Cannabis legale, un colpo alle ‘ndrine

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di Giuseppe Candido

Su Cronache del Garantista il 20/ottobre/2014

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Pubblicato su Cronache del Garantista il 20 ottobre 2014

Tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista qualche giorno addietro leggevo di un’interessante inchiesta curata da Simona Musco sulla marijuana legale e sugli effetti negativi del proibizionismo. Il titolo dell’articolo era molto chiaro: “L’oro verde calabrese. Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”. Su analogo argomento, qualche giorno dopo, insisteva pure Davide Varì, chiedendosi se ci fosse, in Calabria, un politico disposto a sposare la battaglia della legalizzazione della marijuana. 

Il Garantista ha lanciato la sua proposta alla politica calabrese: perché non legalizzare la coltivazione di cannabis? Ma in realtà, la proposta di legalizzazione dei consumi di cannabis, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. I Radicali, già dagli anni ’70, parlavano di legalizzazione e mai di liberalizzazione, come invece qualche incauto giornalista spesso scrive soprattutto nei titoli, e che è cosa assai diversa. Non è una questione semantica. La droga è già libera di essere acquistata per strada e nelle piazze di tutta Italia oltreché in Calabria. E la ‘ndrangheta festeggia perché ne detiene il monopolio. I ‘duri colpi’ inflitti alle criminalità, non scalfiscono di una virgola i loro introiti. Il fallimento delle politiche proibizioniste è ormai un’evidenza che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiaramente di ‘fallimento’ sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i milionari traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti. Insomma, c’è da prendere atto che “La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono a chiare lettere i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E aggiungono che, “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.

Anche il New York Times, più recentemente, partendo proprio dall’evidenza del fallimento delle politiche proibizioniste, a seguito di una decisione della direzione e del board editoriale, ha lanciato una campagna a favore della legalizzazione dei derivati della cannabis.

Oggi, la cannabis ha molteplici usi legali, come ricorda la giornalista del Garantista, sono assai molteplici. Ma voglio soffermarmi su quello terapeutico sul quale, come Radicali, qualche mese fa, abbiamo partecipato con Rita Bernardini ad un convegno organizzato, in Calabria, a Catanzaro. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali (Toscana, Abruzzo e Puglia) ne hanno l’uso, sono ancora troppe le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate solo duecento autorizzazioni all’importazione del ‘medicinale’. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato di 213 pazienti autorizzati va diviso per quattro e si capisce che solo una sessantina persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente.

E’ evidente che molti di loro ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è che, dall’Italia, la cannabis la importiamo dall’Olanda al costo di 15 euro al grammo. E anche se, finalmente, la Camera ha dato il via, approvando un ordine del giorno presentato dai Radicali nel 2008, alla produzione legale presso uno stabilimento militare in Toscana, nella Calabria dove sterminate sono le piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se ti fai una canna e per sbaglio ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, in questi tempi di crisi, noi non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente, sotto controllo militare, e venderla ai malati delle Regioni d’Italia?

Lo scorso 17 ottobre a Cernobbio, in occasione della XIV edizione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione organizzato dalla Coldiretti, persino Roberto Moncalvo, presidente dell’associazione di agricoltori italiani, ha lanciato la sua proposta sulla base dei risultati di un’analisi commissionata all’istituto Ixé per la quale quasi 2 italiani su 3 sono favorevoli alla coltivazione legale per motivi di salute, ma anche “economici e occupazionali”. E’ con queste idee che si sblocca l’Italia, non certo sbloccando le trivelle per nuove ricerche petrolifere in Abruzzo, in Lucania e sullo Ionio calabrese, coi rischi ambientali che inducono.

In Italia, ha ricordato Monclavo, “ci sono 1000 ettari di serre abbandonate per colpa della crisi dell’ortofloricoltura dove sperimentare la coltivazione a scopo terapeutico della cannabis”. Per la Coldiretti – stando a quanto riportato su La Stampa da Maurizio Tropeano, corrispondente da Cernobbio per il quotidiano torinese – questa “potrebbe essere un’opportunità per il Sud” da “valutare attentamente per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera al 100% italiana che unisca l’agricoltura all’industria farmaceutica”. Nelle serre dismesse la coltivazione legale potrebbe essere autorizzata subito facilitando i necessari controlli per prevenire gli abusi. Ma la cosa più importante è che, legalizzando la coltivazione per fini terapeutici, si renderebbe al mercato legale, secondo lo studio presentato da Coldiretti, un giro di affari di circa 1,4 miliardi di euro ogni anno.

Ha più ragioni, quindi, il Garantista che, dalle sue colonne, sostiene che la legalizzazione sarebbe un modo per creare posti di lavoro legale e sottrarre – soprattutto in Calabria – manovalanza a basso costo alla ‘ndrangheta. Purtroppo, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che le criminalità organizzate continuino a lucrare e che, anche per i fini terapeutici, la dobbiamo importare dall’Olanda. Su questo tema bisognerebbe che, anche la politica calabrese, aprisse, senza tabù, una seria discussione. Un confronto tra ragioni diverse, diametralmente opposte. Tra chi, come noi Radicali, da anni, siamo favorevoli alla regolamentazione e alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti che continuano però ad alimentare le casse della ‘ndrangheta.

Quando qualcuno sostiene che, anche se si legalizzasse la coltivazione, le ‘ndrine venderebbero la cannabis comunque a prezzi più bassi, sarebbe facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando (fenomeno assai limitato in alcune città italiane) qualcuno pensa di proibire la vendita legale dei tabacchi e che, nonostante sia più dannoso alla salute l’alcol, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici illegali, Hal Capone e le sue bande di gangster si erano ingrassate di dollari.

Non è un caso che pure Roberto Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava, anche lui, di “evidente fallimento delle politiche proibizioniste” che hanno “alimentato per anni e continuano ad alimentare le casse della camorra”, come della ‘ndrangheta. Diceva di voler poter votare un partito antiproibizionista. Dimenticava, però, o faceva finta di dimenticare, che, in Italia, un partito antiproibizionista, che da anni lotta per legalizzare c’è, eccome: si chiama Partito Radicale, si chiamano Radicali Italiani, che in Calabria son pochi, ma ci sono.

Allora partiamo da qui. Per fugare tentazioni grilline, se Mario Oliverio, il candidato del ‘nuovo’ PD e del centro sinistra alle prossime elezioni regionali, vorrà il sostegno anche dei Radicali e delle loro idee, provi a chiederlo facendo proposte chiare. Partendo da questa della legalizzazione della coltivazione di cannabis per fini terapeutici che, come Radicali, facciamo nostra anche per fini ludici, assieme a quelle già in campo dell’istituzione del garante dei diritti delle persone private della libertà in carceri inumane come quella di Rossano, quella dell’anagrafe pubblica dei siti inquinati e del registro tumori di cui, pure in questa Regione, c’è urgente bisogno.

Proibizionismi #Radicali

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di Giuseppe Candido
Leggo con piacere tra le pagine calabresi delle Cronache del Garantista un’interessante inchiesta di Simona Musco sulla marijuana e sugli effetti del proibizionismo rubricato come ‘canapa, l’oro verde’ e il cui titolo a quattro colonne non lascia dubbi: “Il proibizionismo ingrassa i clan: perché non cambiare?”.
Bella domanda! Anche perché non è certo di oggi, né di ieri l’altro. La proposta di legalizzare i consumi, specialmente quelli riferiti alle droghe leggere, è una proposta ultra trentennale dei Radicali e di Marco Pannella. E parliamo non già di liberalizzazione come qualche incauto giornalista spesso ci attribuisce, ma di legalizzazione che è cosa ben diversa. Non è un fatto di semantica. La droga è già libera di essere acquistata nelle piazze di tutta Italia. E la ‘ndrangheta, con qualche altra criminalità organizzata, festeggiano perché ne sono monopolisti.
La tesi dei Radicali, quella del fallimento del proibizionismo, è una tesi che ha acquistato, negli anni, sempre più numerosi e autorevoli sostenitori, fino ad arrivare, nel 2011, al rapporto della Commissione mondiale per le politiche sulle droghe dell’ONU in cui si parla chiarmente del fallimento del proibizionismo sia nel ridurre i consumi sia nel ridurre i traffici illegali da cui le criminalità organizzate di tutto il mondo traggono ingenti profitti.
“La guerra globale alla droga è fallita,” – scrivono i commissari – “con conseguenze devastanti per gli individui e le società di tutto il mondo”. E si aggiunge: “Cinquanta anni dopo la Convenzione Unica delle Nazioni Unite sugli Stupefacenti, e a 40 anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alle droghe del governo americano, sono urgenti e necessarie riforme fondamentali nelle politiche di controllo delle droghe nazionali e mondiali”.
Tutto ciò è ancor più vero per la cannabis i cui usi legali, come pure ricorda l’inchiesta della Musco, sono assai molteplici. Si pensi alla cannabis terapeutica. Nonostante in Italia il ricorso alla marijuana per fini terapeutici sia legale dal 2007, e anche se alcune recenti leggi regionali ne hanno agevolato quest’uso, sono ancora tante le difficoltà che i pazienti hanno a reperire farmaci a base di cannabis. I dati del Ministero della salute parlano chiaro: nel 2013 sono state rilasciate poco più di duecento autorizzazioni all’importazione di medicinali a base di cannabis. Ma poiché ogni paziente è tenuto ad importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, il dato dei 213 pazienti autorizzati dal Ministero va diviso per quattro. Si capisce che meno di 60 persone sono riuscite a ottenere il farmaco legalmente. Poiché trattasi di migliaia di persone malate, tutti gli altri evidentemente ricorrono al mercato illegale. Ma la cosa davvero esilarante è un’altra: cioè il fatto che, dall’Italia, l’erba la dobbiamo importare a costi stratosferici dall’Olanda. Nella Calabria delle infinite piantagioni sequestrate alla ‘ndrangheta, nella Calabria baciata dal sole dove, se per sbaglio ti fai una canna e ti cade un seme, l’erba cresce su da sola, non troviamo un posticino, un cantuccio, per coltivarla legalmente e venderla ai malati delle Regioni d’Italia? Sarebbe un modo per creare lavoro legale e sottrarre manovalanza alla ‘ndrangheta. No, una cultura proibizionista ormai radicata vuole che la importiamo dall’Olanda anche per fini terapeutici per cui, dal 2007, è legale.
Su questo tema, giustamente sollevato dalla Musco, bisognerebbe che, anche la politica calabrese aprisse, senza tabù, una discussione seria. Un confronto tra ragioni di chi è favorevole alla legalizzazione e di chi, invece, sostiene posizioni proibizioniste intransigenti.
Al fatto che qualcuno sostenga che, anche se si legalizzassero i consumi, le ‘ndrine venderebbero comunque a prezzi più bassi, sarebbe infatti facile rispondere che, non perché ci sono le sigarette di contrabbando si pensa minimamente di proibire la vendita dei tabacchi e che, nonostante faccia certamente più male alla salute l’alcol che la cannabis, nessuno pensa – neanche i proibizionisti più agguerriti alla Giovanardi – di ritornare agli anni ’30 del proibizionismo americano quando, con la vendita degli alcolici diventati illegali, Hal Capone e le sue bande criminali si erano ingrassate di dollari. Proprio come, oggi, il proibizionismo sulle droghe, anche quelle leggere, continua a far ingrossare le casse delle criminalità non solo calabre.
Non è un caso che Saviano, su l’Espresso di un anno fa, parlava chiaramente, anche lui, di fallimento delle politiche proibizioniste sulle droghe che hanno alimentato enormi introiti pure per le camorre campane. Anche lui, però, come la Musco, aveva dimenticato che in Italia un partito antiproibizionista che si batte per la legalizzazione c’è, e si chiama Partito Radicale.
Rita Bernardini, Laura Arconti e Marco Pannella – civilmente disobbedienti a una legge irragionevole che aveva equiparato la cannabis all’eroina e alla coca – hanno portato a termine pubblicamente – annunciandola con video e messaggi dalla radio radicale, una coltivazione di ben 18 piantine di marijuana il cui raccolto sarà gratuitamente ‘ceduto’ a malati che ne hanno diritto come cura. Trattasi – tecnicamente – di associazione per delinquere che, però, non viene arrestata stante la flagranza sia resa pubblica e con l’aggravante dell’associazione. Rita continua a postare su Facebook le foto delle sue piante illegali sperando di trovare ‘un giudice a Berlino’ che intervenga. Se a farlo fossero tre giovani calabresi, si sarebbero mossi persino gli elicotteri. Ma per loro, invece, nessuno fa niente. E i media consapevolmente li ignorano. Perché? Probabilmente perché non se ne vuole parlare pubblicamente, perché si preferisce non affrontare un dibattito cui sarebbero costretti dopo l’arresto di Marco Pannella, Rita e Laura. E forse perché, se mandassero Rita a spiegarlo in televisione romperebbero quel silenzio assordante, creato dai media su tutte le politiche dei Radicali. Mentre l’attualità politica è piena dei temi dell’agenda radicale, di noi non c’è traccia. Ad eccezione del Garantista, che rimane mosca bianca, gli altri giornali e telegiornali nazionali, sia quelli del servizio pubblico radiotelevisivo, sia quelli delle TV private nazionali, hanno una regola sola: vietato far parlare Pannella e i Radicali.

Marco Pannella e Rita Bernardini, in Calabria, giovedì 4 settembre in visita al carcere di Arghillà

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Dopo il ferragosto continuano le visite dei Radicali nelle carceri e il prossimo 4 settembre Marco Pannella, assieme a Rita Bernardini e una delegazione di radicali andranno in visita, alle ore 11.30, al nuovo Carcere di Arghillà di Reggio Calabria; con loro anche l’On. Bruno Censore (PD) e Antonino Castorina (Responsabile Nazionale “LEgalità’” Giovani del PD).
Alle ore 14, all’uscita, conferenza stampa su visita carcere. Nel pomeriggio, poi, alle ore 17.00, Pannella, Rita Bernardini saranno a Serra San Bruno (VV) per la presentazione del libro “Viaggio nelle carceri” di Davide La Cara e Antonino Castorina e, infine, concluderanno la giornata alle ore 20.00, a Cariati (CS) per la Festa Provinciale dell’Unità.

Carcere di Rossano (CS): detenuti in condizioni inumane. Bruno Bossio (PD): Hanno provato in tutti i modi a non farmi entrare

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Una situazione incredibile, drammatica, che non pensavo esistesse in un carcere italiano, ha riferito dai microfoni di Radio Radicale la deputata cosentina del PD Enza Bruno Bossio.

Giuseppe Candido (Radicali): Ecco perché in Calabria serve subito il Garante dei diritti dei detenuti. Molte regioni d’Italia l’hanno già istituito, molti comuni sedi di penitenziari anche. La politica calabra si muova tutta per la vita del diritto che è diritto alla vita.

“Venerdì 8 agosto siamo stati al carcere di Palmi per fare un sit-in in sostegno del satyagraha di Rita Beranrdini (in sciopero della fame dal 30 giugno scorso) e Marco Pannella (in sciopero della fame e della sete, più volte interrotto e ricominciato per le esigenze di salute legate all’aver dovuto effettuare due interventi per rimuovere due tumori). Un satyagraha rivolto a chiedere allo stato, per le carceri, di garantire il diritto alla salute, fermare la mattanza dei suicidi che nelle carceri avviene anche per la mancanza di adeguate cure psichiatriche, e fermare la tortura democratica del 41 bis inflitto a pazienti come Bernardo Provenzano, incapace di intendere e di volere, indipendentemente dalle condizioni di salute.” E’ quanto si legge nella nota di Giuseppe Candido, esponente del Partito Radicale e segretario dell’associazione di volontariato culturale Non Mollare.

“Mentre noi facevamo il sit-in a Palmi, l’On.le Enza Bruno Bossio, deputata del PD orginaria di Cosenza, nello stesso giorno si è recata in visita ispettiva ‘senza preavvisare’ al carcere di Rossano. Quello che ha trovato lo ha raccontato subito a Emilio Quintieri che, a stretto giro, ha avvisato altrettanto immediatamente Rita Bernardini; poi – ovviamente – l’ha intervistata Radio Radicale Lorenzo Rendi.

Noi, ” – continua Candido – “oltre a ricordare ancora una volta che Rita Bernardini è in sciopero della fame dal 30 giugno assieme a Marco Pannella che, nonostante la sua malattia mette in gioco la vita per la vita del diritto e il rispetto della legge nelle carceri, possiamo solo aggiungere che avevamo ragione a parlare di condizioni inumane e degradanti che continuano a persistere nelle nostre patrie galere, anche in quelle calabre, e a chiedere con forza, per la Calabria, con prepotente urgenza l’istituzione del garante regionale dei diritti delle persone private della libertà”.


Di seguito riportiamo l’intervista della deputata del PD Enza Bruno Bossio intervistata su Radio Radicale e che lo scorso 8 agosto ha fatto visita ispettiva al carcere di Rossano Calabro (CS), riscontrando delle condizioni di grave degrado in cui si trovano alcuni detenuti. Una situazione per la quale la deputata del PD ha prennunciato iniziative paralamentari ma anche in sede giudiziaria.

Intervistata da Lorenzo Rendi ai microfoni di Radio Radicale l’11 agosto l’On.le Enza Bruno Bossio ha dichiarato:

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T. Campanella, la Tortutra dei carichi

« Sono andata al carcere di Rossano come altre volte ero andata al carcere di Catanzaro e anche di cosenza, sono andata più volte. Le prime volte sempre senza preavviso, ma non ho trovato nessun ostacolo. Oggi pomeriggio, invece, hanno provato in tutti i modi a non farmi entrare chiedendomi di tornare in un altro momento e, poi, alla fine hanno acconsentito che entrassi solo io, senza un mio collaboratore e anche Emilio Quintieri che è un esponente del Partito Radicale con il quale sto facendo parecchie visite ispettive. Io ho accettato di entrare anche da sola perché volevo capire come mai un detenuto che era al carcere di Catanzaro fosse stato spostato, dalla sera alla mattina, al carcere di Rossano e lì, in verità, ho trovato una situazione incredibile, drammatica. Questo detenuto era in un reparto d’isolamento del carcere di Rossano, non mi hanno fatto entrare nella sua cella, che comunque aveva le lenzuola, i vestiti, eccetera. Mentre, a un certo punto, si sono messi a gridare gli altri detenuti, e ho visto una situazione che non pensavo esistesse in un carcere italiano. C’era uno dei detenuti che si è messo a gridare: ‘vada a vedre cosa c’è nella cella 1, nella cella 2 e nella cella 7’.

Enza Bruno Bossio

Lì ho trovato detenuti sostanzialmente nudi, soltanto con gli slip, uno in una cella in cui non c’era nemmeno il letto, quindi seduto per terra seminudo in mezzo ai suoi escrementi, ai piatti sporchi, eccetera. Un altro, invece, in cui il letto c’era ma senza lenzuola, anche lui senza vestiti, celiaco, quindi, col vomito per terra; lo stesso per un altro detenuto. Il primo messo in queste condizioni perché, dicevano, aveva tentato il suicidio. Cioè esattamente l’opposto (di quello che si dovrebbe fare, ndr): uno tenta il suicidio e tu lo tieni in quelle condizioni disumane. Come una bestia. Gli altri due, sembrerebbe, per tentata evasione. Ma anche in questo caso erano stati malmenati, avevano botte, tenuti in questa situazione. Io, diciamo, ho reagito. Ho detto che avrei comunque denunciato questa cosa, ma, ad aggravare la situazione è stata la telefonata della comandante della guardie penitenziarie, la quale mi ha anche insultato dicendo che io non mi dovevo permettere ad entrare senza chiedere prima il permesso. Io le ho detto che, fose, si doveva fare un attimo i conti su quali fossero, effettivamente, i diritti e i doveri vista la situazione che, diciamo, per fortuna ho visto perché probabilmente, se avessi avvisato, non l’avrei vista. Sicuramente fossi stata in un’altra situazione avrei fatto immediatamente un’interrogazione a risposta immediata che, evidentemente, in questo momento non posso fare e mi riservo di fare a settembre. Anche se intanto deposito un’interrogazione a risposta scritta, poi farò un comunicato e penso che lo denuncerò anche alla Procura della Repubblica, ma intanto sto attivando i canali anche del governo, del DAP (dipartimento amministrazione penitenziaria, ndr) perché comunque, questo atto da una parte deve essere denunciato per il modo con cui questa situazione evidentemente sta andando avanti da molto tempo e non lo sappiamo. Ma tornerò anche la settimana prossima nel carcere di Rossano per vedere se, nel frattempo, almeno sono stati intimiditi e hanno modificato le cose. Altrimenti rincarerò la dose, in qualche modo. »


Sit-in nonviolento di #Radicali calabresi (e non solo) davanti al carcere di Palmi

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Ma i calabresi – colpa dell’informazione – non lo possono sapere!
Per sostenere il satyagraha di Rita Bernardini, Marco Pannella e Radicali, stamane dalle 9.00 alle 15 siamo stati a Palmi davanti al carcere. Con noi Radicali, presente una delegazione dei Socialisti uniti nelle persone del coordinatore regionale Giampaolo Catanzariti e del coordinatore provinciale Pierpaolo Zavettieri.
Ringraziamo anche Ilaria Valbonesi e il suo compagno di cui colpevolmente non ricordo il nome, radicali di Roma, che pure essendo in Calabria in vacanza, sono venuti da Roccella (stoici).
Polemica: Avevamo convocato una conferenza stampa per spiegare le ragioni di questa iniziativa nonviolenta ai calabresi. E del perché, alla politica regionale e locale chiediamo l’istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà sia regionale (come hanno già fatto 12 regioni di 20) ma non in Calabria dove sono impegnati a prolungare inutilmente una legislatura acefala.

Ma come agli italianofoni non è dato di conoscere la proposta (e non protesta) politica dei Radicali (fatto scientificamente provato dai dati del centro di ascolto radiotelevisivo), così la miseria della calabra informazione, quella che – dicono – “rischia ogni giorno la vita perché scrive contro la ndrangheta”, ha dato buca.
Non una tv locale, non un quotidiano e neanche una agenzia. Tg3 Calabria manco a parlarne.
Eppure in terra calabra, un gruppo politico che chiama tortura il regime del 41bis e che chiede rispetto della legge, della costituzione e del diritto internazionale dovrebbe essere una notizia. Invece NADA.
Grazie quindi a Radio Radicale, unico vero servizio pubblico utile all’enaudiano motto del ‘conoscere per deliberare’.
A questo link la sintesi della manifestazione e la conferenza stampa

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Contro la tortura democratica del 41bis, per fermare i suicidi e per il diritto alle cure in carcere

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Un sit in e una conferenza stampa davanti al carcere di Palmi

«Venerdì 8 agosto, come Radicali calabresi, dalle 9.00 alle 15.00, manifesteremo con un sit-in presso la Casa circondariale di Palmi (RC) per sostenere il satyagraha in corso di Marco Pannella e Rita Bernardini, quest’ultima in sciopero della fame dal 30 giugno scorso, assieme a oltre trecento cittadini, per chiedere al governo e al Parlamento di interrompere il massacro delle morti e dei suicidi in carcere, la “tortura democratica” del 41bis perpetrata persino con detenuti dichiarati incapaci di intendere e di volere, e di garantire il diritto alle cure e alla salute nelle carceri.
Per questo, alle 11,00 terremo una conferenza stampa per chiedere alla politica regionale di istituire il garante per i diritti delle persone private della libertà personale anche in Calabria».
È quanto si legge in una nota di Giuseppe Candido, segretario dell’associazione Non Mollare e militante del Partito Radicale Nonviolento.
I radicali chiedono, inoltre, una maggiore informazione su questi temi anche dal servizio radiotelevisivo pubblico regionale.
“Non è più tollerabile, infatti,” – continua Candido nella nota – “la censura operata su questi temi. Solo per fare un esempio, si pensi che dal 7 al 9 luglio l’Italia è stata oggetto di una visita da parte di una delegazione di rappresentanti ONU per i diritti umani guidata dal norvegese Mads Adenas che ha chiesto al nostro Paese misure straordinarie, come soluzioni alternative alla detenzione per eliminare l’eccessivo ricorso alla carcerazione, protezione dei diritti dei migranti, scarcerazione quando gli standard minimi non possono essere rispettati, rispetto delle raccomandazioni ONU del 2008 e quanto statuito nella sentenza Torregiani, adozione delle raccomandazioni come quelle formulate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nell’ottobre del 2013, incluse le proposte di indulto e amnistia. Su tutto ciò la censura è stata totale. A gli italiani non è stato consentito di conoscere tali richiami. Come non è dato conoscere le continue e trentennali battaglie nonviolente che i Radicali portano avanti. In Italia – continua Candido – siamo formalmente contro la pena di morte, ma tolleriamo la morte per pena inumana e degradante. Tolleriamo, cioè, la morte per suicidi di liberazione (24 dall’inizio dell’anno) e la morte per ritardo o mancanza di cure. Dall’inizio dell’anno 82 morti. Sono numeri che dovrebbero far riflettere. Satyagraha,» prosegue ancora Candido, «in indiano significa forza e amore per la verità. Ed è con la forza della verità e con l’arma della nonviolenza che – assieme a Yvonne Raph, Emilio Quintieri, Sabatino Savaglio, parenti dei detenuti e altri militanti del partito della nonviolenza, saremo davanti al carcere di Palmi per dare corpo, anche in Calabria, a questa battaglia di civiltà».
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«Sul 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, vorrei solo ricordare – insiste Candido nello spiegare le ragioni dell’iniziativa – che questo fu introdotto con decreto-legge nel giugno del 1992 poi convertito in legge nell’agosto dello stesso anno, come risposta dello Stato alle stragi di Capaci e via D’Amelio, in cui morirono i due magistrati in prima linea nella lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dopo la morte del primo fu emanato il decreto legge. E dopo quella di Borsellino il decreto venne poi convertito in legge. Con l’introduzione del 41bis nell’ordinamento penitenziario si consentì al Ministro della giustizia, per sua iniziativa o a richiesta del ministro dell’interno, di sospendere per “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica” l’applicazione delle regole ordinarie di trattamento nei confronti dei detenuti – per i reati di criminalità organizzata (e non solo) indicati al comma uno dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: mafia, traffico di droga, sequestro di persona, terrorismo, omicidio, estorsione, rapina e, in teoria, altri ancora e meno gravi se chi li ha commessi si ritiene lo abbia fatto “avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo”.

Nel diritto internazionale, con il termine “tortura” – reato non ancora introdotto nei codici nostrani – indica, “qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa ha commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su una terza persona”.
Noi – in Italia – abbiamo il 41bis, il carcere duro, la “tortura democratica” dalla quale si esce solo da pentiti. Ce lo impone il “conformismo dell’antimafia”.
Per Marco Pannella, invece, “le dure condizioni di detenzione rispondono solo ad una logica di rivalsa e a un primordiale senso di vindice giustizia”. Nel redigere la prefazione al volume “Tortura Democratica”, – inchiesta su “la comunità del 41 bis reale” – di Sergio D’Elia e Maurizio Turco (Marsilio ed., 2002), volume che andrebbe riletto attentamente (e magari ristampato visto che è introvabile), Marco Pannella sottolineava che – a dieci anni dall’introduzione del così detto carcere duro – “Si è risposto con Pianosa e l’Asinara alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il dolore dei parenti delle vittime contro le vessazioni nei confronti dei detenuti. Questo è stato messo a confronto! Le inutili, meramente afflittive soverchierie dell’articolo 41 bis, provocano soltanto – scriveva Pannella – durezza di comportamenti, irriducibilità, autolegittimazione, rifiuto di ogni dialogo o, peggio, a fronte di gravi maltrattamenti, l’imbarbarimento generale, la pseudo-legittimazione di rivalse mafiose, magari nei confronti di magistrati e poliziotti che cercano di difendere, nella legalità e con la civiltà dei loro comportamenti, la legge e lo Stato. Il “proprio” dello Stato di diritto – ricordava Pannella – è rispondere con la sovranità, sia pure armata, delle regole. Non può “dichiarare guerra” alla criminalità, neppure sotto la guida di un angelo giustiziere come è stato Caselli”.
Oggi l’imbarbarimento è divenuto istituzionale al punto che, mentre l’Europa e l’ONU ci sanzionano per trattamenti inumani e degradanti equivalenti a torture, continuiamo a mantenere in regime di 41bis persino malati come Bernardo Provenzano dichiarato da tre differenti tribunali della Repubblica persona incapace di intendere e di volere. Aspettiamo che collabori con la Giustizia? Siamo sicuri che il fine giustifichi – sempre e comunque – i mezzi? O, invece, proprio i mezzi che si usano per condurre giuste lotte com’è certamente quella alle criminalità organizzate sono in grado di compromettere gli scopi che ci si prefigge?

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“La peste ecologica e il caso Calabria”. L’introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella, la nota di Valerio Federico e Paolo Farina

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La peste ecologica e il caso Calabria di Giuseppe Candido, prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella
Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella

E’ andato in stampa il volume di Giuseppe Candido, con una prefazione di Carlo Tansi, la postfazione di Franco Santopolo, una nota di Valerio Federico e Paolo Farina e l’introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella che di seguito pubblichiamo.

Uscirà a breve, nella prossima settimana, per i tipi di Non Mollare edizioni, la casa editrice dell’associazione di volontariato culturale Non mollare che edita on line anche Abolire La Miseria della CalabriaLa Peste ecologica e il caso Calabria, l’ultimo libro di Giuseppe Candido.


 

Nell’Abstract del volume si legge che …

Dove c’è strage di leggi c’è sempre strage di popoli. Rischio sismico, idrogeologico e ambientale, mal governo del territorio, rifiuti tossici interrati, mala depurazione e un’emergenza rifiuti infinita per alimentare clientele e “fare progetti”; storie (vere) di frane, alluvioni, terremoti e disastri ambientali aventi tutti come denominatore comune il disastro politico che li ha causati!La peste ecologica e il caso Calabria, è un libro-dossier in cui si ripercorrono fatti, eventi spesso tragici sul dissesto idrogeologico, sui rischi sismici e su quelli ambientali del nostro Paese con particolare rifermento, per quest’ultimo aspetto, al caso dei veleni e dei rifiuti in Calabria. Cos’hanno in comune rischi, mal governo del territorio, dissesti e veleni? La peste ecologica è la violazione sistematica delle leggi che ha, per conseguenza, una strage di popoli.


La peste ecologica e il caso Calabria, di Giuseppe Candido. Prefazione di Carlo Tansi, introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella, postfazione di Franco Santopolo e una nota di Valerio Federico e Paolo Farina – Non Mollare edizioni, euro 18,00; Pagine 394 – ISBN 9788890504020 – Per prenotarne una copia è sufficiente inviare una mail all’indirizzo associazionenonmollare@gmail.com


L’Introduzione di Rita Bernardini e Marco Pannella

Con il suo bel libro Giuseppe Candido presenta al lettore una seria e documentata proposta che, affondando le sue radici nello specifico calabro, rafforza la complessiva urgenza nazionale (e non solo!) di contrastare i connotati illiberali e ormai anti-democratici dello Stato italiano –renziano– arroccato in accanita difesa proprio di ciò che è oggetto, da decenni, delle massime imputazioni e condanne delle giurisdizioni europee. Imputazioni e condanne seriali richiamate dal “Massimo Magistrato” italiano, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il suo messaggio costituzionale alle Camere, una straordinaria testimonianza, completa di “obblighi” e di proposte indirizzate al nostro Paese e, non a caso, trattata in modo indegno dal Parlamento, suo naturale destinatario.

Gli “obblighi” che l’Italia disattende, e che derivano anche dal Diritto comunitario da anni costituzionalizzato, riguardano altresì – in grandissima parte – l’ambiente sfregiato dei nostri territori. Grazie alla visione transnazionale del Partito Radicale, questi “obblighi” verso l’ambiente non hanno confini e ci costringono a farcene carico, studiandolo per ciò che è: una “funzione” vitale del pianeta, che nessuno può permettersi di sacrificare.

Citando Aldo Loris Rossi, Marco Pannella lo ripete in modo assillante: “Il genere umano ci ha messo due milioni di anni per arrivare – nel 1830 – al primo miliardo; cento anni per arrivare al secondo, 30 per il terzo, 15 per il quarto, 13 per il quinto, 12 per il sesto, e ancora 13 anni per il settimo miliardo.

Mentre scrivo, un sito internet (http://www.worldometers.info) ci conta e censisce, a noi umani, in tempo reale. Girando vorticosamente, ci informa che in questo preciso istante siamo 7 miliardi 243 milioni 471.433 e che fino a questo momento in questa giornata sono nate 328.443 persone e ne sono morte 135.528. Molto probabilmente questo contatore, grazie a un’elaborata formula matematica, ci azzecca. Non dico all’unità, ma quasi. E allora mi chiedo se nell’implacabile calcolo offertoci in diretta ci siano già finiti i morti di cui ho avuto notizia poco fa: due detenuti suicidati; un altro, morto per malattia incompatibile con lo stato di detenzione, mentre – infine – un agente di polizia penitenziaria di 42 anni e un suo amico sono morti per overdose di eroina.

Certamente, nel contatore sono finiti i morti che ci segnala Giuseppe Candido: morti per alluvione, frane, tumori causati dai rifiuti tossici o dai veleni industriali o per micidiali concessioni edilizie rilasciate senza rispetto delle leggi. Ci sono anche i morti censiti dai libri di Maurizio Bolognetti e Massimiliano Iervolino. Via via, il contatore ingloberà anche i morti delle analoghe stragi, che fin da oggi si possono tranquillamente prevedere senza che nulla venga fatto per fermarle nonostante le denunce e le soluzioni prospettate da quella che Pannella definisce “letteratura militante”.

Se puntiamo l’implacabile strumento su questo o quello dei continenti del pianeta, osserveremo che la velocità del fenomeno varia: sarà molto più lento in Europa, più veloce nell’America del sud, velocissimo in Africa o in Asia. Ma quel che è certo è che il dilagante aumento della popolazione mondiale sta facendo crescere il consumo dei suoli, dell’acqua e di energia, per sopperire a esigenze non solo alimentari in crescita esponenziale. Fulco Pratesi ci spiattella un altro ferma-immagine impressionante: visto che siamo oltre 7 miliardi e 200 milioni, ciascuno di noi umani ha a disposizione – contando anche luoghi invivibili come deserti, ghiacciai, montagne – poco più di due ettari a testa, corrispondenti a quattro campi di pallone. Se però prendiamo in considerazione le sole terre arabili, ogni umano ha a disposizione meno della metà (il 40%) di un solo campo di pallone. Ma i Paesi ricchi, in primis la Cina, si stanno muovendo da anni per acquistare e occupare terreni nel sud del mondo, in particolare in Africa: dovendo prevedere necessità energetiche e alimentari che, con il consumo e distruzione dell’ambiente in casa loro, rischiano di non poter più affrontare e governare, si recano altrove per continuare a consumare (e distruggere) suolo e risorse.

Da una parte quel contatore corre veloce, ammonendoci che la crescita vertiginosa della popolazione mondiale è insostenibile; dall’altra ci segnala anche morti – troppo spesso vere e proprie stragi – che potrebbero essere evitate se solo si rispettasse la legalità democratica, dove c’è. Dove non c’è, dovrebbe essere urgenza impellente di tutti i paesi democratici, di ciascun democratico, promuoverla e instaurarla.

Quel che il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito sta cercando di promuovere da più di vent’anni (con solide radici nel passato) è che nessun fenomeno del nostro tempo può essere più governato con una visione localistica e dunque occorrono istituzioni transnazionali democratiche per affrontare il futuro. Futuro che è destinato a divenire un incubo se si considera quanto straordinariamente spiegato nel documento politico, coordinato dal Prof. Aldo Loris Rossi, che il Partito Radicale ha presentato all’ONU in occasione del World Urban Forum 6 svoltosi a Napoli dall’1 al 7 settembre 2012: “dal dopoguerra – così esordisce e successivamente documenta – la terza rivoluzione industriale fondata sull’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista e spinto impetuosamente verso la globalizzazione, l’economia consumista e le megalopoli,provocando la più grande espansione demografica e urbana della storia”.

Anche se l’idea dello sfruttamento illimitato delle risorse è il modello di sviluppo oggi considerato normale, occorre tentare di sventare il conseguente ecocidio planetario, come si deve fare con una persona che si sta per suicidare. Impossibile? «Non è perché le cose sono difficili che noi non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili»: questo ci dice Aldo Loris Rossi, citando Seneca. E la sostanza di questa verità ci dice – con tutta la sua vita di dialogo nonviolento -Marco Pannella.

Di fronte alla bomba demografica, che va governata così come va governato il consumo dissennato di terra, acqua, aria, occorre concepire con amore il nuovo possibile. Per questo il Partito Radicale – con i suoi connotati di nonviolenza, transnazionalità e transpartiticità – cerca il dialogo: anche e soprattutto con i “lontani”, come i cinesi tra gli altri. Perché sa come sia un’illusione il chiudersi nelle proprie mura nazionali e pensare di risolvere i problemi nell’egoismo isolazionista. I nazionalismi sono un cancro che uccide, ed è necessario contrapporgli la concezione di istituzioni federaliste, autonome e democratiche, che abbiano come regola etica il rispetto dei Diritti Umani fondamentali consacrati nella Dichiarazione Universale dell’ONU.

Dal transazionale si passerà poi, con una logica conseguente, al locale, ai “casi” Campania, Basilicata, Roma, fatti emergere dalla letteratura e dall’evidenza di compagni radicali che da sempre, in tutti i campi, producono letteratura ed evidenza del dissesto, innanzitutto democratico, che sta avvenendo nei loro paesi, nel nostro Paese.

Il libro di Giuseppe Candido è un altro bel tentativo, che partendo dalla realtà calabrese fornisce elementi di verità e di conoscenza per cambiare rotta in Italia, e non solo.

Rita Bernardini è Segretaria Nazionale di Radicali Italiani, Deputata radicale XVI legislatura (2008-2013), Membro Assemblea dei legislatori del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito


 

La “pillola” di un “ambientalista”

di Paolo Farina e Valerio Federico1

Questo poderoso volume, frutto dell’ammirevole lavoro di Giuseppe Candido, ci lascia spiazzati davanti alla conclamata e quasi scientifica devastazione di un territorio nonché alle cause e ragioni (o S-ragioni) che hanno portato a questa distruzione di un patrimonio naturale, umano e civile.

Quanto accaduto, capace di segnare indelebilmente i territori coinvolti e l’Italia in generale, non può non essere che l’esito dell’azione e della non azione delle maggioranze e delle opposizioni che hanno governato questa parte del Paese. Il prodotto della contemporanea inadempienza dei governanti e dei cosiddetti oppositori. Inadempienti rispetto al patto sociale che le forze politiche stipulano “naturalmente” con i cittadini.

Si tratta davvero, e bene ha fatto Candido a stigmatizzarlo già nel titolo del libro, di una “peste”, che distribuisce i suoi sintomi, i suoi effetti, in modo ramificato e distrugge oltre all’ambiente naturale anche i più diversi aspetti che regolano il diritto alla libertà, alla giustizia e alla conoscenza di una o più comunità umane. Il lavoro serio e scrupoloso, oltreché documentato, di Candido ha il pregio di fornire un contributo tanto scientifico quanto divulgativo. Scritto da un Geologo, ovvero da uno scienziato, e non semplicemente da un pur bravo giornalista d’inchiesta.

Un Geologo, appunto. Nella migliore delle semplificazioni oggi i geologi vengono definiti genericamente “ambientalisti” nel senso più negletto del termine. Spesso, attraverso uno scientifico lavoro di disinformazione e mistificazione, essi vengono privati del loro contributo dal carattere scientifico attribuendogli una fastidiosa etichetta di “ambientalisti” mossi da una sorta di frenesia ideologica. Ascoltando o leggendo i frutti dei loro lavori, si arriva a considerarli come figure di esaltati millenaristi che ci terrorizzano con i loro allarmistici scenari apocalittici di piaghe terribili ed irrimediabili distruzioni.

Questo è il primo effetto della “peste”, che inizia offuscando le coscienze e arriva ai risultati distruttivi quanto imbarazzanti ben descritti nel libro di Candido. Imbarazzanti perché? Non vi è nulla di più evidente e sperimentabile degli eventi naturali quali sono il dissesto idrogeologico di un territorio, inondazioni, terremoti, inquinamento e, non da ultimo, malattie concrete e gravissime che colpiscono la popolazione.

Eppure pervicacemente si prosegue in quest’opera di distruzione, frutto del malaffare, della distribuzione e gestione del potere fine a se stesso, a fini di lucro e in cui sono da sempre coinvolte le maggioranze politiche che amministrano regioni e territori ma anche le stesse minoranze che partecipano al banchetto. Un sistema clientelare partitocratico che non distingue maggioranze e opposizioni e che nutrono la metastasi di questa “peste” a loro esclusivo vantaggio.

La convergenza di interessi di un sistema dove gli insider, nel gioco delle parti di un impotente e apparente confronto, operano da un palcoscenico dove le repliche dello spettacolo si ripetono giorno dopo giorno lasciando inermi gli spettatori, indifferenti i cittadini. Quasi che i rischi di cui scrive Candido non li riguardino. Gli outsider, pochi, si oppongono e propongono, ma lo spazio di tribuna a loro non viene dato, e il palcoscenico, quel palcoscenico non è per loro. Vi sono, appunto, i Geologi come Candido che non si rassegnano allo status quo e si impegnano in lavori preziosi quale il suo libro ne è un esempio.

Dunque, se il conclamato ed evidente prodotto finale di questa “peste” è la devastazione di regioni e territori, nonché gli effetti sull’ambiente, sulla salute dei cittadini, sulla strage di legalità e il depauperamento di quel “contratto sociale” tra politica e cittadinanza, di contratto “naturale” tra politica-legalità-cittadinanza, allora i primi sintomi di questa “peste” si avvertono e si verificano anche per il diritto negato alla conoscenza.

Il “diritto alla conoscenza” è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell’amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, è un elemento di democratizzazione della società. Quanti atti pubblici avrebbero dovuto o hanno lasciato traccia di quanto stava avvenendo di quanto esposto da Candido?

E’ urgente attuare in pieno riforme che si ispirino al Freedom of Information Act (FOIA) statunitense per il quale il cittadino può accedere a tutti i documenti della Pubblica Amministrazione senza che debba dimostrare un interesse diretto. La trasparenza e la conseguente possibilità di controllo per il cittadino dell’attività delle pubbliche amministrazioni è il mezzo utile, tra un’elezione e l’altra, per esercitare effettivamente quella sovranità popolare dal basso promossa dalla Costituzione.

La “peste”, dunque, avanza, devasta e distrugge. Eppure potremmo disporre della cura che porterebbe alla guarigione, allo stato di diritto, al ripristino della legalità.

Il libro di Candido ne è, per esempio, una pillola. Utile, preziosa e salutare.

1 Valerio Federico è consigliere di Zona del comune di Milano, tesoriere di Radicali Italiani

 

Cannabis: Rita Bernardini (#Radicali) a Catanzaro per un convegno

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LaCura
La locandina

“Dall’illecito all’uso terapeutico della cannabis”.

E’ il titolo del convegno che si svolgerà a Catanzaro, presso la sala della Provincia di Catanzaro in piazza Luigi Rossi, sabato 14 giugno dalle ore 9,30.

L’incontro, cui parteciperà pure la segretaria di Radicali Italiani, On.le Rita Bernardini, è stato voluto dalla Cooperativa sociale “La Cura” in collaborazione con l’Associazione Ra.Gi. Onlus  ed è stato accreditato dall’ordine degli avvocati e dei medici.
Per Antonello Talerico, avvocato Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro, nonché organizzatore, unitamente ad altre associazioni, del Convegno e portavoce dell’Associazione “La cura”, è possibile affermare che:
“Per la prima volta in Calabria è stato organizzato un evento su un tema molto discusso, ma poco conosciuto, invitando al tavolo dei lavori importanti relatori appartenenti al mondo scientifico e giuridico. Dal dibattito di Catanzaro usciremo sicuramente con una visione aggiornata dell’argomento e con una sempre maggiore consapevolezza che la tutela dei diritti passa necessariamente dal confronto e dalla cultura dell’ascolto, ovvero dalla conoscenza della materia sotto ogni profilo ed aspetto”.
Il convegno è aperto a tutti e ha un duplice obiettivo: far conoscere anche in Calabria i risultati della letteratura medico scientifica che dimostrano l’efficacia dei farmaci a base del principio attivo della Cannabis, Thc, per molte malattie e, in secondo luogo, sollecitare e sensibilizzare il mondo politico regionale nella realizzazione anche in Calabria di una legge per predisporre le misure necessarie che permettano l’utilizzo di cannabinoidi nel caso di malattie come sclerosi, Sla, Parkinson, malattie oncologiche.
Dopo i saluti istituzionali e quelli del portavoce della “Cura” avvocato Antonello Talerico e della portavoce della Ra.Gi. dott.ssa Elena Sodano,  ad aprire i lavori dell’incontro sarà Gianpiero Tiano, vicepresidente dell’Associazione nazionale cannabis terapeutica e che è stata la prima persona in Italia che, a seguito di un gravissimo incidente, ha iniziato a curarsi facendo uso di medicinali il cui principio attivo è l’infiorescenza della sativa e che relazionerà sul tema: Cannabis Terapeutica la situazione italiana tra promesse e difficoltà.
Seguiranno gli interventi del dott. Camillo Falvo, Giudice presso il tribunale di Messina,  che parlerà della “Responsabilità penale nell’uso terapeutico“; del dott. Domenico Bosco, Neurologo e Direttore F.F. presso l’ Ospedale  di Crotone che tratterà de “Gli effetti della cannabis nelle malattie neurologiche“.
Graditi ospiti della giornata saranno alcuni membri del direttivo de “LapianTiamo” , Cannabis Social Club Racale Lecce, un’associazione no profit  formata da persone affette da malattie neuromuscolari che per la prepotente urgenza dei malati promuove l’uso terapeutico della canapa medicinale attraverso la coltivazione e l’approvvigionamento ai pazienti affetti da patologie come sclerosi multipla, cancro, dolore cronico, sla, parkinson, glaucoma e tantissime altre, fornendo  supporto informativo e morale ai malati che devono convivere quotidianamente con i sintomi di malattie gravi e che con l’aiuto del comitato medico-scientifico  incentivano attivita’ di ricerca sui vantaggi della canapa medicinale.
Parteciperanno infatti Willy Verardi che racconterà l’esperienza dell’associazione LapianTiamo” e Lucia Spiri che racconterà cosa significa “Curarsi con la Cannabis”.
Concluderà la giornata l’On.le Rita Bernardini, Segretaria dei Radicali Italiani, che da anni si batte per la legalizzazione.
Hanno garantito la loro presenza l’on .Piero AielloNCD e On.le Mimmo Talarico – Consigliere Regionale del PD.
Attualmente sono otto le regioni in Italia che attraverso un proprio disegno di legge hanno legalizzato l’uso della marjuana a scopo terapeutico – afferma  l’avvocato Talerico de “La Cura”,  la Sicilia grazie alla sensibilità dell’assessore regionale alla Salute Lucia Borsellino, sorella del celeberrimo magistrato Paolo, e poi Puglia, Toscana, Liguria, Veneto, Lombardia, Piemonte.
Vorremmo che anche in Calabria ci fosse la sensibilità e la possibilità di realizzare un disegno di legge che possa legalizzare e consentire l’uso terapeutico della cannabis sativa”. Nel resto d’Europa ne è consentito l’utilizzo medico.  In Italia è stato presentato il ddl da parte di Luigi Manconi (PD) che  ha lo scopo di riallineare l’Italia a quanto già avviene in Europa e nel Nord America. L’obiettivo del disegno di legge sull’uso terapeutico della cannabis è di semplificare e rendere accessibile ai pazienti il ricorso a quei farmaci a base cannabinoide, che nell’esperienza scientifica hanno dimostrato di avere una notevole efficacia.  Il governo Renzi inoltre  ha dato il via libera all’uso della cannabis a scopo terapeutico. Il Consiglio dei Ministri infatti  ha deciso di non impugnare dinanzi alla Corte Costituzionale la legge regionale abruzzese “n. 4 Del 04 gennaio 2014, che disciplina le “modalità di erogazione dei farmaci e dei preparati galenici magistrali a base di cannabinoidi per finalità terapeutiche”. La norma prevede che i “medicinali cannabinoidi possono essere prescritti, con oneri a carico del Sistema sanitario regionale, da medici specialisti del Ssr e da medici di medicina generale del Ssr, sulla base di un piano terapeutico redatto dal medico specialista”.
Nel pomeriggio Rita Bernardini e i Radicali proseguiranno la giornata con una assemblea regionale che si terrà presso l’agriturismo Trigna di Lamezia Terme.



Abolire la miseria … il Catodico di …