Giustizia e carcere: ecco come si gioca coi numeri della tortura nel governo del turbo premier

Share

di Giuseppe Candido

Nell’intervista rilasciata a Claudia Fusani per L’Unità, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha parlato di riforma della giustizia (da fare per giugno) e della “precondizione necessaria”, che è l’emergenza carceri. E in riferimento alla scadenza della sentenza pilota “Torreggiani” del 28 prossimo maggio, dice: “Dobbiamo assolutamente dimostrare che in Italia è cambiato qualcosa nel sistema delle pene”.

Quando la giornalista gli chiede conto del fatto che “tra poco più di un mese scade il termine stabilito dalla Corte di Strasburgo per dimostrare che che siamo davanti a un paese civile, che sa amministrare le pene. Altrimenti fioccano decine di milioni di multa (e migliaia di ricorsi a valanga, ndr)”, il ministro della giustizia risponde che “A Strasburgo abbiamo messo in evidenza progressi e punti critici. I progressi sono nei numeri: oggi circa 60.000 detenuti a fronte di circa 45mila posti disponibili”. E aggiunge: “Prima di una lunga serie di interventi eravamo arrivati a circa 40mila posti a fronte di una crescita tendenziale che puntava a circa 70mila detenuti. Bene: questo trend è stato bloccato e tutti i mesi assistiamo a una piccola diminuzione”.

A Strasburgo il ministro, addirittura, aveva parlato di 49mila posti disponibili.

In realtà, alla data del 2 aprile, i posti effettivi disponibili, come finalmente emerso dai dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) grazie alla lotta nonviolenta di Rita Bernardini, sono 43.547 a fronte di 60.167 detenuti. Nel comunicato del DAP infatti, si sottolinea che a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 48 mila posti, “La vastità del patrimonio edilizio penitenziario determina fisiologicamente un certo numero di posti indisponibili per ragioni di inagibilità e per esigenze di ristrutturazione ordinaria e straordinaria, pertanto alla data odierna il numero esatto dei posti detentivi effettivi disponibili è di 43.547, pari al 90,14% della capienza regolamentare.

I “circa”, in questo caso, non sono indicati. Non possono esserlo giacché si parla di persone alle quali vengono sistematicamente violati diritti umani fondamentali con pene illegali perché erogate in condizioni inumane e degradanti in modo strutturale in tutte le carceri del territorio naturale. “Sistemiche e strutturali”, ha scritto nella sentenza pilota la Corte Europea per i Diritti Umani, condannando il nostro paese perché in condizioni “tecnicamente criminali”, per dirla alla Pannella, perché vìola accordi internazionali oltreché la stessa Costituzione. Una sentenza che, dopo il 28 di maggio, apre la strada ad una valanga di ricorsi analoghi.

E il ministro Orlando lo sa bene, tant’è che corregge la giornalista quando gli ricorda che ce ne sono già tremila pendenti: “Sono già quattromila”, dice. E aggiunge: “Dobbiamo evitare un effetto valanga”.

Quindi il ministro della giustizia Orlando sa molto bene che il nostro Paese è fortemente esposto a un rischio di questo tipo, oltre alle multe milionarie che dovrà pagare per la procedura d’infrazione. Spiegato il perché, a Strasburgo, qualche settimana fa i posti erano diventati quasi 50mila. Ma il problema delle nostre patrie galere non riguarda solo il sovraffollamento. Non riguarda solamente l’ora d’aria e i metri quadrati a disposizione dei detenuti. Strasburgo chiede all’Italia riforme strutturali anche per la giustizia e “un rimedio interno” per evitare la valanga di ricorsi.

Il Presidente Napolitano era stato molto chiaro nel suo messaggio alle Camere. L’unico messaggio inviato secondo l’articolo 87 della Costituzione, che il Presidente ha voluto scrivere affinché non ci fossero alibi.

La cessazione degli effetti lesivi si ha, innanzitutto, con il porre termine alla lesione del diritto e, soltanto in via sussidiaria, con la riparazione delle conseguenze della violazione già verificatasi. Da qui – aveva detto Napolitano – deriva il dovere urgente di fare cessare il sovraffollamento carcerario rilevato dalla Corte di Strasburgo, più ancora che di procedere a un ricorso interno idoneo ad offrire un ristoro per le condizioni di sovraffollamento già patite dal detenuto”.

In quel messaggio, il Presidente Napolitano aveva posto all’attenzione del Parlamento ciò che – testualmente – aveva definito “l’inderogabile necessità di porre fine, senza indugio, a uno stato di cose che ci rende tutti corresponsabili delle violazioni contestate all’Italia dalla Corte di Strasburgo”. Aggiungendo che “esse si configurano, non possiamo ignorarlo, come inammissibile allontanamento dai principi e dall’ordinamento su cui si fonda quell’integrazione europea cui il nostro paese ha legato i suoi destini”.

Ma né il Parlamento né il governo Renzi hanno inteso ascoltarlo, soprattutto nella parte in cui ha chiaramente parlato di “considerare l’esigenza di rimedi straordinari” come amnistia e indulto.

Di fronte a precisi obblighi di natura costituzionale e all’imperativo – morale e giuridico – di assicurare un civile stato di governo della realtà carceraria”, – aveva detto nel suo messaggio – “sia giunto il momento di riconsiderare le perplessità relative all’adozione di atti di clemenza generale”. Aggiungendo che, “l’opportunità di adottare congiuntamente amnistia e indulto (come storicamente è sempre avvenuto sino alla legge n. 241 del 2006, di sola concessione dell’indulto) deriva dalle diverse caratteristiche dei due strumenti di clemenza”.

“L’indulto, a differenza dell’amnistia, impone di celebrare comunque il processo per accertare la colpevolezza o meno dell’imputato e, se del caso, applicare il condono, totale o parziale, della pena irrogata (e quindi – al contrario dell’amnistia che estingue il reato – non elimina la necessità del processo, ma annulla, o riduce, la pena inflitta)”.

In pratica, l’amnistia e l’indulto sarebbero propedeutiche a quella riforma della giustizia che, per il governo del turbo premier Matteo Renzi, si vorrebbe già realizzata (chissà come) entro il mese di giugno.

Senza l’amnistia e senza l’indulto, non solo è impossibile rientrare nelle condizioni di legalità e di rispetto dei diritti umani nell’irrogazione delle pene entro quel 28 maggio fissato da Strasburgo, ma neanche la riforma della giustizia, di quella giustizia italiana che si traduce in ingiustizia per la sua lentezza, pure questa condannata dall’Europa da oltre tre decenni.

Per non parlare dell’enorme mole costituita da 9 milioni di processi pendenti che, oltre ai tempi faraonici per ottenere una sentenza, annualmente, produce 130mila prescrizioni. Prescrizioni che, queste sì, rappresentano un’amnistia illegale, strisciante e di regime, per dirla sempre alla Pannella, per chi può pagarsi buoni avvocati e puntare alla prescrizione dimezzate dalla c.d. legge ex-Cirielli. Mentre si continua a giocare coi numeri sperando di riformare senza creare le precondizioni necessarie, è ridicolo.

Ma la cosa davvero strana è la contrarietà all’amnistia del nuovo segretario del PD, Matteo Renzi, esplicitata sin dal momento successivo al messaggio di Napolitano, quasi a volerne neutralizzare l’efficacia e l’impatto.

Strana se si considera che, quando il 20 dicembre 2012 Marco Pannella aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo che lo costrinse al ricovero, il sindaco di Firenze addirittura si mobilitò, firmando una lettera scritta dal consigliere Enzo Brogi. Con una capriola acrobatica – scrive Zurlo su il Giornale – Matteo Renzi fiuta il vento e si sposta. Ma a dicembre, solo pochi mesi fa, firmava una lettera inviata da un consigliere regionale a Marco Pannella per sostenere la sua battaglia sulle carceri e per la concessione di un provvedimento di clemenza”.

Senza contare che il messaggio di Napolitano inascoltato in Italia, invece, qualche giorno fa, l’11 e il 17 marzo, è stato utile alla Royal Court inglese per negare l’estradizioni di due persone condannate nel nostro Paese (una per mafia) richieste dall’Italia, attraverso le procure di Firenze e di Palermo. Perché quanto scritto da Napolitano ha assicurato che le condizioni sanzionate dalla Corte di Strasburgo non erano mutate al 3 Ottobre, data in cui il Presidente ha scritto quel messaggio.

Mentre si continua a giocare coi numeri, non ci si rende conto che, in realtà, dietro quei numeri ci sono persone, donne e uomini, trattate in modo degradante e non umano. I Radicali non mollano. Rita Bernardini è in sciopero della fame ad oltranza dal 28 febbraio, per ricordare al paese che non c’è più tempo da perdere e che, senza amnistia e indulto, il termine ultimo per la sentenza Torregiani fissato al 28 maggio prossimo è in realtà già scaduto.

#Radicali in Calabria per abolire la miseria delle banche

Share

Chi controlla buona parte dell’accesso al credito, in questo Paese? Com’è noto, anche se forse non lo è abbastanza, la proprietà di molte banche italiane è in mano ai partiti. “Fuori i partiti dalle banche”, quindi, è l’hashtag della nuova campagna “economica”, che il partito di Emma Bonino e Marco Pannella affianca alla lotta, ancora in corso, per la giustizia e l’amnistia. La campagna, che farà tappa anche in Calabria nel mese di marzo, è stata annunciata e promossa online, giovedì 27 febbraio, da Rita Bernardini, Valerio Federico e Alessandro Massari, rispettivamente segretaria, tesoriere e componente della direzione nazionale del partito. Dagli anni ’90, le fondazioni bancarie, anomala invenzione italiana per mettere una pezza alla richiesta europea di privatizzare il sistema creditizio, di fatto scelgono gli amministratori delle banche; gli enti locali e le Regioni, a loro volta, sono i soggetti che nominano la guida delle fondazioni bancarie e il gioco è fatto. In sostanza, nel nostrano sistema bancario, molte banche che quotidianamente decidono come distribuire il credito, sono, in realtà, controllate dalla mano longa, neanche troppo nascosta, dei partiti. La questione è emersa lampante con la vicenda del Monte dei Paschi a Siena ma i partiti, attraverso gli enti locali e le regioni, controllano dappertutto le fondazioni. Ecco perché, la campagna #sbanchiamoli di Radicali italiani parte proprio dalle e nelle Regioni, dagli enti locali e, in generale, dalle periferie. Per Valerio Federico è così per la Banca di Sardegna, per la Banca Carige, per Intesa San Paolo: “I vertici del MPS nominati dalla politica hanno gettato al vento 4 miliardi di euro, con delle operazioni finanziarie scriteriate. Di chi è la responsabilità? Naturalmente” – per il tesoriere di radicali italiani – “la responsabilità è della proprietà, quindi, della fondazione bancaria e, quindi, dei partiti che hanno scelto i vertici della fondazione bancaria e delle banche. Banca Marche – continua Federico – è stata commissariata perché mal gestita dalle fondazioni bancarie e dai vertici scelti dalle fondazioni bancarie e dai partiti. Casi e scandali che sono l’emblema di un sistema che non funziona, che vede la commistione tra la politica e le banche, tra la finanza e i partiti”. È possibile, con un sistema del genere, garantire il credito ai cittadini e alle imprese che lo meritano, oppure è più facile che a trovare facilmente credito, presso i più importanti istituti del nostro Paese, sono sempre i soliti “amici degli amici”? “Le banche – continua Valerio Federico nel video che promuove la campagna – dovrebbero occuparsi di prestare i soldi alle imprese, di prestare i soldi ai cittadini, dovrebbero occuparsi di prestare i soldi per quelle StarUp, per quelle imprese giovani, più promettenti e, magari, di finanziare idee innovative. Invece, le fondazioni bancarie, sostanzialmente, bloccano l’afflusso di capitali verso le banche italiane; e lo bloccano perché – prosegue il tesoriere di Radicali italiani – hanno tutto l’interesse di farlo per garantire, così, ai partiti di continuare a mantenere il controllo delle banche e del credito”. È un sistema distorto, da superare, per rilanciare lo sviluppo perché, nota Federico: “gli effetti di un sistema che non concede credito, che ne concede poco o lo concede male, sono minore competitività del Paese, perdita di occupazione, riduzione della domanda interna. Il credito orienta il consenso, quindi il voto. Alle Banche servono nuovi flussi di capitali per i cittadini e per le imprese, ma alla politica non conviene, altrimenti ne perderebbero il controllo. La conseguenza è che il credito alle imprese concesso è diminuito costantemente dal 2007 ad oggi. In sostanza, con un sistema creditizio-bancario che non funziona, il Paese non riparte. Separiamo, dunque, i partiti dalle banche, la politica dalla finanza. I partiti – conclude Federico – hanno l’obbiettivo di accrescere consenso, non hanno l’obbiettivo di prestare i soldi a chi merita. Il rischio che lo prestino a chi è loro vicino, agli amici e agli amici degli amici, è un rischio evidente”.

Http://www.radicali.it/banche

Per Stefano Cucchi spiragli di verità

Share

di Giuseppe Candido

Dopo le perizie medico-legali della procura che iniziarono a delineare i primi lembi di verità su ciò che avvenne davvero al povero Cucchi oggi c’è la notizia di una prima condanna con rito abbreviato e 12 rinvii a giudizio per altrettante persone coinvolte a vario titolo in quella triste vicenda.

Qualcuno, in un primo momento, arrivò ad affermare che Stefano era “morto perché era un tossico dipendente malato”. Quasi questo fosse perciò tollerabile anziché ancor di più insopportabile. Ma quei segni che Cucchi riportava evidenti sul suo corpo abusato, e che hanno potuto far rabbrividire perché fecero il giro del mondo, non lasciavano davvero dubbi. Oggi sappiamo che Stefano Cucchi, secondo il pubblico ministero, fu picchiato e non, invece, curato come avrebbe dovuto esserlo proprio perché “malato” che fu “affidato in detenzione” nelle mani dello Stato. Almeno secondo quanto scritto nella nostra Carta costituzionale che la pena non può mai consistere in trattamenti disumani e violenze.

Ma la legge fu violata, stracciata come carta becera la nostra Costituzione. E per questo che saranno processate 12 persone, tra agenti di polizia penitenziaria, medici e infermieri. Intanto un funzionario del Dap, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è stato già condannato a due anni con giudizio abbreviato. E proprio su questo argomento, il giornalista Gianfranco Palazzolo ha intervistato per i microfoni di Radio Radicale, l’Onorevole Rita Bernardini che, della vicenda Cucchi si è occupata sin da subito per chiedere che si facessero verità e giustizia. “Io ritengo che questa vicenda”, afferma la deputata radicale eletta nel PD, “sia andata avanti e stia trovando degli spiragli di verità e di giustizia proprio per il coraggio, che ha avuto la famiglia di Stefano, di uscire subito allo scoperto mostrando quelle foto che inequivocabilmente dimostrano che Stefano Cucchi è stato ammazzato. Non giriamoci intorno: il ragazzo è stato più volte picchiato”. E ancora: “Lo squarcio di verità che c’è stato sulla vicenda Cucchi, se non terminerà l’attenzione dei mass-media in generale e quindi anche dell’opinione pubblica, credo che potrà portare solamente a far emergere la verità”.

Qualche lembo di verità comincia quindi ad intravedersi ma la cosa grave è che le accuse siano quelle relative alle mancate cure e non già quello di omicidio preterintenzionale o colposo. Per cui rimangono ancora valide le richieste della famiglia: “Vogliamo sapere perché” – chiedeva Giovanni Cucchi durante una conferenza stampa – “alla richiesta precisa di Stefano, la sera dell’arresto non è stato chiamato dai militari, il suo avvocato di fiducia; vogliamo sapere dalle forze dell’ordine come è stato possibile che abbia subito le lesioni; vogliamo sapere chi glie le ha prodotte e quando; vogliamo sapere, dalle strutture carcerarie, perché non c’è stato consentito il colloquio con i medici; vogliamo sapere, dalle strutture sanitarie, perché non gli sono state effettuate le cure mediche necessarie, vogliamo sapere, (sempre) dalle strutture sanitarie, perché sia stata consentita, in sei giorni di ricovero, una tale debilitazione fisica, vogliamo sapere perché è stato lasciato in solitudine senza un conforto morale e religioso, vogliamo sapere, infine, la natura e le circostanze precise della morte, vorremmo sapere altresì, se ci sono motivi validi di tale accanimento su una giovane vita. Immaginiamo che una famiglia distrutta dal dolore per la morte atroce del proprio figlio di, trentuno anni, abbia il diritto di urlare con tutte le sue forze, per chiederne conto”. Richieste che rimangono legittimamente ancora attuali e che è giusto, perciò, ricordare e riproporre all’attenzione.

La morte di Monicelli e il dibattito sulla dolce morte

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani della Calabria” del 7 dicembre 2010

Dopo le polemiche suscitate dall’intervento di Mina Welby e Beppino Englaro che hanno raccontato le vicende di Piergiorgio ed Eluana alla trasmissione di Fabio Fazio, Vieni via con me, è il suicidio del regista Mario Monicelli che ha nuovamente scatenato il dibattito non solo parlamentare sull’eutanasia. Lo scontro parte dalla Camera, e manco a dirlo, avviene tra la deputata radicale Rita Bernardini che chiede, con Maria Antonietta Farina Coscioni, di “aprire una riflessione sull’eutanasia, su chi non ce la fa più ed è costretto a lasciare la vita in modo violento anziché morire con i propri familiari vicino con il metodo della dolce morte” e la teodem Paola Binetti dell’Unione di Centro che replica veemente: “Basta con spot a favore dell’eutanasia partendo da episodi di uomini disperati. Monicelli era stato lasciato solo, il suo è un gesto tremendo, di solitudine, non di libertà”. Ma a Piergiorgio Welby che chiedeva una morte opportuna, dignitosa, si negarono i funerali. La famiglia del regista Monicelli, ovviamente, smentisce che sia stato lasciato solo e il dibattito diventa paradossale. La notizia non è il “fatto” ma diventano le dichiarazioni sul fatto. Solitudine e abbandono negate dai familiari e anche dai medici non bastano. Chi lo conosce da anni parla di un gesto razionale, voluto, “Scelto imbrogliando persino la moglie per rassicurarla”. Però sulla linea dell’uomo lasciato solo non c’è soltanto la teodem Binetti. Anche la sottosegretaria alla salute Eugenia Roccella dice “No a strumentalizzazioni. Nessuno può affermare che si tratta di una scelta libera e consapevole o di disperazione”. E il ministro Rotondi contesta il modo come è stato trattato dai media l’argomento. Temo – dice Rotondi – sia passato un messaggio non di carità ma di ammiccamento a scelte che non debbono essere un esempio.

E su questo argomento, sul dibattito generato dalla tragica morte del maestro Monicelli, intervengono in molti: da Adriano Sofri a Filippo Facci e Renato Farina. Una serie di firme che si spendono sull’argomento: dolce morte si, dolce morte no. Il Professore Severino e il professore Reale, due filosofi con due visioni differenti, si esprimono su questo intervistati entrambi dal Corriere della Sera. “Eutanasia, i Radicali usano anche Monicelli” è il titolo che fa Avvenire, il quotidiano dei Vescovi. Ma forse il titolo più lugubre lo fa il Giornale con l’articolo in prima pagina di Marcello Veneziani che titola: “Monicelli e gli avvoltoi del suicidio. La tragedia del regista strumentalizzata in Parlamento da chi vuole che la morte sia passata dalla mutua”. Come al solito i Radicali diventano il partito della morte contro quello della vita e passano per quelli che strumentalizzano le vite delle persone: è stato detto di Piergiorgio Welby che invece chiedeva un’indagine conoscitiva sull’eutanasia clandestina e una morte opportuna per se; è stato detto di Luca Coscioni, di Eluana Englaro. Tutti “strumentalizzati” dai Radicali, demoni dell’autodeterminazione. Le parole incriminate della Bernardini sono due: “dolce morte”. E a questo ragionamento si aggiungono le considerazioni del liberale “Secolo d’Italia” che titola: “Se Monicelli diventa uno spot sull’eutanasia” che spiega, equidistante da entrambe le posizioni, come “la Radicale Bernardini e la cattolica Binetti trasformano il suicidio in una surreale polemica sul fine vita”. Questa polemica sembra però un’operazione truffaldina nei confronti di una semplice ma tragica verità: Monicelli – afferma Maria Antonietta Coscioni – ha deciso di smettere di soffrire perché nessuno lo ha aiutato a non soffrire. Il vero problema è chiedersi – spiega la deputata Radicale – se Monicelli avesse chiesto a qualche sanitario di aiutarlo a non soffrire. Se lo avesse fatto e non lo avrebbe ottenuto ci si potrebbe tutti costituire parte civile in un processo contro chi si è rifiutato di dargli questo aiuto”.

Ma se il Presidente della Repubblica si limita ad affermare che bisogna “rispettare la sua volontà”, la figlia del regista novantacinquenne malato di tumore rende forse la riflessione che tra le tante parole dette sembra senz’altro la cosa più sensata: “Papà – spiega Valeria Monicelli – non è mai stato solo. Ha solo scelto il come e il quando andarsene”. E se ci fosse stata una legge sull’eutanasia? La morte non può mai essere dolce. Semmai, in alcuni casi, la morte può diventare solamente una “scelta opportuna”, maturata, ma in nessun caso può essere dolce. Una scelta sofferta di chi, come Piergiorgio Welby e come Monicelli, forse, ha deciso di porre fine liberamente e consapevolmente alle sofferenze. Una scelta che può magari essere considerata “peccato” ma che non è, almeno nel nostro ordinamento giuridico, perseguibile penalmente come reato. È l’autodeterminazione che consente ai diversamente credenti di rifiutare alcuni trattamenti vitali come trapianti e trasfusioni ai quali nessuno può essere obbligati. Ma per sapere veramente cosa pensava Mario Monicelli sull’autodeterminazione nelle scelte di fine vita sarebbe sufficiente riascoltare l’intervista rilasciata dallo stesso regista il 28 novembre del 2006 ai microfoni di Radio Radicale durante la lotta di Piergiorgio Welby per chiedere a Napolitano l’eutanasia: “ La morte è un tema che si potrebbe scegliere e benissimo trattare con la commedia all’italiana. Una commedia – continua il maestro Monicelli – perché si va a trattare il dramma ironizzando con quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì, a soffrire per grazia non si sa di chi o per la deontologia del medico. Si potrebbero fare dei film divertenti, drammatici ma che dicano qual’è la realtà. Sono i più convincenti e il cinema italiano ha seguito sempre questa via. È stato sempre dalla parte di chi voleva liberarsi dalla fame, dalla malattia, dalla sofferenza o dalla miseria”.

A risentirle quelle parole ci viene da pensare che Monicelli abbia davvero messo in scena il suo dramma per liberarsi dalla sofferenza, il suo ultimo capolavoro di verità che forse, con una legge che rendesse legale l’abbandono di questo mondo per i malati terminali, se l’eutanasia fosse stata legale, il maestro Monicelli avrebbe potuto scegliere di andarsene senza buttarsi giù dal balcone.

Se prevale l'indifferenza

Share

di Giuseppe Candido

Pubblicato su “il Domani” il 26 aprile 2010

Ha ragione da vendere Bersani nell’affermare che ci sono molti modi per tradire una costituzione, per tradire, cioè, quei “valori che sono fioriti” durante la resistenza “nel sangue di tante sofferenze” e che hanno portato alla liberazione. Ed ha ragione quando individua nell’indifferenza e nell’ignavia uno dei modi più subdoli per tradire il patto che ci lega. Un modo fu sicuramente quello operato dal regime del partito unico del fascio che proibì i festeggiamenti del 1° maggio istituendo la festa del lavoro. Ma per rinnovare e rinsaldare quel patto bisognerebbe ricordare anche che, a tradire la Costituzione, il rispetto di quel patto che ci lega, è molto spesso l’indifferenza della partitocrazia che oggi, troppo impegnata nei suoi balzelli, è del tutto sorda persino alle urla che provengono dalle nostre patrie galere, da tutte le carceri italiane ormai al collasso per il sovra affollamento, con organici della polizia penitenziaria sotto dimensionati e dove la sanità, la salute, sono diritti umani cui si deve rinunciare. Oggi, mentre il PdL dibatte sul partito di plastica o sul partito in cui sia possibile un dibattito interno e mentre il PD, invece, è impegnato a capire le ragioni di una sconfitta, nelle carceri italiane la gente si suicida per evadere da una situazione divenuta non più tollerabile. Per la nostra Carta fondamentale le pene, è bene ricordarlo ancora proprio a chi intende “rinnovare un patto per costruire una nuova Unità d’Italia, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma, ahi noi, non potrebbero e non dovrebbero eppure la situazione è quella più volte denunciata dai Radicali, dall’associazione Antigone e, di recente, anche dalla Comunità di Sant’Egidio. Rita Bernardini è da oltre dodici giorni in sciopero della fame per proporre che sia data priorità, con la via legislativa, al provvedimento voluto dal Ministro Alfano per consentire ai detenuti con pene inferiori ad un anno di scontare la pena, sempre in condizioni di detenzione, ma ai domiciliari. Si alleggerirebbe il carico di sovraffollamento e si potrebbe utilizzare il momento per una grande riforma della giustizia condivisa. E dispiace che i dubbi sul provvedimento non vengano soltanto dal giustizialismo dell’Italia dei Valori ma anche dal PD. Per rinnovare davvero quel patto, per ricostruire una nuova Unità, c’è bisogno di cominciare a rispettare il patto, a rispettare la parola data, la legge e la costituzione in primis. Non dimentichiamo come andò: dopo la sua approvazione, la Costituzione fu subito tradita dal fascio unico dei partiti che impedirono per oltre vent’anni sia il voto di referendario sia quello per le regionali. Oggi la nostra Costituzione viene sistematicamente violata, il principio di eguaglianza è continuamente vilipeso ogni volta si fa una legge ad personam che rende la legge non uguale per tutti ed il rispetto della parola data è messo sotto le scarpe ogni qualvolta si neghino i più elementari diritti civili, politici e umani dei cittadini come nel caso delle nostre carceri o come quando si attuano le politiche dei respingimenti dei migranti richiedenti asilo politico. Ricostruiamo l’Unità partendo dal rispetto del patto che ci lega, si faccia una grande riforma della giustizia. Solo così si potrà dare continuità ai valori della Resistenza e sperare in una nuova Liberazione.

Il capodanno radicale … nel carcere di Padova

Share

Guarada la scheda sul sito di Radio Radicale

Marco Pannella, Michele Bertoluzzi e Rita Bernardini in carcere a Padova

Al Carcere*

Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro che poi la devora,
donnola incorre timente e scherzante;
così di gran scienza ognuno amante,
che audace passa alla morta gora
al mar del vero, di cui s’innamora,
nel nostro ospizio alfin ferma le piante.
Ch’altri l’appella antro di Polifemo,
palazzo altri d’Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l’Inferno estremo
(che qui non val favor, saper, né pietà),
io ti so dir; del resto, tutto tremo,
ch’è rocca sacra a tirannia segreta.
E’ Chiaro

*Poesia Filosofica di Tommaso Campanella