Il mondo arabo e il cambiamento democratico

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 20.02.2001

La sete di cambiamento si estende in tutto il mondo arabo. Dopo la Tunisia di Ben Ali e l’Egitto di Mubarak, ora è la volta della Libia di Muammar Gheddafi dove il colonnello è al potere da oltre 40 anni ma anche dello Yemen dove le manifestazioni reclamano la partenza del Presidente Ali Abdullah Saleh e sono proseguite per il sesto giorno consecutivo. Centinaia di studenti hanno cercato invano di marciare sul palazzo presidenziale. Anche la Libia, scrive nei giorni scorsi il quotidiano francese Le Monde, ha vissuto il suo “giorno della collera” dopo che i movimenti di rivolta hanno costretto i leader di Tunisia ed Egitto a lasciare il potere. Gli appelli a manifestare contro il regime del colonnello sono venuti principalmente da attivisti anonimi su internet che hanno lanciato inviti a manifestare sui social network. In Libia, paese ricco di petrolio, scrive ancora Le Monde, ma che soffre degli stessi mali che affliggono gli altri stati della regione le contestazioni toccano soprattutto l’Est del paese, tradizionalmente ribelle, dove negli anni ’90 avevano trovato rifugio alcuni islamisti nella città di Al Baida dove almeno quattro persone sono state uccise durante gli scontri di mercoledì. A Bengasi, seconda città libica al confine con l’Egitto, ci sono stati scontri violenti tra manifestanti da un parte e forze dell’ordine e sostenitori del regime dall’altra. Anche in Giordania si moltiplicano le manifestazioni per chiedere riforme politiche e istituzionali e in Iraq centinaia di manifestanti sono scesi in piazza saccheggiando e mettendo a fuoco i palazzi del governatorato della città di Al Kut e tre manifestanti sono stati uccisi. In Libia, Bahrein, Yemen, Giordania le rivolte si moltiplicano per rivendicare giustizia e libertà. In Bahrein la polizia ha scelto la forza per reprimere i manifestanti che chiedono un cambiamento politico. In questo piccolo regno il governo è sunnita mentre la maggioranza e sciita durante le manifestazioni ci sono stati morti e feriti.

La polveriera sta scoppiando ovunque nel mondo arabo e, in generale, in quello mussulmano. Poi c’è l’Iran che non è arabo né sunnita ma dove, lo stesso, l’opposizione al regime di Ahmadinejad è tornata in piazza dopo le contestazioni del voto presidenziale a Teheran nel giugno del 2009. In cambio ne ha ricevuto una dura repressione da parte del regime dei Mullah. Le figaro di qualche giorno addietro scrive un’editoriale dal titolo “L’Iran e la rivolta araba” nel quale si fa notare come proprio la rivolta araba possa indirizzarsi e percorrere due strade diverse: quella della repubblica islamica o l’evoluzione verso un sistema realmente democratico. La rivolta che è iniziata in Tunisia e in Egitto, scrive il quotidiano conservatore d’oltralpe, si estende a macchia d’olio: dopo lo Yemen, la Giordania e l’Algeria sono stati colpiti la Libia, l’Iraq e il Bahrein e anche l’Iran assiste ad una ripresa delle manifestazioni dopo un anno di calma delle opposizioni. Ma ciò che accadrà a Teheran, sottolinea Le figaro, è cruciale per la regione. Con trionfalismo il regime di Khamenei e Ahmadinejad dice di vedere negli eventi attuali le “primizie” di un Medio Oriente senza gli Stati Uniti e Israele. Solo che, fa notare sempre Le figaro, lo stesso regime dei Mullah è diventato il bersaglio principale delle contestazioni ispirate dall’Egitto e dalla Tunisia.

Se la rivolta araba, come pretende Teheran, fosse una riedizione della rivoluzione iraniana del 1979, la progressione dell’islamismo diventerebbe irresistibile. L repubblica islamica che ha già piazzato le sue pedine a Gaza, in Libano e in Iraq, trionferebbe in tutta la regione. Se invece la rimessa in discussione dei regimi autoritari corrotti proseguirà fuori dai canali dell’Islam estremo e si consoliderà in un autentico movimento democratico allora il modello iraniano stesso potrebbe essere mortalmente minacciato. Con la ripresa dei movimenti a Teheran i dirigenti iraniani sono sempre più nervosi. Il Parlamento, conclude Le figaro, ha evocato la condanna a morte dei capi del movimento riformista e il potere ha annunciato una contro-manifestazione per venerdì dopo che una brutale repressione aveva soffocato le rivolte seguite alle elezioni truccate di Ahmadinejad nel 2009 ma le rivolte in Tunisia ed Egitto dimostrano che non è necessario disporre di un’opposizione molto ben organizzata per rovesciare un regime. Bisogna fare tutto il possibile, conclude l’editoriale, per evitare che l’Iran approfitti dell’instabilità del mondo arabo. Ma qual’è il modo di farlo l’editoriale non lo spiega. Una situazione, quella araba, ben nota agli osservatori internazionali e che ha potuto sorprendere solo chi si è voluto distrarre. Le crepe nei muri dei regimi illiberali c’erano da tempo ed erano ben visibili a tutti gli osservatori che al mondo arabo prestano da tempo attenzione. Una situazione che però, nonostante fosse nota da tempo, non vede né l’Europa né gli Stati Uniti realmente impegnati a sostenere una via democratica al cambiamento e il rischio che nei vari paesi si instaurino nuovi regimi di stampo teocratico e illiberale è concreto. Una soluzione per evitare che ciò avvenga potrebbe essere quella di una Corte mondiale dei diritti umani. L’ipotesi è stata prospettata dal Prof. Cesare Romano intervenuto, in videoconferenza da S.ta Monica in California, lo scorso 17 febbraio alla prima giornata del 39° congresso del Partito Radicale Transnazionale riunito a Chianciano. Il professor Romano, docente di diritto alla Los Angeles Law School, ha concentrato il suo intervento tenendo a sfondo dell’intervento proprio quelle rivolte che in questi giorni stanno dilagando nel mondo arabo e dalle quali emerge palese che “la gente scende in piazza non già come avveniva una volta per protestare contro gli Stati Uniti o l’Occidente”. Ma la gente, il Popolo, scende in piazza, afferma Romano, per chiedere diritti politici e civili: “la possibilità di poter partecipare alla vita politica del proprio paese e di poter scegliere i loro governanti”. Ma poi si è visto anche che, una volta ottenuto quello che vogliono, si passa a quella che Romano chiama la richiesta di “una seconda generazione di diritti”. Diritti cioè economici e sociali. Romano ricorda un documento fondamentale, la Carta araba dei diritti umani che era stato adottato nel 2004 ed era entrata in vigore nel 2008. “Una copia, aggiornata e riveduta, della dichiarazione universale dei diritti umani che ricalca la Carta europea e la convenzione inter americana dei diritti umani”. La carta araba, ricorda ancora Romano, “è stata ratificata da paesi quali la Giordania, il Bahrein, la Libia, l’Algeria, gli Emirati arabi, la Palestina, lo Yemen e l’Arabia saudita”. Questi – sottolinea ancora Romano – sono proprio quegli Stati arabi che attualmente sono in ebollizione. Ecco perché, per sostenere le riforme democratiche c’é bisogno che le carte dei diritti vengano attuate attraverso l’istituzione, come fu per la Corte penale internazionale, una Corte mondiale dei diritti umani. Un’idea che non è nuova: già nel 1947 infatti, l’Australia in largo anticipo, forse troppo largo, ne aveva proposto l’adozione. Oggi i tempi sono senz’altro più maturi ed è per questo che, se proprio vogliamo cercare una notizia, al Partito Radicale Trasnazionale che in passato si occupò di Corte penale internazionale, di moratoria della Pena di morte e messa al bando delle mutilazioni genitali femminili oggi il professor Cesare Romano propone proprio d’intraprendere un campagna mondiale di sensibilizzazione per l’istituzione di una Corte mondiale dei diritti umani che sostenga la via democratica per il cambiamento nel mondo arabo.

Sempre compatibili a cumulare cariche, mai a rendere pubblici quei dati patrimoniali

Share

di Giuseppe Candido

Illustrazione di Dorianao
Illustrazione di Dorianao pubblicata da Il Fatto Quotidiano mercoledì 12 gennaio 2011

Patrimoni ancora “segreti” e politici calabresi sempre “compatibili” con più cariche elettive.

***

Nicola Adamo (ex PD) e Peppe Bova (ex PD) potranno tranquillamente candidarsi pure come sindaci, a Cosenza e Reggio Calabria rispettivamente, senza doversi dimettere, ovviamente, dalla carica di Consiglieri regionali. Non soltanto loro, ovviamente.

La Casta calabrese torna a far notizia sulle pagine dei quotidiani nazionali. In prima pagina de il Fatto quotidiano il richiamo non permette equivoci: “La Calabria cancella la legge contro chi cumula gli incarichi”. Ancora più chiaro è il titolo dell’articolo di Enrico Fierro: “In Calabria si può fare di tutto”. Dopo essere stati sbeffeggiati dalla penna di Sergio Rizzo che aveva “scoperto” che per 28 anni i patrimoni e gli interessi finanziari dei politici calabresi sono rimasti segreti e inconoscibili dai cittadini contrariamente a quanto previsto già dal 1982 dalla normativa nazionale, oggi a far di nuovo notizia è la vergognosa norma approvata dal Consiglio regionale, a ridosso tra Natale e Capodanno e che, in deroga a quanto previsto dalla legge 154 del 1981 e dal d.lgs. N°267 del 2000, ha previsto che le cariche di Presidente e Assessore della Giunta provinciale nonché quelle di Sindaco e Assessore comunale dei comuni compresi nel territorio della Regione, sono compatibili con la carica di Consigliere regionale.

La vignetta di Doriano che illustra l’articolo è emblematica: il politico calabrese, a differenza dei suoi omologhi di altre regioni, è rappresentato “gigante” e con un deretano spaventosamente grande, capace di occupare contemporaneamente almeno tre poltrone. Esilarante se non fosse che stiamo parlando della deroga ad una norma concepita per evitare che si possa ingrossare ed ingigantire il sistema già pachiderma delle clientele nostrane.

A presentare, durante la discussione della finanziaria regionale, la norma “vergogna” sono stati i Consiglieri regionali Nicola Adamo e Peppe Bova, entrambi “ex” del Pd, ma è subito piaciuta, come fa notare il giornalista, anche al PdL che si è guardato bene dal respingerla pur avendo a disposizione un’ampia maggioranza. Tutti compatibili, anche il consigliere regionale Gianluca Gallo (Udc), già sindaco dell’importante comune di Cassano Jonico, potrà ora dormire sonni tranquilli conservando la doppia poltrona. “Vogliamo essere giudicati da ciò che facciamo, da come governiamo” ha dichiarato il Presidente del Consiglio Regionale Francesco Talarico rispondendo alle critiche.

Come se questo tipo di scelte non fosse giudicato dagli elettori. Come se tutto fosse normale, come si trattasse di un tema eticamente sensibile, il Governatore Scopelliti ha lasciato ai suoi “libertà di coscienza”. Come se questo tipo di deroghe che la “Casta” fa a se stessa non contribuisca ad incrementare il sentimento di antipolitica che c’è nella gente comune che tutte le mattine si alza alle sei per andare a lavorare.

Ma forse è vero: in Calabria si può fare di tutto. E mentre aspettiamo ancora, e da 28 anni, di poter conoscere i dati patrimoniali e gli interessi finanziari di politici e amministratori calabresi che, a partire da quelli di comuni con più di 50.000 abitanti, dovrebbero già essere pubblici e disponibili a tutti i cittadini, scopriamo che gli stessi politici potranno essere in più posti contemporaneamente, cumulando cariche e prebende, indennità e rimborsi oltreché, ovviamente, il potere di “controllo ferreo del voto”. Ubiquità? Forse.

Qualche gruppo politico ora annuncia di voler raccogliere le firme per un referendum, ma sapendo come vanno a finire questi ultimi forse c’è poco da sperare …

Ruby? Forse non basta cambiare canale

Share

di Giuseppe Candido

“Berlusconi indagato in un caso di prostituzione” titolava l’Herald Tribune; “Le visite private di Ruby, cubista minorenne” sottotitolo. “L’Italia di Berlusconi sotto processo per prostituzione” è invece il titolo del network americano Fox News. E comunque, prostituzione minorile o no, non c’è dubbio che “Le ragazze di diciassette anni dovrebbero andare a scuola e non a cena da vecchi signori”. Perché è vero: il nostro modello di società ha ormai ridotto all’essere velina, piuttosto che al diventare famosa al grande fratello, il modello ed il ruolo delle donne nel nostro Paese.

“L’Italia non è un paese per donne”. È questo titolo con cui Barbie Nadeau, editorialista di Newsweek, famoso settimanale degli Stati Uniti, recensisce il nostro Paese.

“Sono le otto e mezza e gli occhi degli italiani sono tutti puntati su Striscia la notizia, il programma satirico di attualità più seguito del paese. Due uomini di mezz’età – ironizza la giornalista nell’incipit del suo editoriale – sono in piedi sotto un riflettore. Uno di loro regge una cintura da cui pende una treccia d’aglio dalla forma vagamente fallica. Una donna striscia per terra a pancia in giù con indosso un costume di paillettes scollato fino a sotto l’ombelico e un tanga. Quando si alza in piedi, uno dei due uomini le agita la treccia d’aglio davanti alla bocca: lei la prende in mano e se la strofina sulla guancia. “Su, girati, fatti dare un’occhiatina”, dice l’altro, toccando il sedere della ragazza. “Grazie, bambola”. Ecco cosa manda in onda la tv italiana durante gli orari di massimo ascolto. È impossibile – insiste la giornalista – sottrarsi a questo spettacolo, che è espressione del degrado che ormai ha raggiunto i vertici del governo e rispecchia un problema più profondo: quello della società italiana con le donne e con l’evoluzione del loro ruolo”. Come dagli torto? E se non bastasse, se non fosse già sufficiente, scrive: “Mentre i giornali raccontano una storia infinita di fotomodelle adolescenti, escort e danzatrici del ventre marocchine che fanno le capriole con il premier, che ha 74 anni, le tv lanciano il messaggio che gli uomini sono uomini e le donne sono solo addobbi per le vetrine. I boicottaggi, le proteste o anche solo le critiche sono una rarità, e chi prova a farsene portavoce è poco ascoltato. E se è vero che ultimamente Berlusconi si comporta come un vecchio sporcaccione, bisogna dire che un buon numero di donne italiane si presta al suo gioco umiliante”. E forse è proprio questo il punto, un modello culturale e mediatico che impedisce alle donne il riscatto, ma anche una scarsa voglia di riscatto. Come dire: tutto sommato il grande fratello ci piace. Forse però, dietro tutto questo, scrive ancora la giornalista, “c’è un piano ben preciso. Molto prima di vincere le elezioni e diventare capo del governo per la prima volta, nel 1994, Berlusconi era già proprietario del 45 per cento del mercato televisivo italiano. Diventando presidente del consiglio ha assunto il controllo della tv di stato, il restante 50 per cento. Con il 95 per cento del mercato televisivo sotto l’ombrello berlusconiano, è impossibile negare la sua influenza sul modo in cui sono viste e si vedono le donne italiane. Così come è impossibile nasconderne le conseguenze negative. Mentre in altri paesi europei la parità di genere viene attivamente incoraggiata perché considerata un fattore di crescita nazionale, Berlusconi ha guidato l’Italia nella direzione opposta. Di fatto ha soffocato le donne, creando un mondo in cui sono considerate soprattutto oggetti sessuali invece che alla pari degli uomini”.

Il volto dell’Italia berlusconiana che si delinea nel Global gender gap report, il rapporto sul divario di genere nel mondo pubblicato a ottobre dal World economic forum, “è drammatico”. L’Italia è decisamente indietro: all’87° posto per quanto riguarda l’occupazione femminile, al 121° per la parità salariale, al 97 ° per la possibilità che hanno le donne di ricoprire incarichi al vertice. Per come tratta le sue donne, l’Italia è al 74° posto nella classifica mondiale, dopo la Colombia, il Perù e il Vietnam. Dal 2008, quando Berlusconi è tornato al governo, l’Italia ha perso sette posizioni.

Lo studio, che tiene conto di parametri come la parità salariale, l’occupazione e le opportunità di carriera delle donne, sostiene che colmando il divario di genere, nel blocco dei paesi dell’eurozona il pil aumenterebbe del 13 per cento. Ma, “Un’intera generazione è cresciuta in una società che ritiene accettabile un’umiliante pornografia soft come condimento dell’attualità”. (…) “Ormai le vallette non popolano solo le tv: ce ne sono anche nel governo, nominate da Berlusconi. Secondo i sondaggi, le ragazze italiane che vogliono diventare veline sono più numerose di quelle che aspirano a diventare medici, avvocati o imprenditrici”. (…) La cultura da harem di Berlusconi lancia il messaggio che saper sedurre conta più di un buon curriculum: “L’unico modo che abbiamo per protestare è cambiare canale”, dice Concetta Di Somma, 30 anni, insegnante di aerobica, intervistata dalla giornalista: “Ma quando anche l’annunciatrice del bollettino meteo mette in mostra il seno, cambiando canale rischi di perderti il telegiornale”.

Non adeguatamente rappresentate nelle istituzioni e nelle aziende, le donne nostrane “hanno poche speranze di cambiare il sistema dall’interno”. “In tv e sui cartelloni pubblicitari, le donne sembrano tutte puttane, perché è quello che gli uomini vogliono vedere. Sono gli uomini a produrre gli spot pubblicitari, a guadagnarci sopra e a decidere in che modo i prodotti devono essere reclamizzati”.

Ma ce n’é anche sul ruolo della politica: Berlusconi “ha indebolito le istituzioni che dovrebbero affrontare questi problemi”, spiega alla giornalista Celeste Montoya, che insegna studi femminili e di genere all’università del Colorado e ha studiato a fondo il caso italiano. “Ha limitato la durata dei mandati, ha tagliato i bilanci e ha nominato donne spesso prive di esperienza e poco legate alle organizzazioni che difendono i diritti delle donne”.

Il governo ha affrontato il problema della discriminazione concentrandosi soprattutto sulle violenze domestiche, che sono in aumento. Ma anche in questo caso, a Berlusconi sembra sfuggire il punto. L’anno scorso, ricorda la giornalista nel suo articolo, “per scusarsi di non essere riuscito a ridurre gli stupri”, ha affermato: “Dovremmo avere tanti soldati quante sono le belle ragazze, credo che non ce la faremo mai”.

Poco più di un anno fa, oltre centomila donne italiane hanno firmato l’appello “Quell’uomo ci offende, fermiamolo”. Il premier ha liquidato la notizia con una risata. E quando Veronica Lario, la sua ex moglie, ha protestato pubblicamente per il comportamento del marito, la reazione dei media sotto controllo è stata istantanea: “velina ingrata”. E per capire quanto si è spinto questo perverso modello basti pensare che, in un processo che vede ex preside imputato per tentata violenza e molestie ad un’insegnante compiute dall’alto della sua posizione, nella memoria difensiva lo stesso imputato scrive, candidamente, che “Proporsi è lecito”.

Si sono fatti davvero grossi passi avanti? Da Aspasia, punto di riferimento fra i protagonisti della scena culturale greca del V sec. a. C. che, non accettando di vivere reclusa come le donne del suo tempo, promuoveva riunioni per discutere di politica e retorica, sino ad arrivare alle veline d’oggi con cui, il ruolo non solo politico delle donne è tornato in serio pericolo. La cosa che fa di più specie, però, è l’assenza d’indignazione chiara da parte delle gerarchie vaticane, sempre pronte a lanciare strali contro le unioni di fatto ma tolleranti coi comportamenti “discutibili” del premier.

“La repubblica, come necessità storica sorgerà – scriveva Mazzini – sorgerà dal senso di pericolo mortale e di disonorare che lo spettacolo di corruzione dato da un governo senza dignità e senza amore, susciterà presto o tardi, onnipotente negli uomini che hanno a cuore l’avvenire della Patria”.

L’uscita di scena di Berlusconi, quando sarà, potrebbe certo spezzare l’intreccio perverso tra politica, mezzi d’informazione e discriminazione delle donne ma da sola non costituirà il vero elemento di cambiamento. Ma per vedere qualche passo avanti, noi italiani, uomini e donne, dovremo cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. E per farlo, ci dicono dall’America, “non basterà cambiare canale”.

Nel 150° dell’Italia Unita … il nuovo numero di ALM per un buon 2011

Share

Care amiche e cari amici di Abolire la miseria della Calabria,

a nome della redazione auguro a tutti voi, nel 150° dell’Italia Unita, un felice 2011 ricco di cultura e culturalmente ricco. E lo faccio con il nuovo numero. Ancora una volta in “copia omaggio” grazie anche al contributo della Provincia di Catanzaro offerto all’associazione di volontariato culturale Non Mollare e da noi interamente dedicato all’Unità d’Italia ed al ruolo che per essa ebbe il Mezzogiorno d’Italia e la Calabria in particolare. A breve pubblicheremo anche l’inserto speciale. Intanto buona lettura a tutti con “otto pagine di cultura” ed AUGURI!

Uno speciale ringraziamento al Presidente Napolitano che dà ascolto ai giovani e che, lo scorso 8 giugno 2010 con nota ufficiale del Segretario Generale Pasquale Cascella (Prot. SGPR del 11/06/2010 n°0062663 P), nel renderci nota la possibilità di utilizzare il testo dell’Intervento del Presidente tenuto all’Accademia Nazionale dei Lincei, ci ha ufficialmente <<Rappresentato i sensi della considerazione del Presidente Giorgio Napolitano per l’iniziativa di dedicare un numero del periodico “Abolire la miseria della Calabria” al tema del Mezzogiorno nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia>>. Ovviamente siamo orgogliosi di tutto ciò e, nello stesso tempo, increduli e lusingati di questo riconoscimento. Grazie davvero Presidente Napolitano, garante della nostra costituzione, e un augurio per un buon 2011 con meno suicidi nelle carceri.

Leggi il nuovo numero direttamente on line

oppure scarica il pdf da questo link

Le mani bianche degli studenti

Share

di Giuseppe Candido

Dopo il pasticcio combinato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro durante la seduta pomeridiana del 21 dicembre in Senato che aveva dato per “approvati” quattro emendamenti presentati dall’opposizione, oggi è stata invece la giornata del voto finale alla riforma dell’Università del ministro Gelmini. Gli studenti assassini? Le mani bianche e il rifiuto categorico della violenza sono quello che resta, questa volta, delle manifestazioni. A Roma e nelle altre città d’Italia gli studenti sfilano pacificamente. Solo a Milano e a Palermo qualche facinoroso sfida le barricate e crea qualche tafferuglio venendo però subito isolato dagli studenti che hanno invece dato prova di essere un movimento “sano” che legittimamente esprime il proprio dissenso e che spera di potersi confrontare con la Politica e col Presidente Napolitano. Magari si potesse assistere a scene del genere anche in Parlamento dove troppo spesso si perviene alla rissa. “Università, unità” gridano e fanno chiasso per le strade con tamburi e fracassi. Chiassosi si, ma nonviolenti coi libri di cartone, i fiori per i celerini, le mani dipinte di bianco.

“Università pu-bbli-ca” scandiscono. E danno una lezione di civiltà e democrazia non soltanto a chi guardava, soffiando incautamente sul fuoco, alla violenza della piazza per gonfiare il petto della sicurezza, armare la polizia e ordinare la carica.

Chi ha paura di Wikileaks?

Share

di Giuseppe Candido

Il libertario blasfemo Julian Assange è stato finalmente arrestato, o meglio, il “Bill Aden” della notizia si è consegnato spontaneamente alla polizia londinese che lo ricercava a causa di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Interpol su richiesta della procura di Stoccolma che lo accusa di molestie sessuali perché sarebbe stato denunciato da due giovani svedesi con cui l’australiano Assange ha avuto rapporti sessuali. Denunciato per stupro? Macché, Assange era ricercato – con mandato di cattura internazionale – a causa di un reato previsto dalla legislazione svedese, figura giuridica sconosciuta al nostro Paese, che è il “sex by surprise”. “Si è rotto il profilattico” scrive Alessandro Oppes che ricostruisce per il Fatto quotidiano “L’accusa di Stoccolma”. Le due donne – prima consenzienti – a novembre decidono di rivolgersi alla giustizia.

Contrariamente alle speranze di chi invece lo definisce “un uomo che vuol distruggere il mondo” e paragona le pubblicazione su wikileaks dei dispacci della diplomazia americana all’attacco alle torri gemelle dell’undici settembre, i fatti per i quali Assange è accusato risalgono al mese di agosto 2010 quando era a Stoccolma per un seminario e sono in realtà collegati alla particolare legislazione svedese sulla violenza sessuale applicabile “a qualunque atto di costrizione vincolato al sesso”.

La giornalista Anna Ardin che organizzava l’ufficio stampa del convegno si offrì di ospitare Assange nel proprio appartamento e con lui ebbe un rapporto sessuale consenziente durante il quale però – sia Assange sia l’Ardin lo riconoscono – il preservativo si ruppe. Sul momento – scrive ancora Oppes nel suo articolo – “La giornalista non diede grande importanza al fatto e continuò ad ospitare Assange a casa, e organizzo anche una festa in suo onore”. Affianco a questo episodio c’è la recidiva: si chiama Sofia Wilden, una ragazza che si presentandosi ad Assange come sua fan sarebbe riuscita ad invitarlo a casa dove i due poi hanno un rapporto. Fanno sesso due volte: la prima volta con, poi senza il protezione ma, a detta di Assange, in maniera consenziente. “Niente di grave ma, tornata a Stoccolma, la giovane ci ripensa, si spaventa e – spiega il giornalista del Fatto – parla con la Ardin scoprendo che anche lei ha avuto l’incidente del condom rotto. E a questo punto che le due donne si coalizzano – spiega ancora Oppes – e decidono di presentarsi in tribunale. Violenza, stupro? No, niente di tutto questo – conclude l’articolo – l’unico rimprovero che viene fatto ad Assange è quello di essersi rifiutato di sottoporsi, dopo i rapporti avuti con le due ragazze, ad una prova per vedere se era affetto dall’Hiv o da altre malattie veneree”.

Insomma, non si tratta di stupro (perché il sesso era sempre consenziente) come hanno ripetuto i tg all’unisono e nemmeno di un arresto legato all’attività di pubblicazione dei cabli. L’arresto “internazionale” arriva per un preservativo rotto, anzi due.

Senza fare quindi grandi analisi sui file pubblicati da Assange su Wikileaks e che piano piano emergeranno dalla rete, mentre il libertario che non si vuol far fare il test dall’hiv a Stoccolma si fa arrestare a Londra, una domanda noi garantisti liberali dovremmo almeno porgercela. Perché quest’uomo diventa addirittura l’uomo più temuto dai potenti? Paura della o delle verità che potrebbero emergere ancora in quei cabli e nei prossimi 2.700 file riguardanti l’Italia che dovrebbero essere a breve resi disponibili? Perché chi è da sempre garantista afferma invece che Assange “non deve essere processato solo per stupro ma anche per gli altri gravi reati che ha commesso”. Ma se c’è un reato collegato alla fuga di notizie, è il giornalista che le pubblica che commette il reato o chi le ha trafugate? Perché, dunque, come lo stesso Ministro Frattini spiega, si ha paura che “lo stillicidio di rivelazioni” continuerà? Cosa c’é nei 2.700 file che riguardano – dal 2000 al 2010 – l’Italia e di cui ci si preoccupa tanto da voler oscurare il sito wikileaks ed arrestare Assamge? Perché si temono così quei dati tanto da invocare il carcere duro per il libertario impenitente? Nella qualità di giornalista Assange forse da fastidio perché fa luce su fatti e misfatti che, se pur veri e documentati, secondo alcune logiche di “stato”, dovrebbero restare “segreti”, sconosciuti ai più. Oggi la rete permette invece, ai dati ed alla conoscenza di essere divulgati anche senza il consenso censorio dei potenti. Sappiano però, coloro che spererebbero di arrestare la diffusione di quei cabli che questi, giunti ormai in rete, sono stati duplicati su centinaia di siti mirror, siti definiti specchio perché replicanti fedelmente quei dati, e l’ondata di notizie non è più arrestabile. Dopo gli attacchi moltiplicatisi contro il sito Wikileaks, i suoi contenuti, i suoi finanziamenti e il suo fondatore, la rete si sta mobilitando e persino il Partito Radicale di Pannella, che da sempre si batte per la libertà d’informazione nel mondo, ha “raccolto l’appello di Wikileaks a ripubblicare il materiale sotto attacco”. Più di centomila utenti sono oggi in grado di rimetterli in rete qualora si riuscissero a spegnere contemporaneamente tutti i siti replicanti. Tentare ora di metterci una pezza ponendo sotto attacco il sito, non è servito e non servirà ad impedire che quelle stesse informazioni vengano lette, analizzate, divulgate e ripubblicate. La fluidità e la dinamicità della rete è inarrestabile e se la notizia c’è non si ferma. In fondo, e meno male, anche questa oggi è la stampa, bellezza!

Stefano Cucchi, a distanza di un anno ancora poche verità

Share

di Giuseppe Candido

Stefano Cucchi stato ucciso un anno fa. Un manifesto lo ricorda su internet con un scritta agghiacciante: assassinato dallo Stato. Un anno ci separa dalla notte del 15 ottobre 2009 quando Stefano venne fermato, arrestato e picchiato. Strappato all’affetto di quelli che lo amano da una giustizia troppo ingiusta che lo restituire senza vita dopo 7 giorni, il 22 ottobre 2009. Giovanni Cucchi, il papà di Stefano, durante la conferenza stampa in cui venivano date alla stampa le foto e la notizia, chiedeva “Vogliamo sapere perché alla richiesta precisa di Stefano non stato chiamato, dai militari la sera dell’arresto, il suo avvocato di fiducia, vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come stato possibile che abbia subito le lesioni, vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando, vogliamo sapere dalle strutture carcerarie perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici, vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”.

Ma, a distanza di un anno, le risposte a queste domande ancora non ci sono. La giustizia ha tempi lunghi. La storia di Stefano e le immagini del corpo rese pubbliche in quella conferenza stampa colpirono l’Italia tutta suscitando sconcerto, indignazione e rabbia. Rabbia per la morte di un giovane, ma non solo. Le dichiarazioni di parte della politica giustificarono quello che era accaduto ricercando nella vita privata di Stefano e della sua famiglia i pretesti morali per giustificare la barbarie. Quello che accaduto a Stefano rappresenta lo spaccato di un paese dove troppo spesso la dignità degli esseri umani viene sacrificata in nome del giudizio morale, della punizione esemplare, della sicurezza. Ma Stefano no il solo. Qualcuno propone addirittura un’associazione Nazionale per chiedere verite giustizia per le vittime delle forze dell’ordine. Per chiedere giustizia e verità della morte di Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani e molti, troppi altri ancora. Il 5 ottobre ripartito il processo sulla vicenda di Stefano che vede alla sbarra un intero sistema costruito su abusi di poteri, negligenze, violenza, menzogne. Oggi invece c’è bisogno di verità. E c’è bisogno di verità su quello che nelle carceri continua ad avvenire. La pena alla morte e i suicidi di liberazione da un trattamento anticostituzionale e disumano. Dopo il bluff del ddl svuota carceri, le carceri illegali, anticostituzionali, continuano a causare maltrattamenti, torture e morte. Lultimo suicidio avvenuto nel carcere di Reggio Calabria dove, lo scorso 23 settembre, Bruno si tolto la vita impiccandosi nel bagno della cella. Aveva 23 anni ed il 49mo detenuto suicida in carcere dall’inizio dell’anno. Forse, come ci ricorda Voltaire, anche su questo si misura la civiltà di un paese e non sufficiente ricordarsene solo a ferragosto.

«Ci sono molte cause per le quali sono pronto a morire, ma nessuna per cui sono pronto ad uccidere.»

Share

Marco Pannella
Marco Pannella

di Giuseppe Candido

Il 2 ottobre, data di nascita del Mahatma Gandhi, venne celebrata per la prima volta la giornata mondiale della Nonviolenza dopo che, il 15 giugno dello stesso anno era stata promossa dall’Assemblea generale dell’Onu.

Quella risoluzione dell’Assemblea chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite di commemorare il 2 ottobre “in maniera adeguata così da divulgare il messaggio della nonviolenza, anche attraverso l’informazione e la consapevolezza pubblica”.

L’Italia che in questi giorni sta vivendo nuovamente episodi di violenza (dalla statuetta tirata a Berlusconi alla vicenda del Direttore di Libero Bel Pietro passando per il fumogeno scagliato a Bonanni durante la festa del Pd di Torino) avrebbe avuto senz’altro il bisogno, per non dire la necessità, di veder celebrata adeguatamente ma, purtroppo, neanche il servizio pubblico televisivo per cui paghiamo il canone ce ne ha dato memoria. Di quella risoluzione che afferma “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza” in Italia non se ne parla nemmeno. L’unico che ce la ricorda, ovviamente, è il Partito Radicale (transnazionale nonviolento e transpartito) che per simbolo, oltre 20 anni fa, scelse proprio il volto del Mahatma come suo simbolo identificativo. Pannella lo ha annunciato dai microfoni di Radio Radicale durante lo svolgimento dell’ultimo comitato nazionale del movimento: “Inizierò il mio Satyagraha, ha detto, con uno sciopero della fame, anche per celebrare così, e dar corpo, volto, mano, voce alla solenne  Giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’ONU”. Ma l’obiettivo della sua azione non è celebrativo ma volto alla ricerca della verità su due specifici aspetti. Quello su “Giustizia e carceri italiane”, definite “diretta riproposizione sociale, morale, istituzionale della Shoah”. L’obiettivo dichiarato dal suo sciopero è la “Riproposizione, anche formale, di una orrenda verità letteralmente accecante, totalmente cieca” che per Pannella e i Radicali “Minaccia di essere il prevalere storico di un istinto bestiale, assassino e suicida, nella specie umana”. “Oggi”, spiega Pannella, “in un nuovo contesto planetario, scienza e coscienza ci indicano che torniamo a viverlo come evento incredibile, impossibile; un incubo riuscito, dal quale sembrerebbe impossibile svegliare l’umanità, la comunità internazionale”.

Poi c’è il secondo motivo, non per ordine d’importanza, del “suo” Satyagraha che significa, è utile ricordarlo, amore della verità. Iraq libero come unica alternativa alla guerra che invece si preferì far deflagrare al posto della pace. Pannella non protesta ma propone: “La ricerca della conoscenza su una tremenda, “incredibile” verità storica, nascosta e negata in primo luogo proprio – oggi – nel e dal nostro mondo libero, “occidentale”, “civile”, dei “diritti umani”.

“Accadde, il 18/19 marzo 2003, che Bush e Blair – si legge testualmente nella nota sul sito www.radicali.it – fecero letteralmente scoppiare la guerra sol perché non scoppiassero in Iraq la libertà e la pace; con l’esilio, oramai accettato, da Saddam”.

Oggi, continua Pannella, “dobbiamo ambire, purtroppo – come Nonviolent Radical Party transnational and transparty – ad aiutare per primo Obama, la bandiera, l’onore, il popolo americano a uscire dalla scelta di protrarre l’impero della menzogna bushana, storica, civile, morale, ai danni di tutti i popoli oggi viventi: ai danni in primo luogo di quei repubblicani che l’avevano eletto e che più di altri  – quindi – sono stati vittime di un tradimento blasfemo, che ha provocato e provoca l’eccidio di milioni fra americani e altri popoli”. E per questo non protesta ma proposta: quella di istituire una Commissione di inchiesta sulla verità di quegli eventi si affermi “e ci mondi”.

L’acqua che evapora in Basilicata

Share

Articolo di Eric Jozsef, Le Temps, Svizzera.

Tradotto su la rivista settimanale “Internazionale” n°861 27 Agosto/2 Settembre 2010

In Italia si spreca il 37 per cento dell’acqua. In alcuni quartieri di Potenza le perdite sono del cento per cento. Ma qualcosa comincia a cambiare

Non ci sono limiti territoriali né cartelli stradali. “Stiamo entrando in contrada Bandito”, dice un geometra della società Acquedotto Lucano, che gestisce le risorse idriche della Basilicata. “Da lì non sappiamo più che fine fa l’acqua pubblica. Ne scompaiono migliaia di metri cubi”.

Sulla collina di fronte a Potenza le piccole case popolari sorgono a fianco di ville moderne, tra cui alcune, si dice in città, dotate di piscina. Molti ediici sono abusivi. Contrada Bandito, chiamata così in memoria dei briganti che si accampavano da queste parti, si è sviluppata dopo il terremoto del 1980, che ha distrutto parte della città. “Abbiamo dovuto ricostruire”, spiega l’ingegnere Michele Folino, esperto di questioni idriche. “E per favorire la ripresa economica si è permesso di costruire ovunque”.

La Basilicata, e l’Italia in generale, sono tra le zone europee dove si spreca più acqua. Secondo un rapporto del Comitato per la vigilanza sull’uso delle risorse idriche, a livello nazionale si spreca il 37 per cento dell’acqua. Per questo il governo Berlusconi vuole privatizzate le società pubbliche che gestiscono le risorse idriche. La proposta, però, ha provocato la mobilitazione di moltissimi cittadini che chiedono un referendum per bloccare il progetto.

Nel 2009 l’Acquedotto Lucano ha erogato più di 92 milioni di metri cubi di acqua. Ne sono stati fatturati solo 39 milioni. Il 58 per cento del totale è “evaporato” dai conti della società, fondata nel 2003 e controllata dal consiglio regionale e dai comuni. A Potenza le cifre sono ancora più impressionanti. “Su 14 milioni di metri cubi erogati ne fatturiamo cinque”, il 36 per cento, ammette il direttore generale Gerardo Marotta. In media ogni abitante spreca 450 litri di acqua al giorno. A contrada Bandito le per-dite sono del cento per cento.

A volte d’estate, a causa della siccità e del caldo, la Basilicata è costretta a razionare l’acqua o a sospenderne l’erogazione. Eppure, a soli venti chilometri da Potenza, le sorgenti non sono quasi mai a secco. Sul monte Arioso ci sono trenta corsi d’acqua, che viene raccolta in modo sistematico e ingegnoso. “Le condutture risalgono agli anni venti e funzionano ancora bene”, dice Gerardo Grippo, responsabile degli interventi di riparazione.

“Chi dice condotta dice perdita”, afferma Marotta, sottolineando che le perdite cosiddette tecniche non superano l’8 per cento. “È nei centri abitati, con tubature più piccole, che le perdite aumentano”, spiega Grippo. Possono arrivare al 25 per cento. Per di più, in passato, i finanziamenti di Roma e Bruxelles sono stati usati per aggiungere nuove tubature, invece che nella manutenzione delle reti esistenti.

Risparmio a tutti i costi

Con il prosciugamento dei contributi pubblici, la Basilicata ha cominciato a prendere sul serio la gestione delle acque. È stata creata la società Acquedotto Lucano per rinnovare la rete. “Prima, quando raccomandavamo un uso più eiciente dell’acqua, ci ridevano in faccia”, dicono Antonio Lanorte e Pietro Fedeli di Legambiente. “Oggi ci ascoltano, ma lo fanno per motivi economici”.

Acquedotto Lucano è impegnata anche a ridurre le perdite amministrative, cioè le deviazioni delle acque da parte di agricoltori e residenti. Con la complicità dei politici, molti contatori sono stati installati nelle case private. È suiciente allacciare deviazioni illegali prima del contatore per rubare l’acqua. “Non possiamo intervenire su terreni privati senza autorizzazione”, spiega Grippo. “Per fortuna ogni tanto nascono problemi familiari che provocano liti e denunce”.

“Nei prossimi anni”, spiega Marotta, “cambieremo i contatori e continueremo a ridurre le perdite amministrative”. Marotta è convinto che a Potenza la battaglia per la privatizzazione non avrà luogo. La società che gestisce l’acquedotto ha il sostegno della popolazione. “I controlli sono aumentati”, dice un funzionario regionale. “Ma come possiamo essere ottimisti? A Bandito, in mezzo alle ville illegali, ci sono quelle di carabinieri e magistrati”