Default Lazio: l’introduzione del nuovo libro di Massimiliano Iervolino

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Dall’introduzione
Era la sera del 22 marzo, un venerdì diverso dagli altri, almeno per me. L’orologio segnava le ore 20,20 e correva l’anno 2013. Mi trovavo in via della Pisana 1.301, sede del Consiglio regionale del Lazio, nella mia stanza al secondo piano della palazzina E.

Vista l’ora tarda, gli uffici erano vuoti. I colleghi del gruppo Bonino-Pannella era­no andati via, la documentazione portata altrove e i computer resettati. Un’esperienza durata circa tre anni giungeva al termine. Una fase della mia vita s’era conclusa, ciclo cominciato al fianco di Emma Bonino candidata alla presidenza della Regione Lazio e trascorso al servizio dei due consiglieri Radicali eletti in Consiglio regionale. Scelsi di abban­donare per ultimo quei locali, l’epilogo sentivo il bisogno di viverlo in solitudine. Provavo una strana sensazione d’angoscia mista a rabbia e, come colonna sonora del momento, mi facevano compagnia i rumori naturali di quel luogo e l’odore nauseabondo proveniente dalla disca­rica di Malagrotta.

Una volta chiusa la stanza percorsi il piano terra per raggiungere l’u­scita. I corridoi lunghi e deserti mi provocarono momenti di scora­mento, inadeguatezza e riflessione. Ricordo bene d’aver superato nel silenzio assoluto l’aula consiliare e le sale dedicate alle commissioni. Mi ritornò in mente, come in un cortometraggio, tutto quello a cui avevo assistito in quasi tre anni di vita politica. Ripensai ai dibattiti, agli scontri, agli scandali e alle tante inchieste. In particolare, tornai a luglio del 2010, nell’aula della commissione Bilancio, dove si discuteva il primo atto importante della Giunta Polverini, ovvero l’assestamento. Era notte fonda e il testo ancora non era stato approvato. La sala gre­mita al punto che non v’erano posti a sedere. Gli emendamenti presen­tati erano migliaia e il via vai di persone che s’informavano sull’orario di ripresa della seduta era interminabile. Ricordo la noia di alcuni, il disappunto di altri e il disagio che cominciava a trasparire sui volti di quasi tutti i presenti. La mezzanotte s’avvicinava, gli addetti ai lavori c’erano ma mancavano i consiglieri. Non era inconsueto scorgere qual­cuno andar via per la disperazione, così come non c’era da meravigliarsi della tanta gente presente nonostante l’orario tardo. Il bilancio è atto importante di cui discutere, e per l’occasione molte persone erano ve­nute a far visita al proprio consigliere di riferimento. I soldi in ballo erano molti e gli avvoltoi sempre pronti, la preda era quasi in tavola ed era ghiotta. Rammento ancora oggi un funzionario guardare desolato l’orologio, erano le 00,25, ma proprio durante quell’ennesimo attimo di scoramento qualcuno finalmente uscì dalla sala per avvertire i colle­ghi che la seduta stava per riprendere. Un uomo dalla stazza possente riaprì i lavori: era Franco Fiorito, presidente della commissione Bilan­cio della Regione Lazio.

La manovra finanziaria costituisce senza dubbio l’atto più importan­te per una regione, perché influisce successivamente nella vita di ogni cittadino. Ma tra i presenti aleggiava la sensazione che tutto ciò fosse secondario e che quella sede istituzionale fosse del tutto marginale. Oggi non è difficile indovinare i reali motivi dei considerevoli ritardi con cui iniziava la commissione Bilancio e di certo l’estrema lentezza dei lavori non era ascrivibile a grandi dibattiti o a doverosi scontri sulla manovra finanziaria. Quello su cui si doveva decidere in pubblico era già stato concordato nelle riunioni segrete, tenutesi precedentemente e utili al raggiungimento di un mero accordo di convenienza tra i mem­bri della commissione e la Giunta. La materia del contendere divente­rà chiara solo a distanza di molti mesi, allorquando scoppieranno gli scandali relativi ai fondi dei gruppi consiliari.

Le mie rievocazioni sull’attività di quella commissione furono in­terrotte da una telefonata di un caro amico, dirigente del Partito democratico, con cui intrattenni una breve conversazione inerente l’analisi del voto. Gli chiesi del perché non si fosse candidato alle ele­zioni regionali e la sua risposta fu tanto sincera quanto inquietante. Mi confidò di non avere quel milione di euro necessario per nutrire una qualche speranza d’essere eletto. Non feci la minima fatica a col­legare quella sua affermazione con quanto visto durante la legislatura appena conclusa. Infatti, ripianare i debiti delle passate elezioni e mercanteggiare per le future tornate elettorali era stato il pensiero ossessivo-compulsivo di molti eletti della consiliatura guidata dal centro-destra. La legge elettorale prevista per le elezioni regionali di certo non aveva giovato e la ricerca quasi spasmodica delle preferenze era stata una delle cause della consolidazione di un sistema corrotto e corruttore. Siamo di fronte a un regime basato sull’illegalità che crea profitti illeciti e trova come terminale ultimo, specie negli enti locali, non tanto i partiti in quanto tali ma i singoli capi banda di zona. Proprio per questo, in virtù del maggior potere conferito alle regioni attraverso la riforma del titolo V della Costituzione, e tenendo conto del superamento della forma partito così come conosciuta nel secolo scorso, diventa più complesso spiegare questo tipo di fenomenologia attingendo alle teorie sulla partitocrazia esposte negli anni da perso­naggi del calibro di Ernesto Rossi, Panfilo Gentile, Giuseppe Ma­ranini e Marco Pannella. La telefonata terminò con questi pensieri, tristissime considerazioni, che rafforzavano ancor più la mia convin­zione di assistere a partite elettorali truccate.

Nel riprendere il cammino verso l’uscita dell’edificio, la mia atten­zione s’indirizzò verso l’unica sala aperta dell’intero emiciclo, il luogo dove di solito si riuniva la commissione Sanità. Dalla porta socchiusa usciva un tenue fascio di luce. Cercai di sbirciare per vedere se ci fosse qualcuno ma la sala era deserta. Una degna rappresentazione finale d’u­na commissione simbolo per la sua improduttività. Una materia tanto dibattuta in campagna elettorale da divenire paradossalmente un vero e proprio spettro durante i tre anni di legislatura. Ebbene sì, a via della Pisana 1.301 aleggiava un fantasma chiamato sanità. Eppure stiamo parlando d’una Regione che, con la Campania, concorre a comporre il 63 per cento del debito complessivo della sanità italiana. Motivo per cui qualche sprovveduto elettore avrà pensato che, vista la situazione disastrosa, in Consiglio regionale non si facesse altro che parlare della salute dei cittadini. Verrebbe da dire: povero illuso!

La verità era un’altra: c’era stata una sola donna al comando e tutto il resto contava poco o nulla. Tutti coloro che nel 2010 vennero elet­ti non potevano proferire parola sul tema. Ragioniamo, si badi bene, di una materia che copre circa il 70 per cento del bilancio regionale. Settanta consiglieri “costretti” ad assistere inermi al sovraffollamento dei pronto soccorso, alle nomine dei direttori generali delle Asl, alla chiusura degli ospedali e alle varie urgenze conseguenti di un sistema al collasso.

Le notizie si apprendevano solitamente dai giornali. Nulla di più era dato sapere, si correva il rischio dell’orribile reato di lesa maestà! Il sindacato ispettivo era una funzione totalmente elusa: tutti potevano chiedere informazioni, tanto nessuno avrebbe risposto. La sanità era un affaire esclusivo di Renata Polverini. Non bisognava disturbare il ma­novratore altrimenti, specie per gli eletti nella maggioranza, si poteva rischiare l’accusa di tradimento.

Il fantasma sanità raramente si manifestava ai comuni mortali. Per vederlo prendere forma bisognava attendere luglio e dicembre d’ogni anno. Medesimo periodo in cui l’assessore al Bilancio, Stefano Cetica, appariva in commissione. Ma nessuno si faceva illusioni: costui si sa­rebbe limitato a illustrare una rapida relazione per lo più ragionieristi­ca. Nel cuore del problema non era permesso entrare, neanche dopo aver ascoltato l’assessore affermare che i cittadini del Lazio sarebbero stati costretti a pagare attraverso le proprie tasse circa tre milioni di euro al giorno per spese inerenti gli interessi sul debito.

Per amore della verità, va ricordato che la stragrande maggioranza dei consiglieri regionali, presi com’erano a occuparsi del “controllo” del territorio, non nutrivano il minimo interesse nel rivendicare la potestà legislativa; ci si accontentava di qualche apparizione silente. Ad alcu­ni signori poco importava di quanto era stato promesso in campagna elettorale. Erano ben consapevoli che, in mancanza di un reale stato di diritto, durante le elezioni contava, e molto, solo chi aveva lavorato meglio per la compravendita del consenso. Il fantasma sanità, anche per questo, continuava ad aggirarsi nei corridoi della sede regionale. A volte qualcuno provvedeva a informare dal sito della Regione La­zio che, ogni settimana, si materializzava all’interno della commissione predisposta. Le sedute erano quasi esclusivamente dedicate all’ascolto delle associazioni e dei sindacati di categoria. Uno sfogatoio senza sboc­chi legislativi e senza risposte concrete. La verità era tanto semplice quanto pericolosa. Neanche una proposta di legge consiliare arrivò in aula, le interrogazioni non trovarono mai nessuna risposta e l’accesso agli atti fu sistematicamente raggirato. In parole povere, la delega più importante era divenuta uno spettro. Con questa triste convinzione varcai per l’ultima volta l’uscita del Consiglio regionale: il mio lavoro lì dentro era finito. Quel luogo era stato per tanti mesi l’epicentro di scandali, polemiche e indagini del­la magistratura che s’erano estese poi anche ad altre regioni italiane. I finanziamenti occulti ai gruppi consiliari, misti all’ingordigia stra­fottente e bulimica di alcuni e conditi da una buona dose di gossip nostrano sulle grandi e inutili spese della casta, avevano scatenato l’in­dignazione popolare. Motivo per cui televisioni, giornali e radio si occuparono del caso Lazio.

Mi resi conto che sulla regione nella quale vivo c’era tanto altro da raccontare, visto che la bancarotta non si limitava alla sola sfera morale ma debordava negli ambiti economici e democratici. Tant’è vero che la Corte dei Conti, in una delle sue ultime relazioni, puntò il dito contro coloro che avevano governato negli ultimi anni, stilan­do accuse pesantissime quali: violazione dei princìpi di chiarezza e comprensibilità del bilancio; mancanza del carattere di certezza del livello d’indebitamento; erronea modalità di calcolo delle spese per il personale e mancato monitoraggio della spesa per consulenze esterne. Ma v’era di più: nel territorio esisteva ed esiste ancora oggi un mondo sommerso costituito da società partecipate, agenzie regionali ed enti pubblici di cui difficilmente si conoscono dati e valutazioni sui risul­tati economici e finanziari. …
http://www.massimilianoiervolino.it/recensioni-default-lazio/198-default-lazio-l-introduzione.html

Referendum in Calabria senza agibilità democratica

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Se la gente non è informata e se non vi è agibilità democratica per il servizio di autenticazione delle sottoscrizioni, la raccolta delle 500.000 firme necessarie ad ammettere al voto i quesiti referendari, quello strumento di democrazia diretta che davvero potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica risulterà un’arma spuntata. Altro che agibilità politica per Silvio Berlusconi, in questo Paese quello che davvero sembra mancare è l’agibilità politica dei cittadini. Traditi dai partiti che non assolvono al dettato costituzionale di far partecipare la gente, il popolo “sovrano”, alla vita politica nazionale, se i cittadini non vengono informati, dal servizio pubblico radiotelevisivo di cui pagano il canone, su tutti i singoli quesiti e neanche sanno che, negli oltre ottomila comuni italiani, si possono firmare i 12 referendum Radicali la raccolta delle firme per i referendum diviene una missione impossibile. Eppure i Radicali di firme in Cassazione, negli anni, ne hanno depositate a milioni. Oggi però il problema è duplice: da un lato manca totalmente o quasi l’informazione di massa, l’informazione sui dodici quesiti che si potrebbe ottenere solo con adeguati approfondimenti e con i telegiornali nazionali e regionali. Mentre i media sono tutti impegnati a discutere dell’agibilità politica e dell’eventuale decadenza di Silvio Berlusconi dalla poltrona del Senato, tranne qualche rara eccezione, nonostante ve ne sia estrema urgenza, sull’unica vera proposta politica di riforma della giustizia di questo Paese sembra essere calato il silenzio. Negli ultimi giorni sembrerebbe che qualcosa stia cambiando, ma se non ci sarà un’adeguata promozione nei prossimi giorni si rischia di fallire la raccolta delle sottoscrizioni.
Poi c’è il problema dell’autenticazione delle firme. Possono farlo i Consiglieri comunali, provinciali e regionali oltreché, ovviamente, i cancellieri dei tribunali, delle corti d’appello e i dipendenti degli uffici comunali appositamente delegati. Poiché, soprattutto nel mese di agosto, i consiglieri comunali sono poco disponibili ad organizzare e fare tavoli di raccolta firme, poter andare a firmare in comune dovrebbe essere un servizio essenziale garantito presso gli uffici comunali. Tant’è che proprio a tale scopo, lo scorso 26 luglio, il Ministro dell’Interno ha diramato una specifica circolare a tutte le prefetture d’Italia proprio per comunicare ai Prefetti di tutta Italia la necessità di sollecitare con urgenza i sindaci e gli uffici comunali di competenza affinché garantissero quest’importante servizio. “Per garantire il pieno e corretto svolgimento della raccolta delle sottoscrizioni delle richieste referendarie occorrenti ai fini dell’esercizio del diritto di voto previsto dall’articolo 75 della Costituzione”, recita la circolare, “si pregano le Signorie Loro di sensibilizzare in tempi estremamente brevi i Sindaci dei rispettivi comuni affinché pongano in essere ogni misura organizzativa idonea a garantire un efficace servizio di autenticazione delle sottoscrizioni. In particolare” – si legge ancora nella circolare n°50/2013 – “si richiama l’attenzione sulla necessità che i sindaci, previa attenta verifica delle disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere tale funzione autenticante, incarichino durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari all’effettuazione delle autentiche”. Accogliendo infatti alcune delle richieste dei Radicali, il Ministero dell’interno ha chiesto ai Comuni di verificare attentamente la disponibilità dei dipendenti comunali a svolgere funzione di autentica, di incaricare durante tutto il periodo estivo il maggior numero possibile di funzionari, di dare la disponibilità all’autentica anche in luogo pubblico o aperto al pubblico
e di pubblicizzare sul sito internet del Comune i luoghi e gli orari di apertura degli uffici comunali dove si può firmare. Una circolare che in Calabria sembrerebbe essere rimasta lettera morta. Di pubblicizzare i referendum sui siti dei comuni, tranne qualche rara eccezione come il comune di Catanzaro, in Calabria non se ne parla nemmeno. Paradossalmente però, presso il comune di Lamezia Terme non soltanto manca la pubblicità su internet dei referendum come del resto avviene in quasi la totalità dei comuni calabresi ma, quello che è assai più grave, è che nei giorni scorsi abbiamo constato che i cittadini non potevano neanche firmare. Impiegati comunali che non sanno nulla e che, di fronte all’ennesima richiesta di informazioni, ha tirato fuori i moduli per una raccolta firme di un referendum svoltasi nel 2012 e i moduli di sottoscrizioni delle candidature per le elezioni di Camera e Senato del 2013.
Quando vi si è recato un nostro compagno radicale per verificare se al comune di Lamezia Terme si potesse firmare, abbiamo dovuto constatare l’impossibilità di sottoscrivere i referendum sia presso l’ufficio relazioni col pubblico della sede del Comune nuovo in contrada Maddame, sia presso gli uffici anagrafe di Nicastro (Piazza d’Ippolito) e sia presso le Delegazioni municipali di Sambiase e di Sant’Eufemia.
Per tentare di capire come stesse andando la raccolta delle firme in comune sui dodici quesiti referendari nei 409 comuni calabresi, nei giorni scorsi abbiamo fatto qualche telefonata. Sono stati oltre 70 i comuni calabresi contattati (18%).
Premesso che il numero dei firmatari nei comuni calabresi è davvero minimale (a Catanzaro sono solo 8, a Cosenza 5, solo per fare qualche esempio), alla richiesta di avere indicazioni sul numero dei firmatari su ciascun quesito, ho ricevuto le risposte più strane ed esilaranti: qualche ufficio comunale neanche sapeva dell’esistenza dei moduli, altri non avevano capito che i referendum fossero 12 e si sono limitati a far sottoscrivere ai cittadini (anche loro poco informati) soltanto il primo quesito sulla responsabilità civile dei Magistrati e quello sul “divorzio breve” che stanno, rispettivamente, sulla prima facciata dei due fascicoli di raccolta firme mentre gli altri dieci quesiti sono stati ignorati.
A questo punto, considerata la scarsa informazione, credo sia utile ricordare che chi vuole firmare i 12 referendum può recarsi negli uffici comunali munito di documento di riconoscimento e apporre 12 firme sui due blocchi di moduli. Rimangono ancora pochi giorni per firmare i 12 referendum per la riforma della giustizia, delle politiche su droghe e immigrazione, per abolire il finanziamento pubblico dei partiti e la truffa dell’otto per mille, per il divorzio breve. Per raggiungere le 500 mila firme necessarie non basteranno i banchetti nelle piazze anche per la difficoltà in molte realtà di trovare consiglieri comunali disponibili. Occorre perciò utilizzare al massimo l’unica possibilità offerta dallo Stato, ovvero gli uffici dei Comuni. Nelle scorse settimane, spendendo decine di migliaia di euro, i Radicali hanno inviato i moduli dei 12 referendum a tutti gli oltre 8000 Comuni d’Italia, in modo da permettere ai cittadini di firmare negli uffici comunali, di norma aperti tutte le mattine dal lunedì al venerdì. Nonostante gli obblighi di legge, le istituzioni e la Rai non informano gli italiani di questa possibilità. Per questo i Radicali hanno deciso di convocare tre giornate nazionali di mobilitazione – da mercoledì 28 a venerdì 30 agosto- per informare i cittadini e invitarli a firmare negli uffici comunali.


Giuseppe Candido

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Alcuni interventi di Marco Pannella in cui cita Giuseppe Candido, a seguire l’intervista di Enrico Salvatori per Overshoot, trasmissione di radio radicale, a Giuseppe Candido sul libro in pubblicazione “La peste ecologica e il caso calabria”;

 

Dirigenti scolastici in Calabria: siamo alla frutta

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Domani arriverà in Calabria il Ministro dell’Istruzione Profumo. Un comitato rappresentativo dei due terzi dei vincitori del concorso per dirigente scolastico in Calabria scrive al Ministro dell’Istruzione che domani 27 settembre sarà in Calabria, per lamentare – si legge testualmente nella lettera pubblicata oggi da il Quotidiano della Calabria – “il fatto che, a fronte di ben 108 posti messi a bando, per l’anno scolastico appena iniziato, non si sia verificata nemmeno un’immissione in ruolo”. E sottolineano pure che si tratta di “una situazione più unica che rara nel panorama nazionale”. La lettera del comitato trascura però, forse volutamente o soltanto per ingenuità, quelli che lo stesso comitato definisce nella lettera al Ministro i “giudizi pendenti”. E già: perché i giudizi pendenti sono proprio sulla legittimità stessa della intera procedura di concorso. Il Consiglio di Stato infatti ha recentemente ribaltato più d’una ordinanza del Tar Calabria che in giugno non aveva accolto la richiesta di alcuni ricorrenti, rilevando la presenza del “fumus boni iuris” proprio relativamente all’incompatibilità del presidente della Commissione con quel ruolo di selezionatore di nuova classe dirigente. Quello che il comitato dei vincitori del concorso definisce una procedura “svolta all’insegna della legalità e della legittimità” in realtà appare sempre di più, anche alla luce degli accessi agli atti che hanno evidenziato elaborati dei vincitori con vistosi errori, un procedura viziata sotto molti aspetti. Il Tar Calabria dovrà adesso discutere nel merito i tanti ricorsi di persone che sono state escluse da quella graduatoria di vincitori. E, forse, è per questo che il Ministro temporeggia ad assumere.

In missione per conto di Caino. Intervista all’On. Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino

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di Giuseppe Candido

“La pena capitale è un “ferro vecchio” della storia. Le vie per l’abolizione sono infinite”

L’associazione che da anni lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo presenta il suo rapporto annuale.

4 agosto 2012 – Titolare dell’iniziativa all’ONU nel dicembre 2007 che portò all’approvazione della moratoria universale della pena di morte, lo scorso 3 agosto, presso la sede di Via di Torre Argentina a Roma, l’associazione Nessuno Tocchi Caino ha presentato il rapporto annuale sull’abolizione della pena di morte nel mondo. Oltre al Ministro per gli Affari Esteri, Giuliomaria Terzi di Sant’Agata, erano presenti numerosi ambasciatori: Finlandia, Svezia ma anche Turchia, Romania e Benin.

Il Rapporto 2012 – curato anche quest’anno dall’On. Elisabetta Zamparutti ed edito da Reality Book con la prefazione dello stesso Sergio D’Elia – conferma un’evoluzione positiva verso l’abolizione con 155 Paesi che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica (i Paesi totalmente abolizionisti sono 99; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 5; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44) mentre i Paesi mantenitori sono saliti a 43 rispetto ai 42 del 2010 sol perché il Sudan del Sud, divenuto indipendente dal Sudan nel luglio del 2011 ha mantenuto la pena di morte. Nel 2011 sono inoltre diminuiti i Paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali: 19 rispetto ai 22 del 2010 e sono diminuite le stesse esecuzioni, almeno 5.000 nel 2011, a fronte delle almeno 5.946 del 2010, fondamentalmente per il significativo calo delle esecuzioni in Cina che sono passate dalle circa 5.000 del 2010 alle circa 4.000 del 2011. La Cina è la prima sul triste podio dei paesi “esecuzionisti”, seguita dall’Iran, con almeno 676, un aumento spaventoso rispetto alle 546 del 2010 e dall’Arabia Saudita che con almeno 82 esecuzioni ha addirittura triplicato quelle compiute l’anno precedente. Dal rapporto si apprende che “i paesi totalitari ed illiberali sono responsabili del 99% del totale mondiale delle esecuzioni, mentre quelli democratici dell’1% con gli Stati Uniti che ne hanno compiute 43 nel 2011 (un dato che conferma il calo delle esecuzioni in corso da anni in America) e Taiwan 5. In controtendenza il Giappone che invece nel 2012 ne ha già eseguite 5”.

Sergio D'Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino
Sergio D’Elia, segretario di Nessuno Tocchi Caino

Abbiamo raggiunto Sergio D’Elia telefonicamente per avere dettagliate informazioni sulle novità che emergono dal rapporto e per fare il punto sulla lotta per l’abolizione della pena di morte nel mondo.

D: Onorevole D’Elia, lo scorso 3 agosto è stato presentato il Rapporto annuale di Nessuno Tocchi Caino sulla pena di morte. Quali sono le novità più importanti e qual’è la prospettiva futura per l’abolizione della pena di morte del mondo?

R: In primo luogo si conferma una tendenza, ormai irreversibile, verso l’abolizione della pena di morte che, ormai, è divenuta un “ferro vecchio” della Storia dell’umanità di cui, però, bisogna ancora definitivamente liberarsi come ci si è liberati dalla tortura, dalla schiavitù e da altri strumenti mortiferi. Sicuramente abbiamo svolto un’opera che ci ha consentito, in questi diciannove anni dalla nascita nel ’93 di Nessuno Tocchi Caino, di far abolire, attraverso le iniziative intraprese paese per paese ma, soprattutto, attraverso l’iniziativa in sede delle Nazioni Unite all’Assemblea Generale dell’ONU che ha portato alla moratoria. Quando abbiamo iniziato, nel ’93, erano 97 i Paesi membri dell’Assemblea che ancora mantenevano la pena di morte. Ora ne abbiamo 56 in meno di quei 97 paesi. La risoluzione (dell’ONU, ndr) è stata una pietra miliare.

D: Nel dicembre del 2007 è stata votata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la moratoria sulle esecuzioni capitali. Una battaglia che ha visto Nessuno Tocchi Caino affianco al Governo italiano. Cosa è cambiato da allora?

R: La moratoria è stata sostenuta da una coalizione mondiale di Paesi abolizionisti rappresentativi un po’ di tutti i continenti ma guidata, innanzitutto, dal Governo italiano che ha avuto un ruolo fondamentale e con il quale, da almeno 20 anni, siamo stati partner per questa battaglia.

La situazione oggi è quella di dover dare attuazione concreta a quella Risoluzione in una quarantina di paesi (sono ancora 41 Paesi rimangono ancora mantenitori della pena di morte). Di questi, però, solo una metà di essi ancora, ogni anno, chi più chi meno, pratica la pena di morte. E per porre definitivamente fine allo Stato che uccide, allo “Stato Caino”, occorre che, soprattutto i Paesi che hanno sostenuto all’ONU la risoluzione sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali, si impegnino concretamente affinché sia rispettata ovunque. Io dico che le vie per l’abolizione della pena di morte sono infinite. Noi le abbiamo praticate tutte e continuiamo a farlo: la via parlamentare, la via dell’opinione pubblica nazionale, la via della comunità internazionale, ma anche la via, veloce e concreta, della “non collaborazione” da parte dei paesi che hanno abolito la pena di morte, alla pratica della pena di morte nei paesi in cui ancora vige.

D: In che senso “non collaborazione”?

R: Faccio un esempio: nel giro di un mese, un annetto fa, l’Italia – campione mondiale per la lotta all’abolizione della pena di morte, che l’ha abolita nel ’47 dalla propria Costituzione, che si rifiuta di estradare chi rischia la pena di morte verso i paesi che ancora la mantengono – rischiava essa stessa di essere complice dei paesi che ancora la praticano. La via della non collaborazione l’abbiamo attuata un anno fa impedendo ad una filiale italiana di una multi nazionale farmaceutica di produrre in Italia il penthotal che era destinato per gli Stati Uniti. Lo abbiamo fatto con iniziative parlamentari, con manifestazioni, conferenze stampa. Quello è stato un passaggio cruciale perché sulla scia della prima anche altre società multinazionali hanno preso la decisione di non consegnare più il penthotal né il penthopartital che intanto aveva sostituito il primo nelle carceri americane. Addirittura è accaduto che il Vietnam, che è passato dal plotone d’esecuzione all’iniezione letale appena un anno fa, in quest’anno non ha giustiziato nessuno perché non è riuscito a procurarsi, sul mercato internazionale, le sostanze letali necessarie a poter praticare la pena di morte. E quindi questa è una strada. Un’altra strada l’ha intrapresa un’altra organizzazione che si chiama “Uniti contro l’Iran nucleare”, un’organizzazione che si occupa soprattutto di contrastare il rischio che il regime dei Mullah possa dotarsi dell’arma nucleare, ma che è diventata anche un associazione che si batte contro la pena di morte e che ha fatto un’interessante campagna che ha cominciato a dare i suoi frutti. Cioè quella denominata campagna delle gru che, in Iran, sono diventate lo strumento usato per praticare le impiccagioni. Loro (gli attivisti, ndr) hanno ottenuto che tre società giapponesi multinazionali, che vendono gru in tutto il mondo, hanno deciso di scindere tutti i contratti commerciali con l’Iran proprio perché hanno verificato che le loro gru venivano utilizzate per fare le impiccagioni. Insomma, queste sono altre strade che si possono percorrere, come quella sul penthotal che abbiamo percorso in prima persona noi, che ha causato in alcuni stati americani il rinvio delle esecuzioni e, alcuni stati, addirittura sono arrivati all’abolizione della pena di morte anche per questo. Il prossimo autunno, in novembre, si voterà in California un referendum per abolire la pena di morte. Certo, questo non soltanto per problemi legati alla carenza dei farmaci letali ma anche perché la California ha verificato che condannare a morte, tenere nel braccio della morte 10-15-20 anni un detenuto prima di giustiziarlo, costa molto di più che tenerlo in carcere anche tutta la vita. E quindi stanno adesso discutendo con un referendum se abolire la pena di morte, anche in base a questi dati economici. Pragmaticamente americano come ragionamento, però. Loro sono particolarmente rigorosi sui bilanci statali. Hanno verificato che il bilancio della Giustizia penale, proprio per il mantenimento della pena di morte, costa tantissimo e quindi vogliono rientrare nei calcoli dei loro bilanci anche eliminando questa pena. Poi ci sono le prese di posizione dei parenti delle vittime che, piuttosto che spendere tanto (ci sono cifre altissime soprattutto in Stati come il Texas) per mandare, una o due volte l’anno, qualcuno a morire, chiedono di utilizzare meglio quei fondi per investigare e risolvere quei crimini e quei reati che rimangono insoluti e di cui non si conosce il colpevole. E sono i parenti delle vittime, oltre agli investigatori e i dipartimenti di polizia, che fanno questa proposta. Diciamo che si sta muovendo moltissimo anche in Paesi un tempo prettamente sciatte ad istanze umanitarie come la Cina.

D: Dopo la battaglia per la moratoria delle esecuzioni capitali, oggi ha ancora senso sostenere in questa “missione per conto di Dio e di Caino”, l’associazione che tu guidi da oltre dieci anni?

R: Beh, io dico sempre che Nessuno Tocchi Caino è una sorta di società per azioni. Mutuando questo termine dall’ambito economico finanziario, è letteralmente così. Nel senso che l’iscriversi a Nessuno Tocchi Caino equivale a sottoscrivere l’azione di una società, in questo caso di un’associazione radicale; chi contribuisce direttamente acquista una quota, la propria, di un impegno, di un’opera e di un’iniziativa che poi ritorna in termini di “guadagno” – tra virgolette – perché ritroviamo un mondo più giusto, più umano. Un mondo dove, finalmente, ci possiamo liberare di questo anacronismo della Storia che è la pena capitale.

Per approfondire (dalla Newsletter di NTC, Anno XII n°56 del 4 agosto 2012)

LE PROSPETTIVE DELLA CAMPAGNA DI NESSUNO TOCCHI CAINO

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a votare nel dicembre 2012 una nuova Risoluzione a favore di una Moratoria sull’uso della pena di morte e Nessuno tocchi Caino è impegnata su due fronti di iniziativa a sostegno della Risoluzione.

Il primo è aumentare il numero dei Paesi cosponsor e dei voti a favore della Risoluzione. A tal fine, con il supporto del Ministero degli Affari Esteri italiano, Nessuno tocchi Caino ha previsto di compiere nei prossimi mesi missioni in Africa in 4 Paesi – Zimbabwe, Ciad, Repubblica Centroafricana e Swaziland – dove negli anni più recenti sono stati compiuti passi significativi verso l’abolizione della pena di morte.

Il secondo fronte è rafforzare il testo della nuova Risoluzione con due richieste fondamentali da rivolgere esplicitamente ai Paesi che praticano ancora la pena capitale. La prima richiesta è di abolire i “segreti di Stato” sulla pena di morte, perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono informazioni sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. E’ il caso, ad esempio, di Cina, Iran e Arabia Saudita, che non a caso risultano essere tra i primi Paesi-boia al mondo. La seconda richiesta è di limitare ai “reati più gravi” l’applicazione della pena di morte e di abolire la sua previsione obbligatoria per certi tipi di reato.

Infine, Nessuno tocchi Caino propone che la nuova Risoluzione chieda al Segretario Generale dell’ONU di istituire la figura di un Inviato Speciale: non solo di monitorare la situazione ed esigere una maggiore trasparenza e limiti più restrittivi nel sistema della pena capitale, ma anche di continuare a persuadere chi ancora la pratica ad adottare la linea stabilita dalle Nazioni Unite: “moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione definitiva della pena di morte”.

L’audio dell’intervista

(Ci scusiamo per la scarsa qualità della registrazione telefonica e per i pochi ma pur presenti “disturbi di fondo” che, ahi noi, non siamo riusciti a rimuovere per scarsa padronanza degli strumenti di elaborazione audio)

Non è il terremoto ad uccidere

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Mappa dell'intensità massima risentita in Italia - CNR GNDT

Fanno tragicamente notizia in questi giorni lo sciame sismico e i terremoti dell’Appennino modenese assieme alle vittime malcapitate che, ogni qual volta una struttura edificata non regge alle scosse, sono conseguenti alle rovine. Ma dobbiamo dirlo chiaramente non è la natura matrigna ad uccidere; non è il cataclisma naturale ad uccidere. Ancora una volta, a causare questa strage continua di popoli è la strage di regole, norme antisismiche e, più semplicemente, dello stesso buon senso. Se gli stessi terremoti che hanno scosso e continuano a scuotere l’Emilia Romagna si fossero verificati in Giappone non sarebbe morto nessuno. Gli operai morti nei capannoni in questi giorni hanno lasciato questa terra non per una causa naturale ma perché, come per gli abitanti dell’Aquila, la prevenzione in questo Paese si è fermata all’anno zero. Se la protezione civile nazionale è diventa leader nel mondo nella gestione delle emergenze tanto da straripare persino nella gestione dei grandi eventi, e se con la previsione siamo pure ad un livello avanzato della mappatura dei rischi, dal punto di vista della prevenzione ce ne infischiamo come se il costo della stessa fosse una spesa e non già un investimento. Ogni anno in Italia, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, attraverso le registrazioni effettuate attraverso la Rete Sismica Nazionale, localizza dai 1.700 ai 2.500 eventi di magnitudo pari o superiore a 2,5. Nel rapporto pubblico on line si legge che “in media in Italia ogni 100 anni si verificano più di 100 terremoti di magnitudo compresa tra 5,0 e 6,0 e dai 5 ai 10 terremoti di magnitudo superiore a 6,0”. Tra i terremoti italiani più rovinosi del ’900, nello studio presentato dai geologi, si ricordano esplicitamente quello del 1905 in Calabria (M=6,8 – I=X – 557 vittime), quello del 1908 Calabro Messinese (M=7,1 – I=XI – 80.000 vittime), nel 1915 ad Avezzano (M=6,9 – I=XI – 33.000 vittime), nel 1930 Irpinia (M=6,7 – I=X – 1.404 vittime), nel 1976 Friuli (M=6,6 – I=X – 965 vittime), e nel 1980 Irpinia-Basilicata (M=6,8 – I=X – 3.000 vittime).

Poi nel 2009 il terremoto in Abruzzo e mentre trema l’Emilia, anche la Calabria ci ricorda la sua pericolosità.

Ma la vera notizia è che “L’Italia,” – come si legge testualmente nel dossier dell’Istituto – “se paragonata al resto del mondo, non è tra i siti dove si concentrano né i terremoti più forti né quelli più distruttivi. La pericolosità sismica del territorio italiano può considerarsi medio-alta nel contesto mediterraneo e addirittura modesta rispetto ad altre zone del pianeta”. Insomma, il nostro problema è il patrimonio edilizio assai vulnerabile.

Il Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti (GNDT), assieme alla Protezione Civile, già nel1999 aveva effettuato uno studio per la rilevazione della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio pubblico: un censimento degli edifici pubblici, strategici e speciali di oltre 1500 comuni di sette regioni, tra cui Abruzzo e Calabria. Premesso che quelli censiti come vulnerabili, in Abruzzo, sono venuti giù, abbiamo cercato di capire come stesse la nostra regione, la Calabria che è assai più sismica dell’Emilia Romagna.

La risposta che abbiamo trovato è sconcertante: dei 3.975 edifici pubblici destinati all’istruzione della nostra regione, ben 2.397 (pari al 60,3 %) sono classificati ad alta (1.049) o medio-alta (1.348) vulnerabilità sismica. Di 785 edifici pubblici destinati alla sanità calabrese, censiti nel lavoro del Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti, ben 492 (il 62,7 %) risultavano classificati ad alta (208 edifici) o medio alta (284) vulnerabilità. E non era migliore la situazione degli edifici pubblici civili (sedi comunali, province, regione e prefetture): dei 1.773 edifici censiti dallo studio, 517 venivano classificati con grado di vulnerabilità sismica “medio alta” e 325 quelli ad “alta vulnerabilità”. In Calabria, se venisse oggi un terremoto, vi sarebbero numerosi edifici pubblici, troppi, attualmente non in grado di resistere alle scosse. Stiamo parlando di scuole, dove mandiamo i nostri figli e di ospedali che invece dovrebbero garantirci le cure anche dopo l’emergenza.

Nel 1999, il professor Vincenzo Petrini del CNR-GNDT nella sua presentazione del volume Rischio sismico di edifici pubblici scrive testualmente: “La risposta più ovvia alla constatazione della presenza di situazioni notevolmente a rischio è l’avvio di specifici programmi di adeguamento del patrimonio edilizio ai livelli di sismicità delle varie zone del paese: ma non è certo l’unica possibile”. “L’abbassamento dei livelli di rischio può essere uno degli obiettivi della programmazione di investimenti della pubblica amministrazione e può, in alcuni casi, contribuire a qualificare la spesa pubblica”. Senza contare che programmi pluriennali di interventi di riduzione del rischio, opportunamente distribuiti nello spazio e nel tempo secondo priorità definibili in anticipo, potrebbero avere, proprio nella situazione attuale di crisi, effetti collaterali positivi in termini di sviluppo “non drogato” dell’occupazione.

 

A loro insaputa

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di Giuseppe Candido

Non ne sapeva nulla Scajola mentre gli compravano l’appartamento; non ne sapeva nulla Penati e, con estrema disinvoltura, anche Francesco Rutelli non ne sapeva niente mentre il suo amico Lusi si fregava i soldi dalle casse del partito della Margherita. Davvero una vergogna d’abolire. Se alla Fiat o alla General Motors avessero fatto sparire 13 milioni di euro se ne sarebbero accorti la mattina dopo: alla Margherita no. Rutelli ha candidamente affermato che non ne sapeva niente fino a quando i magistrati non glie lo hanno riferito. Premesso che delle due una può essere vera: o Rutelli sapeva tutto e mente oppure, se è vero che non si è accorto di nulla allora non può essere capace di amministrare i soldi pubblici e dovrebbe, secondo un principio di responsabilità, andare a casa. Ma il problema vero non è Rutelli: quello che sarebbe immediatamente d’abolire è l’intera partitocrazia che, ladra di soldi dei cittadini e ladra di verità sulla loro volontà chiaramente espressa con un referendum, nel ’93, di abolire il finanziamento dello Stato ai partiti lo ha reintrodotto copiosamente con la legge – truffaldina – dei rimborsi elettorali. Truffaldina perché non solo tradisce la volontà degli elettori ma anche perché non lega i rimborsi erogati a spese realmente documentate dai partiti. No, la legge in vigore dal 97, rimborsa i partiti in base ai voti espressi nei loro confronti dagli elettori. Ogni voto si prendono 4 euro e li spendono poi senza rispettare neanche l’obbligo, costituzionalmente previsto, di rendere pubblici i loro bilanci. Quando venne abolita nel ’93 col referendum il meccanismo in essere distribuiva 59 milioni di euro di finanziamento e poco più di 656 mila euro di rimborsi elettorali. Ma da quando la quota del finanziamento è stata abolita la quota rimborsi è salita vertiginosamente di legislatura in legislatura in maniera esponenziale fino ad arrivare, con le elezioni del 2006, ad un rimborso di oltre 200 milioni di euro all’anno per ogni anno di legislatura per cinque anni anche se la legislatura ne dura soltanto due. L’ennesima vergogna per cui la Margherita, ancora oggi dopo essersi fusa coi DS nel PD, continua a prendere i suoi soldi dei rimborsi relativi alle elezioni del 2006 mettendoli nella cassa del tesoriere di turno. Una pioggia di soldi che ogni anno si riversa sulla partitocrazia e che, dal 2008, è arrivata alla straordinaria cifra di oltre 600 milioni per ogni anno di legislatura. Perciò, quando si parla di abolire i soldi alla casta si lasci perdere la decurtazione del loro numero che, oltretutto, diminuirebbe ancor di più, a discapito della trasparenza e del controllo, il rapporto eletto-elettore. Si pensi piuttosto ad abolire, immediatamente, il sistema dei rimborsi legandolo, magari, a spese realmente sostenute ed adeguatamente documentate.

 

Carceri illegali e criminalità di Stato

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di Giuseppe Candido

 

Sono anni che i Radicali trascorrono il Ferragosto ed il Natale nelle patrie galere coi detenuti; le visite ispettive per denunciare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere detenuti e personale di polizia penitenziaria non si fermano mai. Amnistia per la Repubblica subito non è solo lo slogan che oggi caratterizza la politica del piccolo partito di Pannella ma un’esigenza reale soltanto testimoniata con l’amore per la verità. E il sovraffollamento delle carceri che è sì, come ha sottolineato il Papa, “una doppia pena” non è però l’unico problema: mancano spesso acqua calda, cibo degno di questo nome e condizioni igienico sanitarie minime essenziali oltreché lo spazio stesso per respirare. La detenzione anziché rieducativa diviene afflittiva e la pena inumana non scritta in sentenza ma reale. Una pena che, come ha scritto Patrizio Gonnella sul blog di Micro Mega, “umilia, lede la dignità, trasforma i detenuti in numeri, li rende non persone, li induce alla malattia e alla morte”. Ma il problema carceri, se vogliamo, è ancor più grave perché è lo stesso Stato a non rispettare le proprie leggi e ad essere condannato per questo dalla giurisdizione europea. Dopo aver trascorso anche questo Natale in visita ispettiva al carcere di Regina Coeli, Marco Pannella, nella sua consueta conversazione settimanale da Radio Radicale con Massimo Bordin, ha definito per l’ennesima volta la realtà delle nostre carceri come una realtà di “flagrante opera tecnicamente criminale” da parte dello Stato. “In Italia la democrazia è negata e lo Stato e la Repubblica italiana si trovano dinanzi alla Costituzione, alla legalità e alla giurisdizione europea, dinanzi alla legalità internazionale, in una flagrante opera di carattere tecnicamente criminale”, ha detto testualmente sfidando i giornalisti a scriverlo piombo su carta e dirlo nei telegiornali. Delirio di un ulteriore, anche questo ennesimo, sciopero della fame? Sicuramente parole forti e accuse gravi che non solo intendono sottolineare ancora una volta la “prepotente urgenza” delle carceri, così come lo stesso Napolitano l’aveva definita, ma che contemporaneamente richiamano in causa lo stesso Presidente della Repubblica, quale garante della nostra Costituzione e al quale Pannella ricorda che “potrà – perché Lui lo crede – continuare a predicare che in Italia c’è democrazia e legalità” ma che, sostiene invece il leader radicale, nel nostro Paese c’è “criminalità di Stato e di Repubblica e i diritti umani, quelli semplici, sono letteralmente negati.” Poi, sul tema delle carceri, ai microfoni di Radio Radicale intervengono pure il deputato del Pd, Ezio Giachetti e il parlamentare del Pdl, Alfonso Papa che il carcere l’ha vissuto in prima persona per esservi stato recluso nell’ambito dell’inchiesta napoletana sulla P4 e che vi è ritornato, proprio alla vigilia di Natale, questa volta però anche lui in visita ispettiva da Parlamentare in carica. Giachetti spiega chiaramente che in carcere “si vive in condizioni peggiori d’animali. È difficile rappresentare a parole – aggiunge – quello che qui gli occhi possono vedere e che forse non avrebbero mai immaginato di vedere”. E in effetti la normativa europea consentirebbe di condannare chiunque detenesse animali domestici in tal modo. Ma le parole che più ci fanno riflettere sulla condizione delle carceri italiane sono proprio quelle di Alfonso Papa che, da Deputato della Repubblica non ancora decaduto e al quale, secondo Rita Bernardini, è “stato impedito di svolgere il suo mandato”, si è recato al carcere di Poggio Reale a visitare i detenuti. “Nei desideri di qualcuno – spiega subito l’Onorevole Papa – avrei dovuto passere lì il Natale. Ho avuto la fortuna e l’occasione di trascorrere il Natale con la mia famiglia ma è chiaro che il mio cuore e la mia mente sono rimasti lì. Anche perché, – spiega ancora – in quei cento e uno giorni, ho vissuto un’esperienza incomparabile sia per il dolore sia come esperienza “umana” che rappresentano queste situazioni. E quindi ritengo che sia doveroso, per un rappresentante delle Istituzioni e in particolare per una persona che il caso ha voluto che accadessero le cose che sono accadute (detenzione ndr), testimoniare la vigilia di Natale con questa mia presenza e questa mia vicinanza perché per me comincia, da oggi, un’azione di sensibilizzazione e di battaglia che mi prenderà la vita. Io adesso ho il dovere morale, nei confronti di tutto un mondo che ho conosciuto, di testimoniare la sofferenza e le condizioni nelle quali si vive nelle carceri italiane. È arrivato il momento che tutto l’arco istituzionale, tutti i partiti e tutto il Parlamento abbandonino questo silenzio, che definisco francamente colpevole e falso, per capire il significato di una battaglia che i Radicali, per la verità, da lungo tempo stanno combattendo in assoluta solitudine e che invece, oggi, ha bisogno di vedere coinvolta tutta la parte democratica del Paese”.

Un’amnistia servirebbe quindi non solo per umana pietà nei confronti di tutti quei detenuti lasciati vivere in condizioni inumane, ma un’amnistia sarebbe necessaria per riformare la giustizia e per ridare credibilità repubblicana ad uno Stato che, sotto quest’angolazione, non c’appare civile né di diritto ma contro il diritto stesso, quello scritto sulla nostra Carta fondamentale, e contro i diritti più elementari, quelli umani, dei cittadini. Una amnistia giusta e mirata a quei reati socialmente poco rilevanti consentirebbe di avere una giustizia più giusta, in grado cioè d’impedire quell’altra amnistia nascosta, perché tenuta nel silenzio, e di classe perché ottenibile soltanto da chi ha i soldi per permettersi buoni avvocati e che si chiama prescrizione. Poi, volessimo dare retta a Patrizio Gonnella, bisognerebbe riflettere anche sul perché le carceri si riempiono a dismisura e sull’eventuale modifica della legge sulle droghe targata Gianfranco Fini e Carlo Giovannardi e che tratta il consumatore di marijuana alla stregua del narcotrafficante. Riflettere su tutto, serenamente e pacatamente senza preconcetti e pregiudizi intavolare una discussione, questo sì, sarebbe un bell’inizio per il nuovo anno e un bell’augurio anche per la Repubblica.

 

Scorsese: De Seta fu veramente un grandioso, dinamico artista, e io piango la sua scomparsa

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di Martin Scorsese

Pubblicato su Calabria Ora il 01.dicemnre 2011

Sono rimasto scioccato dalla notizia della morte di Vittorio De Seta. La sua vita è stata lunga e sana, e l’ultima volta che lo vidi, solo qualche anno fa, sembrava che gli rimanessero da vivere altri 50 anni, scoppiava di energia creativa. De Seta è uno dei grandi, trascurati registi tra i più grandi italiani, e il suo lavoro meriterebbe di essere molto più conosciuto di quanto non sia.

Negli anni ’60, lo conoscemmo attraverso il suo straordinario “Banditi a Orgosolo”. Ma dopo, molti anni dopo, vedemmo i suoi documentari a colori che girò negli anni ’50, poetiche cronache di vita nell’Italia del sud, della Sardegna e della Sicilia. Chi vide queste immagini, prima note solo a pochi, ne rimase ammaliato. Sono registrazioni preziose di costumi e modi di vivere che stavano scomparendo. Ma De Seta non documentò solo con la sua videocamera e il suo microfono, egli catturò il ritmo del lavoro, i suoni delle vette delle montagne e quelli nelle case, il passare del tempo nei villaggi e tra i pescatori nel mare, l’arco della vita, la consistenza della terra e l’aria. De Seta ritornò a quelle immagini solo qualche anno fa, rimasterizzò il colore, cambiò i ritmi, e affinò le colonne sonore. Nel loro insieme, esse sono una delle meraviglie del cinema. Vittorio De Seta fu veramente un grandioso, dinamico artista, e io piango la sua scomparsa.

 

Abbiamo i politici più vecchi d’Europa

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di Giuseppe Candido

pubblicato domenica 4 dicembre 2011 nella rubrica “lettere al quotidiano” de Il Quotidiano della Calabria

Teniamoci stretti i nostri vecchietti. Mentre la pesante manovra prende corpo è forse questo, in sostanza, il concetto chiave che sembra suggerire la composizione del Governo Monti che, con il suoi 64 anni d’età media, la più alta in Europa e la più alta anche in Italia dal 1948, indica che l’autorevolezza perduta della politica italiana necessaria per affrontare la crisi possa essere recuperata nell’esperienza e nella saggezza dei 17 ministri stessi. Il mini rapporto “I Tecno-Professori” curato dall’Associazione Openpolis non soltanto evidenzia come il Governo presieduto dal neo Senatore sia quello con l’età media più alta in Europa ma che “ordinando tutti i ministri europei per età, nelle prime 10 posizioni troviamo 3 italiani e il ministro Giarda con 75 anni risulta essere il più anziano dell’Unione”. Dall’altro capo della classifica, manco a dirlo, è invece occupato per lo più da politici baltici e scandinavi. E mentre in Italia si decide di affidare la riforma delle pensioni a chi la pensione ce l’ha già o l’avrà a breve, il rapporto nota come, negli altri Paesi europei in diversi casi invece “a ministri giovani siano state affidate competenze importanti”. Mentre in Italia la gerontocrazia impera scopriamo che ben 11 Paesi dell’Unione Europea sono attualmente guidati da premier quarantenni e “in diversi casi”, come si legge testualmente nel rapporto, “a ministri giovani sono state affidate competenze importanti”. Per esempio, nelle materie economico-finanziarie, “ci sono ministri trentenni in 5 Paesi (Germania, Portogallo, Finlandia, Lituania, Lettonia) mentre i quarantenni sono 8 (in Regno Unito, Francia, Bulgaria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Estonia, Svezia, Malta)”. In Danimarca, il premier ha 44 anni, il titolare dell’economia 26 e quello della salute 28. Certo non è con il solo svecchiamento anagrafico di una classe dirigente che si svecchia un Paese. Per farlo servono riforme e politiche per i giovani, servono investimenti e non tagli nei settori strategici come istruzione, ricerca e sicurezza. La sanità e la spesa sanitaria andrebbero svecchiate e riformate seguendo il motto “più salute e meno sanità”; criterio secondo cui più sanità quasi mai corrisponde a una maggiore tutela della salute dei cittadini come dimostrano regioni come la Calabria dove, pur in presenza di professionalità e menti eccellenti, a fronte di una spesa sanitaria pro capite tra le più alte in Italia, si registrano i peggiori casi di mala sanità. L’ambiente e la salvaguardia del territorio, del patrimonio artistico culturale e storico del nostro Paese dovrebbero essere messe al centro delle iniziative di questo Governo perché da esse possono nascere occasioni di sviluppo e di rilancio della nostra economia oltreché di necessaria tutela delle vite umane che troppo spesso periscono in torrenti di fango e alluvioni.