Il debito pubblico, le proposte @Radicali e l’informazione che non c’é

Share

Che il debito pubblico abbia costi elevatissimi, anche in termini sociali, l’han capito anche i più piccoli. Aggiungo che la lotta alla povertà e alla miseria che ne discendono dai tagli alla spesa sono, almeno per chi scrive, il problema centrale di un Paese, sempre più paese ‘canaglia’ non solo perché incapace di assolvere ai suoi compiti essenziali e di rispettare le sue stesse leggi.

Sul Corriere della Sera dello scorso 5 settembre, Sergio Bocconi* ha ripercorso la ‘storia’ del debito pubblico italiano, dall’Unità ad oggi, e lo ha fatto con un articolo (ri)titolato dal Foglio di Giuliano Ferrara del Lunedì: “Dal 1861 il debito pubblico cresce con noi”. L’occhiello che poi incatena alla lettura è altrettanto esplicito: “Con Sella il bilancio era in pareggio. Adesso siamo saliti al 134% del Pil. Ecco come”.

Dopo aver ricordato le parole del ministro delle Finanze Pietro Bastogi rivolte alla Camera nell’aprile del 1861: “Perché l’Italia meriti il credito di tutta l’Europa deve cominciare a rispettare i debiti contratti …”, il giornalista, nel suo minuzioso commento, nota come Quintino Sella, già nel 1875, era riuscito a ripianare il debito dello neo Stato italiano riportando un sostenziale pareggio tra entrate e uscite. E il Bocconi nota pure come, fino al 1975, pur avendo compiuto un balzo in avanti raggiungendo un debito pari al 56% del proprio Pil, l’Italia rimane sostanzialmente “virtuosa”: “Nel 1970 la situazione di finanza pubblica – scrive Bocconi – è normale: la spesa è pari al 33% del Pil e il debito è al 37%”.

Dieci anni di governi (Rumor, Colombo, Andreotti, Moro, Cossiga e Forlani) democristiani e di quello che, a ragione, il giornalista definisce un “welfare elettorale ad alta inflazione”, “conducono, nel 1980, a una spesa del 40,8% del Pil”, ma siccome le entrate da gettito fiscale crescono della metà, il risultato è che “il debito arriva al 56% rispetto al Pil” e “il peso degli interessi passa dall’1,3% al 4,4%, i prezzi aumentano del 21,2% l’anno e i tassi reali sono negativi del 5,8%”.

Il debito pubblico italiano. Fonte: soldionline.it

Poi il giornalista ricorda che, dal 1980, iniziano anche quello che definisce “gli anni del craxismo” che spingono la spesa pubblica “ad impennarsi ulteriormente” sino “al 50% del Pil”.

Nell’articolo, a questo punto, si fa notare che questi ‘anni del craxismo’:

Sono però anche anni caratterizzati da un’inversione di tendenza nelle politiche monetarie internazionali che si inaspriscono a partire dall’America reganiana. Nell’85 in Italia, (nonostante il buon andamento dell’economia) il debito sul Pil «vola» all’80,5% ed è importante osservare – sottolinea Sergio Bocconi – che se il totale della spesa pubblica cresce di cinque punti di interesse raddoppiando all’8,4% del Pil con tassi reali che adesso favoriscono i sottoscrittori dei titoli di Stato perché sono positivi e pari al 4,5%. Il macigno pesa. Il trend prosegue negli anni successivi – si spiega nell’articolo – e il debito che nel ’90 è al 94% nel 1992 supera la soglia del 100%: siamo al 105%. Cambiano i governi, da Andreotti ad Amato e Ciampi, scatta l’adesione al trattato di Maastricht (che enetra in vigore nel novembre del 1993) e cadono anche i tassi e il loro peso relativo sulla spesa e Pil. Nel ’92-’93 – prosegue ancora il giornalista – cominciano anche le privatizzazioni che vedono Romano Prodi prima alla guida dell’Iri e poi nel ’96 all’esecutivo. Le cessioni di banche e aziende di Stato con lo smantellamento delle partecipazioni statali «fruttano» complessivamente 127-130 miliardi. Grazie dunque al combinato disposto di aumento delle entrate, riduzione delle spese,ritorno all’avanzo primario e un forte calo del peso degli interessi (che passano dal 10,1% nel ’95 al 3,2% nel Duemila) il rapporto fra debito e Prodotto interno lordo scende al 121% del ’94 al 108 del 2001. Per toccare il minimo nel 2007 al 103,3% quando al governo c’é di nuovo Prodi.

Ebbene: come e perché in meno di dieci anni si toorna al 134%? L’avanzo primario – conclude Bocconi – è pari in media al 2%, la spesa, al netto delle cessioni pubbliche, resta intorno al 50% del Pil e anche le entrate non registrano rilevanti variazioni. Ma mentre il Pil cresce zero in termini nominali e ha segno meno in termini reali, gli interessi rappresentano in media sempre il 5% circa del Pil. Il debito, nonostante i tassi bassi e lo spread relativamente contenuto, costa. Tanto”.

Un’ottima ricostruzione della storia del debito pubblico che, però, appare un po’ omissiva. E perciò inidonea ad essere considerata pagina di ‘storia’.

Nella ricostruzione sembrerebbe che, mentre tutti i partiti facevano volare la spesa per un “welfare elettorale ad alta inflazione”, in Parlamento non ci fosse nessuno che, già negli anni ’80, chiedesse esplicitamente di risanare questa anomalia tutta italiana.

Non si capisce se il giornalista lo faccia colpevolmente: nel ricostruire la storia omette completamente di ricordare ai suoi lettori che, contro quel sistema di ‘”welfare elettorale” che portava al disastroso indebitamento dello Stato, c’era una partito che – ragionevolmente – proponeva altro.

Dal 1980 in poi, contro l’aumento del debito pubblico, Marco Pannella e i radicali presenti in Parlamento, condussero una specifica battaglia politica: relazioni di minoranza su bilancio alla Legge Finanziaria, emendamenti, proposte di legge, interventi in Aula e commissioni, analisi e proposte per il governo del debito, della sua dinamica e sui rischi politici (oltre che finanziari ed economici) per le istituzioni e il paese.

Come ricorda il Prof. Marcello Crivellini, docente di Analisi dell’Organizzazione di sistemi sanitari presso il Politecnico di Milano, e Deputato, in quegli anni, del Partito Radicale, “L’analisi radicale non si fermava alla denuncia politica ma coerentemente portava a proposte, quantitative e scandite nel tempo, per la soluzione del problema”.

Proposte che, come emerge anche dalla ‘ricostruzione’ del Bocconi, ancora oggi vengono completamente dimenticate, del tutto ignorate.

Gli atti depositati e sottoposti alla discussione parlamentare” – ricorda il professor Crivellini nel documento presentato allo scorso congresso dei Radicali – “sin dai primissimi anni 80 mostravano, … , che nel confronto con i maggiori paesi industrializzati comparabili: il valore del debito pubblico italiano in percentuale sul PIL era quasi il doppio degli altri; l’andamento era crescente e palesemente senza controllo; la denuncia (10 anni prima che a Maastricht fosse adottato questo valore come limite) che stava per essere superato il valore del 60% sul PIL e la pericolosità di tale soglia; la denuncia che l’indifferenza dei partiti di governo e di opposizione (PCI da una parte e MSI dall’altra) avevano portato a considerare il ricorso all’indebitamento una normale forma di copertura; la previsione che tali dinamica e cultura avrebbero portato a totale dipendenza finanziaria dai mercati e a un vero e proprio commissariamento politico ed economico del paese”.

E’ chiaro: se si dice che i partiti sono tutti uguali, se si racconta una storia in cui tutti sono ugualmente responsabili del latrocinio del finanziamento pubblico dei partiti, se si racconta che il debito pubblico, da cui in larga parte dipende la miseria dilagante oggi in Italia, è stato generato ed alimentato da tutti i partiti egualitariamente, per un “welfare elettorale”, come se nessuno già allora vi si opponesse, è logico che la gente, il popolo, i giovani, non conoscendo e non potendo ricordare la verità, si rivolge a chi, politicamente, offre soluzioni impropbabili come quella di uscire dalla moneta unica europea.

La gente si convince che non c’è altra strada, che non ci sono altre proposte in campo. E il gioco democratico stesso ne risulta falsato.

La storia, si sa, molto spesso, gli storici la fanno leggendo le pagine delle cronache dell’epoca. Da qualche anno, però, nelle loro fonti consultabili è annoverato anche il mezzo televisivo. Ma se tutti questi media nulla raccontano di queste proposte, per dirla alla Sciascia, non è detto che la memoria di questo Paese avrà futuro.

Oggi, a 35 anni da quelle battaglie condotte in Parlamento, “dopo che tutti i problemi del paese si sono aggravati” il Prof. Marcello Crivellini ha presentato un documento al congresso dei Radicali con cui dimostra che, ancora adesso, si volesse ascoltarli, i Radicali, con le loro analisi, sono in grado di offrire una “nuova proposta radicale per il debito pubblico” che, quanto meno, andrebbe discussa in quelle, sedicenti, trasmissioni di approfondimento che, invece, si limitano ad approfondire e spettacolarizzare le rissosità del Paese.

Ma entriamo nel merito della proposta:

“La corsa dell’Avanzo primario (attualmente circa 40 miliardi di euro) al raggiungimento della somma necessaria a pagare gli interessi sul debito (circa 80 miliardi di euro l’anno) – scrive il Professore Crivellini – somiglia molto al paradosso di Zenone su Achille e la tartaruga: più si cerca di aumentare l’Avanzo primario, maggiore risulta la distanza con l’obiettivo numerico necessario” perché “il problema non è più solo finanziario e numerico ma trae origine dall’ultradecennale ritardo di riforme e di modernità in tutti i principali settori del paese”.

Un cane che si morde la coda. Come uscirne allora?

Coerentemente con l’analisi politica sul debito pubblico i radicali” – scrive ancora Crivellini – propongono una soluzione che preveda due fasi parallele e contestuali. La prima rivolta al deficit di tempo, la seconda ad azzerare il deficit di modernità civile, politico, economico”.

Crivellini scende nel dettagli e spiega come,

“Per realizzare le riforme che il paese ha rinviato da decenni e di cui ha urgente bisogno servono almeno 3 o 4 anni. Dunque” – aggiunge – “questo è il tempo che è necessario guadagnare senza che il debito rischi, con il suo enorme peso, di schiacciare definitivamente il paese. Impedire che il debito cresca ulteriormente per 3/4 anni in valore assoluto significa trovare (non dall’economia corrente e tanto meno dall’aggravamento dell’imposizione fiscale) risorse finanziarie per 120-160 miliardi di euro, cioè 3/4 volte la differenza tra Avanzo primario attuale e azzeramento effettivo del deficit complessivo. Se disponessimo di tale cifra potremmo contare, per 3/4 anni, di un debito stabile in valore assoluto (forse per la prima volta nella storia della Repubblica) e di un deficit uguale a zero, cioè di fattori di grandissima portata e riflessi positivi sui mercati internazionali da cui siamo fortemente dipendenti. Significherebbe anche stroncare la crescita del debito in rapporto al PIL, anzi ottenerne quasi certamente una diminuzione consistente. Ma soprattutto significherebbe guadagnare i 3/4 anni necessari ad attuare (non annunciare) tutte le riforme necessarie, nelle migliori condizioni finanziarie e politiche, interne ed internazionali. Per questo” – spiega scientificamente il professor Crivellini – “le due fasi devono procedere parallelamente e contestualmente: il reperimento di 120-160 miliardi di euro, non dalle risorse correnti, deve essere attuato entro lo stesso tempo necessario ad attuare compiutamente le riforme”.

In questo piano di riforme, spiega ancora Crivellini, la contestualità diventa “essenziale”:

“iIl tempo si paga. Se il tempo per le riforme si allunga, il costo si dilata e gli effetti delle riforme non sarebbero più sufficienti a riempire il gap di modernità, competitività, di risorse economiche e di debito verso gli altri paesi”.

Poi nel documento si analizzano nel dettaglio le singole proposte di riforma. Si individuano le risorse necessarie e le modalità per reperirile senza aumentare le tasse. Non sta certo a noi spiegarle, né valutarne la fattibilità concreta. Andrebbero discusse. Il dibattito, nel Paese, è invece fermo all’articolo 18, una proposta per cui i Radicali fecero già un referendum per abbrogarlo ed estendere, con un welfare universale sul modello scandinavo del ‘welfare to work’, le garanzie a tutti i lavoratori. Allora, la domanda che ci viene da porre è un’altra: queste proposte Radicali non andrebbero quanto meno discusse e condivise con la gente? Non dovrebbero essere conosciute? Non sarebbe anche questa democrazia?

Oppure è meglio continuare a lasciarle all’oblio così come si sta facendo per tutte le proposte che provengono dal partito di Marco Pannella di cui, oggettivamente, si sta compiendo un genocidio politico-culturale non consentendo il diritto dei cittadini a conoscere le loro proposte?

 

#RischioIdrogeologico: ‘La peste ecologica e il caso Calabria’, un libro da far leggere nelle scuole

Share

Perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese

di Antonio Biamonte*

Oggi è il 14/11/2014 e da almeno 20 giorni le cronache riportano gli ennesimi disastri e terribili lutti: Maremma, Genova, Chiavari, Crema.

La peste ecologica e il caso Calabria, il nuovo libro di Giuseppe Candido, con la prefazione di Carlo Tansi, l'introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella e una nota di Valerio Federico

Li cito in ordine sparso dimenticando sicuramente qualche evento, oggi penosamente e sistematicamente troppo spesso “giustificato” dalle piogge eccezionali, dovute al cambiamento climatico ormai in atto.

L’unica verità è che da qualche anno sono più frequenti, ma il libro di Giuseppe è un impietoso, straordinariamente documentato, j’accuse, una spaventosa e poderosa opera di verità. È un libro drammatico nella sua intensa e copiosa rassegna di alluvioni, frane, terremoti, scempi ambientali dovuti a mala o criminale gestione di rifiuti.

Un libro da far leggere nelle scuole perché l’educazione dei nostri bimbi comprenda la drammatica consapevolezza di cosa è successo nel nostro povero Paese. Ma non è finita qui ovviamente, il territorio è devastato da decenni di scempi urbanistici e edilizi, dai quali in ben pochi possono “tirarsi fuori”.

Politici, tecnici, imprenditori, semplici cittadini, quasi nessuno è immune da colpe. Un territorio fragile, troppo fragile, per essere “trattato” così male. A nulla nei decenni sono serviti i peana dei geologi, visti sempre come dei menagrami e inguaribili pessimisti.
Al caro “vecchio” amico Giuseppe, appassionato e preparato collega, va il mio e nostro ringraziamento per questa opera di verità e impegno civile, autentico esempio di come la competenza tecnica si possa e debba coniugare con le proposte concrete, il rispetto della dignità umana e la proposta politica.
Chiudo con un bellissimo pensiero di M. Pannella che non conoscevo e che devo, anche questo, a Giuseppe:


“Dove c’è strage di legalità (e delle leggi naturali) che c’è sempre, come corollario, strage di popoli”

 

* Antonio Biamonte è geologo, dipendente presso Uff. Geol. regionale Regione Toscana

#LaBuonaScuola: intervista a Rino Di Meglio, coordinatore Gilda

Share

“Ci faranno recuperare pure il capodanno”, “ok assunzioni, da un lato danno dall’altro tolgono”

di Vincenzo Brancatisano

Anche le badanti godono degli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo li hannoInvece il nostro premier, privando gli insegnanti e solo loro degli scatti di anzianità e sostituendo i medesimi con un sistema di raccolta punti che premia chi invece di insegnare si dedica ad altro, finisce per mortificare il bravo insegnante”.

Altro che merito, insomma. Rino di Meglio, leader nazionale della Gilda, contesta punto per punto il progetto di riforma della scuola ideato dallo staff del presidente del Consiglio Matteo Renzi e carica i suoi per la grande manifestazione indetta dal suo sindacato per il 23 novembre prossimo a Firenze, città simbolo, perché “da qui il nostro premier ha preso le mosse come politico”.

Di Meglio, in sostanza secondo il governo la scuola attuale è una scuola cattiva…
“Il problema è proprio questo. Se il nostro governo presenta le Linee guida sulla scuola come Buona scuola si fa intendere che la scuola attuale non sia buona. Io ritengo invece che la nostra scuola sia certo rinnovabile ma che con le risorse limitate che ha sia addirittura più che buona e sia condotta da buoni insegnanti. Tanto che la nostra scuola sforna ogni anno buoni laureati, moltissimi dei quali vanno all’estero e trovano immediatamente lavoro. Poi ci sono cose che non funzionano. Ad esempio, un sistema disorganizzato e la piaga del precariato”.
La Buona scuola infatti punta molto sulla stabilizzazione di circa 150.000 precari.
“Siamo d’accordo che la piaga del precariato sia eliminata. Peraltro è un atto dovuto visto che il 26 novembre prossimo molto probabilmente ci sarà la condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia di Lussemburgo proprio per lo sfruttamento eccessivo dei contratti a termine”.
Loro lo ammettono. Nelle Linee Guida si premette infatti che c’è stato un abuso colpevole che sarà colmato da una pesante condanna della Corte.
“Sì, è vero. Anche se molti sono preoccupati e dicono che potrebbe essere una polpetta avvelenata per i sindacati”
In che senso?
“Nel senso che ci si dà una cosa e ci si toglie altro”.
Perché dice cosi?
“Non dimentichiamo che il progetto prevede dei contenuti devastanti per la concezione che dimostra di avere del lavoro degli insegnanti. Sono previsti gli scatti di competenza, l’assunzione diretta e quello del governo delle scuole. Si intravede la scuola come un centro di erogazioni di servizi a domanda e non come un’istituzione della Repubblica. E questo non va bene. Pensi che le parole cultura e conoscenza non sono usate nei loro documenti. Invece si usano le parole azienda, cliente, genitore. D’altra parte, al di là del documento, alcuni tecnici ideatori delle Linee Guida hanno già detto con chiarezza che studenti e genitori devono partecipare alla valutazione degli insegnanti”.
“Io sono d’accordo che gli insegnanti siano valutati, ma a una condizione”.
Quale?
“La condizione è che la valutazione venga applicata a tutti i settori della società. Facciamo allora valutare i giudici dai condannati e i medici dai pazienti. Io penso che dobbiamo prima metterci d’accordo su cosa sia la figura del docente e poi parliamo di valutazione”.
Chi è un buon docente?
“Il buon insegnante è colui che conosce bene quel che deve insegnare e lo trasmette efficacemente ai propri alunni. E per valutare se un docente è più o meno bravo può esserci soltanto uno che è competente sul tema e che lo valuta rispetto a questi elementi”.
E invece?
“E invece si intende valutare gli insegnanti sulla base di attività extra, che non hanno nulla a che fare con la funzione docente, come è previsto con gli scatti di competenza: qui si stabilisce che ad avere i punti sulla tessera a premi siano docenti che svolgono attività che non hanno nulla a che fare con l’insegnamento e che seguono corsi di formazione costosi e con contenuti culturali discutibili”.
Di Meglio, mi spiega perché si è arrivati a tanto?
“Perché gli insegnanti da anni sono vittime di una campagna di delegittimazione. Si è voluto diffondere il pregiudizio che lavorano poco”.
La banca delle ore basata sul principio che i giorni di sospensione delle lezioni costituiscano un monte ore da recuperare come supplenze parte da qui?
“Che cos’è la banca delle ore, se non un principio devastante secondo cui il professore diventa un professionista a chiamata, come un vigile del fuoco? Da questo a che si possa arrivare a far recuperare il giorno di Capodanno il passo è breve. Insomma, ti chiamo quando mi servi. Il docente peraltro sarebbe l’unico lavoratore che non avrebbe l’orario definito. Ma avere l’orario definito significa sapere quando si lavora e quando c’è il tempo libero. Già oggi, con i buchi, l’orario si moltiplica a dismisura”.
Anche lei se la prende con i buchi? E’ vero però che durante i buchi il prof si riposa proprio perché insegnare bene stanca.
“Sarebbe così se i buchi fossero ore retribuite. Ma non è così. Se succede per un’ora alla settimana va bene, altrimenti si resta in ostaggio della scuola se si aggungono l’orario delle riunioni, quelle di ricevimento dei genitori, i compiti da correggere, le preoccuopazioni che ci si porta dietro. E’ una caratteristica della sola scuola italiana quella di avere numero infinito di riunioni. Negli altri Paesi del mondo non esistono queste riunioni che tolgono peraltro energia ai professori. C’è un’idea aziendialistica dell’autonomia scolastica”.
Lei denuncia che la Buona scuola produce il disconoscimento della carriera.
“Oggi abbiamo gli scatti di anzianità e si fa credere che a scuola si guadagna di piu perché si diventa vecchi. Voglio ribadire che questo messaggio renziano non è vero. Gli scatti semmai premiano l’esperienza, che ha un valore”.
Certo, più si lavora, più aumenta l’esperienza, si diventa migliori. Non è così in tutte le altre professioni?
“Ma certo! Anche le badanti hanno gli scatti di anzianità e tutti gli insegnanti in quasi tutti i Paesi del mondo hanno gli scatti di anzianità. Qui invece si vuole fare questo. La verità è che non c’è un euro di investimento e allora si levano i soldi da una parte e si mettono dall’altra. Si vuole risparmiare e dunque si scrive che a ottenere gli aumenti triennali di stipendio sarà solo il 66 per cento dei docenti”.
In sostanza si consacra l’idea che l’altro 33 per cento è fatto di insegnanti cattivi
“Non solo. Per far ottenere gli scatti si lavora sulla mobilità e si spingono le persone a andare in scuole in cui i professori sono considerati scarsi, con la prospettiva di prendere il loro posto, migliorando in questo modo, secondo loro, la qualità di quelle scuole. Questo è scritto ma è una mistificazione. Così come sono mistificatorie le tabelle stipendiali dove si arriva a scrivere che i docenti arrivano attualmente a guadagnare fino a 50.000 euro. In realtà hanno aggiunto un 25 per cento”.
E come hanno fatto?
“Hanno indicato il lordo Stato e non il lordo dipendente”.
Speghiamo. Il lordo dipendente è la somma su cui si calcolano le ritenute a carico del dipendente ed i contributi a carico dell’amministrazione. Il lordo stato si ha sommando al lordo dipendente i contributi a carico dell’amministrazione. Hanno fatto questo?
“E’ così. E si arriva a dire che il docente bravo guadagnerebbe di più. Invece se anche riuscisse a ottenere tutti gli scatti di competenza, e non è detto visto che deve darsi da fare accumulando punti, non avrebbe comunque lo stipendio attuale. E possiamo immaginare il grave danno per chi entra da poco in ruolo. Questi insegnanti perderanno tutto il preruolo. E noi non possiamo che dare un giudizio negativo poiché si crea una discriminazione tra lavoratori. La storia dei gradoni peraltro risale all’epoca berlingueriana. C’è un filone di pensiero della sinistra che porta a questa concezione”.
Veniamo all’assunzione dei docenti. Perché parlate di pericolo di assunzione diretta e non più per concorso?
“Si parla di un mega albo dei docenti dove tutti possono accedere per concorso. Fin qui siamo tutti d’accordo. Poi però si dice che le scuole possono assumere quelli che maggiormente servono a quella determinata scuola in base alle qualità dell’insegnante inserito nell’albo. Peraltro, la storia del Registro nazionale è una cosa immaginifica, se si pensa che il nostro Ministero non riesce a gestire con l’informatica neppure la mobilità, nonostante la trentina di milioni spesi ogni anno. E quando vai a fare una domanda di supplenza il sistema si blocca, perché è arretrato. Ogni volta devi inserire i dati daccapo. I sistemi funzionano dappertutto tranne che nella pubblica istruzione. Però si fa immaginare una super efficiente cervellone che gestisce il portfolio del docente, trasparente e accessibile a tutti, aperto alle famiglie. Attraverso questo le scuole si scelgono i professori piu adatti. e questa è l’assunzione diretta”.
Che era prevista già dal Disegno di Legge Aprea..
“L’Aprea prevedeva già questa cosa, più o meno siamo lì. Ma forse era meglio quel progetto, se non altro non prevedeva l’eliminazione degli scatti, ma indicava tre livelli: docente iniziale, ordinario ed esperto. L’assunzione diretta è incostituzionale. Col concorso si otterrebbe solo un requisito per l’idoneità. E si può immaginare a cosa andremmo incontro”.
A cosa andremmo incontro?
“Al potere dei presidi che con i soldi dello Stato gestirebbero privatisticamente le assunzioni”.
Come si poteva migliorare la scuola in un altro modo?
“Intanto si poteva iniziare dalle strutture, migliorandole. Io giro l’Italia e posso dire che se al Nord le cosa vanno quasi sempre bene, al Sud invece è un disastro. Io penso che sia più facile individuare il demerito che il merito. E’ un’azione di carattere propagandistico. Gli insegnanti che riteniamo mediamente bravi sono buoni e pagati malissimo. Se si fosse voluto riconoscere il merito di questi insegnanti si sarebbe dovuto riconoscere un più decoroso trattamento economico. Parliamo di persone tutte laureate, con concori superati e pagati al primo anno con 1200-1300 euro al mese. Rispetto al mondo civile siamo sotto il livelo della decenza”.
Come si è arrivati a fare dell’insegnante italiano il nuovo povero della nostra società?
“Basta spulciare un po’ di letteratura e ci si accorge che è sempre stato così, si pensi al maestro di Vigevano. Si pensi agli stipendi differenziati a seconda della scuola, rurale o di città, al ruolo A e al ruolo B della scuola secondaria. C’è stata nel tempo una lunga lotta sindacale condotta solo per sanare le ingiustizie. E oggi abbiamo i contratti bloccati ormai dal 2009”.
C’è all’orizzonte il rinnovo?
“Secondo me no. Nel Def si scrive che fino al 2018 non è previsto alcun rinnovo. Dal 2009 al 2018 sono tanti anni senza rinnovo”.
Di Meglio, secondo lei cosa passerà di tutto quello che è previsto dal progetto renziano?
“La parte delle assunzioni è già nella legge di stabilità, per il resto non ci sono provvedimenti in vista né i sindacati sono mai stati interpellati fino ad oggi. Il messaggio chiaro è che si pensa di poter gestire i contratti senza i sindacati. Sarebbe un atto di violenza. La legge può inserire una diversa organizzazione della scuola ma non una norma sulla modifica delle tabelle dello stipendio o l’orario degli insegnanti senza arrivare a delle trattative. Se faranno una cosa del genere significherà cancellare i sindacati. Mi auguro di no. E mi auguro soprattutto che ci sia un sollevamento civile della nostra categoria”.
Ci sarà?
“Secondo me sì. Vedo che quando li informiamo si arrabbiano. Tutto sta nell’informarli e nell’incanalare la protesta in modo che faccia da contraltare alle azioni del governo”.
In molte assemblee sindacali si denuncia un paventato svuoatamento degli organi colegiali.
“La logica porta a pensare lo svuotamento, ma non c’è nulla di preciso. Si pensa di potenziare sempre di più il potere del dirigente e di non considerare il collegio dei docenti come organo che esercita il potere sulla didattica. Ma ripeto: non c’è nulla di preciso, probabilmente interrverrà qualche legge”.
Si prevede un aumento delle ore di musica e scienze motorie nella scuola primaria e di storia dell’arte e inglese nella scuola secondaria.
“Non sono cose negative. Ma voglio sapere con quali risorse. Non ci sono. Anche i mille milioni previsti dalla legge di stabilità sono stati trovati con il taglio al ministero dell’istruzione”.
Troppi annunci?
“Tutto sommato ci saremmo aspettati un po’ di prudenza. Stattene tranquillo e aspetta. Oltre a lasciarci gli stipendi da fame vieni a propinarci l’ennesimo terremoto nella scuola?”
Molti precari sono preoccupati. Il piano di immissioni è visto bene ma molti sono pronti a rinunciarvi purché non passi tutto il resto. Cosa si sente di dire a questi precari?
“Non mi pare che queste siano reazioni giuste. Lo Stato si esprime con le leggi. Per ora c’è solo l’art 3 del disegno di legge di Stabilità e prevede le immissioni. Il resto si può perfezionare. Si deve pensare ad esempio agli abilitati. Ma fare lo sciopero contro le immissioni non è razionale. Io ho sentito nelle code delle assemblee precari litigare tra di loro, tra chi è nelle gae e chi nei pas e nei tfa. E’ tipico dividersi nella nostra categoria. Dobbiamo accettare quello che devono darci per forza. Dopo di che dobbiamo fare in modo che la voce della categoria si levi forte contro gli aspetti peggiorativi”.
Pensa a uno sciopero?
“Penso che lo sciopero sia l’ultimo punto di arrivo. Non penso che le azioni isolate siano produttive. Prima occorre creare un grande consenso e poi lo sciopero. Anche perché se lo sciopero poi fallisce ti dicono: ho ragione io”.
Va bene, si parla di assunzioni. Ma come saranno gestite le assunzioni, visto che domanda e offerta di lavoro non sono sovrapponibili, su vari fronti?
“E’ tutto aleatorio. Se lei guarda le tabelle, loro parlano di 148.000 immissioni. Un numero enorme diviso tra infanzia, primaria e secondaria. Non è un discorso semplicissimo perché devi vedere dove mettere ad esempio 45.000 docenti nella scuola dell’infanzia visto che quella statale è limitata. Inoltre, per la primaria ci sarà un esodo da Sud a Nord. A Vicenza le graduatorie sono esaurite mentre a Palermo o a Reggio Calabria o a Napoli, tanto per fare alcuni esempi, non c’è un posto neppure a morire”.
Pare di capire che nel migliore dei casi occorra preparare la valigia…
“Certo. Facciamo l’ipotesi di attuare le immissioni sull’organico di diritto, cioè di assumere a tempo indeterminato coloro che già stanno facendo le supplenze annuali. Ma gli altri? Magari si possono inserire in soprannumero vicino a casa. Il Piano Renzi prevede l’organico funzionale. Se hai pochi posti ad esempio nella A019 e invece ti servono tantissimi di inglese come si fa? E come si fa per i colleghi della A019 a trovare loro il posto? Io non ho avuto ancora un incontro con i collaboratori di Renzi. Magari questa domanda la gireranno loro a me…”.
E le materie affini di cui si parla nella riforma?
“Può darsi che come al solito tocchino le classi di concorso. Ci hanno spesso tentato, ma alla fine non le hanno mai toccate. Ma poichè se ne parla, è possibile. E sarà un problema per la qualità della scuola”.
Certo, se si pensa allo scandalo dell’insegnamento della lingua inglese alla primaria…
“Guardi, secondo me e secondo molti la prima cosa da sostenere è la lingua nazionale. La società interculturale si basa sulla lingua nazionale, altrimenti come si fa a integrare gli alunni stranieri? Poi sono favorevole alla diffusione alla lingua inglese. Considero che l’insegnamento precoce sia utile ma ovviamente occorrerebbe farlo con persone preparate professionalmente e non con persone addestrate con corsetti improvvisati”.
Ma chi ha voluto tutto questo?
“E’ successo già con la riforma del 1990. Da lì si previde la generalizzazione della lingua inglese nelle elementari poi ti accorgi che non hai insegnanti specializzati e allora si ricorre a corsi da 500 ore, poi da 250, poi da 100. Ma sulla carta non risolvi i problemi. Quando i bambini sono piccoli occorre usare la didattica giusta”.
Eppure si insiste con i Content and Language Integrated Learning, i famigerati Clil. I dirigenti impongono, per legge, anche a chi non conosce la lingua straniera l’insegnamento in lingua inglese di materie diverse dalle lingue straniere. Che senso ha?
“A me sembra una forzatura inutile perché non porta a nessun risultato. Sono forzature che fanno i dirigenti che pensano di essere più realisti del re e poi fanno cose che non sono credibili. E’ come la storia di voler inserire l’informatica dappertutto e poi ci facciamo delle figure barbine. I ragazzini oggi possono dare lezioni di informatica ai professori e noi ci mettiamo gli insegnanti di trattamento testi?”
Infine, i docenti si dicono preoccupati dal carico di lavoro indotto dalle normative sui Bes.
“Come spesso succede, in Italia si scrivono tante cose belle. Ho seguito negli anni la problematica dei disabili, poi chiamati in tanti altri modi. Sono leggi belle che tuttavia si scontrano con la limitatezza delle risorse. Mi viene in mente la legge Basaglia. I manicomi furono chiusi sulla carta ma poi? Ci sono stati interventi integrativi della Corte costituzionale che ha ordinato le assunzioni dei docenti di sostegno a gennaio scorso. Ma ci si dimentica della realtà, come le Grida manzoniane. Si pensi all’istituzione delle equipes sociopscicopedagogiche sul territorio composte da medici, psicologi e insegnanti. Ma dove stanno? Abbiamo solo i gruppi di lavoro a scuola e basta. Anche il personale dell’ente locale: magari c’è a Modena ma più scendi giù, meno ce n’è. Quanto agli alunni Bes, vedo male ogni burocratizzazione perché fa male ogni perdita di tempo”.
Torniamo alla sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, annunciata per il 26 novembre prossimo. Cosa succedera, secondo lei?
“Spero di non peccare di ottimismo ma dovrebbe essere positiva per i precari. Si è visto dal procedimento e dalla requisitoria dell’Avvocato Generale. Ci aspettiamo che dal 27 novembre lo Stato italiano sani il precariato altrimenti dovrà pagare un risarcimento e ci sarà una catena di ricorsi vinti. Tuttavia ho notato che i precari degli altri settori pubblici non sono a conoscenza di questa sentenza. Invece tutti i pubblici dipendenti saranno interessati”.
Cosa devono fare i precari della scuola che non hanno una causa in corso? Consiglia di agire subito in giudizio oppure di aspettare l’esito della sentenza del 26?
“Io aspetterei. Per chi ha una causa in corso è stata ottenuta una sospensione del processo. Ai nuovi conviene attendere perché o c’è una sanatoria o in caso contrario converrà fare ricorso in massa. Sarà comunque una svolta storica che lo Stato si merita”.
Lo Stato si adeguerà?
“Mah, a meno che lo Stato non esca dalla Ue, pur di non pagare…”.

Pietro Gennaro ed Ettore Majorana erano la stessa persona?

Share

La misteriosa storia di don Petru – comparso a Briatico dal nulla, profondo conoscitore di matematica e fisica. Morì nel sonno, asfissiato per le esalazioni ed i fumi dell’incendio della sua stanza, provocato forse dalla pipa o da un lume dimenticato acceso accanto al letto

di Franco Vallone

La storia che vi stiamo per raccontare è di quelle misteriose e affascinanti. Un uomo che abitava a Briatico, arrivato in paese da non si sa dove, potrebbe oggi essere identificato con il grande Ettore Majorana, lo scienziato scomparso misteriosamente da Napoli nel 1938. Ma partiamo da alcuni dati. Si chiamava Pietro Gennaro e a Briatico, sin da subito, diventa don Petru, ‘u zu Petru come lo chiamavano tutti. Un uomo, per come lo descrivono coloro che lo hanno conosciuto, con una grande cultura generale ed una sapienza, in campo matematico, fisico ed astronomico, davvero enorme. Molti ragazzini del paese, in quegli anni, frequentano il misterioso personaggio e notano la sua impressionante capacità di risolvere difficili operazioni matematiche e calcoli complessi. Don Petru viene descritto da tanti come “un personaggio buono, discreto e invisibile”, “un vero scienziato, esperto di tutto”. Don Petru morirà nella sua umile stanza a seguito dell’incendio del suo letto di cruju sviluppatesi forse a causa della pipa che lui amava fumare o per un lume a petrolio lasciato incautamente acceso. Siamo riusciti a recuperare una sua foto, una rarissima, forse unica, fotografia ingiallita dal tempo. Nell’immagine d’epoca che lo ritrae, Pietro Gennaro è seduto di traverso su una sedia impagliata con la sua immancabile pipa in terracotta e cannuccia in bocca. Si nota, nella fotografia, la sua mano destra, il dito mignolo distanziato dal resto delle dita, forse “la cicatrice di una ferita procuratesi cadendo da un carro merci carico di libri sequestrati” – ci raccontano. Ettore Majorana prima di sparire, nel 1938, aveva avuto un incidente con l’auto di suo padre ed era rimasto ferito in modo grave proprio alla mano destra, conservando, per come riportano le cronache dell’epoca, una grossa cicatrice sul dorso della mano. Nelle stessa scheda del Ministero degli Interni, diramata assieme alla foto nel giugno del 1938, si menziona una ricompensa offerta dalla famiglia per il ritrovamento dello scomparso, assieme alla segnalazione di una lunga cicatrice presente sul dorso della mano del ricercato. Ma ritorniamo a Briatico. Oggi la casa dove abitava Pietro Gennaro è stata venduta e successivamente ristrutturata. La traversa dove viveva don Petru è stata a lui intitolata, vi è una targa toponomastica: “Via Pietro Gennaro”. Chiediamo informazioni ai bambini, ragazzi e giovani dell’epoca, oggi adulti e anziani, che incontriamo sul socialnetwork Facebook. Qui ritroviamo, tra gli altri, Pino Prostamo, Giuseppe Conocchiella, Mimmo Prostamo, Antonio Belluscio, Francesca Sergi, Michele Potertì, Tommaso Prostamo, Frate Rokko, Franco Morello, e poi ci sono i figli, i nipoti dei testimoni diretti, memori di racconti orali tramandati dai loro padri e dai loro nonni: Simone Tedesco, Maria Concetta Melluso, Cristiano Santacroce e tanti altri … Lanciamo la provocazione, il confronto ed un dibattito di ricerca sul web: “Don Petru… vi dice nulla? Raccontateci tutto quello che sapete, anche i particolari che a voi sembrano insignificanti.”.
Le risposte non tardano ad arrivare e costruiscono, tutte assieme, un prezioso filo rosso. “Io da bambino andavo a trovarlo spesso ed era felice quando mi vedeva, abitava in una casa nella vineja di fronte a quella di mia zia…, lo ricordo sempre coricato, come coperta aveva un pesante cappottone di colore nero…”. Era arrivato a Briatico dal nulla Pietro Gennaro, comparso improvvisamente, “lo ricordo molto anziano, sempre solo, io ero piccolo, non andavo ancora a scuola, forse erano i primi anni ’60, era molto debilitato, viveva in questa piccola stanza con una finestrella sul lato sinistro dell’uscio. Mi raccontava tante cose, ma oggi non ricordo cosa, ero troppo piccolo per ricordare ciò che mi raccontava…”. “Quando andavo a trovarlo io mi sedevo accanto al suo letto e lui, con voce stanca raccontava, diceva delle cose, ogni volta mi chiedeva quando sarei tornato a trovarlo. La porta di casa sua era solo appoggiata e poteva entrare chiunque”. “Io ricordo che c’era qualcuno che tutti i giorni gli portava da mangiare”. “Noi ragazzi, all’uscita di scuola, a volte ci fermavamo davanti alla sua porta per salutarlo, lui era immobile sul letto, mi sembra fumasse una pipa, a don Petru faceva piacere scambiare due chiacchiere con noi, però non ricordo cosa diceva, è passato moltissimo tempo!!”. ”Una persona di Briatico, oggi scomparsa, mi raccontava delle sue conoscenze di matematica, fisica ed anche astronomia. Dava lezioni a studenti universitari e si confrontava con docenti di matematica e fisica che al suo cospetto rimanevano sbalorditi. Raccontava di aver imparato tutto in un monastero”. “Io non l’ho mai conosciuto, ma mio padre e i miei zii dicevano di lui che era un sapiente”. “Uomo di cultura semplice ma vasta. Nei suoi racconti riusciva a farci scoprire e sognare posti impensabili. Non ho mai capito se quei posti li avesse visitati realmente o con l’immaginazione. Ci ha lasciati a causa della pessima abitudine di fumare prima di addormentarsi”. “Pietro Gennaro io non l’ho conosciuto ma in molti mi hanno raccontato delle sfide matematiche che ingaggiava con mio papà”.
”Don Pietro io ho avuto la fortuna di conoscerlo, viveva in solitudine, non aveva nessuno, non so di dov’era. Fumava la pipa ed il toscano, sembra sia proprio questo il motivo per cui la casa è andata in fumo”.. “Qualche anno fa, interessandomi di misteri vari, mi è venuto in testa proprio lui ed ho fatto un’associazione di personaggi. Un’ipotesi un po fantastica ma ci sta perfettamente col mistero e con gli anni che don Pietro aveva”.
”Don Pietro, Pietro Gennaro, era molto colto, una volta Santacroce e Caruso, i due amici maestri delle elementari, per metterlo alla prova prepararono un problema matematico molto complesso, lo presentarono a lui e non appena lo lesse, in pochi secondi, diede loro il risultato. Era solito portarsi tutti i pomeriggi dietro Solaro, c’era una stradina di campagna che portava in alto, una località dove c’era una grande pietra che lui utilizzava come poltrona. Don Petru rimaneva li a meditare per qualche ora con la sua inseparabile pipa”. “A me, che ero incuriosito dal lume che teneva in un bicchiere sopra una sedia e accanto al suo letto, diede spiegazione di come funzionasse. Avrò avuto 5 o 6 anni, ma lo ricordo ancora adesso”.
”Purtroppo è stato quel lume, non la pipa, a provocare l’incendio in cui è morto”. “Infatti, la pipa era quasi sempre spenta”, “sembra di ricordare che fumasse anche il sigaro”. Pietro Gennaro era Ettore Majorana? Non si sa, ci sono delle incongruenze riguardo l’età, don Petru è morto nel gennaio del 1968. Majorana era nato in Sicilia nel 1906. Nella foto don Petru dimostra di essere più anziano. Il mistero è destinato a imperversare ancora per molto, anche a Briatico.

IMG_4397.JPG

IMG_4395.JPG

La buona scuola e la pessima politica

Share

di Giuseppe Candido
Articolo pubblicato il 13/09/2014 su Le Cronache del Garantista a pag. 22 col titolo:
C’è solo un modo per rilanciare la scuola: investire di più

Prima, nei i mesi di calura estiva, qualcuno ipotizzava di portare l’orario di lavoro dei prof a 36 ore la settimana. Come gli impiegati. Poi sarà stato ricordato a Renzi cosa aveva scritto più di un secolo fa Einaudi. L’aumento del l’orario “Può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno in ufficio”. Aggiungendo che: “La merce «fiato» perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità”.
Le 36 ore a settimana per i prof, per fortuna, sono scomparse. Come pure si è capito che i docenti italiani con 200 giornate di scuola all’anno non hanno più ferie e non lavorano meno dei loro omologhi tedeschi (198 giorni) e, in generale, dei colleghi europei. Ma l’idea di riformare la scuola senza metterci neanche un euro, anzi continuando a tagliare, è rimasta tale e quale. Tale e quale a quella dei governi dell’ultimo ventennio.
Addirittura il governo di Matteo Renzi pensa ora di mettere persino la ‘pagella’ per professori e, abolendo gli scatti triennali, di legare la progressione di carriera dei docenti al merito e non più all’anzianità. In pratica trasformando un attuale diritto minimo di tutti in un privilegio misero di alcuni. Nell’ultimo rapporto l’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ci dice però che la scuola italiana migliora nonostante i tagli fatti in questi decenni che hanno portato la pubblica istruzione italiana ad essere la cenerentola d’Europa. Il rapporto diffuso lo scorso 9 settembre conferma, ancora una volta, il calo degli investimenti del ‘Bel Paese’ nel settore scolastico.
Il governo Renzi, invece di cambiare verso e invertire questa tendenza, pensa ad ulteriori tagli: abolizione degli scatti stipendiali dei prof (già di per se miseri ristretto a quella dei colleghi europei) legando gli aumenti di stipendio a un non ben specificato merito senza però aver definito con i rappresentanti della categoria alcun sistema scientifico in grado di individuare davvero le eccellenze.
Invece è proprio il merito dei docenti (e tutti) se, come scrive l’OCSE, in Italia “migliora la qualità dell’istruzione di base” nonostante i poderosi tagli.
Tra il 2003 e il 2012 è diminuita la percentuale dei quindicenni che ottengono ai test di matematica un punteggio basso e sono aumentati i più bravi. Mentre, sempre nello stesso rapporto OCSE, si legge che “tra il 2008 e il 2012 le buste paga dei docenti della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, sono diminuite mediamente del 2%”. E lo abbiamo ricordato più volte: Gli insegnanti delle scuole primarie e secondarie di I grado raggiungono, in media nei Paesi OCSE, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo appena 24 anni di servizio, mentre in Italia sono necessari 35. E mentre nei paesi OCSE, tra il 2000 e il 2009, gli stipendi degli insegnanti sono aumentati del 7%, in termini di potere d’acquisto, in Italia sono invece diminuiti del 2%; e a ciò si aggiunga il successivo blocco degli scatti d’anzianità. Negli ultimi 4 anni gli insegnanti italiani – in media – hanno perso oltre 8mila euro del loro potere d’acquisto. Sono diventati i nuovi poveri.
Come pure abbiamo già ricordato che, sono sempre i dati rilevati nel 2011 dall’OCSE, a dirci che solo nel 2008, l’Italia ha speso il 4,8% del PIL per l’istruzione (posizionandosi così al 29 posto di 34 Paesi), investendo in istruzione quasi un punto e mezzo percentuale di PIL in meno rispetto alla media dei paesi OCSE.
Dati questi che da soli spiegano e danno forza alla battaglia dei docenti e sindacati in difesa degli scatti stipendiali in base all’anzianità e che, di fatto, come ricordano i sindacati all’unisono, rappresentano l’unica boccata d’ossigeno per gli stipendi miseri dei docenti italiani.
Se vuole premiare le eccellenze e migliorare davvero l’istruzione il governo dovrebbe cominciare invece a investire in questo settore.
Come ha ricordato ne I Principi di Economia Alfred Marshall, nessun investimento dello stato ritorna in termini di crescita di un Paese come quello nell’istruzione. Si obietterà che non ci sono i soldi e che con questi chiari di luna non è possibile trovare le risorse. Eppure. Non si parla più di evasione fiscale, e non si parla più delle gare per l’assegnazione delle frequenze della tv digitale che, se espletate adeguatamente, avrebbero potuto dare enormi vantaggi economici. Solo investendo nella scuola e nei docenti – ridando loro dignità e risorse – si può fare la buona scuola. Si trovino le risorse per farlo. Altrimenti sono solo chiacchiere. E poi, con tutti i fallimenti della politica delle larghe intese partitocratiche, siamo davvero sicuri che la pagella la si debba dare ai prof in questo Paese?

Post-scriptum
Dopo che abbiamo inviato l’articolo alla redazione de il Garantista, il giorno della sua pubblicazione su carta, con piacere scopriamo che, proprio per opporsi a questa evidente truffa di sostituire gli scatti con aumenti legati al ‘merito’ dati solo a una parte dei prof, i sindacati rappresentativi del comparto (compresa la Federazione GILDA UNAMS di cui chi scrive è dirigente provinciale) ritrovano unità nella lotta e lanciano una petizione da scaricare, firmare e inviare al governo: #SbloccaContratto.

#Peschici e San Marco in Lamis: dissesto non solo “idrogeologico” ma soprattutto “ideologico

Share

Il disastro di San Marco in Lamis (FG)
di Carlo Tansi (1)

I morti in Puglia di questi giorni sono le ennesime vittime della “strage di popoli” di cui Pannella parla da anni. Sarò al congresso dell’associazione Luca Coscioni per proporre a Marco di riprendere la sua antica e quanto mai attuale battaglia per proporre un Geologo in ogni comune.
Sono anni che i geologi dicono le stesse cose. Più volte ho scritto, come noi tutti geologi, non solo calabresi, affermiamo ormai da anni, che oltre alle vicissitudini geologiche che ne hanno reso i terreni della nostra penisola particolarmente “fragili” e predisposti al dissesto, assieme alla scarsa manutenzione dei fiumi e dei torrenti, le cause del rischio idrogeologico in Puglia come in Calabria e in altre parti del Paese, sono da attribuire principalmente a un’arrembante e incauta edificazione che, sia per l’abusivismo e sia per il superficiale controllo dei progetti negli uffici tecnici preposti (ex-Genio Civile) consentito da una assurda normativa, ha consentito per decenni di costruire sulle frane e nei fiumi. E le calamità naturali, aggravate dal mal governo del territorio, continuano a pesare come un macigno sullo sviluppo socio-economico dell’intero Paese. Anche quello di San Marco in Lamis, infatti, non è altro che l’ennesima catastrofe annunciata, conseguenza di un dissesto non solo “idrogeologico” ma soprattutto “ideologico” di un sistema partitocratico che, asservito a logiche clientelari, ha consentito di costruire in aree a bollino rosso.
Molti credono di poter aggirare le leggi degli uomini, ottenendo magari una concessione in una zona a rischio R3 o R4; uomini ignari e sciocchi, che scappano alle leggi degli uomini, ma che però non scappano alle inesorabili leggi della natura: la natura, prima o poi, si riprende ciò che le appartiene, senza mezzi termini, senza fare sconti a nessuno.

Purtroppo, nella “strage di leggi” – che il volume “La peste ecologica e il caso Calabria” di Giuseppe Candido ripercorre con dovizia di particolari – nonostante le varie catastrofi di Maierato, Cavallerizzo, Soverato, Vibo, degli scavi di Sibari …, imperterriti, di fronte a scenari anche più drammatici di San Marco in Lamis, in queste ore, da qualche parte in Italia, si continua ancora a costruire sulle frane e nei fiumi, anche mentre scrivo queste ennesime righe dell’ennesimo “deja vu”. In 50 anni di storia dell’Ordine dei Geologi italiani, istituito nel 1963, l’anno della tragedia del Vajont, le catastrofi idrogeologiche e gli eventi sismici nel nostro Paese si sono ripetuti a ritmi incessanti. Ma quanto costa all’Italia intervenire per le emergenze, siano esse legate ad eventi idrogeologici o sismici, anzichè investire in prevenzione? L’annuario dei dati ambientali elaborato dall’ISPRA, stima con la cifra di 52 miliardi di euro, il costo complessivo dei danni per i soli eventi franosi ed alluvionali, nel periodo dal 1951 al 2009, corrispondenti, in moneta corrente, a ottocento milioni di euro all’anno circa. Secondo gli studi redatti dallo stesso Consiglio Nazionale dei Geologi, il quadro dei costi complessivi, tra il 1944 e il 2009, del dissesto idrogeologico e del rischio sismico, sono compresi “tra un valore minimo di 176 miliardi di euro e uno massimo di 213″.

Non tutti sanno – anch’io l’ho scoperto da poco – che il Partito Radicale e Marco Pannella, sin dagli anni ’80, da quando era consigliere comunale a Napoli, proponeva la presenza del Geologo in ogni comune.

Il Geologo in ogni comune, uno stipendio in più, tra i tanti architetti, geometri e ingegneri. Il Geologo che però farebbe risparmiare moltissimo alla collettività, proprio in termini di prevenzione dai rischi geologici, anche quelli di tipo ambientali, valutando bene i progetti e gli interventi che si effettuano sul territorio di propria competenza, specialmente in regioni ad alto rischio e rappresentando un indispensabile punto di riferimento nella gestione delle fasi emergenziali in caso di calamità naturali. Uno stipendio in più in ogni comune che, però, avrebbe fatto risparmiare una buona parte di quei miliardi. Ricordo che, nel 2007, quando fui vice presidente dell’Ordine dei Geologi della Calabria, prima che mi dimettessi proprio per la mancata “considerazione” del Geologo da parte delle istituzioni, avevo fatto questa proposta alla classe politica locale e nazionale: un Geologo assunto in tutti i comuni della Calabria in cui è presente un rischio idrogeologico R3 o R4. “Con questi chiari di luna?” mi dissero in molti, sarcasticamente. Ma questa proposta deve invece essere vista in un’altra prospettiva che la “Peste ecologica” documenta molto chiaramente: quanti soldi avrebbe risparmiato la collettività – in termini di prevenzione – se ci fosse stato un Geologo in ogni comune?

Per parlare di questi argomenti, per “strutturare” assieme questa battaglia e riportare, con Marco Pannella all’attenzione dei media questi temi, trovo assai lodevole l’iniziativa del Partito Radicale di convocare una conferenza-convegno proprio a Foggia al quale, però, non potrò partecipare per impegni presi in precedenza. Preannuncio però che, pur non essendo iscritto al Partito Radicale, proprio per discutere, con un approccio scientifico, di argomenti drammaticamente attuali – avendo come interlocutore una persona più che mai lungimirante come Marco Pannella – sarò onorato di partecipare al prossimo convegno dell’associazione Luca Coscioni.
____
1) Carlo Tansi è Ricercatore presso l’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del C.N.R., docente presso il Dipartimento di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università della Calabria è stato vice presidente dell’Ordine Regionale dei Geologi della Calabria

Scuola, Rino Di Meglio (Gilda): pretendiamo serietà da chi ci governa e propone riforme

Share

Non si può toccare un settore così delicato con gli annunci

Stando agli insistenti e ripetuti annunci del presidente del consiglio Matteo Renzi, il 29 agosto doveva essere una giornata storica per la scuola italiana.

Invece, la sera del 28 agosto, dopo l’incontro di Renzi con il presidente Napolitano, le agenzie di stampa hanno battuto la notizia del rinvio della tanto sbandierata presentazione delle linee Guida per la riforma della scuola.

Per Rino Di Meglio, coordinatore nazionale del sindacato Gilda degli insegnanti (Fed. Gilda-Unams), “La vicenda lascia molto perplessi”.
Sentito dalla Gilda tv, la Web tv del sindacato, Di Meglio è stato molto chiaro:

“Non si può toccare un settore delicato come la scuola facendo annunci; annunci del ministro, poi da parte del sottosegretario (all’istruzione, ndr) E poi ci si è messo addirittura il presidente del Consiglio dei Ministri. Annunci che vengono fatti, poi smentiti, ritirati. La scuola – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – è una cosa seria, e un meccanismo delicato. Si tratta di milioni di persone, perché ci sono dentro un milione di personale della scuola, 700.000 insegnanti, milioni di alunni, e le loro famiglie. Diciamo che andare a mettere in attesa inutilmente tutte queste persone, per poi all’ultimo momento smentire, non è che chi ci governa ci faccia una bella figura.

Saremmo tutti curiosi – continua Di Meglio – di capire, ammesso che ci sia questa grande riforma, qual’è la filosofia cui ci si vuol riferire, e dove si vuole arrivare. Gli insegnanti sono preoccupati perché quando si fanno affermazioni del tipo: “bisogna smetterne con l’anzianità”, come ha fatto il ministro più volte, “e procedere con la meritocrazia”. … Vabbè, si parte per concetti propagandistici, perché ovviamente nessuno è contrario a premiare i buoni e punire i cattivi. Sono concetti scontati, ma va anche detto che c’è chi pensa di fare il gioco delle tre carte, perché non ci sono risorse da investire sulla scuola, e magari levare quella miseria che gli insegnanti maturano negli anni, che dopo tanti anni di servizio arrivano ad avere uno stipendio un po’ più alto di quello miserabile che l’iniziale – che è attorno ai 1200 € per le scuole primarie e 1250-1270 per le scuole superiori, questi sono gli stipendi netti miserevoli che hanno gli insegnanti italiani, – beh se uno dice: ti levo pure l’anzianità e poi faccio il merito per pochi, insomma, è chiaro che gli insegnanti giustamente si preoccupano.
Anche perché – continua il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti – la misurazione del merito chi la deve misurare? Il preside? Gli insegnanti? Gli alunni? E su quali elementi? In base al fatto che si partecipi a una commissione? Che ci si occupi di questioni burocratiche? Oppure, invece, sul fatto che uno è un buon insegnante perché conosce bene la disciplina, magari è anche un po’ severo, e quindi può anche dare fastidio a qualche studente e/o qualche genitore?
Diciamo che la questione è complessa e seria e, se si vuole fare un progetto serio in questo senso, bisogna costruirlo scientificamente e non cose così tipo l’INVALSI che va a a propinare i test nelle scuole e con questo si pensa di misurare il valore del sistema scolastico italiano”.

Poi c’è la vicenda dei docenti beffati dalla così detta ‘quota 96’ per la quale i docenti della Gilda insegnati Roma hanno manifestato lo scorso 29 agosto sotto palazzo del Governo.
Anche per questa vicenda il coordinatore nazionale della Gilda insegnanti non usa mezzi termini: “È un’altra questione scandalosa”, dice subito alle telecamere di Gilda Tv e, purtroppo, non di rai uno.

Voglio semplicemente ricordare cosa è successo” – continua Rino Di Meglio – “Quando la Fornero ha fatto la riforma delle pensioni allungando i tempi a tutti e mandando in pensione chi, al 31 dicembre di quell’anno, aveva maturato determinati requisiti, ha dimenticato una cosa banale. Che nella scuola si lavora per anno scolastico e non per anno solare. Quindi migliaia di insegnanti e personale della scuola che aveva maturato il sacrosanto diritto ad andare in pensione esattamente come gli altri, solo che l’aveva maturato al 31 agosto e non al 31 dicembre, sono stati privati di questo diritto e la pensione gli è stata ritardata a chi per due, a chi per quattro, chi per sei o addirittura sette anni. Questa è una grossa ingiustizia, alla quale il Parlamento e il partito al governo si erano impegnati di mediare. Era tutto pronto, annunciato il passaggio di questa norma speciale per consentire, dopo due anni, il pensionamento dei colleghi di ‘quota 96‘, il 4 agosto la beffa.
All’improvviso il ministero dell’economia ha detto che non c’era risorse neppure per questa operazione. Questo – conclude il coordinatore Rino Di Meglio – non è un modo di procedere serio. Se noi dobbiamo insegnare in osservò il doveroso rispetto per le istituzioni e le leggi dello Stato, penso che tutti abbiamo il diritto di pretendere – al di là del colore politico – la serietà da parte di chi ci governa. Basta quindi con gli annunci. Quando si fanno le cose, le si fanno seriamente: ci si confronti, si ascolti e poi si facciano gli atti di governo”.

Alla fine dell’intervista il servizio da Catanzaro sulle immissioni in ruolo in Calabria curato dal sottoscritto lo scorso 29 agosto.

#Scuola: la Gilda insegnati pronta a chiamare i prof alla mobilitazione

Share

Riceviamo dal Prof. Tindiglia coordinatore provinciale della Gilda Catanzaro e membro della direzione nazionale della Gilda Insegnanti – Federazione Gilda Unams, il Comunicato ufficiale della Direzione nazionale della Gilda Insegnanti che volentieri – come dirigenti provinciali della Gilda di Catanzaro – condividiamo e pubblichiamo

La Direzione nazionale della Gilda degli Insegnanti, riunitasi a Roma il 21 agosto 2014, ha discusso della situazione dell’istruzione e della scuola, che è in Italia istituzione tutelata dalla Costituzione.

Il dibattito dei dirigenti nazionali dalla Gilda si è soffermato in particolare sulla condizione nella quale in questi ultimi anni i docenti svolgono la loro attività professionale, mal retribuita ed oppressa dalla burocrazia.

In attesa delle linee guida preannunciate alla stampa dal Presidente del Consiglio, la Gilda degli Insegnanti ricorda che se l’istruzione in Italia mantiene livelli ancora buoni è grazie alla professionalità e alla dedizione della stragrande maggioranza dei docenti.

Fiduciosi che le linee guida possano essere tali da garantire sia il livello dell’istruzione sia, soprattutto, le risorse economiche necessarie per un rilancio del settore dell’istruzione statale, la Gilda ribadisce l’assoluta contrarietà ad una politica scolastica che già da troppi anni taglia anche l’indispensabile e quindi rispetto ai paventati tagli di un anno del percorso scolastico delle secondarie, al prospettato ulteriore blocco della parte economica del CCNL e degli scatti di anzianità, all’aumento dell’orario di lavoro dei docenti, nel contesto di una possibile revisione unilaterale della parte normativa.

La Gilda degli Insegnanti, in tale ipotesi, sarebbe pronta a chiamare i docenti alla mobilitazione nazionale.

Sit-in nonviolento di #Radicali calabresi (e non solo) davanti al carcere di Palmi

Share

Ma i calabresi – colpa dell’informazione – non lo possono sapere!
Per sostenere il satyagraha di Rita Bernardini, Marco Pannella e Radicali, stamane dalle 9.00 alle 15 siamo stati a Palmi davanti al carcere. Con noi Radicali, presente una delegazione dei Socialisti uniti nelle persone del coordinatore regionale Giampaolo Catanzariti e del coordinatore provinciale Pierpaolo Zavettieri.
Ringraziamo anche Ilaria Valbonesi e il suo compagno di cui colpevolmente non ricordo il nome, radicali di Roma, che pure essendo in Calabria in vacanza, sono venuti da Roccella (stoici).
Polemica: Avevamo convocato una conferenza stampa per spiegare le ragioni di questa iniziativa nonviolenta ai calabresi. E del perché, alla politica regionale e locale chiediamo l’istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà sia regionale (come hanno già fatto 12 regioni di 20) ma non in Calabria dove sono impegnati a prolungare inutilmente una legislatura acefala.

Ma come agli italianofoni non è dato di conoscere la proposta (e non protesta) politica dei Radicali (fatto scientificamente provato dai dati del centro di ascolto radiotelevisivo), così la miseria della calabra informazione, quella che – dicono – “rischia ogni giorno la vita perché scrive contro la ndrangheta”, ha dato buca.
Non una tv locale, non un quotidiano e neanche una agenzia. Tg3 Calabria manco a parlarne.
Eppure in terra calabra, un gruppo politico che chiama tortura il regime del 41bis e che chiede rispetto della legge, della costituzione e del diritto internazionale dovrebbe essere una notizia. Invece NADA.
Grazie quindi a Radio Radicale, unico vero servizio pubblico utile all’enaudiano motto del ‘conoscere per deliberare’.
A questo link la sintesi della manifestazione e la conferenza stampa

20140808-195636-71796203.jpg

20140808-195636-71796134.jpg

20140808-195636-71796320.jpg

20140808-195636-71796263.jpg

20140808-195635-71795294.jpg

20140808-195636-71796050.jpg

Contro la tortura democratica del 41bis, per fermare i suicidi e per il diritto alle cure in carcere

Share

Un sit in e una conferenza stampa davanti al carcere di Palmi

«Venerdì 8 agosto, come Radicali calabresi, dalle 9.00 alle 15.00, manifesteremo con un sit-in presso la Casa circondariale di Palmi (RC) per sostenere il satyagraha in corso di Marco Pannella e Rita Bernardini, quest’ultima in sciopero della fame dal 30 giugno scorso, assieme a oltre trecento cittadini, per chiedere al governo e al Parlamento di interrompere il massacro delle morti e dei suicidi in carcere, la “tortura democratica” del 41bis perpetrata persino con detenuti dichiarati incapaci di intendere e di volere, e di garantire il diritto alle cure e alla salute nelle carceri.
Per questo, alle 11,00 terremo una conferenza stampa per chiedere alla politica regionale di istituire il garante per i diritti delle persone private della libertà personale anche in Calabria».
È quanto si legge in una nota di Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Non Mollare e militante del Partito Radicale Nonviolento.
I radicali chiedono, inoltre, una maggiore informazione su questi temi anche dal servizio radiotelevisivo pubblico regionale.
“Non è più tollerabile, infatti,” – continua Candido nella nota – “la censura operata su questi temi. Solo per fare un esempio, si pensi che dal 7 al 9 luglio l’Italia è stata oggetto di una visita da parte di una delegazione di rappresentanti ONU per i diritti umani guidata dal norvegese Mads Adenas che ha chiesto al nostro Paese misure straordinarie, come soluzioni alternative alla detenzione per eliminare l’eccessivo ricorso alla carcerazione, protezione dei diritti dei migranti, scarcerazione quando gli standard minimi non possono essere rispettati, rispetto delle raccomandazioni ONU del 2008 e quanto statuito nella sentenza Torregiani, adozione delle raccomandazioni come quelle formulate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’ottobre del 2013, incluse le proposte di indulto e amnistia. Su tutto ciò la censura è stata totale. A gli italiani non è stato consentito di conoscere tali richiami. Come non è dato conoscere le continue e trentennali battaglie nonviolente che i Radicali portano avanti. In Italia – continua Candido – siamo formalmente contro la pena di morte, ma tolleriamo la morte per pena inumana e degradante. Tolleriamo, cioè, la morte per suicidi di liberazione (24 dall’inizio dell’anno) e la morte per ritardo o mancanza di cure. Dall’inizio dell’anno 82 morti. Sono numeri che dovrebbero far riflettere. Satyagraha,» prosegue ancora Candido, «in indiano significa forza e amore per la verità. Ed è con la forza della verità e con l’arma della nonviolenza che – assieme a Yvonne Raph, Emilio Quintieri, Sabatino Savaglio, parenti dei detenuti e altri militanti del partito della nonviolenza, saremo davanti al carcere di Palmi per dare corpo, anche in Calabria, a questa battaglia di civiltà».
20140801-202209-73329059.jpg
«Sul 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, vorrei solo ricordare – insiste Candido nello spiegare le ragioni dell’iniziativa – che questo fu introdotto con decreto-legge nel giugno del 1992 poi convertito in legge nell’agosto dello stesso anno, come risposta dello Stato alle stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono i due magistrati in prima linea nella lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dopo la morte del primo fu emanato il decreto legge. E dopo quella di Borsellino il decreto venne poi convertito in legge. Con l’introduzione del 41bis nell’ordinamento penitenziario si consentì al Ministro della giustizia, per sua iniziativa o a richiesta del ministro dell’interno, di sospendere per “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica” l’applicazione delle regole ordinarie di trattamento nei confronti dei detenuti – per i reati di criminalità organizzata (e non solo) indicati al comma uno dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: mafia, traffico di droga, sequestro di persona, terrorismo, omicidio, estorsione, rapina e, in teoria, altri ancora e meno gravi se chi li ha commessi si ritiene lo abbia fatto “avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”.

Nel diritto internazionale, con il termine “tortura” – reato non ancora introdotto nei codici nostrani – indica, “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa ha commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su una terza persona”.
Noi – in Italia – abbiamo il 41bis, il carcere duro, la “tortura democratica” dalla quale si esce solo da pentiti. Ce lo impone il “conformismo dell’antimafia”.
Per Marco Pannella, invece, “le dure condizioni di detenzione rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia”. Nel redigere la prefazione al volume “Tortura Democratica”, – inchiesta su “la comunità del 41 bis reale” – di Sergio D’Elia e Maurizio Turco (Marsilio ed., 2002), volume che andrebbe riletto attentamente (e magari ristampato visto che è introvabile), Marco Pannella sottolineava che – a dieci anni dall’introduzione del così detto carcere duro – “Si è risposto con Pianosa e l’Asinara alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il dolore dei parenti delle vittime contro le vessazioni nei confronti dei detenuti. Questo è stato messo a confronto! Le inutili, meramente afflittive soverchierie dell’articolo 41 bis, provocano soltanto – scriveva Pannella – durezza di comportamenti, irriducibilità, autolegittimazione, rifiuto di ogni dialogo o, peggio, a fronte di gravi maltrattamenti, l’imbarbarimento generale, la pseudo-legittimazione di rivalse mafiose, magari nei confronti di magistrati e poliziotti che cercano di difendere, nella legalità e con la civiltà dei loro comportamenti, la legge e lo Stato. Il “proprio” dello Stato di diritto – ricordava Pannella – è rispondere con la sovranità, sia pure armata, delle regole. Non può “dichiarare guerra” alla criminalità, neppure sotto la guida di un angelo giustiziere come è stato Caselli”.
Oggi l’imbarbarimento è divenuto istituzionale al punto che, mentre l’Europa e l’ONU ci sanzionano per trattamenti inumani e degradanti equivalenti a torture, continuiamo a mantenere in regime di 41bis persino malati come Bernardo Provenzano dichiarato da tre differenti tribunali della Repubblica persona incapace di intendere e di volere. Aspettiamo che collabori con la Giustizia? Siamo sicuri che il fine giustifichi – sempre e comunque – i mezzi? O, invece, proprio i mezzi che si usano per condurre giuste lotte com’è certamente quella alle criminalità organizzate sono in grado di compromettere gli scopi che ci si prefigge?

20140801-201416-72856627.jpg

20140801-201843-73123610.jpg

20140801-210734-76054428.jpg