“Non c’è più una questione Giustizia”?

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di Giuseppe Candido

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 il Ministro della Giustizia Andrea Orlando è intervenuto con un proprio discorso sia il 29, a Roma, presso la Cassazione sia il 30 presso la Corte d’Appello di Palermo. Il virgolettato tirato fuori dal sito di Repubblica ed attributo al ministro Orlando è il seguente: “Non c’è più una questione giustizia“.

Siccome così Andrea_Orlando_daticameranon è per il Partito Radicale i cui esponenti e militanti sono intervenuti in quasi tutte le Corti di Appello per sottolineare proprio la gravità e l’urgenza della “questione giustizia“, Rita Bernardini, sul suo profilo Face Book, citando il Ministro ‪#‎AndreaO
rlando‬
che ha tra i suoi amici in modo che lo stesso si accorgesse del post, ha scritto:

“Caro Andrea Orlando, dimmi che non è vero: non hai veramente detto che in Italia non c’è più una questione giustizia?”.
Dopo qualche minuto e un centinaio di “mi piace” arriva anche il commento dal profilo ufficiale del Ministro della Giustizia Andrea Orlando:

Leggi tutto ““Non c’è più una questione Giustizia”?”

Aiutiamo lo Stato a rispettare la sua legge

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Il Presidente Giorgio Napolitano
Leggi il messaggio inviato alle Camere dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano

Dalla mezzanotte del 10 febbraio Marco Pannella è di nuovo in sciopero della fame (per ora, solo della fame, ma è pronto ad aggravare anche con lo sciopero totale di fame e sete) affinché lo Stato italiano, uno Stato in cui – per Pannella – “il crimine è diventato parte fisiologica e non più solo patologica del regime che vige nel nostro Paese”, rispetti gli obblighi enunciati dal Presidente emerito Giorgio Napolitano nel suo messaggio inviato, secondo l’articolo 87 della Costituzione, alle Camere l’8 ottobre 2013 e perché anche il Presidente Mattarella possa operare nella stessa direzione e, come dice Pannella, con lo stesso “animo sturziano”. Quando annuncia l’inizio del suo ennesimo sciopero della fame dalla rubrica radio carcere di Radio Radicale, Pannella è indiavolato. Quelli cui assistiamo in televisione sulla corruzione e sulla giustizia, per lui, sono dibattiti tra soci. Soci nello spartirsi il bottino. Nel 2007, spiega agli ascoltatori, Rita Bernardini aveva già previsto tutto quello che oggi emerge dall’inchiesta “mafia Capitale”. D’altronde la criminalità organizzata deve reinvestire i profitti illeciti e lo fa dove c’è più convenienza: a Milano, a Roma. 

Carlo Nordio, ricorda Rita Bernardini, il Procuratore della Repubblica di Venezia che si è occupato delle indagini sul Mose, ha spiegato chiarissimamente che per combattere la corruzione non servono nuove leggi, non serve aumentare le pene e allungare i termini di prescrizione, ma che è sufficiente applicare le leggi che già esistono e rendere la giustizia più celere in modo che i processi si celebrino in pochi mesi anziché in molti anni. 

Come ha spiegato altrettanto chiarissimamente il primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario lo scorso 14 febbraio, se anche per ipotesi non si aggiungessero ulteriori nuove cause, per evadere l’arretrato giudiziario penale ci vorrebbero tre anni e mezzo per la sola Cassazione, altri due anni per i giudizi pendenti in appello e oltre una anno per quelli in primo grado. Dopo 40-50 anni di partitocrazia, per Marco Pannella, c’è una caratteristica da tenere presente: la corruzione che oggi dilaga è corruzione della carne di uno Stato in cui non è possibile parlare della realtà della giustizia italiana e in cui, come si muove una procura della Repubblica sono a decine i politici ad esser scoperti, fermati, arrestati.

Il paradosso di uno Stato che condanna i suoi cittadini perché disobbedienti alle leggi e, lui stesso, si rende criminale nel non rispettare le sue stesse leggi emerge evidente dal confronto delle parole del Ministro della Giustizia Orlando con quelle del Primo Presidente della Corte di Cassazione pronunciate durante i rispettivi discorsi tenuti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Se per il Ministro Orlando, gli effetti dei provvedimenti legislativi adottati (dal Governo, ndr) sono desumibili, in primo luogo, dalla rilevante diminuzione del numero dei detenuti presenti in carcere, contemporaneamente sono aumentate le misure alternative alla detenzione sino ad arrivare, al 31 dicembre 2014, a 31.962. Dico questo – aggiunge Orlando – per rispondere con i numeri a chi ha più volte parlato di un indulto mascherato. Questi numeri ci dicono altro: non abbiamo rinunciato alla sanzione penale. Abbiamo semplicemente applicato una diversa sanzione”, per il Primo Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, le cose stanno assai diversamente.

Nello stesso giorno e nello stesso contesto in cui Orlando da’ i numeri e dice quello che dice, il Presidente Santacroce gli ricorda che “le carceri sono la carta d’identità dello Stato costituzionale e dello Stato di diritto”. E che, “se è legittimo e costituzionale togliere a un uomo la libertà, non è legittimo ed è incostituzionale togliergli la dignità”.

Bisogna ringraziare Riccardo Arena che, da Radio Radicale, fa ascoltare le parole del Presidente Santacroce pronunciate subito dopo quelle del Ministro Orlando. Su queste contraddizioni si dovrebbe, quantomeno, aprire un dibattito. Invece niente. Zero assoluto. Perché il primo Presidente della Cassazione, senza mezzi termini, ha spiegato al Governo che, se da un lato “le misure finora prese vanno senz’altro nella direzione giusta” queste, ha aggiunto, “non sono risolutive”. Perché “anche se il numero dei detenuti tende a diminuire, l’emergenza determinata dal sovraffollamento, suicidi e tensioni nelle strutture carcerarie non è ancora rientrata e non può protrarsi ulteriormente, come ha ammonito la Corte Costituzionale. Bisogna ripensare – ha aggiunto Santacroce – il tema del carcere e dell’intero sistema sanzonatorio penale, assicurando il rispetto della dignità della persona nella fase di esecuzione della pena”. Perché, ha concluso, “siamo ancora lontani dall’aver realizzato un sistema nel quale la sanzione penale costituisca la estrema ratio di protezione giuridica e, all’interno del sistema penale, il carcere costituisca l’estrema ratio di sanzione da impiegare soltanto quando non siano utilizzabili misure diverse e meno afflittive”.

A sentire queste discrepanze tra un ministro della Giustizia che dice che l’emergenza è superata e un presidente della Cassazione che invece spiega chiarissimamente che l’emergenza perdura, in un Paese che fosse un minimo civile si dovrebbe aprire un dibattito serio in quelle sedicenti trasmissioni di approfondimento, invece niente. Per poter cogliere tali discrepanze e tali contraddizioni, c’è bisogno di accendere Radio Radicale e ascoltare il lavoro meticoloso fatto da Riccardo Arena nel selezionare i relativi passaggi dei due discorsi. 

Tralasciando l’aspetto dell’informazione che tragicamente è assente in questo Paese, c’è da notare che in base a quanto detto anche dal Presidente della Cassazione Giorgio Santacroce, quel messaggio costituzionale dell’ormai emerito Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inviato alle Camere l’8 ottobre del 2013, che è stato trattato dal Parlamento in modo non costituzionalmente adeguato perché non è stato neanche discusso, rimane ancora straordinariamente e drammaticamente attuale tant’è che i Radicali, guidati da Rita Bernardini, lo hanno posto al centro della loro azione politica durante l’ultimo comitato nazionale.

Candido e Ruffa (@Radicali): pure in Calabria i #Radicali ripartono dalla giustizia e dal messaggio del Presidente Napolitano

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Sabato 24 i Radicali saranno alla Corte d’Appello di Catanzaro per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2015

Per corrispondere in una sede istituzionale a quel messaggio del Presidente Napolitano inviato alle Camere l’8 ottobre 2013 e rimasto praticamente inascoltato, anche in Calabria, a Catanzaro, una delegazione del Partito della nonviolenza ha chiesto di prendere parola durante la cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Giudiziario che si terrà presso la Corte d’Appello di Catanzaro sabato 24 gennaio alle ore 9.00. Con la mozione della segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, approvata lo scorso 18 gennaio 2015 dal Comitato nazionale, è stato, infatti, deciso di porre quel messaggio di Napolitano al centro dell’iniziativa politica del movimento, in ogni modo e in ogni occasione istituzionale”.

A comunicarlo, con una nota stampa, sono Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Non Mollare, membro del Comitato nazionale di Radicali italiani e l’ing. Rocco Ruffa, militante di Radicali italiani appositamente delegato dalla segretaria Rita Bernardini ad intervenire e prender parola a nome del partito di Pannella e Bonino.

Delegazione di Radicali calabresi dopo la visita di Capodanno al carcere U. Caridi di Catanzaro. Da sx: Savaglio, Candido, Giglio, Russo, Scaldaferri e Ruffa
Delegazione di Radicali dopo la visita di Capodanno al carcere U. Caridi di Catanzaro. Da sx: Savaglio, Candido, Giglio, Russo, Scaldaferri e Ruffa

“Anche quest’anno, come Radicali del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e come Radicali Italiani” – si legge nella nota stampa – “abbiamo deciso di essere presenti, chiedendo di poter intervenire, anche a Catanzaro, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, per leggere lo stesso testo, in ogni corte d’Appello, con spirito di dialogo e di confronto verso le istituzioni che hanno la responsabilità di occuparsi della giustizia.

 

La giustizia è divenuta per cittadini e imprese” – queste sono le parole del Ministro Orlando pronunciate alla Camera dei Deputati lo scorso 19 gennaio 2015 – “non la sfera a cui rivolgersi per vedere garantiti diritti o dare tutela ai propri legittimi interessi, non la dimensione dove anche il più debole tra i cittadini possa trovare riparo dai soprusi del più forte, ma il simbolo di un calvario da tenere il più lontano possibile dalla propria vita”.

La mozione approvata il 18 gennaio dal Comitato nazionale di Radicali italiani – proseguono Candido e Ruffa nella nota – non soltanto ha rilevato il permanere dell’illegalità in cui versa il sistema della giustizia con la sua immonda appendice carceraria, le violazioni dei diritti umani dei detenuti e quelle concernenti la durata non ragionevole dei processi condannate in forma di messaggio solenne nel messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica l’8 ottobre del 2013; ma come Radicali abbiamo con forza denunciato – come si legge nella mozione – il comportamento degli interlocutori istituzionali del Presidente (Parlamento, in primis) che hanno sistematicamente negato dignità al testo formale proveniente dalla più alta carica dello Stato nell’esercizio della sua massima autorità magistrale e volto a richiamare gli improcrastinabili obblighi di riforma strutturale della Giustizia a partire da un provvedimento di amnistia e indulto. All’uscita del Palazzo della Corte d’Appello – conclude la nota – terremo, con i compagni che ci potranno raggiungere, una breve conferenza stampa”.

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Berlusconi assolto perché il fatto non sussiste

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Rivoltata come un calzino la sentenza di I grado. Il fatto non sussiste e Berlusconi, con Ruby, non ha commesso nessun reato. Chissà come faranno a fare i titoli i giornali forcaioli.

Lui, Berlusconi, ha diramato via internet la presente nota che riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Sono profondamente commosso: solo coloro che mi sono stati vicini in questi anni sanno quello che ho sofferto per un’accusa ingiusta e infamante.

Per questo il mio primo pensiero oggi va ai miei affetti più cari, che hanno sofferto con me anni di aggressione mediatica, di pettegolezzi, di calunnie, e che mi sono stati accanto con serenità e affetto ineguagliabili.

Un pensiero di rispetto va poi alla Magistratura, che ha dato oggi una conferma di quello che ho sempre asserito: ovvero che la grande maggioranza dei magistrati italiani fa il proprio lavoro silenziosamente, con equilibrio e rigore ammirevoli.

Penso anche ai tanti, tantissimi amici, collaboratori, sostenitori, e soprattutto ai milioni di italiani che hanno continuato a credere nelle nostre battaglie politiche e a starmi vicino nonostante tutti i tentativi di infangare il mio nome e la mia onorabilità.

E’ grazie a loro che ho potuto resistere, sul piano umano e sul piano politico.

E infine un caloroso ringraziamento ai miei avvocati, al prof. Coppi, all’avv. Dinacci, all’avv. Ghedini e all’avv. Longo che hanno saputo fare il loro lavoro non soltanto con altissima professionalità e competenza, ma anche con quella passione civile, con quella sensibilità umana, con quella sete di verità che hanno dato ancora più valore al loro eccellente lavoro.

Da oggi possiamo andare avanti con più serenità. Il percorso politico di Forza Italia non cambia. Credo che questo sia nell’interesse dell’Italia, della democrazia, della libertà.
Firmato
Silvio Berlusconi

IL GIUSTIZIALISMO SERVE QUANDO MUOIONO GIUSTIZIA E STATO DI DIRITTO

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di Giuseppe Candido

L’On.le Angela Napoli, ex parlamentare PdL poi Futuro e Libertà, “alla luce degli ultimi fatti”, scrive testualmente su suo profilo di Facebook, si sente “molto preoccupata”. E cos’è che preoccupa l’Onorevole?

Per Angela Napoli,

 

Alcune sentenze delle Corti di Appello calabresi, le ultime sentenze della Cassazione su vicende giudiziarie calabresi e, anche se” – specifica “apparentemente sembrerebbe un’altra vicenda, l’uscita del quotidiano il Garantista, non possono che farmi pensare che sia in atto una forma di delegittimazione nei confronti di chi contrasta la ‘ndrangheta e le sue collusioni”.

Poi, intervistata da Davide Varì de il Garantista Calabria (pubblicata il 28 giugno 2014 su il Garantista a patina 4) aggiunge non solo di essere “giustizialista”, ma di pensare che “ogni forma di garantismo, almeno qui in Calabria, sia decisamente pericolosa”.

Beh io, invece, sono garantista. E anch’io, se volessimo dirla tutta, me ne vanto. Ma non credo che il problema sia questo: lo scontro tra giustizialisti e garantisti.
Il giustizialismo è necessario solo quando la Giustizia giusta fallisce e quando muore lo Stato di Diritto.

La giustizia nei confronti dell’individuo, fosse anche il più umile è tutto. Il resto viene dopo”, scriveva Gandhi.

Mentre Montesquieu, nei suoi aforismi, ricordava che “Giustizia ritardata è uguale a giustizia negata”. Ma andiamo con ordine.

Nessuno vuole essere minimamente tollerante coi mafiosi né con le famiglie di ‘ndrangheta, e nessuno pensa minimamente di delegittimare gli inquirenti che, nel silenzio, fanno il loro lavoro.

La giustizia muore, però, quando non arriva per tempo, oltre il diritto umano degli imputati ad avere un processo di durata ragionevole. Allora diventa necessario il giustizialismo e, conseguentemente, diventa regola la carcerazione preventiva perché si sa che non si arriverà a una sentenza definitiva di condanna. In quel caso viene addirittura la voglia di sospendere, come dice la Napoli “almeno qui in Calabria”, i diritti umani e i diritti costituzionali perché la Calabria è terra di ‘ndrangheta, terra di politica collusa e corrotta.
Il ministro Alfano, d’altronde, Ministro della Repubblica con un post si è letteralmente sostituito a una Corte d’Assise, a una Corte di Assise d’Appello e alla Cassazione: “Le forze dell’ordine, d’intesa con la magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio”. Punto.
Ma la giustizia cessa di essere giusta anche quando le persone detenute, anche quelle che i reati li hanno realmente commessi, sono ristrette in condizioni inumane e degradanti, tali da violare i diritti umani sanciti dalla nostra Costituzione e dalle Convenzioni europee; quando lo stato vìola quei diritti che, almeno in teoria, dovrebbero essere inviolabili cessa la Giustizia e, per contro, cresce la voglia di giustizialismo.
Vorrei ricordare all’On.le Angela Napoli che se, da un lato, Papa Francesco a Cassano ha scomunicato senz’appello chi opera nel male e nelle consorterie criminali di ogni tipo, ha anche detto, altrettanto chiaramente, durante l’Angelus del giorno dopo, che la tortura, da chiunque essa sia fatta, è un peccato mortale. E, aggiungo io, che forse intendeva dire anche quando a farlo è lo Stato in violazione delle sue stesse leggi.
E la giustizia “giusta”, quella vicino ai cittadini, muore letteralmente, come fu per Enzo Tortora e come avviene oggi per i tanti casi “Tortora” meno noti, quando i magistrati inquirenti possono tranquillamente fare inchieste a tutto campo, senza poi neanche avere i risultati sperati, ma usare tranquillamente la propria popolarità acquisita con le inchieste come trampolino di lancio per una propria candidatura in elezioni politiche o europee che siano.
Ecco, personalmente credo che, non solo in Calabria, ma anche in tutte le edicole d’Italia sia necessario avere un giornale “garantista” e, magari, anche uno “giustizialista”, quando vengono a mancare Giustizia e Stato di Diritto. E quando i cittadini non possono conoscere queste cose. E un giornale garantista, comunque, fa dire la propria anche al più accanito sostenitore del giustizialismo.
“Non condivido ciò che dici, ma sarei disposto a dare la vita affinché tu possa dirlo”, diceva saggiamente Voltaire, ricordandoci, però, che la civiltà di un Paese si misura proprio dalla civiltà delle sue prigioni.

Per completezza, di seguito riportiamo il post di Angela Napoli

 

L’immunità parlamentare, la riforma della giustizia e il “caso” Tortora dimenticato

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Il dibattito sull’immunità parlamentare che si è acceso in questi giorni ha qualcosa di surreale. L’articolo 68 della nostra Costituzione, dopo la riforma del 1993 votata sull’onda di tangentopoli e che abolì l’autorizzazione a procedere delle Camere per le indagini preliminari sui Parlamentari, di fatto la prevede ancora per arresti, intercettazioni parlamentare-parlamentare e perquisizioni.

di Giuseppe Candido

Roberto Giachetti

Ha ragione il vice presidente della Camera Roberto Giachetti che, nel suo intervento pubblicato dal quotidiano Europa, considera questo dibattito “un’arma di distrazione di massa” che – scrive l’On.le Giachetti – “rischia di rallentare quelle riforme strutturali anche in campo di giustizia che il paese attende da anni”. “Un luogo comune” la cui “difesa” pare “appannaggio dei cosiddetti garantisti”. Da cui discende che non possa dirsi “garantista” chi non difende tale prerogativa. Giachetti ricorda di quando era redattore di Radio Radicale e raccoglieva le firme per il primo referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, vinto ma poi tradito dalla partitocrazia con la legge Pinto.

L’immunità parlamentare: ormai è diventato – scrive Giachetti – un luogo comune che la sua difesa debba essere appannaggio dei cosiddetti ‘garantisti’ ai quali (pur non avendo ancora io capito bene cosa significhi) vengo associato. Ebbene invece su questo tema la penso in modo diverso. Si sentono a sostegno del mantenimento di questo istituto citazioni di ogni tipo e di ogni data alfine di dimostrare che una forma di immunità esiste in ogni paese, che essa è il suggello dell’equilibrio tra il potere politico e quello giudiziario, che il suo inserimento in Costituzione nasce dalla precisa volontà dei costituenti di proteggere i rappresentanti del popolo da possibili complotti esterni.

(…) Vorrei solo sommessamente ricordare, – spiega ancora l’Onorevole Giachetti – anche a chi a volte lo cita a sproposito, che Enzo Tortora (che ho avuto l’onore di seguire da vicino come redattore di Radio Radicale) simbolo della più grande persecuzione giudiziaria, per combattere la sua battaglia scelse di rinunciare alla immunità parlamentare, di finire agli arresti domiciliari e di affrontare i giudici come un qualunque cittadino nelle aule giudiziarie.

Beh, pure io che, più modestamente, l’estate scorsa, con Marco Pannella e i compagni Radicali ho cercato di raccogliere le firme per i dodici referendum (di cui ben sei quesiti erano proprio sulla giustizia giusta) mi sento garantista, ma tradito da questo sterile dibattito perché sono convinto che per la necessaria riforma della giustizia servirebbe ben altro dibattito; un dibattito che i cittadini continuano a non poter avere (anche perché quei referendum non potranno tenersi) e che l’immunità dei deputati con la riforma della giustizia per tutti non centra nulla. Semplicemente, come per tutti i cittadini, questa tutela non dovrebbe esserci quando si tratta di perseguire reati comuni non commessi durante l’esercizio dell’attività parlamentare.

12referendum
Locandina dei 12 referendum radicali

Siamo invasi dalla stampa quotidiana e dai telegiornali che ci propongono le dichiarazioni di Matteo Salvini sull’abolizione dell’immunità anche per i deputati qualora la si abolisca per il nuovo Senato e le conseguenti rincorse dei Grillini e dei Democrat, ma non un giornalista, non un editore, che si sia ricordato, a eccezione di Giachetti, eccezione appunto, l’esempio che su questo diede Enzo Tortora con l’immunità parlamentare ottenuta dopo essere stato eletto al Parlamento europeo con Emma Bonino, Marco Pannella e i Radicali.

Tortora rinunciò all’immunità, si fece arrestare e si difese dalle accuse dimostrando la sua innocenza.

E mise il suo “caso” al centro dell’attenzione per ottenere una riforma della giustizia che valesse per tutti. Una vicenda, quella di Enzo Tortora che, a parte qualche eccezione, sembra svanita nella memoria di questo Paese. Cancellata.

Continuiamo ad operare torture nelle carceri e la CEDU continua a condannarci sia per le carceri inumane, sia per l’eccessiva lentezza della giustizia. Per il malfunzionamento della giustizia italiana gli investitori stranieri non arrivano e pure quelli italiani preferiscono sempre più spostare altrove le loro imprese.

La memoria dovrebbe invece ricordare che non solo la responsabilità civile dei magistrati, ma anche la separazione delle loro carriere in una parte inquirente e in una giudicante, la riforma dell’istituto della custodia cautelare in carcere da limitare ai casi più gravi, l’utilizzo dei magistrati fuori ruolo, dovrebbero rappresentare priorità. Penso ai tanti Enzo Tortora che ci sono in questo Paese ma che non hanno un nome famoso, e penso a chi subisce processi, anche quale parte lesa, oltre una durata ragionevole.

Penso a tutto questo e poi ricordo le parole del Mahatma Gandhi: “La giustizia nei confronti dell’individuo, fosse anche il più umile, è tutto. Il resto viene dopo”.

#Carceri: #Parlamento sovversivo, @MarcoPannella incontra il Presidente della Repubblica ma l’Italia non se ne accorge

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Marco Pannella, 25/12/2013, III marcia per l’amnistia

Una delegazione del Partito Radicale guidata da Marco Pannella, con Rita Bernardini e Maurizio Turco, è stata ricevuta da Giorgio Napolitano, ma per colpa di un’informazione disattenta l’Italia del regime non se ne può accorgere.

“Il Parlamento è sovversivo, ha un atteggiamento di sovversione dinnanzi ad affermazioni indiscutibili da parte dei massimi organi magistrali italiani e internazionali”.

A dare la notizia è lo stesso Marco Pannella durante una conferenza stampa tenuta nella sede del partito radicale subito dopo l’incontro.

“Il Presidente ci ha incontrato”, dice Pannella, “riproporre gli interisti della presa di posizione che grazie a Giuseppe Rossodivita, e io con lui, abbiamo proposto come diffida formale dell’ordinamento italiano e, adesso, successivamente, anche come denuncia formale che potremmo già definire quello che noi riteniamo, in termini strettamente tecnici, il regime italiano in questo momento stia opponendo formalmente, in modo naturale visto che il crimine è naturale in uno stato e da sessant’anni e antidemocratico, contesta e cerca di sabotare l’esercizio ex cattedra dei massimi poteri e delle massime responsabilità magistrali del nostro Paese, fra i quali quelli, appunto, del Presidente della Repubblica. E, invece, fra gli uni, gli altri e gli altri, ormai è chiaro che c’è questo comportamento tecnicamente, lo ripeto, sovversivo e di sovversione dinnanzi ad affermazioni indiscutibili di legalità da parte dei massimi organi magistrali italiani e internazionali per, appunto, riuscire a tornare in un paese nel quale si affermino diritto e nonviolenza, democrazie e non antidemocrazia violenta di stampo come potevano essere gli stampi nazisti, fascisti e perché no stalinisti anche”.

Quando puoi Alessio Falconio gli chiede esplicitamente “che tipo di interlocuzione” ci sia stata con il presidente della Repubblica, Marco Pannella risponde:

pann1“Devo dire che ci conosciamo abbastanza a partire da antiche riflessioni, di antiche scelte, di antiche diversità, oggi credo che davvero, per esempio, su questa nostra proposta di dare corpo, a livello tecnico, ha un comportamento patologico del regime italiano che tende a distruggere rapidissimamente tutto quello che, a livello massimo delle massime magistrature non solo italiane ma anche europei e forse anche internazionali, noi siamo oggi, qui, incaricati di difendere, mentre invece altrimenti lo stanno travolgendo col ritmo del calcio balilla che caro al nostro presidente del consiglio”

Trascrizione a cura di Giuseppe Candido
A questo link la conferenza stampa di Marco Pannella al termine dell’incontro col Presidente

Pannella si rivolge a #PapaFrancesco per i diritti dei detenuti, Bonino bacchetta lui e i #Radicali

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La cosa più difficile che può fare Marco, e dovremo tutti incoraggiarlo a fare è, almeno per qualche giorno, di ascoltare i medici.

a cura di Giuseppe Candido

#Radicali e la riunione del 24 aprile: Pannella si rivolge a #PapaFrancesco per i diritti dei detenuti. Emma Bonino bacchetta lui e i Radicali: “la cosa più difficile che può fare Marco, e dovremo tutti incoraggiarlo a fare è, almeno per qualche giorno, di ascoltare i medici”

Dopo aver letto sui giornali, aver sentito Rita Bernardini per telefono e aver sentito lo stesso leader radicale fare ieri la sua conferenza stampa, ho creduto e scritto che “Marco Pannella sta bene”, che ha cominciato un’iniziativa nonviolenta di sciopero della sete sulle carceri e che fuma i sigari perché in sciopero della sete gli produce, a suo dire, il ritorno della salivazione.

Molti di noi hanno incitato #forzamarco a non mollare e a non mollare le lotte, appena saputo che stava un poco meglio. Ma per Emma Bonino “ci sono fragilità che non sono reversibili”.

Marco è intervenuto pure lui alla riunione affermando: “Credo che il nostro Paese dovrà essere giudicato come nel processo di Norimberga”, che però Marco non vuole “come quello (di Norimberga) che fu un processo dei vincitori sui vinti”, ma pretende un processo civile.

Pannella chiede “che venga sottoposta alle giurisdizioni superiori l’incriminazione dell’Italia”, e con la sua iniziativa nonviolenta spera di convincere Papa Francesco, come già fece Giovanni Paolo II, affinché pure lui si rivolga al Parlamento del nostro Paese, ufficialmente, per la condizione delle carceri e della giustizia di questo Paese.

La flagranza va sempre prima interrotta”, dice ancora.

Pannella, in questo momento, rivolge specificatamente la sua l’iniziativa di sciopero della fame e della sete iniziata qualche giorno prima e nonostante l’intervento alla aorta addominale, principalmente ad “aiutare il Pontefice a capire che il suo predecessore Giovanni Paolo II, esperto di regimi, aveva capito” già nel 2002 quando si rivolse al Parlamento per chiedere provvedimenti di clemenza. E su questo, nella riunione, interviene persino il vaticanista di Radio Radicale, Giuseppe Di Leo proponendo di preparare un appello al Santo Padre da far sottoscrivere a cittadini, rappresentanti nelle Istituzioni e parlamentari.

Forse, però, le cose più sensate durante la riunione le dice Emma Bonino che interviene “sull’iniziativa di Marco che” – per Emma – “si interseca col problema della giustizia giusta e delle legalità del nostro Paese, ma che ha delle specificità proprie che non vanno sottovalutate”.

Quando parla Emma ha un tono grave, quasi le lacrime agli occhi.

Io penso che la cosa più difficile, su cui dovremmo accompagnare Marco e a riconoscere per una volta che pur essendo una persona straordinaria e fuori dall’ordinario, ha e gli capitano delle fragilità come a tutti, come a molti, pure a lui. E che forse dovremmo accompagnarla” – aggiunge Bonino – “nella cosa più difficile che Marco ha mai fatto in vita sua e cioè quello, magari, di ascoltare i medici! Perché non vorrei” – continua l’ex ministro degli Esteri che il buon Matteo ha preferito non avere al suo fianco nel nuovo governo, forse per non essergli secondo a popolarità – “che anche noi ci fossimo assuefatti al fatto che essendo sopravvissuto a tutto, (Marco, ndr) sopravvive anche a questo per il bene nostro e per le nostre speranze”.

Poi Emma, con un intervento tutto politico, parla con molta franchezza:

“Io sono andata a trovarlo ieri, è stato molto difficoltoso e tornerò perché gli voglio dire proprio questo: la cosa più difficile che può fare, che però credo che valga la pena incoraggiarlo a fare, è perlomeno per qualche giorno di ascoltare i medici”.

Le parole sono difficili da trovare anche per un politico di razza come la Bonino:

“Ci sono fragilità che poi, come dire, non sono reversibilissime e da questo punto di vista” – aggiunge rivolgendosi a Sergio (D’Elia, ndr) – “a me (vederlo, ndr) non m’ha dato un senso di serenità. (…) Credo anzi, magari non in questa sede, che abbiamo qualche responsabilità altra di cui occuparci anche per quanto lo riguarda. (…) sarà bene che lo facciamo o, comunque, che chi ne ha più responsabilità (il riferimento è a Rita Bernardini), veda di non rimuovere perché, come dire, così sta più sereno”.

E anche sul piano politico e sull’appello al Santo Padre, Emma Bonino spiega la sua:

Immagino che, da Rita in poi chi in questi giorni abbia avuto interlocuzioni con chi che sia, anche con chi chiama per solidarietà umana e benevolenza, di cercare di stringerlo su un piano politico, anche in questi giorni, … niente. Forse Nitto Palma”, aggiunge Bonino. Ma gli altri niente. E quindi per Emma “questo vuol dire anche capire il bacino su cui raccogliamo le firme, rivolte peraltro al Santo padre. E questo provoca una serie di problemi. È chiaro che un responsabile politico invece di fare lui le cose, firma l’appello al Santo Padre”. E vero, aggiunge rivolgendosi ai compagni: “Be abbiamo visto di tutti i colori, però magari viene un po’ difficile, no?” Una domanda cui risponde subito Rita ricordandole che “non necessariamente un manifesto appello debba essere rivolto al Santo Padre affinché faccia qualcosa”. Ma a dirimere le due interviene Angiolo Bandinelli, saggista e radicale storico: “è difficile conciliare”, dice. “L’appello di Di Leo è al Papa, tu (Emma, ndr) hai le tue ragioni per non condividerlo”.

Emma si rivolge direttamente alla segretaria di Radicali italiani per essere più esplicita:

“Rita, io dico e faccio quello che posso come te, preferirei solo non sentire altri commenti della serie «perditempo, astenetevi». E anche se sono l’unica a pensare, in tutta questa stanza e in tutti quelli che ci ascoltano per Radio Radicale, che forse è bene se ci consoliamo meno e ci assumiamo qualche … Qui ho sentito altro finora: Marco è nelle migliori condizioni, non lo sottovalutate però”.

Emma non conclude la frase e chiude il suo ragionamento con parole lapidarie: “Questo mi sento di dire, e questo gli dirò”

Marco Pannella e Giuseppe Candido
Marco Pannella e Giuseppe Candido a Bruxelles il 2 maggio 2008 

Rassicuriamo Emma: non è l’unica, almeno tra i presenti in radio, a pensare che è bene non consolarci e chiedere a Marco, almeno adesso, ad ascoltare i medici.

In riferimento alla prossima iniziativa da organizzare in occasione della domenica di beatificazione dei due Pontefici da parte di Papa Bergoglio, per Emma anche qui il pensiero principe che guida l’intervento è la salute di Marco e, sostiene Bonino, “bisogna capire come si riesce a elaborare una cosa che non sia il miracolo di Marco che magari avviene ma che sicuramente ha dei costi che preferirei non pagasse”. Poi il miracolo avviene davvero. … avevamo pubblicato il resoconto della riunione stamane alle 10.57; nel pomeriggio … Papa Francesco chiama Marco Pannella

E’ notizia delle ore 18.00 del 25 aprile che Papa Francesco ha telefonato a Marco Pannella e lui ha interrotto lo sciopero della sete. Ho chiamato Rita Bernardini al cellulare, ma era troppo impegnata con i comunicati stampa per darmi retta.

Ho inviato un sms a Pannella: sono contento per questa bellissima straordinaria notizia, per te, per noi e per il Paese proprio di venerdì, quello di liberazione, durante i quali anche io aderisco col digiuno al Satyagraha di conoscenza e documentazione“.

A questo link la registrazione completa della riunione straordinaria del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito

 

Ascolta ciò che disse, sui diritti umani, Giovanni Paolo II al Parlamento italiano nel 2002
II PARTE

I PARTE

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Il video di Givanni Paolo II in Parlamento il 14 novembre 2002

Parte I http://youtu.be/8AX0VvBQ24U

Parte II http://youtu.be/YdD2L_lxbf0

Giustizia e carcere: ecco come si gioca coi numeri della tortura nel governo del turbo premier

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di Giuseppe Candido

Nell’intervista rilasciata a Claudia Fusani per L’Unità, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha parlato di riforma della giustizia (da fare per giugno) e della “precondizione necessaria”, che è l’emergenza carceri. E in riferimento alla scadenza della sentenza pilota “Torreggiani” del 28 prossimo maggio, dice: “Dobbiamo assolutamente dimostrare che in Italia è cambiato qualcosa nel sistema delle pene”.

Quando la giornalista gli chiede conto del fatto che “tra poco più di un mese scade il termine stabilito dalla Corte di Strasburgo per dimostrare che che siamo davanti a un paese civile, che sa amministrare le pene. Altrimenti fioccano decine di milioni di multa (e migliaia di ricorsi a valanga, ndr)”, il ministro della giustizia risponde che “A Strasburgo abbiamo messo in evidenza progressi e punti critici. I progressi sono nei numeri: oggi circa 60.000 detenuti a fronte di circa 45mila posti disponibili”. E aggiunge: “Prima di una lunga serie di interventi eravamo arrivati a circa 40mila posti a fronte di una crescita tendenziale che puntava a circa 70mila detenuti. Bene: questo trend è stato bloccato e tutti i mesi assistiamo a una piccola diminuzione”.

A Strasburgo il ministro, addirittura, aveva parlato di 49mila posti disponibili.

In realtà, alla data del 2 aprile, i posti effettivi disponibili, come finalmente emerso dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) grazie alla lotta nonviolenta di Rita Bernardini, sono 43.547 a fronte di 60.167 detenuti. Nel comunicato del DAP infatti, si sottolinea che a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 48 mila posti, “La vastità del patrimonio edilizio penitenziario determina fisiologicamente un certo numero di posti indisponibili per ragioni di inagibilità e per esigenze di ristrutturazione ordinaria e straordinaria, pertanto alla data odierna il numero esatto dei posti detentivi effettivi disponibili è di 43.547, pari al 90,14% della capienza regolamentare.

I “circa”, in questo caso, non sono indicati. Non possono esserlo giacché si parla di persone alle quali vengono sistematicamente violati diritti umani fondamentali con pene illegali perché erogate in condizioni inumane e degradanti in modo strutturale in tutte le carceri del territorio naturale. “Sistemiche e strutturali”, ha scritto nella sentenza pilota la Corte Europea per i Diritti Umani, condannando il nostro paese perché in condizioni “tecnicamente criminali”, per dirla alla Pannella, perché vìola accordi internazionali oltreché la stessa Costituzione. Una sentenza che, dopo il 28 di maggio, apre la strada ad una valanga di ricorsi analoghi.

E il ministro Orlando lo sa bene, tant’è che corregge la giornalista quando gli ricorda che ce ne sono già tremila pendenti: “Sono già quattromila”, dice. E aggiunge: “Dobbiamo evitare un effetto valanga”.

Quindi il ministro della giustizia Orlando sa molto bene che il nostro Paese è fortemente esposto a un rischio di questo tipo, oltre alle multe milionarie che dovrà pagare per la procedura d’infrazione. Spiegato il perché, a Strasburgo, qualche settimana fa i posti erano diventati quasi 50mila. Ma il problema delle nostre patrie galere non riguarda solo il sovraffollamento. Non riguarda solamente l’ora d’aria e i metri quadrati a disposizione dei detenuti. Strasburgo chiede all’Italia riforme strutturali anche per la giustizia e “un rimedio interno” per evitare la valanga di ricorsi.

Il Presidente Napolitano era stato molto chiaro nel suo messaggio alle Camere. L’unico messaggio inviato secondo l’articolo 87 della Costituzione, che il Presidente ha voluto scrivere affinché non ci fossero alibi.

La cessazione degli effetti lesivi si ha, innanzitutto, con il porre termine alla lesione del diritto e, soltanto in via sussidiaria, con la riparazione delle conseguenze della violazione già verificatasi. Da qui – aveva detto Napolitano – deriva il dovere urgente di fare cessare il sovraffollamento carcerario rilevato dalla Corte di Strasburgo, più ancora che di procedere a un ricorso interno idoneo ad offrire un ristoro per le condizioni di sovraffollamento già patite dal detenuto”.

In quel messaggio, il Presidente Napolitano aveva posto all’attenzione del Parlamento ciò che – testualmente – aveva definito “l’inderogabile necessità di porre fine, senza indugio, a uno stato di cose che ci rende tutti corresponsabili delle violazioni contestate all’Italia dalla Corte di Strasburgo”. Aggiungendo che “esse si configurano, non possiamo ignorarlo, come inammissibile allontanamento dai principi e dall’ordinamento su cui si fonda quell’integrazione europea cui il nostro paese ha legato i suoi destini”.

Ma né il Parlamento né il governo Renzi hanno inteso ascoltarlo, soprattutto nella parte in cui ha chiaramente parlato di “considerare l’esigenza di rimedi straordinari” come amnistia e indulto.

Di fronte a precisi obblighi di natura costituzionale e all’imperativo – morale e giuridico – di assicurare un civile stato di governo della realtà carceraria”, – aveva detto nel suo messaggio – “sia giunto il momento di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale”. Aggiungendo che, “l’opportunità di adottare congiuntamente amnistia e indulto (come storicamente è sempre avvenuto sino alla legge n. 241 del 2006, di sola concessione dell’indulto) deriva dalle diverse caratteristiche dei due strumenti di clemenza”.

“L’indulto, a differenza dell’amnistia, impone di celebrare comunque il processo per accertare la colpevolezza o meno dell’imputato e, se del caso, applicare il condono, totale o parziale, della pena irrogata (e quindi – al contrario dell’amnistia che estingue il reato – non elimina la necessità del processo, ma annulla, o riduce, la pena inflitta)”.

In pratica, l’amnistia e l’indulto sarebbero propedeutiche a quella riforma della giustizia che, per il governo del turbo premier Matteo Renzi, si vorrebbe già realizzata (chissà come) entro il mese di giugno.

Senza l’amnistia e senza l’indulto, non solo è impossibile rientrare nelle condizioni di legalità e di rispetto dei diritti umani nell’irrogazione delle pene entro quel 28 maggio fissato da Strasburgo, ma neanche la riforma della giustizia, di quella giustizia italiana che si traduce in ingiustizia per la sua lentezza, pure questa condannata dall’Europa da oltre tre decenni.

Per non parlare dell’enorme mole costituita da 9 milioni di processi pendenti che, oltre ai tempi faraonici per ottenere una sentenza, annualmente, produce 130mila prescrizioni. Prescrizioni che, queste sì, rappresentano un’amnistia illegale, strisciante e di regime, per dirla sempre alla Pannella, per chi può pagarsi buoni avvocati e puntare alla prescrizione dimezzate dalla c.d. legge ex-Cirielli. Mentre si continua a giocare coi numeri sperando di riformare senza creare le precondizioni necessarie, è ridicolo.

Ma la cosa davvero strana è la contrarietà all’amnistia del nuovo segretario del PD, Matteo Renzi, esplicitata sin dal momento successivo al messaggio di Napolitano, quasi a volerne neutralizzare l’efficacia e l’impatto.

Strana se si considera che, quando il 20 dicembre 2012 Marco Pannella aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo che lo costrinse al ricovero, il sindaco di Firenze addirittura si mobilitò, firmando una lettera scritta dal consigliere Enzo Brogi. Con una capriola acrobatica – scrive Zurlo su il Giornale – Matteo Renzi fiuta il vento e si sposta. Ma a dicembre, solo pochi mesi fa, firmava una lettera inviata da un consigliere regionale a Marco Pannella per sostenere la sua battaglia sulle carceri e per la concessione di un provvedimento di clemenza”.

Senza contare che il messaggio di Napolitano inascoltato in Italia, invece, qualche giorno fa, l’11 e il 17 marzo, è stato utile alla Royal Court inglese per negare l’estradizioni di due persone condannate nel nostro Paese (una per mafia) richieste dall’Italia, attraverso le procure di Firenze e di Palermo. Perché quanto scritto da Napolitano ha assicurato che le condizioni sanzionate dalla Corte di Strasburgo non erano mutate al 3 Ottobre, data in cui il Presidente ha scritto quel messaggio.

Mentre si continua a giocare coi numeri, non ci si rende conto che, in realtà, dietro quei numeri ci sono persone, donne e uomini, trattate in modo degradante e non umano. I Radicali non mollano. Rita Bernardini è in sciopero della fame ad oltranza dal 28 febbraio, per ricordare al paese che non c’è più tempo da perdere e che, senza amnistia e indulto, il termine ultimo per la sentenza Torregiani fissato al 28 maggio prossimo è in realtà già scaduto.