’intrattengono con un dittatore e che mettono i nostri pescherecci a rischio pallottole.

Patrimoni degli eletti resi pubblici? La partitocrazia calabrese si nasconde dietro un dito

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di Giuseppe Candido

La vicenda dei patrimoni dei politici calabresi rimasti segreti per ventotto anni era andata sulle pagine del Corriere della Sera su cui, Sergio Rizzo, aveva ripreso la “sconcertante” risposta del Segretario Generale Carpentieri che negava il diritto di accesso agli atti ma definiva “improrogabile” l’emanazione di una normativa regionale che disciplinasse i modi di attuazione della legge 441/1982. In seguito ne aveva parlato anche tutta la stampa calabrese e il Presidente del Consiglio regionale si era tempestivamente impegnato a rimuovere gli “ostacoli” (l’assenza di una leggina regionale) che per 28 anni avevano impedito la pubblicazione delle dichiarazioni patrimoniali di eletti e nominati calabresi così come previsto dalla legge nazionale. Su questo argomento era intervenuto anche Mario Staderini, il segretario nazionale di Radicali Italiani. Oggi la legge finalmente è arrivata ed e stata votata all’unanimità, maggioranza e opposizione, dal Consiglio regionale su proposta del Presidente Talarico. Ma basta leggere il primo degli otto articoli che la compongono per capire subito che il problema non è stato ancora completamente risolto e che i patrimoni dei politici calabresi resteranno ancora “top secret”. Questo perché, se la legge nazionale n°441 del 1982 prevedeva la pubblicazione dei patrimoni di eletti e nominati sia delle Regioni, ma anche degli eletti di Province e Comuni sopra i 50.000 abitanti o capoluogo di Regione, la normativa votata all’unanimità dal Consiglio regionale nella seduta dello scorso 13 settembre prevede la pubblicazione dei patrimoni degli eletti e nominati della sola Regione lasciando fuori dall’ambito di applicazione sia le dichiarazioni dei Consiglieri delle cinque province calabresi e i relativi nominati, sia quelli eletti e nominati nei comuni calabresi con popolazione superiore ai 50.000 abitanti. Insomma, Consiglieri regionali a parte, i politici calabresi eletti in enti “minori” possono dormire sonni tranquilli perché i loro patrimoni non dovranno essere pubblicati e potranno rimanere segreti. Per non parlare del fatto che, se un Consigliere regionale dimentica o volutamente ignora la legge e i suoi dati patrimoniali non potranno essere pubblicati sul bollettino ufficiale della Regione, come sanzione è previsto un rimprovero verbale che, in caso di recidiva, si trasforma in rimprovero scritto e pubblicato. Sui giornali, in modo che gli elettori lo sappiano? No, macché: la legge regionale prevede che il rimprovero sia pubblicato sul bollettino ufficiale ma di comunicazione alla stampa non se ne parla. Del resto i panni sporchi si lavano in famiglia, e i patrimoni non pubblicabili in Consiglio. Insomma la legge non soltanto è incompleta e poco incisiva non agendo su tutti gli eletti calabresima dimentica che siamo nel 2010 prevedendo la pubblicazione dei patrimoni non già sugli organi di stampa o su un apposito sito internet ma soltanto sul Bollettino ufficiale. La partitocrazia calabrese, quella che il ministro Brunetta a ragione critica, la partitocrazia che da 12 anni costringe la Calabria all’emergenza rifiuti, la partitocrazia responsabile del dissesto idrogeologico per il mancato governo del territorio, oggi si nasconde dietro un dito approvando all’unanimità una leggina solo perché una penna come Sergio Rizzo l’aveva sbeffeggiata. Perciò, cari conterranei calabresi, se volete la trasparenza su quanto guadagnano i politici da voi eletti e, soprattutto, quanti soldi spendono in spese elettorali e di rappresentanza, fatevi il segno della croce e compratevi mensilmente il Bollettino ufficiale della Calabria. Tra le migliaia di pagine grigie troverete anche quei dati che da 28 rimanevano top secret.

Trasparenza in Calabria sui patrimoni degli eletti: proposta una leggina incompleta ed arretrata

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di Giuseppe Candido

Il Domani della Calabria – P.5 del 9 Settembre 2010

Per la Calabria è pronta la “Proposta di legge n. 64” recante “Norme per la pubblicità della situazione patrimoniale dei Consiglieri regionali, degli Assessori non consiglieri, dei Sottosegretari e dei soggetti indicati nell’articolo 15 della legge 5 luglio 1982, n. 441”. Sarà discussa in Consiglio oggi (lunedì 13 settembre) e reca la firma oltre che del Presidente del Consiglio regionale Talarico anche quella dei consiglieri Fedele, Bova, De Gaetano, Giordano, Ciconte, Bilardi e Principe. Dopo ventotto anni, finalmente, si riparte dalla trasparenza. Bene, ma come lo si sta facendo?

All’art. 1 
dove sono riportate le Finalità e l’ambito di applicazione del progetto di legge c’è scritto testualmente che la legge in questione “disciplina, secondo i principi e in applicazione delle disposizioni della legge 5 luglio 1982, n. 441, le modalità intese ad assicurare la pubblicità della situazione patrimoniale e tributaria dei consiglieri regionali, degli assessori esterni, dei sottosegretari e dei presidenti, vice-presidenti, amministratori delegati e direttori generali degli istituti e di enti pubblici, anche economici come Sorical ed Arpacal, dei presidenti, vice-presidenti, amministratori delegati e direttori generali delle società al cui capitale il Consiglio Regionale concorra, nelle varie forme di intervento o di partecipazione, in misura superiore al 20%, dei presidenti, vice-presidenti, amministratori delegati e direttori generali degli enti o istituti privati, al cui funzionamento il Consiglio Regionale concorra in misura superiore al 50% dell’ammontare complessivo delle spese di gestione esposte in bilancio, sempre che queste superino la somma annua di € 258.228,45 (£. 500.000.000)”.

Quindi, la legge è valida solo per eletti e nominati della Regione ma nel progetto emerge da subito che, per quanto riguarda i Consiglieri provinciali e dei comuni capoluogo di regione o con popolazione superiore a 50.000 abitanti che pure sarebbero obbligati a fare le medesime dichiarazioni dalla legge nazionale di 28 anni fa, la nuova normativa regionale non se ne occupa affatto. Come già previsto dalla norma nazionale, dalla quale sembra essere direttamente “derivato” anche il nuovo progetto di legge regionale prevede che “Entro tre mesi dalla proclamazione dei consiglieri o dalla nomina degli assessori esterni, dei sottosegretari e dei soggetti indicati.., gli stessi sono tenuti a depositare presso l’Ufficio di Presidenza dei Consiglio Regionale: 1) una dichiarazione concernente i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società; l’esercizio di funzioni di amministratore o sindaco di società, con l’apposizione delle formula “sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero;
2) copia dell’ultima dichiarazione dei redditi soggetti all’imposta sui redditi delle persone fisiche.
I soggetti rientranti nella previsione dell’articolo 1, secondo comma, sono tenuti a depositare le dichiarazioni e la documentazione indicate nel precedente comma presso la Presidenza della Giunta della Regione Calabria.
Gli adempimenti di cui al presente articolo concernono anche la situazione patrimoniale e la dichiarazione dei redditi del coniuge non separata e dei figli conviventi, se gli stessi vi consentono”. Per la “Variazione della situazione patrimoniale”, “ogni anno, entro un mese dalla scadenza del termine previsto per la presentazione della dichiarazione concernente i redditi delle persone fisiche”, eletti e nominati dalla Regione, “sono tenuti a depositare presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale un’attestazione concernente le variazioni della loro situazione patrimoniale intervenute rispetto all’anno precedente e copia dell’ultima dichiarazione dei redditi”.

Dopo la “Cessazione dalla carica”, viene previsto che, entro tre mesi successivi, eletti e nominati “sono tenuti a depositare presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale una dichiarazione concernente le variazioni della situazione patrimoniale intervenute dopo l’ultima attestazione.
Essi sono tenuti, altresì, a depositare una copia della dichiarazione annuale relativa all’imposta sui redditi delle persone fisiche entro i trenta giorni successivi alla scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione stessa. E, sempre mutuando dalla normativa nazionale, viene previsto che “Tali adempimenti si estendono anche alla situazione patrimoniale del coniuge non separato e dei figli conviventi, se gli stessi lo consentono”. Viene prevista persino una specifica “Modulistica” mediante la quale saranno effettuate le dichiarazioni patrimoniali e per le “Inadempienze” agli obblighi, “il Presidente del Consiglio Regionale” o il Presidente della Giunta nel caso di assessori esterni, diffida l’interessato ad adempiere entro il termine di quindici giorni e, nel caso di inosservanza della diffida, sempre il Presidente del Consiglio Regionale ne dà notizia dell’inadempienza all’assemblea”.

Insomma, 28 anni di attesa sono serviti a fare una leggina che, occupandosi solo ed esclusivamente degli eletti e dei nominati della Regione, di fatto non prevede neanche la pubblicazione dei dati patrimoniali di tutti gli eletti in Calabria trascurando Consiglieri provinciali e dei comuni con popolazione superiore a 50.000 che invece sarebbero anch’essi, in base alla legge 441 del 1982, soggetti obbligati a presentare le suddette dichiarazioni. Una leggina quindi incompleta e, se vogliamo dirla tutta, anche arretrata poiché, clonando sterilmente il dispositivo dell’ottantadue, prevede ancora l’uso esclusivo del Burc come forma di pubblicazione e non invece un apposito sito internet su cui rendere davvero fruibili facilmente a tutti i dati patrimoniali e le spese elettorali dei propri eletti senza obbligare i cittadini che vogliono conoscerli a fare una specifica istanza di accesso agli atti o a comprarsi, a loro spese ovviamente, il Bollettino ufficiale. L’APE, l’anagrafe pubblica degli eletti che i radicali propongono è un’altra cosa. Per farla bisognerebbe mettere in rete redditi e operati di un migliaio di eletti tra consiglieri regionali, provinciali e comunali. Speriamo che, o in sede di esame di merito in I Commissione o in sede di approvazione, si intervenga su questi aspetti e si adotti un provvedimento che, mirando al futuro, pubblichi anche i dati delle attività dei singoli parlamentari sotto forma di dati aperti e confrontabili sul modello di “Openparlamento”. D’altronde siamo nel 2010 oppure in Calabria ancora no?

L’unica opera faraonica che serve alla Calabria

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di Giuseppe Candido

pubblicato su “Il Domani della Calabria” di sabato 11 settembre 2010

Rapporto sullo stato dell'ambiente Regione Calabria

Frane in Calabria per provincia

Agli occhi del mondo questo territorio sembra consumarsi dentro il fango che di notte è ancora più spettrale. Bastano pochi minuti di pioggia e la Calabria va in ginocchio. Oggi è toccato a Reggio ma i problemi del dissesto idrogeologico e del rischio sismico in Calabria sono ovunque. E c’è poco da parlare di calamità naturali.

Su questi problemi s’intrecciano le responsabilità della partitocrazia per una dissennata gestione del territorio, per la mancata prevenzione, con la cultura dell’illegalità, dell’abusivismo edilizio e del semi abusivismo, parzialmente sanato dai numerosi condoni o concesso da amministrazioni in spregio di vincoli naturali ed urbanistici di livello sovra-comunale. S’intrecciano, in Calabria, con la mancata tutela dell’ambiente, con l’avvelenamento dei suoli e delle acque ad opera di ecomafie e lobbies affaristiche senza scrupoli.

Oggi è il presidente dei geologi calabresi, Francesco Violo a lanciare l’allarme. Ma, quella dei geologi è una voce destinata a rimanere inascoltata. Tremila e quattrocento circa sono le vittime del solo dissesto idrogeologico in Italia negli ultimi sessant’anni e perlopiù dovuti ai soli fenomeni repentini come esondazioni torrentizie, colate rapide di fango e di detrito. Basti ricordare gli esempi di Sarno e Quindici nel salernitano; Soverato e il torrente Beltramme, Crotone e l’alluvione dell’Esaro in Calabria. Poi le frane: Cavallerizzo, la frana sull’A3, Maierato sono solo le ultime. Le statistiche e le elaborazioni effettuate sulla banca dati del Progetto IFFI (inventario dei fenomeni franosi) offrono un quadro sulla distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano e sui più importanti parametri ad essi associati. L’inventario aveva censito, alla data del 31 dicembre 2006, ben 469.298 fenomeni franosi che interessano un’area di quasi 20.000 km2, pari al 6,6% del territorio nazionale. Un indice di franosità che sale a 8,9% del territorio nazionale se si escludono le aree in pianura. Oltre l’ottanta percento dei comuni italiani ha almeno un’area instabile all’interno del suo territorio per frana o rischio alluvioni. La mappatura effettuata dal Cresmel del 2009 fornisce però un’altro dato interessante (e preoccupante) dalla semplice sovrapposizione delle carte del rischio frana o alluvione elaborate nei PAI, piani per l’assetto idrogeologico, e le carte riportanti strutture pubbliche, scuole e ospedali. Sono 3.458 le strutture scolastiche costruite in zone ad alto rischio idrogeologico; 89 gli ospedali. Il fabbisogno del Paese per il risanamento di queste situazioni di rischio ammonta a circa 40 miliardi di euro. Secondo l’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, il costo complessivo dei danni dei soli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009 sarebbe, rivalutato secondo la moneta corrente, superiore a 52 miliardi di euro. Circa un miliardo di euro all’anno.

Una cifra astronomica che ci fa subito rendere conto di un’ovvietà: prevenire sarebbe meglio e più economico che curare danni. Invece la protezione civile di prevenzione e previsione ne fa poca in Italia perché qui ci sono da gestire i “grandi eventi” oltre che le calamità naturali. In seguito agli eventi sismici del 1905 in Calabria, del 1976 in Belice e del 1980 in Irpinia dove proprio la gestione dell’emergenza si era dimostrata fallimentare, ora siamo diventati i primi della classe a prestare soccorsi (e gestire i grandi eventi) ma, in termini di prevenzione, siamo ancora lontani dall’aver passato il guado. Una volta identificate le aree a rischio idrogeologico, per frana o alluvione, si sarebbe dovuto procedere subito con i necessari interventi di monitoraggio e di mitigazione dei rischi. Invece continuiamo a contare le vittime, e si è continuato ad urbanizzare e a costruire in maniera dissennata, senza un’attenta valutazione delle pericolosità geomorfologiche del territorio.

La fragilità geologica del territorio calabrese è storicamente nota. Basti ricordare la definizione del Giustino Fortunato che già nel secolo scorso definì la Calabria uno “sfasciume pendulo sul mare”. È quanto si legge nel sito della protezione civile calabrese. “Il continuo verificarsi di questi episodi ha aumentato la sensibilità verso il problema e sta producendo un cambio di rotta culturale: non ci si deve limitare più solamente sulla riparazione dei danni ed all’erogazione di sostegni economici alle popolazioni colpite, ma occorre creare cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio ed all’adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi”.

Ma il cambiamento di rotta culturale ancora si attende. Oltre sessantasei chilometri quadrati in frana. Per la precisione 66.562.722 metri quadrati di dissesto idrogeologico e ben 481 chilometri quadrati di aree “di attenzione” per rischio inondazione. 278 chilometri di costa in erosione, di cui circa la metà in ripascimento, su 725 chilometri in totale. 2.304 frane solo nella provincia di Cosenza; 1147 in quella di Catanzaro; 1330 a Reggio Calabria; 488 a Vibo e 279 a Crotone.

Il PAI Calabria, il piano per l’assetto idrogeologico redatto come piano stralcio dei piani di bacino ai sensi della legge 183 del 1989, è stato approvato in Calabria soltanto nell’ottobre del 2001 e successivamente all’emanazione del c.d. decreto “Sarno e Quindici” (Legge 267/98 ex D.L. 180/98) che obbligò ad adeguarsi le regioni inadempienti tra cui, ovviamente, vi era anche la Calabria. Da allora sono passati quasi dieci anni. Purtroppo a ciò non sono seguiti interventi di messa in sicurezza, mediante consolidamenti e monitoraggi continui delle aree a rischio individuate.

Dopo dieci anni il risanamento del dissesto idrogeologico, la vera opera faraonica necessaria alla Calabria, rimane ancora eterna incompiuta. L’unica opera che, se realizzata, non resterebbe una cattedrale nel deserto.

Trasparenza sui patrimoni degli eletti: “in Calabria prevale buon senso Radicale

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<< Ma il presidente del consiglio Talarico si impegni anche affinché dalla Calabria parta, con l’anagrafe pubblica degli eletti, la rivoluzione digitale della politica >>

Comunicato di Mario Staderini* e Giuseppe Candido**

<<La consideriamo una vittoria del buon senso e della ragionevolezza. Siamo lieti che il Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Talarico, abbia “preso a cuore la questione trasparenza” che, come Radicali, portiamo avanti in tutta Italia ed avevamo sottoposto all’attenzione dei media in Calabria, durante il mese di agosto, con una specifica istanza di accesso agli atti alla quale ci avevano dato – dalla Segreteria regionale – la “sconcertante” risposta poi ripresa da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera nell’articolo del 12 agosto col titolo “In Calabria resta il segreto sul patrimonio dei Consiglieri”. Ottimo che in Calabria si riparta proprio da questo punto che può aiutare concretamente a dire “no” alla ‘ndrangheta . Bene che, nella prossima seduta del Consiglio regionale, si intenda provvedere, su proposta del Presidente Talarico, con uno specifico progetto di legge firmato da tutti i capigruppo, a “rimuovere gli ostacoli” che, da 28 anni, hanno “impedito”, ma forse sarebbe meglio dire “evitato”, la pubblicazione delle situazioni patrimoniali dei consiglieri. Una leggina utile a garantire la piena trasparenza sul reddito, sulle spese elettorali e sugli incarichi di quanti ricoprono cariche elettive. Bene pure che nel progetto di legge approvato sia stata inserita – come del resto richiedeva la legge nazionale già da ben 28 anni – l’estensione della disciplina anche ai “nominati” nei vari enti e società regionali oltreché dei sottosegretari e degli assessori non consiglieri. Ma da Radicali chiediamo a Talarico che, sui modelli di “Open Polis” ed “Open Parlamento”, siano pubblici anche i dati relativi ai lavori del parlamentino calabrese (presenze dei consiglieri, attività, interrogazioni e voti sugli specifici provvedimenti legislativi dei diversi consiglieri) in modo da riavvicinare la buona politica ai cittadini e isolare quelle “zone grigie” che in Consiglio regionale ci vanno solo per fare gli affari loro. Insomma, concludono Candido e Staderini, i Radicali chiedono al Presidente del Consiglio regionale Talarico che, proprio dalla Calabria, si faccia partire, su questo specifico argomento, quella “rivoluzione” digitale della politica che i Radicali propongono in tutta Italia come “APE”, l’anagrafe pubblica degli eletti e che, proprio grazie alle nuove tecnologie offerte da internet, consente di far accedere facilmente ai dati non solo patrimoniali degli eletti direttamente da un sito web e permetta di controllare facilmente se il proprio eletto ha o non ha lavorato bene>>.

*Segretario Nazionale Radicali Italiani

**Direttore di “Abolire la miseria della Calabria”

e membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

Non è facile dire no alla 'ndrangheta

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di Giuseppe Candido

Angelo Vassallo
Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica (Sa) ucciso per “aver detto un no di troppo”

Tra le minacce a Scopelliti, l’attentato a Di Landro e i recenti fatti di Calabria dove la ‘ndrangheta sta alzando il tiro, è la notizia dell’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco Pollica (Sa) dal 1994, ha richiamare l’attenzione. Mentre in Calabria si organizzano manifestazioni di solidarietà al Procuratore Di Landro per dire no alla ‘ndrangheta, la criminalità organizzata ci mostra come reagisce a chi dice no davvero. Chi dice no alle convivenze e si rifiuta di far avvicinare le criminalità organizzate, mafia camorra o ‘ndrangheta che siano, alle decisioni della politica, alle scelte urbanistiche. Insomma la criminalità di quel luogo ha sottolineato che 9 pallottole sono la risposta a chi dice un “no” di troppo. Un “no” alle collusioni con la camorra pagato al prezzo della vita. Angelo Vassallo dovrebbe essere ricordato come un garante delle nostre Istituzioni morto per la vita del diritto e per il diritto alla vita, sana, in una ambiente tutelato e salvaguardato da interessi criminali, dei propri cittadini. Un omicidio in stile camorristico per un “no di troppo”. E in Calabria la mente, il cuore e il ricordo non può non andare a Francesco Fortugno che pure aveva messo il naso negli affari tra politica e ‘ndrangheta dicendo un “no di troppo” sulla sanità. “Non è facile combattere la ‘ndrangheta in Calabria” è il titolo dell’articolo di Philippe Ridet comparso nel mese di dicembre dello scorso anno su Le Monde, uno dei più noti quotidiani d’oltralpe. “Con 492 case costruite senza permessi, Lamezia Terme detiene il record degli abusi edilizi. Ma il sindaco Giovanni Speranza ha intenzione di far rispettare le regole” è l’incipit dell’articolo che ricorda che dal 16 novembre 2009, dopo che le ruspe guidate dai militari sono entrate in azione per la demolizione, Gianni Speranza vive sotto scorta. “Se questa è la legalità, allora viva l’illegalità” gridava un consigliere comunale contrario alle demolizioni. Poi ci sono le convivenze tra la politica che spesso non dice “no” alle pretese della ‘ndrangheta ma ci siamo anche noi che, culturalmente, ci siamo abituati a convivere con l’illegalità della porta a fianco. Non è sufficiente una manifestazione un giorno od anche un forum permanente che pure sono iniziative lodevoli. È difficile combatterla ed è importante che, come ha spiegato anche Di Landro, la ‘ndrangheta venga contrastata con una rivoluzione culturale che parti dal basso, dai giovani e nelle scuole, e non soltanto dalla sia pur giusta e sacrosanta repressione da parte delle forze dell’ordine. Purtroppo oggi si tagliano i fondi sia alla scuola sia alla sicurezza e, con essi, anche la speranza di sconfiggere la criminalità più potente del pianeta.

Precari in rivolta e il libro verde della scuola calabrese

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di Giuseppe Candido

“I tagli all’istruzione (di scuole, di classi, di posti di lavoro, di finanziamenti per il normale svolgimento delle attività) pur iniziati anche con governi precedenti hanno raggiunto oggi – spiega Rino Di Meglio, segretario nazionale della Gilda – un punto che non esitiamo a definire scandaloso”. Sono saliti sui tetti. Sono andati in piazza, con studenti e genitori. Si sono persino incatenati. Adesso, la nuova frontiera della protesta dei precari nella scuola, alle prese con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, è lo sciopero della fame. I primi a varcarla sono stati tre insegnanti palermitani. Ma la mobilitazione a colpi di digiuno si sta diffondendo in tutta Italia tra i precari della scuola che si preparano a un anno di disoccupazione annunciata. “La scuola pubblica è alla frutta e i precari della scuola alla fame” dice la scritta sullo striscione sotto Montecitorio dove sono accampati alcuni precari che, per quest’anno, rischiano di non vedersi riconfermato l’incarico annuale. Affamati di cultura, senza cibo i precari della scuola, da Palermo a Roma alla Lombardia, protestano per i tagli in tutta Italia. “Il ministro deve venire a spiegarci cosa c’è di positivo in questa riforma”. “Il più grande licenziamento di massa della storia italiana” tuona Bersani dalla Festa del Pd. Non c’è dubbio sul fatto che la scuola italiana abbia bisogno di riforme serie che la rendano più efficiente e più efficace di come è attualmente ma, quello che oggi si contesta sono i tagli effettuati dalla legge 133. Però per il Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini va tutto bene, non ci sono tagli, nella sua conferenza stampa annuncia una “riforma epocale” e spiega perché non ci sarebbero stati tagli. E che non incontrerà nessun precario: “Adesso non li incontro – ha spiegato ai cronisti che le rivolgono questa specifica domanda – per il semplice motivo che stiamo perfezionando degli accordi”. I più di 20.000 precari che quest’anno non troveranno posto sono, per il Ministro, semplicemente il frutto di politiche scellerate dei governi precedenti e non già persone che prima hanno retto la scuola per anni sulle loro spalle ed ora sono sdraiati in tutt’Italia sotto gli uffici scolastici. “Protestano senza essere stati ancora esclusi.
Una protesta che rispetto, legittima, ma non motivata. Non si tratta di persone licenziate. Presumono di non avere il posto di lavoro ma il ministero non ha ancora completato le operazioni. Dobbiamo vedere – ha proseguito il Ministro – quanto precari risponderanno positivamente agli accordi con le Regioni. Se preferiscono l’indennità di disoccupazione…”. Ma dal maestro unico in poi passando per i posti di sostegno “inutili” e l’aumento del numero di alunni per classe, nella scuola di tagli ce ne sono stati eccome. Parecchie persone che conosco personalmente e che prima vi lavoravano ogni anno oggi sono rimaste a casa. Per accorgersene basta farsi un giro nelle scuole e sondare l’aria che tira. “Quest’anno non so come fare – ci dice la preside di una scuola media calabrese che preferisce mantenere l’anonimato – negli uffici amministrativi erano in 5, con i tagli ora sono tre”. E anche sui collaboratori scolastici il problema c’è: “dovremo organizzarci e andare avanti lo stesso”. Ma se lo Stato taglia cerca di girare la spesa alle Regioni e, per la Calabria, è stato approvato, su proposta dell’Assessore alla cultura e alla pubblica istruzione Caligiuri, il “Libro Verde della scuola in Calabria”. Un protocollo d’intesa tra la Giunta regionale e il Ministero della Pubblica Istruzione che prevede “un programma di innovazione per l’azione amministrativa”. In altre parole, ha spiegato Caligiuri, è stato avviato “un dibattito fra tutti i soggetti che operano nel mondo della scuola, per individuare le linee di sviluppo dell’Istruzione nella nostra regione”. Secondo il neo assessore all’Istruzione “partendo da un’attenta analisi dell’esistente, abbiamo individuato obiettivi ambiziosi e sfide strategiche nelle quali poter coinvolgere tutti gli attori interessati alla realizzazione di una scuola con standard europei”. “Uno strumento di programmazione e di rinnovamento della scuola – ha aggiunto il Presidente Scopelliti – sulla base del modello di documento proposto dall’Unione europea, che affronta il tema centrale della società calabrese, la formazione come investimento produttivo e avvia, nello stesso tempo, un dialogo continuo e dinamico con tutte le componenti sociali ed istituzionali: scuole, amministrazioni locali, docenti, famiglie, studenti”. Per il momento però la prima stesura del documento viene illustrata soltanto ai dirigenti scolastici. Secondo Caligiuri la giunta avrebbe “dimostrato con i fatti che il mondo della scuola è tra le priorità” della nuova amministrazione regionale poiché “convinti che l’investimento in cultura e formazione è un investimento ad alta redditività con ricadute positive sulla crescita economica …”. Buona volontà regionale poco valorizzata dai provvedimenti del Governo nazionale. Poco importa, infatti, se intanto si tagliano i precari: docenti, collaboratori e personale amministrativo. Tanto in Calabria c’è il librone verde.

Abolire la miseria della Calabria per dire NO alla ‘ndrangheta

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di Giuseppe Candido* e Filippo Curtosi**

Anche dal nostro piccolo di un giornale, “Abolire la misera della Calabria”, periodico nonviolento di storia, arte, cultura e politica laica e liberale calabrese, intendiamo aderire alla manifestazione che si terrà a Reggio Calabria nel mese di Settembre per dire NO alla ‘ndrangheta. Dopo le minacce ai politici, dopo l’escalation di attentati che, da quello del 3 gennaio passando per le armi sul tragitto di Napolitano sino alla bomba davanti al portone del Procuratore Salvatore Di Landro, è senz’altro da con dividere l’iniziativa del direttore de Il Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza, nel chiedere di andare oltre gli attestati di solidarietà ai magistrati e di sdegno contro una ‘ndrangheta sempre più feroce, potente ed organizzata, e di dare vita, nel mese di Settembre, ad una grande manifestazione che, già da subito, ha trovato ampi consensi sia nel mondo della politica, sia dell’imprenditoria che in quello della cultura calabrese. Anche chi scrive, di primo impulso, ha espresso con un articolo la propria solidarietà a chi la ‘ndrangheta la combatte sul serio.

La ‘ndrangheta in Calabria e in Italia non è solo tracotanza economica e spregiudicatezza nel gestire gli appalti. Non più criminalità che si uccide con criminalità. Oggi siamo giunti al livello di un vero e proprio attacco allo Stato, alle Istituzioni di cui già, con una presenza “pervasiva” nelle amministrazioni locali – come ha avuto modo di definirla il Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi – ne dispone il controllo. Ed ha totalmente ragione l’On.le Angela Napoli quando avverte che “servono meno solidarietà e più fatti”. E che “è strano che il diluvio di parole arrivi anche da chi ha il compito di operare o di dare, per esempio, più auto e benzina sufficiente ai magistrati”.

Perché, come ci ha ricordato Enrico Fierro su Il Fatto quotidiano del 27 agosto scorso, “A Reggio Calabria può succedere di tutto”. Persino, scrive il giornalista, “Un botto ancora più grosso di quello che la scorsa notte (26 agosto ndr) ha devastato la casa del Procuratore generale Salvatore Di Landro. Qualcosa che fa tremare i palazzi cambierà il corso delle cose.” Scenario apocalittico? Delirio di un pessimista? Secondo l’analisi del giornalista a Reggio Calabria gli “appetiti dei comitati d’affari” sovrasterebbero prioritari nella “melma che rende difficile distinguere la politica buona con quella che si prostituisce con la ‘ndrangheta” ma anche “i magistrati in bilico con quelli che rischiano la vita in silenzio”, “la mafia dall’antimafia, gli onesti dai malacarne”. E forse è proprio qui che sta il punto. “Uomini in giacca e cravatta che attraversano con la stessa naturalezza gli angusti bunker dei boss della ‘ndrangheta, i salotti della massoneria e gli ovattati uffici del potere”. “Una città dove tutti, dai salotti che contano ai frequentatori dei caffè del centro, sanno che presto uno tsunami giudiziario si abbatterà sulla politica calabrese”. Ricordando che Pannella sostiene da sempre che gli “uomini d’onore”, in Sicilia e in Calabria, sono stati corrotti dalla mala politica, la gente onesta, quella che è abituata a vivere rispettando le leggi, ha il dovere morale non solo d’indignarsi ma di essere fisicamente presente alla manifestazione che si terrà a Reggio.

** Direttore resp. “Abolire la miseria della Calabria”

*   militante Radicale e Direttore editoriale del mensile “Abolire la miseria della Calabria”