La ‘ndrangheta che alza il tiro e il transatlantico della rivoluzione

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di Giuseppe Candido

Salvatore Di Landro
Salvatore Di Landro – Foto APCOMO

Dopo le minacce ad esponenti politici in Calabria la ‘ndrangheta ha alzato il tiro. Per questo vogliamo esprimere la nostra solidarietà a Di Landro e a chi come lui, compiendo il proprio dovere, subisce intimidazioni dalla criminalità organizzata più potente del pianeta. Non solo tracotanza economica e spregiudicatezza nel gestire gli appalti. Oggi siamo giunti al livello di un vero e proprio attacco allo Stato, alle Istituzioni di cui già, con una presenza “pervasiva” nelle amministrazioni locali – come ha avuto modo di definirla il Presidente della Banca d’Italia Mario Draghi – ne dispone il controllo. Anche il Presidente della Giunta regionale Scopelliti, che nei giorni scorsi aveva subito intimidazioni, ha “voluto testimoniare” la sua “solidarietà personale e della Regione al Procuratore Di Landro”, affermando che “si tratta dell’ennesima azione che deve trovare obbligatoriamente una risposta”. “Credo” – aveva detto – “Che il lavoro pregevole di Di Landro dia fastidio”. E se è vero che “in Calabria non c’è solo la mafia” il problema non è certo Di Landro ma gli intrecci ‘ndrangheta politica e massoneria che pure esistono. La ‘ndrangheta gli mette la bomba sotto casa perché, ha affermato Di Landro, “non si fanno più sentenze a saldo”. Quella contro il Procuratore generale di Reggio Calabria è, per dirla con le parole utilizzate dal Procuratore nazionale dell’antimafia Piero Grasso, una “nuova sfida allo stato”. Il 5 agosto scorso Grasso aveva parlato di “rischio attentati”, affermando che i rischi di stragi come quelli di Firenze o Via d’Amelio “ci sono sempre, soprattutto in momenti di tensioni politiche. Può esserci qualcuno che vuole approfittare del momento politico per dare uno scossone”.

E lo scossone è arrivato. “Questo ennesimo grave episodio – ha affermato Grasso in esplicito riferimento all’attentato a Di Landro – si inserisce in una lunga scia di intimidazioni e minacce iniziata lo scorso 3 gennaio, nei confronti della Magistratura calabrese tutta”. Vincenzo Macrì, Procuratore nazionale antimafia aggiunto, l’ha definito uno “sciame intimidatorio” che da mesi tocca magistrati, politici, amministratori, giornalisti. È lecito perciò, forse anche doveroso, chiedersi perché avesse solo una scorta “ad orario” che passava a tempi determinati sotto la sua casa. Perché non era meglio protetto? Forse è da collegare coi tagli che ci sono stati sulla sicurezza? Ma questo, adesso, non è il vero problema.

La vera domanda che dovremmo porci come calabresi è: “Che cosa sta succedendo a Reggio e in Calabria?”. A fornire una risposta a questa domanda è l’articolo di Enrico Fierro, pubblicato su “il Fatto quotidiano” del 27 agosto col titolo “Dai bunker ai salotti: Reggio aspetta lo tsunami”. I boss, le “talpe” , le prossime elezioni e il potere in attesa di giudizio gli argomenti esaminati. L’incipit dell’articolo è chiaro sin dalle prime battute: “A Reggio Calabria può succedere di tutto. Un botto ancora più grosso di quello che la scorsa notte (26 agosto ndr) ha devastato la casa del Procuratore generale Salvatore Di Landro. Qualcosa che fa tremare i palazzi cambierà il corso delle cose.” Apocalittico? Pessimista? Secondo l’analisi del giornalista a Reggio Calabria gli “appetiti dei comitati d’affari” sovrasterebbero prioritari nella “melma che rende difficile distinguere la politica buona con quella che si prostituisce con la ‘ndrangheta” ma anche “i magistrati in bilico con quelli che rischiano la vita in silenzio”, “la mafia dall’antimafia, gli onesti dai malacarne”. E forse è proprio qui che sta il punto. “Uomini in giacca e cravatta che attraversano con la stessa naturalezza gli angusti bunker dei boss della ‘ndrangheta, i salotti della massoneria e gli ovattati uffici del potere”. “Una città dove tutti, dai salotti che contano ai frequentatori dei caffè del centro, sanno che presto uno tsunami giudiziario si abbatterà sulla politica calabrese”. Il giornalista si riferisce esplicitamente ai “dossier ed alle intercettazioni che documentano i legami tra Cosimo Alvaro (rampollo della ‘ndrangheta di Sinopoli) e Michele Marcianò, Consigliere comunale di Reggio Calabria e fedelissimo del governatore”, che “si rivolgeva ad Alvaro chiamandolo “compare” e chiedeva aiuto per le tessere del PdL e in cambio prometteva incarichi da centinaia di migliaia di euro”. Poi il giornalista tocca i palazzi della Regione riferendosi ai “legami di Albreto Sarra, oggi potentissimo sottosegretario della giunta regionale, con la famiglia Lampada di Milano, teste di legno di Pasquale Condello, in galera ma ancora a capo di una delle ‘ndrine più forti della città”. “Ed è nell’ufficio di Sarra – continua Enrico Fierro – che è passato uno dei personaggi più inquietanti di questa storia”. Giovanni Zumbo l’uomo che, sempre secondo il giornalista de il Fatto , “avvisa mafiosi del calibro di Giuseppe Pelle e Giovanni Ficara dei blitz che da Reggio a Milano si stanno per abbattere sulla ‘ndrangheta”. Sullo sfondo il dedalo intrecci d’interessi affaristico-politico-mafiosi su sanità e lavori pubblici. Quello che starebbe avvenendo in Calabria è “un riassetto dei poteri violentissimo, come nel precedente passato, come nei mesi che precedettero l’omicidio eccellente di questa regione, quello di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale”. Insomma, un clima che non fa certo ben sperare e che ci fa rendere conto che, se la strada della legalità è l’unica percorribile, in Calabria questa strada è davvero un percorso in salita perché qui la partitocrazia ha addirittura corrotto gli uomini “d’onore” trasformando le ‘ndrine in una sorta di anti “stato” parallelo a quello ufficiale delle Istituzioni democratiche e rappresentative. In questo senso siamo vicini a Di Landro, a Scopelliti e chiunque, in questa terra, abbia intenzione vera di non mollare. Invitando però, a chi vuole il vero cambiamento, a stare attenti a chi si fa imbarcare sul transatlantico della rivoluzione.

Eleonora e il fallimento della sanità calabrese

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di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 24.8.2010, P1

La sanità calabrese è il paradigma del palese fallimento della partitocrazia nel gestire la cosa pubblica al fine di spartirsi poltrone piuttosto che a quello istituzionale di dare un servizio sanitario efficiente. Mentre d’ovunque si fanno sagre, passerelle culturali dove sfilano sculettanti veline, la Calabria, quella reale, quella della gente vera, torna nuovamente in prima pagina, nei giorni di fine agosto, con la vicenda di malasanità. Una vicenda tragica. La morte, questa volta, è arrivata in ambulanza verso la corsia dell’ospedale di Lamezia Terme. Eleonora Tripodi, di Santa Domenica di Ricadi, paesino ubicato lungo la bellissima costa degli Dei che da Vibo porta a Tropea, aveva solo 33 anni ed aveva partorito il terzo figlio, una bellissima bambina, che purtroppo non conoscerà mai sua madre. Una storia simile, troppo simile, a quella delle altre vittime della sanità calabrese malata di partitocrazia, con un terribile buco nei bilanci e con rare oasi d’eccellenza nell’arido deserto degli sprechi, delle inefficienze e delle clientele. Una sanità in cui si diventa direttori di un’azienda ospedaliera non per il merito, come sarebbe normale ed auspicabile, ma sulla base del colore politico e della tessera di partito che si ha in tasca. Dopo aver messo alla luce una bimba in una clinica privata, a causa di complicazioni dovute ad un’emorragia, Eleonora è stata trasferita nel reparto di rianimazione allo Jazzolino di Vibo Valentia, dove pero’ non ci sarebbero stati posti. Ma com’è possibile non accettare una donna con un’emorragia che la mette in pericolo di vita? Caricata sull’ambulanza per andare all’ospedale di Lamezia Terme, Eleonora è morta durante il tragitto. Sul caso la Procura di Vibo ha aperto un fascicolo ed ha chiesto l’acquisizione della cartella clinica. La famiglia di Eleonora chiede giustizia, la magistratura apre il fascicolo d’indagine, ma ci vorranno anni, come è stato per Federica Monteleone, perché la giustizia, come si suol dire, faccia il suo corso. Un processo in Italia può durare oltre i sei anni. Sbattuta da una parte all’altra, fino alla tappa finale, quella che non consente il ritorno. Ora tutti promettono inchieste ed ispezioni, scattano i messaggi di solidarietà: una squallida passerella della partitocrazia che si preoccupa di avere, ancora una volta, un po’ di spazio sui giornali, invece di fare mea culpa e magari andare a nascondersi. La politica che fino ad oggi ha gestito la sanità calabrese faccia un passo in dietro e si assuma le responsabilità del fallimento.

Accesso agli atti: il Consiglio Regionale ci restituisca il diritto di conoscere lo stato patrimoniale dei nostri eletti

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di Giuseppe Candido*

Oggi si parla tanto di trasparenza, di costi della politica e di tagli agli stipendi degli eletti. Ma quanto guadagna esattamente un Consigliere regionale? Non è semplice saperlo in questa terra di Calabria. Altro che trasparenza, la parola giusta sarebbe torbidezza. Quasi trent’anni di torbidezza. La Legge 441/82, recante “disposizioni per la pubblicità della situazione patrimoniale di titolari di cariche elettive e di cariche direttive di alcuni enti” obbligherebbe, il condizionale purtroppo è d’obbligo, non solo i Parlamentari ma anche Consiglieri regionali, Consiglieri provinciali e Consiglieri comunali di comuni capoluogo di provincia o con popolazione superiore a 50.000 abitanti, a presentare entro tre mesi dalla proclamazione, a depositare ai rispettivi enti di appartenenza, l’ultima dichiarazione dei redditi, la dichiarazione delle spese sostenute e obbligazioni assunte per la campagna elettorale, con allegata dichiarazione degli eventuali contributi ricevuti e, non meno importante, la dichiarazione dei diritti reali su beni immobili e mobili iscritti in pubblici registri; le azioni di società; le quote di partecipazione a società ed eventuali incarichi ricoperti. Il tutto entro tre mesi dalla proclamazione. L’intento della normativa è chiaro: rendere pubblici, a tutti i livelli, gli interessi patrimoniali degli eletti. Su base volontaria anche i coniugi non separati e figli conviventi dei consiglieri. L’obbligo previsto dalla normativa è esteso anche ai nominati: dai dirigenti di aziende pubbliche, ai direttori di ASL, membri delle Comunità montane, dirigenti di società a prevalente partecipazione pubblica. Ogni anno, entro un mese dalla scadenza dei termini per la presentazione della dichiarazione dei redditi si dovrebbero comunicare eventuali variazioni della situazione patrimoniale e copia della nuova dichiarazione dei redditi. Le dichiarazioni dovrebbero essere pubblicate sul Bollettino ufficiale di regioni, province e comuni (che dovrebbero predisporre un regolamento che disciplini le modalità di attuazione della legge). Tutti i cittadini elettori hanno il diritto di conoscere le dichiarazioni dei consiglieri. In caso di mancata dichiarazione sono previste “severe” sanzioni: il sindaco/Presidente (Regione o Provincia) diffida il consigliere ad adempiere entro 15 giorni e, in caso di inosservanza persistente, pubblica sul bollettino e sull’albo pretorio l’elenco dei diffidati inadempienti. L’adozione di sanzioni disciplinari solo se previste dai regolamenti degli enti locali che molto spesso neanche esistono. Nel mese di giugno il sottoscritto, nell’ambito dell’iniziativa nazionale condotta dai Radicali italiani della lista Bonino Pannella, ha presentato sia all’ufficio di Presidenza del Consiglio Regionale della Calabria, sia al Presidente del Consiglio Provinciale di Catanzaro, regolare istanza di accesso agli atti chiedendo, ai sensi della citata normativa, i dati patrimoniali dei nostri eletti che dovrebbero essere pubblici. La Provincia di Catanzaro non ci ha ancora fornito neanche una risposta mentre il Consiglio Regionale della Calabria, attraverso il Segretariato Generale del Settore Legale e Contratti, con una “valutazione” formale redatta dal dirigente del Settore, Avv. Carlo Pietro Calabrò, ci ha fatto sapere – si legge testualmente nella risposta – che “L’accesso in questione, in virtù dell’attuale quadro normativo regionale, pare possa non essere assentito. Infatti,” – prosegue la nota – “il titolo di accesso dedotto dal richiedente ai sensi degli artt. 22 ss della Legge 241/90 e s.m.i. non sembra applicabile , stante l’esistenza di una disciplina speciale costituita dall’art. 9 della Legge n. 442/1981. Del resto, – prosegue la nota – il diritto di accesso documentale di cui alla Legge n. 241, richiederebbe la sussistenza in capo all’istante di un interesse qualificato strumentale alla tutele di una situazione giuridica soggettiva che, nel caso in questione, non risulta dimostrato”. C’è da chiedersi se non sia sufficiente l’interesse intellettuale nel voler conoscere quanto guadagna un Consigliere regionale visto che si tratta di dati che dovrebbero esser già stati pubblicati nel Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Poi la nota prosegue affermando che “l’accesso previsto dalla citata Legge n.442/81 (non) appare allo stato concretamente esercitabile, stante la mancata emanazione di una normativa regionale circa la pubblicazione della documentazione relativa alla situazione patrimoniale (tra gli altri) dei Consiglieri Regionali, ciò che ha impedito la pubblicazione nel BURC dei dati in questione, modalità attraverso la quale andrebbe espletata la pubblicità di cui alla citata Legge n.442”. Insomma, per la Regione Calabria la legge nazionale non viene rispettata, i dati non sono resi pubblici perché, dal 1981 ad oggi, in quasi trent’anni, la Regione Calabria non si è data una sua specifica normativa regionale che preveda la pubblicazione dei dati in questione. E la nebbia che avvolge la situazione patrimoniale dei nostri eletti s’infittisce quando si parla di nominati, i titolari di cariche elettive/direttive diverse dai Consiglieri Regionali perché, – si legge testualmente nella nota ufficiale del Consiglio Regionale, “emergerebbe che la relativa legittimazione passiva, in assenza di una specifica disposizione attuativa regionale, non ricade nel plesso amministrativo del Consiglio Regionale”. Per fortuna è lo stesso dottore Pietro Calabrò, direttore dell’ufficio Legale del Consiglio, che coglie l’occasione per sottolineare la circostanza che “l’emanazione di opportuna disciplina regionale circa gli istituti disciplinati dalla Legge n.442/81, appare improrogabile, attenendo il diritto di accesso amministrativo ai livelli essenziali di prestazioni sui diritti civili, la cui violazione sarebbe tale da leggittimare in ipotesi addirittura un intervento sostitutivo da parte dello Stato”. Insomma se non si ridà presto ai cittadini il loro sacrosanto diritto di conoscere lo stato patrimoniale dei propri eletti si potrebbe – appellandoci al Capo dello Stato – chiederne il commissariamento.

*Radicali Italiani, candidato alla carica di Consigliere Regionale alle elezioni del marzo 2010 nella Lista Marco Pannella

I veleni di Crotone sulla tv fondata da Al Gore

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di Giuseppe Candido

zona industriale di Crotone

L’ex insediamento industriale di Crotone è una striscia di terreno di forma rettangolare che, a nord della Città di Pitagora, si estende per circa 5 km per una larghezza di 1,5 km circa e che, in passato, ospitò le fabbriche della Pertusola Sud, della Montedison e, dagli anni ’60, la Cellulosa Calabra spa che produceva pasta di cellulosa. La Pertusola sud, operante con 1000 operai sin dagli anni ’30, trattava il minerale orneblenda (solfuro di zinco) per ricavarne lo zinco metallico generando, come principali prodotti di rifiuto, ferriti di zinco, piombo, cadmio e rame. La Montedison (poi Enimont) fu operante sin dagli anni ’20 occupandosi di trattare fertilizzanti azotati e composti del fosforo fino al 1993 quando, a causa della messa al bando di tali prodotti, passò ad occuparsi della sintesi di zeoliti per il settore dei detergenti con il nome di Sasol Italy spa.

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Pertusola, Crotone
Pertusola, Crotone

Fino al 1976, prima dell’entrata in vigore della c.d. Legge Merli, tutte le fabbriche potevano scaricare le loro acque reflue dai cicli di lavorazione nei fiumi o nel mare e potevano “tombare” le scorie solide nel sottosuolo aziendale. Ovviamente anche l’area di Crotone fu interessata da quella dissennata procedura. Per 50 anni legalmente, senza cioè che nessuna legge lo vietasse, v’è stata una contaminazione del suolo e del sottosuolo con conseguente compromissione delle acque di falda.

Dal settembre del 2001 l’area, oggetto d’indagini della procura di Crotone per le vicende dello smaltimento illegale dei rifiuti avvenute successivamente all’entrata in vigore della legge merli, risulta inserita nei 57 siti d’interesse nazionale (SIN) da sottoporre a risanamento ambientale.

Sono i 500 ettari dello stabilimento della Pertusola Sud, i 300 ettari dell’ex stabilimento Montedison, le discariche sulla costa per ulteriori 9 ettari e il fondale marino antistante le fabbriche per una lunghezza di circa 5 km. Ma le cose stanno anche peggio.

Ma, dal 2001, di questi siti d’interesse non si è interessato granché nessuno e i rifiuti sono ancora là, spostati sotto scuole, strade, ville comunali.

«La situazione ambientale in assoluto più difficile e complicata dell’intera Calabria», ha avuto modo di definirla l’ex assessore regionale all’Ambiente Silvio Greco. A differenza delle navi dei veleni che vanno cercate, le scorie tossiche di Crotone si sa dove sono.

La questione dei rifiuti tossici a Crotone, una sorta di pentola che, l’indagine Black Mountains di recente conclusa dalla procura di Crotone, svela una realtà peggiore di un incubo.

I dati in possesso del pm Pierpaolo Bruni, titolare dell’inchiesta, parlano chiaro: 290 studenti, a Crotone, hanno nel sangue, nei capelli e nelle urine una concentrazione superiore di 3-4 volte ai livelli normali di metalli pesanti come zinco, nichel piombo, cadmio e uranio. Lo dimostrano i risultati di alcuni test epidemiologici effettuati sotto la supervisione di Sebastiano Andò, consulente della procura e preside della facoltà di Farmacia dell’Università della Calabria.

Per anni gli studenti avrebbero assorbito tra le mura scolastiche veleni che possono colpire stomaco, reni e centri nervosi altamente cancerogeni.

Nella corposa consulenza fornita alla Procura di Crotone è scritto a chiare lettere che “le scorie rilasciano veleni nelle falde acquifere. Se ingerite o inalate sono altamente tossiche e cancerogene”. E ancora: “la scoria cubilot ha presentato una concentrazione di ossidi (di calcio, silicio, alluminio, magnesio e ferro) del 71,5 per cento. Tale valore risulta nettamente inferiore a quello previsto per i rifiuti recuperabili. Tale rifiuto non era ammissibile alle procedure semplificate”.

Nell’articolo “Anche in mare i veleni di Crotone” pubblicato su La nuova Ecologia.it, il giornale telematico di legambiente, si legge che “È finita anche in mare parte dei veleni utilizzati, nel crotonese, come materiale di riempimento per la costruzione di edifici pubblici e privati. È questa l’ipotesi sulla quale sta lavorando il pm della Procura di Crotone, Pierpaolo Bruni …”.

E intanto, solo grazie alla giornalista Francesca Travierso e all’inviato di Vanguard Vito Fodera, la storia viene raccontata anche su Current TV sul canale 130 di SKY. Di seguito il video … davvero da non perdere.

Prima che la partitocrazia trasformi la povertà in miseria

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di Giuseppe Candido

Le considerazioni finali del governatore Mario Draghi illustrate nell’importante relazione presentata all’Assemblea annuale della Banca d’Italia hanno provocato il plauso unanime non soltanto dei partiti ma anche dei sindacati. Eppure sono proprio quei partiti e quei sindacati, che da anni si mostrano restii a fare le necessarie riforme strutturali quali l’abolizione di enti inutili e l’innalzamento dell’età pensionabile, ad essere i principali imputati della grave situazione in cui oggi versa il nostro Paese e che gli italiani dovranno pagare con i loro sacrifici.

Se è vero che “la radice della crisi che investe il mondo da quasi tre anni sta in carenze regolamentari e di vigilanza nelle piazze finanziarie più importanti” e che in Europa “negli ultimi mesi le conseguenze della crisi hanno messo alla prova la coesione dell’area” dove, “L’imponente creazione di debito pubblico, in una fase in cui arrivano a scadenza sui mercati quantità straordinarie di obbligazioni bancarie, ha improvvisamente accresciuto il premio di rischio su alcuni debitori sovrani”, è anche vero, però, che proprio l’Italia è quel Paese in cui, stando alle parole della relazione, solo nel biennio 2008-2009, “il Pil è sceso di 6 punti e mezzo”, “il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4 %” e “le esportazioni sono cadute del 22%”. Draghi ci dipinge un’Italia in cui l’occupazione, nel 2009, è diminuita dell’1,4% e in cui i fallimenti di imprese, soprattutto di piccole imprese, sono stati 9.400. E se poteva ritenersi, fino a qualche mese fa, che l’Italia “sarebbe tornata a crescere ai pur modesti ritmi registrati nel decennio precedente la crisi” oggi, ha sottolineato il governatore Draghi, “l’esplodere della crisi greca potrebbe cambiare il quadro di riferimento”. E anche se la manovra finanziaria del Governo Italiano determinerà, entro il 2012, una “riduzione del disavanzo tendenziale pari a 24,9 miliardi” mediante la riduzione delle principali voci della spesa corrente che, negli ultimi dieci anni, era invece cresciuta, secondo il governatore Draghi, la correzione dei conti pubblici va accompagnata col rilancio della crescita e con le riforme strutturali che “la crisi rende più urgenti”. Ed è proprio in questi passaggi che si leggono, nelle parole del governatore, le vere cause della nostra situazione: “la caduta del prodotto accresce l’onere per il finanziamento dell’amministrazione pubblica, i costi della corruzione divengono ancora più insopportabili, la stagnazione distrugge capitale umano soprattutto tra i giovani”. Quando si parla di “Ripensare il perimetro e l’articolazione delle amministrazioni, per razionalizzare l’allocazione delle risorse, riducendo sprechi tra enti e livelli di governo” forse Draghi intende proprio quell’abolizione di province, comunità montane, consorzi di bonifica, che servono solo a garantire poltrone. Se si vuole diminuire i costi della politica, piuttosto che le indennità, perché non si decide di mettere fine a quella vera e propria ruberia legalizzata che sono i rimborsi elettorali che, sganciati da spese effettivamente dimostrate, hanno sostituito e rimpinguato il finanziamento pubblico dei partiti abolito dagli italiani col referendum del 93?

E affermare che l’evasione dell’Iva è pari al 16% del totale e comporta un mancato gettito di 30 miliardi di euro ogni anno – pari a due punti di Pil – significa denunciare chiaramente il fardello dell’economia sommersa, che è il conto salatissimo che l’Italia non può più pagare. Dagli scontrini non battuti per un caffè alle parcelle dei medici specialistici che ti ricevono nel loro studio lussuoso ma che non ti fanno la ricevuta, passando per il lavoro nero. D’altronde, se i controlli sono scarsi e le aliquote elevate, evadere conviene. Ma è proprio l’evasione fiscale che Draghi denuncia come “freno alla crescita perché richiede tasse più elevate a chi le paga, riduce le risorse per le politiche sociali, ostacola interventi a favore dei cittadini con redditi modesti”. Solo recuperando la metà dell’Iva evasa si sarebbero potuti recuperare in due anni trenta miliardi di euro anziché i 24 di lacrime e sangue che dovranno pagare i cittadini con l’aumento delle tasse locali e con il blocco degli stipendi statali che per alcune categorie sono già al di sotto della media europea. Se le tasse le pagano tutti, le pagheremo tutti meno. Un concetto semplice ma che, ahi me, è difficile da far applicare. Questo, invece, è il Paese dove ai docenti precari si tagliano le cattedre, si bloccano gli aumenti di stipendi mentre ai furbi e ai furbetti, a coloro che hanno accumulato per anni capitali all’estero senza pagare le tasse, gli viene dato lo scudo di protezione, la possibilità di far rientrare i capitali pagando solo il 5%. Ma se nel discorso sull’evasione la politica è implicata soltanto indirettamente, tranne qualche politico evasore che staticamente pur certo lo si troverà, il vero passaggio “anti partitocratico” di Draghi lo si legge quando il governatore ha parlato della corruzione: è su questo che la platea di politici ha fatto orecchi da mercante. Le “relazioni corruttive tra soggetti privati e amministrazioni pubbliche, in alcuni casi favorite dalla criminalità organizzata, sono diffuse”. Nel Mezzogiorno – aveva detto in passato Draghi – queste “relazioni” diventano “pervasive”. “La corruzione frena lo sviluppo economico”. Probabile che per uscirne bisognerà dargli retta e dare retta anche a Pannella che da anni parla dello spaventoso debito pubblico italiano e oggi afferma che “La vera sfida, per l’Italia”, quella che bisogna affrontare con urgenza, sta nel “liberarsi dal regime partitocratico” prima che la povertà diventi anche miseria.

I sepolcri imbiancati vogliono far tacere Radio Radicale

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Nel nome del Popolo Italiano o del diritto alla privacy?

a cura di Giuseppe Candido

Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale
Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale, ad un congresso di Radicali Italiani

Mentre si discute sulle intercettazioni scopriamo che sono a rischio anche le registrazioni radio dei processi.

Scandaloso, tutto ciò è una vergogna. Ma il dibattimento in un processo è pubblico o no?

Non avevo mai sentito Massimo Bordin così evidentemente incazzato. Altro che intercettazioni e segreto istruttorio, questi sepolcri imbiancati vogliono far tacere Radio Radicale sui processi. La legge sulle intercettazioni vuole cancellare anche la pubblicità dei processi vietandone la trasmissione in radio del dibattimento. Contro questo particolare del provvedimento Radio Radicale ha indetto, per lunedì 31 maggio, una conferenza stampa e un appello. Massimo Bordin, appena si è saputo del provvedimento è intervenuto venerdì dai microfoni di Radio Radicale di cui è direttore: “Intervengo a quest’ora dopo una giornata nella quale ho cercato di farmi un’idea definitiva sulla così detta legge sulle intercettazioni. Perché in realtà c’è da lanciare un allarme forte che riguarda, attenti a quest’aspetto, non già le intercettazioni, o le telefonate carpite o i verbali istruttori. No, questi signori, continua il Direttore di Radio Radicale, nell’articolato della legge (sulle intercettazioni ndr) intendono sopprimere un articolo delle norme attuative del codice di procedura penale, riformato da Giuliano Vassalli, che teneva conto di un aspetto fondamentale che riguarda l’effettiva pubblicità dei dibattimenti nel XXI secolo”.

Ben 9773 processi registrati in anni di cronaca senza filtri, senza veline, integralmente per far conoscere e deliberare. Un’archivio, quello on line disponibile a chiunque, che fa invidia anche alla tv di Stato. L’ultima registrazione di un processo disponibile on line, sul sito di Radio Radicale, in ordine cronologico è quella relativa all’esame del maresciallo Brancaccio durante l’udienza del 28 maggio nel processo Parmalat/Parmatour. Tutto il processo su calciopoli e, scendendo indietro nel tempo e nell’archivio, il processo per la scalata della Banca Antonveneta, il processo Cusani, quello per l’omicidio Dalla Chiesa. L’ultimo della lista o il primo in ordine di tempo è il processo Margherito e risale al lontano 15 settembre del 1976. Il processo a Giulio Andreotti e tutto il resto dell’archivio rappresentano la storia di questo Paese. Sono oltre trent’anni che Radio Radicale ci ha consentito di conoscere e farci un’opinione più dettagliata di quella che altrimenti avremmo potuto farci con la sola televisione e la sola carta stampata. Radio Radicale, sin da quando fu fondata, è stata concepita nell’ottica di far conoscere integralmente i fatti: la radio dei processi e la radio del parlamento. Organo della lista Marco Pannella e proprio per questo la radio di tutti i partiti.

Il dibattimento non c’entra nulla con le intercettazioni telefoniche, né c’entra nulla con la fase istruttoria”. Tuona Bordin dalla radio che, da qualche giorno, ripete l’intervento. “Si può sicuramente discutere, ognuno può avere una propria opinione sul diritto alla privacy di una telefonata. Si può avere opinioni divergenti su quanto il segreto istruttorio, in questo Paese, serva o su quanto esso venga rispettato. Con questo provvedimento però, grazie al lavoro del Senatore Centaro relatore di questa legge, un ex magistrato di Siracusa parlamentare di Forza Italia da quattro legislature, si intende in realtà inibire la possibilità di registrare e trasmettere i processi di rilevanza sociale”. Attenzione perché, continua ancora Massimo Bordin, “questo provvedimento ha un’unico bersaglio: vogliono far tacere Radio Radicale. Vogliono impedirvi – rivolgendosi agli ascoltatori – di ascoltare i processi che un giurista come Giuliano Vassalli ebbe la finezza di distinguere fra quelli di rilevanza sociale e quelli che riguardano la privacy e sono sottoposte alle normali norme di pubblicità che riguardano l’aula di Giustizia”. Nessuno ancora, nell’Italia che rischia di assomigliare alla Russia di Putin, pretende di chiudere le aule di Giustizia al pubblico. “Però, impedire che si possano ascoltare, non le intercettazioni telefoniche, ma i processi, vuol dire effettivamente impedire alla gente di formarsi un’opinione su vicende assai importanti. Questo è quello che questa legge, nelle sue pieghe, si propone. E’ un attacco gravissimo a Radio Radicale, all’informazione e ai cittadini. Radio Radicale è riuscita, grazie naturalmente ai Radicali e al Partito Radicale, a Marco Pannella che ha costruito questo strumento assieme a Paolo Vigevano, grazie ai redattori della Radio che, magari con qualche sotterfugio, sono riusciti a far ascoltare la voce di Enzo Tortora che si confrontava con il pentito Melluso. Un’informazione, come sempre senza filtri, senza mediazione giornalistica, integrale che Radio Radicale vi ha proposto. E quante voci avete ascoltato, e come avete potuto ascoltare, in diretta, i maxi processi di Napoli, di Palermo. E quanto avete potuto farvi una vostra opinione rispetto a vicende che invece la carta stampata, o anche la televisione di stato e quella privata, vi proponevano. Radio Radicale è stato tutto questo per la Giustizia. Oggi, il relatore Centaro e i suoi “tanti causa” vogliono chiudere questo aspetto, questa possibilità d’informazione per i cittadini. Con grande ipocrisia, questi sepolcri imbiancati parlano di privacy, parlano del diritto dei cittadini a non vedere intercettate le loro telefonate perché la violazione del segreto istruttorio è cosa inammissibile da parte della stampa, vogliono far chiudere lo speciale giustizia di Radio Radicale. Non pensiamo si arrivi a tanto. Vorremmo fermare tutto questo. Però non possiamo non denunciare con forza un attacco gravissimo a Radio Radicale ma, se ci consentite, all’informazione e al diritto all’informazione. E, come tutti gli ascoltatori sanno, quelli di destra e quelli di sinistra, quelli di centro destra, quelli di centro sinistra e quelli di “centro centro”, questa radio non si è mai distinta per particolari elementi giustizialisti, ha sempre rispettato privacy delle persone. Una radio che è stata sempre rispettosa degli aspetti privati. Ma qui si vuole arrivare, addirittura a qualcosa che, ahi me continua Bordin, non può non far pensare a una volontà di chiudere le porte di quello che, in democrazia, è un aspetto centrale della vita politica e civile, cioè il processo. Un processo che si svolge nel silenzio, un processo che si svolge nella penombra, può consentire qualsiasi illecito. Siamo fieri di aver potuto proporre non solo la difesa orgogliosa e, alla fine, vittoriosa di Enzo Tortora, siamo fieri di aver potuto proporre anche l’auto difesa di Cesare Previti che, per due ore, in un memorabile processo difese la sua posizione. (…) Tutto questo oggi vuole essere chiuso con un disegno di legge che prevede la possibilità, richiesta da parte anche di uno solo degli imputati, di negare il diritto alla registrazione del processo. Intendiamoci bene: non c’entra nulla il diritto alla immagine, esso è già garantito dalle norme attuative del codice così come un giurista come Giuliano Vassalli aveva avuto l’accortezza di proporre. Non si tratta dell’immagine televisiva. Già oggi, con le norme vigenti, se un imputato, o un testimone o un avvocato, rifiuta di essere ripreso non può essere ripreso. Semplicemente quelle norme dicevano che, in processi penali di rilevanza sociale, e dunque processi che riguardano stragi e terrorismo, mafia e, ovviamente vicende politiche, in quei processi anche se un imputato nega il diritto alla registrazione (audio e la trasmissione per radio) il presidente poteva decidere prescindendo da quel parere. Oggi è proprio quell’articolo che si intende cassare”. Ad esempio, nel maxi processo di Palermo gli imputati erano tanti. Se anche uno di essi si fosse opposto alla registrazione audio non potremmo conoscere un’importante pagina della storia di questo Paese. “A tutto questo noi ci opporremo con tutte le forze possibili che saremo capaci di mettere in campo. Intanto vi diamo un appuntamento, conclude Bordin, che stiamo ancora costruendo e vorremmo costruirlo con il vostro aiuto, con l’aiuto degli ascoltatori. Vorremmo costruirlo con l’aiuto dei parlamentari che saranno disposti a firmare un appello”.

La forbice poteva tagliare altrove

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di Giuseppe Candido

Il Governo approva le misure di austerità per risanare i conti pubblici. L’Italia è uno dei paesi europei con il più alto debito pubblico e il consistente pacchetto voluto da Tremonti è necessario per evitare che l’Italia affronti lo stesso destino della Grecia. Una manovra con oltre 24 miliardi di euro di tagli che incideranno notevolmente sulla vita degli italiani nei prossimi due o tre anni. I capitoli sui quali maggiormente si interverrà sono essenzialmente tre. In primis il blocco, per tre anni, del rinnovo dei contratti del pubblico impiego che da solo produrrà un gettito di 5,3 milardi di euro; altri 5 miliardi e 200 milioni proverranno dalla riduzione delle “finestre” di pensionamento dalle attuali tre ad una sola e dall’aumento, da 60 a 62 anni, dell’età cui potranno andare in pensione le donne. Poi c’è la fetta grossa da 13 miliardi di euro di tagli alle autonomie locali mediante la revisione dei parametri del patto di stabilità. Soldi in meno ai comuni e alle regioni che per far quadrare i loro bilanci dovranno aumentare le aliquote di competenza. Quindi, a guardar bene, non sarà certo coi tagli dei costi dei politici né tanto meno con l’abolizione di qualche provincia minore (e non invece di tutti gli enti inutili) che gli italiani usciranno dalla crisi. Poliziotti, dipendenti degli enti locali, professori, non vedranno aumentare il loro stipendio per tre anni mentre vedranno crescere le tasse locali a loro carico. A ciò aggiungiamo che in molte famiglie italiane i conti non tornano perché la crisi si è fatta sentire realmente, in tanti hanno perso il lavoro, gli incassi dei piccoli commercianti e delle piccole imprese si sono ridotti, i giovani non trovano lavoro o, quando ci riescono, non hanno uno stipendio adeguato e le donne hanno difficoltà ancora maggiori. Per questo contemporaneamente si annunciano limatine ai ministri e politici. Ma siamo davvero sicuri che non si poteva tagliare altrove, siamo sicuri che i costi della politica, i costi della non democrazia, si ridurranno davvero? Dopo essere stato abolito con referendum nel ’93 il finanziamento pubblico dei partiti è stato reintrodotto dalla finestra con il sistema dei rimborsi elettorali. A fronte di spese realmente dimostrate di 579 milioni di euro, dal 1994 al 2008 i partiti si sono spartiti 2,25 miliardi di euro, con un utile di ben 1,67 miliardi di euro. Poi c’è il capitolo della manomorta pubblica che, Sergio Rizzo nei “Rapaci”, spiega essere il vero problema dell’Italia: “il torbido impasto fra gli interessi dei partiti di destra e di sinistra, quelli del sindacato che producono clientele e spese”. Gli enti inutili come le Province, le comunità montane che si diceva di voler abolire. Ed è discriminatoria la norma che vorrebbe abolire soltanto le nove province con meno di 220.000 abitanti salvando le poltrone inutili di tutte le altre. Non si interviene nemmeno su quel “dedalo inestricabile di ambiti territoriali, consorzi di bonifica” che rimane tal quale consentendo la moltiplicazione delle poltrone per la sistemazione in posti dirigenziali dei politici trombati: “Le migliaia di società a controllo pubblico sono le uniche discariche che funzionano in questo Paese” le aveva definite l’ex presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo. Sono i costi della democrazia, che il libro di Cesare Salvi e Massimo Villone ci mostra in dettaglio e che si sarebbe potuto tranquillamente titolare “I costi della non democrazia”, degli sprechi a tutti i livelli, degli enti inutili per garantire poltrone elettive e nomine dirigenziali. L’Italia è il Paese dove si fanno società pubbliche per tutto: anche per dare consulenze milionarie senza nessun tipo di gara favorendo le cricche degli amici. E’ il Paese che paga il conto salato di aziende pubbliche come l’Alitalia che non starebbe sul mercato di nessun altro Paese e che vanta “il record mondiale dei menager bruciati”. Il Paese dove “è normale che un’azienda statale faccia causa a un’altra azienda statale e metta in conto agli italiani seicentomila euro di parcelle”. Nel Paese di Pulcinella dove è normale che ai politici tocchi percepire la pensione già dopo appena due anni di legislatura, siamo sicuri che la forbice non poteva tagliare anche altrove?

Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Presagi e moniti di Benedetto Musolino

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E’ ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”

Un calabrese dalla “costante fede italiana” che “amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria”

Per una riforma radicale: l’imposta progressiva per combattere la lussuria irrompente del capitale

di Giuseppe Candido e  Filippo Curtosi

Quando la politica, anche quella calabrese, sembra perdere il suo senso d’Unità e pensa a secessioni e a partiti “meridionali” per competere con la La Lega del Nord, forse non è davvero tempo sprecato guardarci indietro, non per commemorare, ma per trarre, dai migliori, l’esempio.

In una piazza di Pizzo di Calabria, la bella epigrafe dettata da Ferdinando Martini fa ammenda dell’aspro giudizio di taluni contemporanei, e dice in sintesi della vita e delle gesta di Benedetto Musolino (Pizzo, 1808-1885), patriota e politico Senatore del Regno d’Italia nella XIII legislatura. A ricordarlo era Alfredo Gigliotti, direttore di una vecchia rivista di “Rassegna Calabrese”. Un mensile di vita, cultura, informazioni che, nel numero unico di novembre e dicembre del 1961, in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, ne ripercorreva la vita e le gesta per consentire ai posteri di “correggere le sentenze ingiuste”. Perché, scriveva il Gigliotti, “E’ ben vero che i posteri sono quasi fatti apposta per correggere le sentenze ingiuste dei predecessori”. La famiglia Musolino occupa uno dei cospicui posti della storia del Risorgimento: lo zio e il Padre di Benedetto erano stati patrioti del novantanove ed avevano dovuto emigrare a causa della persecuzione delle bande del Cardinale Ruffo; lo zio Domenico e il figlio primogenito Saverio, erano stati poi uccisi durante la reazione del ’48; una sorella del giovane Benedetto fu madre di Giovanni Nicotera. Ma tutte le virtù familiari e patriottiche sembrarono riassumersi in Benedetto Musolino, nato l’8 febbraio 1809.

Giovanissimo, visitò l’Impero Ottomano; studente a Napoli fondò con Settembrini una “Giovine Italia”, una setta conosciuta come “Figlioli della Giovine Italia”, men fortunata di quella del Mazzini; cospiratore soffrì il carcere, combattente all’Angitola, nel ’49 promosso Colonnello di Stato Maggiore, ritornò dall’esilio di Francia per raggiungere Garibaldi in Sicilia. Fu quindi capo dell’insurrezione calabrese del 1860 e “deputato garibaldino al parlamento fino alla XIII Legislatura, ove portò alta e generosa l’affermazione della sua costante fede italiana”.

L’8 maggio del 1839 venne arrestato e assieme a lui presero la via del carcere anche il fratello Pasquale, Saverio Bianchi, Raffaele Anastasio e Luigi Settembrini. Liberato tre anni più tardi gli venne imposto di raggiungere il proprio paese dove viveva sotto stretta sorveglianza con l’obbligo di non allontanarsi dall’abitato anche di giorno e il divieto di rimanere fuori casa dopo il tramonto.

Un sorvegliato molto speciale che anche in quelle condizioni ebbe però il coraggio di cospirare ancora, assieme ad Eugenio De Riso e altri, per preparare i moti che poi sfociarono nella rivoluzione del 1848.

Musolino, scriveva il Gigliotti, “aveva il fervore della fede e delle idee, talvolta senza conoscere il freno, onde fu spesso ritenuto piuttosto uno spirito bizzarro che sapeva dire stravaganze brutali e verità”. Un uomo di pensiero e azione, un patriota che “Amava aguzzare l’occhio nell’avvenire della Patria e dimostrò averne il senso e la perspicacia negli anni avanzati, così come, nei tempi della giovinezza, aveva avuto l’ardore dell’azione”.

Per un decennio si batté alla Camera quasi solo per la preparazione nazionale, lanciando proposte, illustrando progetti che ammiriamo ancora oggi.

Radicale nell’animo. In un discorso pronunciato alla Camera il 30 giugno del 1861, Benedetto Musolino domandava se la Francia avesse mai pronunciato una sola parola relativa all’unità italiana. E rispondeva: “No. E dunque come fondate voi la vostra speranza nell’aiuto di questa alleata? Io dico – continuava Musolino – che l’alleanza della Francia non esiste più. Questa è un’altra illusione che ci facciamo: pretendiamo o fingiamo pretendere di penetrare a forza di fantasia là dove ci vogliono cannoni e baionette. (…) L’Italia diverrà grande alla sua volta con saviezza delle sue istituzioni, con la sua industria e con la sua forza: allora essa darà alla Francia la sua libertà”. Considerando, inoltre, l’infido atteggiamento francese nei confronti di Roma dimostrava quanto fossero illusi coloro che avevano sempre predicato Napoleone III il più sincero promotore ed amico dell’Unità italiana ed ammoniva: “Bisogna fare causa comune con la Germania, armarsi poderosamente, prendere da una parte Roma e dall’altra invadere il territorio francese incominciando con l’occupazione di Nizza e Savoia”.

Più oltre, nello stesso discorso, Musolino, pensando di aver dinnanzi i francesi, dichiarava la volontà italiana: “Non temete, l’Italia non aspirerà a conquiste, siamo contenti della nostra terra, del nostro cielo, della nostra eredità: in Italia non abbiamo razze diverse, diversa lingua, istinti diversi: una è la lingua, una è la razza. La base della nazionalità sta nella razza e nella lingua”. Ancora ignaro – su questo – quante sciagure, proprio quei nazionalismi basati su razza e identità linguistiche, avrebbero a breve causato.

Dura la critica al socialismo che si andava profilando. Si intese di economia e il 18 marzo del 1863, quando alla Camera si prendeva in esame il fabbisogno finanziario della Nazione, Benedetto Musolino, “che ad ogni problema apportava competenza dotta e sicura”, pone all’ordine del giorno dei suoi colleghi deputati “una riforma radicale” del sistema contributivo proponendo “l’imposta progressiva”. Nel corso della sua esposizione sollevava, senza assumere atteggiamenti demagogici, le sue accuse contro l’ingiustizia sociale della distribuzione della ricchezza e precisa i rapporti tra capitale e lavoro criticando aspramente le “malsane deviazioni dell’incipiente nostro socialismo”: “Il lavoro è mal ripartito, afferma Musolino; il capitale assorbe tutto. L’operaio lavora quando il capitalista lo vuol far lavorare e, quando questi non ci trova più la convenienza, lo getta sulla via”. E se ciò non bastasse afferma parole di straordinaria attualità anche oggi: “Signori, la pretesa civiltà moderna tende a sostituire il feudalesimo economico all’antico soppresso feudalesimo civile e politico. Tutt’oggi è capitale, e noi tendiamo ad una radicale trasformazione sociale. Se vogliamo costruire il nuovo Stato, la nuova società, su basi incrollabili, atteniamoci alla giustizia distributiva. Di fronte a questa lussuria sempre irrompente del capitale, io credo che per ora non c’è nessun altro rimedio se non l’imposta progressiva. Dacché il capitale è tanto favorito, è ben giusto che chi gode i maggiori privilegi, sia sottomesso ai maggiori sacrifici”. Personaggio polivalente e poliedrico dedicò “studi diligenti” ai problemi di politica nazionale ed internazionale. Capì che per avere e mantenere la sicurezza in Patria e nell’Europa delle nazioni di allora, era necessaria una forza armata nazionale di professionisti “allenati”. In occasione della discussione sul riordino e sull’armamento della Guardia Nazionale proposti da Garibaldi si espresse affermando che: “Bisogna che il cittadino acquisti le attitudini che all’occorrenza lo facciano essere soldato, e perché diventi soldato bisogna che sia istruito in tutte quelle pratiche che costituiscono l’arte militare. Perché si ottenga un’istruzione solida da avere, al bisogno, tanti soldati quanti sono i cittadini capaci di tenere un fucile, è d’uopo che ogni cittadino sia abituato alle pratiche della milizia”. A tale fine prevedeva periodiche “esercitazioni” che avrebbero conferito “un’idea precisa di come guerreggiare in campo” per cui, “in breve tratto di tempo si potrà vedere il nostro popolo armato ed esercitato, ed in caso di bisogno non avremo più dei corpi di truppa incomposta, ma dei soldati d’ordinanza”.

Attento ai problemi internazionali nel novembre del 1872, Musolino prende la parola alla Camera per esporre il suo pensiero netto e chiaro sui rapporti tra la Russia, la Prussia e l’Austria, i cui imperatori si erano incontrati in un convegno a Berlino nell’ottobre precedente: “La razza slavo moscovita si ritiene come predestinata al compimento di una grande missione, al rinnovamento dell’umanità accasciata sotto il peso della decrepitezza e della corruzione, mediante l’assorbimento delle altre razze, nazioni e credenze allo stesso centro politico e religioso. E’ un’utopia, escalamo taluni. Ed io rispondo che diventerà realtà se l’Europa non vi provvede in tempo. Se l’Europa le permetterà, non dico di fare, ma di sviluppare gli immensi elementi di potenza e di espansione che in sé racchiude, prima di mezzo secolo il vecchio continente di Europa e di Asia sarà invaso e dominato dalla razza slavo-moscovita (…). Per analoghi motivi la Prussia, avendo innalzata la bandiera della nazionalità, deve necessariamente osteggiare ogni ingrandimento della Russia e perché non può lasciarsi assorbire in Europa e perché non può permettere che quella estenda la sua dominazione nell’Asia minore. Il giorno che l’Europa permetterà alla Russia di sboccare e avere possessi nel Mediterraneo, sia avanzando dalla parte del Bosforo sia discendendo dall’Armenia in Siria e in Anatolia, l’Europa avrà segnato il decreto della sua servitù, giacché avrà concesso alla Russia il mezzo di come avere quei marinai che non può avere con le sue gelate contrade: marinai senza cui non potrà mai mettere in piedi delle grandi flotte che le sono indispensabili per girare le nazioni di occidente, onde neutralizzare la loro azione e il loro concorso quando sarà arrivato il momento di operare contro tutta l’Europa, invadendola da lato della Germania con enormi masse che potrà avere al più tardi fra due generazioni a causa dello sviluppo naturale e prodigioso della sua popolazione. E la Germania si trova nella stessa nostra condizione come quella che, essendo confinante con la Russia, sarebbe esposta elle prime invasioni dalle orde settentrionali, che per essere le prime, sarebbero accompagnate dal maggiore accanimento e seguite dalle più desolanti rovine.

I sapienti uomini politici del nuovo Impero Germanico non possono né debbono chiudere gli occhi di fronte all’avvenire che è riservato a tutte le Nazioni del vecchio continente dallo spirito di cosmopolitismo moscovita. E se non pensiamo fin da ora a mettere quest’ultimo nell’impotenza di continuare la sua espansione, essi avranno fabbricato sull’arena. Potranno ben costituire una Germania sapiente, splendida, gloriosa, ma sarà una Germania che non durerà più di cinquant’anni”.

Sorprendono ancora l’attualità e la veridicità dei presagi di quest’eroico garibaldino e dovrebbero destare ammirazione sincera. Crediamo giusto che quello spirito, quei suoi discorsi, quel suo ardore, quelle di idee e quelle azioni di rivoluzionario, patriota e politico di “fede italiana” fossero meditati anche oggi in questo cento cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, alla quale Musolino, assieme a tanti altri di Calabria, sacrificò la vita e ogni bene di fortuna. Sarebbe sicuramente un bell’esempio per vecchie e nuove generazioni.

Ancora la trappola afgana

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di Giuseppe Candido

diplomacyandpower.com

Lo scorso 14 luglio un militare italiano era rimasto ucciso e altri tre sono stati feriti in un attentato in Afghanistan. A circa 50 chilometri a nord-est di Farah una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del Primo Reggimento Bersaglieri era stata attaccata con un ordigno posizionato lungo la strada. Poi avevano fatto notizia gli attacchi alle truppe italiane in missione “di pace” in Afghanistan: “Doppio attacco ai parà si titolò”. Nella notte del 23 agosto un ordigno era esploso sotto un veicolo “Lince” del 187 reggimento della Folgore; più tardi, una pattuglia mista di soldati italiani ed afgani veniva attaccata coi lanciarazzi sulla strada 517, un’importante e strategica via di comunicazione. Oggi la scena si ripete, due morti italiani e una ragazza ferita che forse perderà l’uso delle gambe. Cambiano i luoghi, cambiano i nomi ma la tecnica di assalto però è sempre la stessa: bombe ai margini delle strade su cui transitano i blindati. Sono circa 2.800 i ragazzi italiani impegnati nella missione afgana che Umberto Bossi, aveva dichiarato da “buon padre di famiglia”, “riporterebbe tutti a casa”. “E’ lecito immaginarsi – aveva dichiarato prima delle elezioni afgane del 20 agosto scorso il generale Rosario Castellano, comandante del contingente italiano – una escalation di tensione anche in vista di questo appuntamento (elettorale ndr) che rappresenta un passo determinante per la stabilità del Paese”. E puntualmente si è verificato. Quello che è avvenuto a in questi giorni è l’ennesima riprova della fase estremamente pericolosa. Sono morti il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, di Velletri, in provincia di Roma e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, della provincia di Bari. La Russa annuncia l’invio di altri militari entro fine anno assieme ai nuovi blindati “Freccia” più sicuri dei “Lince”. A parte che se i Freccia sono più sicuri allora i Lince lo erano meno, c’è da chiedersi cosa stia avvenendo in Afghanistan – dopo il “cambio di rotta” del neoeletto presidente Obama – che possa giustificare l’aumento di attentati? Nella nuova fase “Obama” in Afghanistan non si parla più di uccidere i taliban ma di “proteggere i civili”. Il noto periodico inglese, The Economist, ha tentato di spiegarlo qualche mese fa in uno speciale dal titolo “Nella trappola dell’Afghanistan”. “La Nato ha sferrato due imponenti operazioni militari nella provincia di Helmand. (…) In sette ore più di quattromila marine e 650 soldati afgani hanno raggiunto l’obiettivo”. L’operazione Khanjar (letteralmente: colpo di spada) iniziata lo scorso luglio, scrive l’Economist, “è stata la più imponente azione militare dei marine dopo quella lanciata nel 2004 per riconquistare la città irachena di Falluja. (…) Ma a differenza di quei sanguinosi combattimenti urbani, in Afghanistan i militari statunitensi colpiscono nel vuoto”. E ancora: “L’alto numero delle vittime civili e la debolezza del governo di Kabul fanno si che la popolazione civile appoggi taliban e insorgenti”. Gli “insurgent”, cioè civili stanchi di vedersi bombardare matrimoni o funerali, che insorgono. E mentre il generale Stanley McChrystal, comandante delle truppe statunitensi in Afghanistan, ha dichiarato che “presto i suoi uomini potrebbero attaccare Marja”, roccaforte controllata da taliban e narcotrafficanti, dal canto loro i taliban, scrive ancora l’Economist, hanno annunciato la loro operazione militare: Faladijal (rete di ferro), basata su imboscate con bombe innescate ai bordi delle strade. Una guerriglia di attentati come quello che ha coinvolto il blindato italiano. “Dobbiamo evitare – aveva detto McChrystal – di cadere nel tranello delle vittorie tattiche seguite da sconfitte strategiche, cioè di quelle vittorie che ci fanno perdere l’appoggio della popolazione perché provocano vittime civili”. Lo stesso generale McChrystal che si era detto “pronto a chiedere ad Obama 45 mila soldati in più”. Ed è forse proprio questa la corretta chiave di lettura per spiegare l’incremento di attacchi contro le truppe Nato tra cui ci sono anche i nostri militari italiani. “I raid americani in Afghanistan uccidono civili perfino tra gli invitati alle feste di nozze” ha scritto Tom Engelhard, giornalista e storico americano, sul suo blog “Tomdispatch”. All’alba di un giorno dell’agosto di un anno fa a Garloch, nella provincia orientale di Laghman, gli elicotteri statunitensi hanno compiuto un raid aereo di sei ore. La notizia venne diffusa poco e solo grazie ad un articolo del giornalista free lands, Anand Gobal che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali su questo aspetto della guerra: “Hanno sganciato una bomba sulla casa di Haiji Qadir, un signore che ospitava una festa di nozze uccidendo 16 persone”. Nella guerra in Afghanistan, che dura ormai da quasi otto anni, il bilancio delle vittime dei matrimoni o dei funerali forse è moderato rispetto al totale. Ma in realtà, scrive ancora Tom Engelhard, “nessuno sa quante nozze – rari momenti di festa in un Paese che da trent’anni ha poco da festeggiare – siano state distrutte dai raid americani”. E ancora: “Dopo che l’amministrazione Obama ha raddoppiato l’impegno in Afghanistan, tra gli esperti è cominciata a circolare l’ipotesi che il Paese sia la tomba degli imperi ”. L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli stessi jihadisti che oggi combattono gli americani e le truppe Nato. “Un soldato sovietico – scrisse Christian Caryl nella recensione di un libro sulla guerra sovietica-afgana – ricorda un episodio del 1987, quando la sua unità aprì il fuoco su quella che pensava fosse una carovana di mujahidin. Poi i russi scoprirono di aver massacrato gli invitati a una festa di nozze”. Quell’errore provocò una serie di rappresaglie contro i soldati russi come oggi sta accadendo per gli americani e per gli italiani in quella che sta diventando, sempre di più giorno dopo giorno, una vera e propria trappola senza uscita.

La trasparenza: un'arma contro i rapaci

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di Giuseppe Candido

Ancora non sappiamo con certezza se il malaffare che sta emergendo con i fatti della cricca sarà considerata una nuova tangentopoli, ma un fatto è certo: oggi come nel ’93 la corruzione in Italia dilaga come male endemico, culturale, cui gli Italiani stanno abituandosi. Gli indicatori internazionali ci pongono in coda alle classifiche della legalità. Secondo Trasparency International, l’organizzazione non governativa che per statuto ha il fine di “combattere la corruzione in tutte le sue forme”, l’Italia si colloca in fondo alle classifiche, al 63° posto dopo paesi come la Repubblica della Namibia. Oltre 400 i personaggi famosi – politici, funzionari governativi, funzionari della sicurezza e anche esponenti della vita culturale – nella lista di Diego Anemone, l’impresario edile coinvolto in recenti scandali: un sistema che pare gli garantisse, in un periodo di crisi, di aggiudicarsi appalti milionari uno dietro l’altro. E mentre l’ex ministro dello sviluppo economico, Claudio Scajola, è costretto a dimettersi per potersi difendere perché qualcuno, a sua insaputa, gli avrebbe pagato una congrua fetta di un immobile al centro di Roma con vista Colosseo, esplode in Europa la crisi economica e sociale della Grecia, dilaga la paura del contagio anche all’Italia e i politici, sapendo di dover imporre sacrifici ai cittadini con tagli alla sanità ed eventuali aumenti di tasse, propongono di ridursi gli stipendi per dare il “buon esempio”. Si discute di un governo d’unità nazionale che possa effettuare le riforme (tagli agli sprechi e lotta all’evasione fiscale) necessarie a scongiurare che la crisi arrivi anche da noi. La Corte dei Conti ha di recente stimato in 60 miliardi di euro il giro d’affari che tracima al di fuori dell’alveo della legalità. In termini percentuali siamo nell’ordine del 25% dell’intero Prodotto interno lordo. Sono questi i costi della non democrazia che si aggiungono agli sprechi nella sanità e negli enti inutili che il Governo in carica aveva promesso di abolire salvo poi guardarsene dal farlo. Sono i costi delle regole eluse da altre regole di un ordinamento legislativo tragicamente faraonico che consentono alla “casta” di fare i propri comodi, ai partiti di continuare a mantenere uno strapotere da cui si alimenta il senso di impunità. Una “democrazia senza democrazia” la definisce lo storico Massimo Salvadori, autore dell’omonimo libro in cui si descrive un sistema politico bloccato che protegge se stesso impedendo il ricambio delle classi dirigenti. Oggi però si aggiungono i fatti della Grecia e il rischio, realistico, che la crisi economica possa contagiare anche l’Italia e l’intera euro zona. “E’ in pericolo l’euro e con esso l’Europa stessa” ha affermato Angela Merkel. Le borse europee chiudono in netto calo e il rischio di un “effetto domino è reale”. In tutto ciò le questioni si intrecciano e la questione della legalità diventa questione morale: un problema che è necessario affrontare prima di imporre nuovi sacrifici agli italiani. Servono riforme vere e serve far passare l’idea che sono necessari sacrifici che noi cittadini dovremo affrontare per poter affrontare la crisi. Sacrifici che dovranno affrontare solo i comuni cittadini e che rischiano di allontanare ancor di più, se ce ne fosse bisogno, la gente normale dai pochi privilegiati della casta o della cricca. Per cui, mentre si parla di nuovi redditometri e di lotta agli evasori per recuperare risorse, mentre si annunciano tagli alla sanità, dai palazzi del potere, ai vari livelli, si annuncia l’auto riduzione degli stipendi e la caccia alle auto blu che, come ha dimostrato l’inchiesta della Gabanelli, in Italia sono un numero spropositato. Basterà? Ci chiediamo: sarà sufficiente come segnale chiaro di un nuovo rigore morale o rischia di esser percepito come un provvedimento populista e strumentale necessario a far ingoiare il boccone amaro dei nuovi tagli che si prospettano nella sanità in primis e della impossibilità di ridurre le tasse? Se da un lato c’è l’impunità e l’inamovibilità percepita di una classe dirigente, dall’altro v’è l’aspetto culturale di cittadini asserviti ai potenti per cercare di propiziarsene i favori. Ha ragione Maria Teresa Brassiolo, presidente di Trasparency International, quando afferma che “la corruzione non è un destino ineluttabile ma un sistema culturale”. E, almeno in questo, noi meridionali non siamo da meno al partito del Nord. Se davvero serve un segnale chiaro per un Paese dove – come ci ha spiegato bene Sergio Rizzo nel libro “Rapaci” – “è normale che nelle imprese comunali ci siano ventitremila consiglieri di amministrazione e una poltrona ogni 5,6 dipendenti”, dove società pubbliche nascono per distribuire appalti senza gara, in deroga alle norme, se davvero crediamo che serva una svolta morale e moralizzatrice perché allora non si parla della proposta dei Radicali Italiani di istituire un’anagrafe patrimoniale pubblica di tutti gli eletti e di tutti i “nominati” a tutti i livelli? Dichiarazione dei redditi, interessi finanziari, dichiarazione dei fiananziamenti ricevuti, dei doni, dei benefici, tutte pubbliche su internet. Altro che “privacy”, in Italia è necessaria per gli eletti una legge sulla “publicy”. Sarebbe una riforma a costo zero che, se attuata dal livello comunale a quello nazionale, sarebbe percepita come operazione di trasparenza e democrazia. Già il Decreto Legislativo 150 del 09, il famoso decreto Brunetta, con lo scopo di ottimizzare l’efficienza e la trasparenza nel pubblico impiego ha reso obbligatorio per tutti gli Enti Pubblici, Comuni, Province, Regioni, ma anche ASL, Ospedali, ecc, l’attivazione una serie di azioni che rendano più trasparenti gli obbiettivi politici, strategici ed operativi e ne misurino i risultati. Assieme con l’anagrafe patrimoniale pubblica di eletti e nominati sarebbe proprio la trasparenza stessa ad arrivare prima delle indagini e prima delle intercettazioni. L’ha già adottata per la Regione Puglia, Nichi Vendola. In questa prossima legislatura regionale di “sacrifici”, se anche il neo eletto governatore della Calabria pensasse alla trasparenza per combattere la corruzione, soprattutto in ambito sanitario, non sarebbe male. Un’arma che consentirebbe di sfoltire quel fitto intreccio tra politica degli affari e degli scambi di favori occulti.